L'idea che una riduzione dell'orario di lavoro del 10% (grossomodo, il passaggio dalle 39 alle 35 ore settimanali) possa creare il 10% di posti di lavoro in più si baserebbe, dicono, su una semplicistica regola del tre. Ma anche dietro ai ragionamenti più complessi ritroviamo altre regole del tre. Ad esempio l'Osservatorio Francese delle Congiunture Economiche (Ofce)
(1), così come l'Unione delle Industrie Metallurgiche e Minerarie (Uimm), la più potente delle Federazioni del Consiglio nazionale del Padronato francese (Cmpf)
(2), valutano al 5,1% gli aumenti di produttività che sarebbero indotti dal passaggio alle 35 ore.
Si può rimanere stupiti di tanta precisione, fino ai decimali; ma si tratta in realtà del risultato di un calcolo semplicissimo, da farsi al volo sull'angolo dello scrittoio. Prendiamo ad esempio un'azienda con 100 dipendenti a 39 ore, che passa alle 35 ore e aumenta il numero dei posti di lavoro del 6%, portandoli quindi a 106. Il volume delle ore lavorative prestate è sceso così da 3900 a 3710 ore settimanali: come dire che l'impresa realizza la stessa produzione con meno ore di lavoro.
La sua produttività oraria è così aumentata nella proporzione di 3900/3710: ecco da dove nasce il famoso 5,1%. Quest'ipotesi gioca un ruolo chiave negli esercizi di simulazione, e spiega perché la valutazione del contenuto in posti di lavoro delle 35 ore da parte dell'Ofce è stata ridotta a un quarto rispetto a un esercizio precedente, in cui si postulavano quote di assunzione proporzionali alla riduzione dell'orario di lavoro, in condizioni di produttività inalterata. In questo caso, gli effettivi della nostra impresa dovrebbero aumentare nella proporzione di 39/35, passando quindi a 111.
Si può constatare che, da solo, il 5,1% di aumento della produttività ha già ridotto della metà l'impatto sull'occupazione, che risulta poi nuovamente dimezzato in ragione del campo di applicazione limitato della legge. Difatti, la cifra del 6% non risulta affatto da un'analisi economica, ma soltanto dalle disposizioni del testo normativo, che fissa al 6% dei posti di lavoro creati (o preservati) la soglia alla quale scattano gli aiuti pubblici in caso di riduzione dell'orario di lavoro a 35 ore, cioè di una percentuale di poco superiore al 10%. E' questo il principale punto debole della legge recentemente votata dal parlamento francese, con l'intenzione di stabilire, dal punto di vista del costo salariale per le imprese, l'equivalenza tra lo statu quo e il passaggio alle 35 ore, da oggi al 2000. Ma una neutralità del genere non costituisce un incentivo sufficiente, se è vero che il padronato si propone in realtà di far saltare la nozione stessa di orario di lavoro legale; e sarà quindi tentato di opporre tutta l'inerzia di cui è capace per dimostrare l'inefficacia occupazionale di questa misura, che percepisce come un'imposizione.
Ciò che invece preoccupa i lavoratori dipendenti è il rischio che le 35 ore portino a una nuova intensificazione dei ritmi di lavoro; in altri termini, temono che la riduzione dell'orario li costringa a svolgere la stessa mole di lavoro in meno tempo; ed è questo timore, almeno quanto quello di una riduzione del salario, a generare scetticismo e perplessità. L'esito di questo conflitto non risulta dai modelli economici, del tutto incapaci di fornire la soluzione di un problema che è innanzitutto un'equazione sociale. In effetti, questi modelli permettono di valutare il potenziale delle 35 ore in circa 2.000.000 di nuovi posti di lavoro, a condizione che siano estese alla totalità dei lavoratori dipendenti; ma rimarremo comunque molto lontani da quest'obiettivo se non saranno adottate alcune misure collaterali.
In primo luogo, occorre limitare la possibilità di ricorrere agli straordinari, e portare la durata effettiva del lavoro ad allinearsi progressivamente al nuovo orario legale. Ora, la legge non prevede nulla in relazione alla durata massima del lavoro; non abolisce le numerose deroghe esistenti; non riduce la quota annua di straordinari né modifica il relativo tasso di maggiorazione retributiva del 25%, che anzi definisce come un massimo da non superare in nessun caso. Occorrerebbe inoltre subordinare le agevolazioni pubbliche a una rigorosa proporzionalità delle assunzioni, come peraltro prevedeva la Legge Robien. Per converso, le numerose esenzioni dai contributi sociali già in vigore dovrebbero essere soppresse dal governo, per essere concesse solo a determinate condizioni.
Infine, una terza serie di misure dovrebbe puntare a riassorbire le forme di lavoro precario. Come si può, ad esempio, parlare di uguaglianza professionale e continuare a sovvenzionare il lavoro a tempo parziale imposto all'assunzione di manodopera femminile? Evidentemente, la riuscita delle 35 ore sul fronte occupazionale presuppone, in tutti questi settori, che si ponga fine al continuo processo di deregulation del lavoro dipendente.
note:
* Economista.
(1) Gérard Cornilleau, Eric Heyer, Xavier Timbeau,"Le temps et l'argent: les 35 heures en douceur", Revue de l'Ofce, Parigi, gennaio 1998.
(2)"5 heures 35 leurres", Actualité (revue de l'Uimm), Parigi, n. 167, gennaio 1998.
(Traduzione di P.M.)