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DAGLI STATI UNITI ALL'EUROPA
"Tolleranza zero", il credo si diffonde
Sarà una coincidenza? Nel momento in cui negli Stati uniti e in Europa, tra l'apparente indifferenza dei governi, si annunciano ogni giorno gigantesche fusioni industriali e bancarie, i responsabili politici rivaleggiano in immaginazione per sfornare progetti di lotta contro la delinquenza. I grandi media, dimenticando troppo spesso che la"violenza urbana" ha origine anche da un'insicurezza sociale sempre più diffusa, contribuiscono a presentare in maniera distorta le minacce che incomberebbero sulla società. Alcuni dei rimedi comunemente proposti ("tolleranza zero", coprifuoco, soppressione degli assegni familiari per i genitori di giovani delinquenti, repressione inasprita nei confronti dei minori) sono peraltro ispirati al modello americano. E rischiano, come negli Stati uniti, di portare a un'impennata dei tassi di incarcerazione e alla generalizzazione del controllo sociale.
di Loc Wacquant*
Da alcuni anni, l'Europa intera è investita da un'ondata di panico morale di tale ampiezza e virulenza da influire sulla politica degli stati e ridisegnare la fisionomia delle società che investe. Il suo oggetto apparente tanto apparente da pervadere il dibattito pubblico è la delinquenza"giovanile", la"violenza urbana", i disordini il cui crogiolo sarebbero i"quartieri a rischio" con i loro abitanti, primi colpevoli delle"inciviltà". Tutti termini da mettere tra virgolette, poiché il loro significato non è meno vago dei fenomeni che vorrebbero designare: nulla dimostra infatti una loro specificità"giovanile" e men che meno"urbana" o legata a determinati"quartieri".
Queste nozioni rientrano in una costellazione di termini e di tesi sulla criminalità, la violenza, la giustizia, la disuguaglianza e la responsabilità di provenienza americana: concetti che si sono insinuati nel dibattito europeo fino ad inquadrarlo. Il loro potere di persuasione è dovuto in parte al ritrovato prestigio di chi li ha lanciati (1), e soprattutto alla loro onnipresenza. La banalizzazione di queste analisi serve a dissimulare un obiettivo in larga misura estraneo ai problemi su cui vertono: quello di ridefinire la missione dello stato, che ovunque tende a ritirarsi dall'arena economica e a ridurre il proprio ruolo sociale, mentre estende e inasprisce i propri interventi penali.
Lo stato sociale europeo avrebbe dunque innanzitutto l'obbligo di ridimensionarsi, e quindi quello di elevare al rango di priorità la"sicurezza", strettamente definita in termini fisici, ignorando ogni altro rischio (salariale, sociale, sanitario, educativo ecc.) per infierire contro le proprie pecorelle disperse. Il"coraggio civile", la"modernità politica", la stessa audacia progressista imporrebbero oggi di adottare i luoghi comuni e i dispositivi di sicurezza più sfruttati (2).
Sarebbe il caso di ripercorrere in ogni suo anello la lunga catena delle istituzioni, degli agenti e i supporti discorsivi (note di consulenti, relazioni di commissioni, scambi parlamentari, missioni di funzionari, colloqui di esperti, libri destinati agli studiosi o al grosso pubblico, conferenze stampa, articoli di giornali e servizi televisivi ecc.) che hanno veicolato una nuova concezione penale divenuta ormai moneta corrente, tendente a criminalizzare la miseria, e di conseguenza a normalizzare il lavoro dipendente precario. Dopo la sua incubazione in America, questa concezione si è internazionalizzata in forme talora modificate e non immediatamente riconoscibili (a volte proprio da chi le diffonde) ma sempre nel segno di un'ideologia economica e sociale fondata sull'individualismo e sulla mercificazione, di cui è traduzione e complemento in materia di"giustizia".
Questa vasta rete di diffusione, partita da Washington e da New York, che ha attraversato l'Atlantico per insediarsi a Londra e irradiare da qui i propri canali sull'intero continente europeo, ha avuto origine nel complesso degli organi dello stato americano che hanno l'incarico ufficiale di attuare e quindi mettere in vetrina il"rigore penale": in particolare, il ministro federale della giustizia e il Dipartimento di stato (che tramite le sue ambasciate milita attivamente in tutti i paesi ospiti in favore di politiche penali ultrarepressive, soprattutto in materia di stupefacenti), e inoltre gli organismi parapubblici e professionali legati all'amministrazione della polizia e dei penitenziari, i media e le imprese private che partecipano all'economia carceraria (aziende appaltatrici nel campo dell'edilizia, della gestione carceraria, dell'assistenza sanitaria ai detenuti, delle tecnologie per l'identificazione e la sorveglianza ecc.) (3).
Peraltro in questo campo, come in molti altri, il settore privato fornisce un contributo decisivo alla concezione e alla realizzazione della"politica pubblica". Di fatto, il ruolo eminente dei think tanks neoconservatori nella definizione e nella successiva internazionalizzazione della nuova doxa punitiva pone in evidenza i legami organici, ideologici e pratici tra il deperimento del settore sociale dello stato e il dispiegamento del suo braccio penale.
In effetti, i"pensatoi" e istituti di consulenza che sulle due rive dell'Atlantico hanno preparato, con un paziente lavoro di erosione intellettuale, l'avvento del"liberalismo reale" di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, hanno svolto a un decennio di distanza una seconda funzione: quella di veicolare alle élites politiche e mediatiche i concetti, i principi e le misure in grado di giustificare e accelerare l'instaurazione di un apparato penale tanto multiforme quanto iperbolico. Quegli stessi che ieri militavano con il ben noto successo in favore del"meno stato", per tutto ciò che attiene alle prerogative del capitale e all'utilizzo della manodopera, esigono oggi con pari ardore"più stato", per dissimulare o contenere le conseguenze deleterie della deregulation nel campo del lavoro dipendente e dei tagli alla protezione sociale.
"Attacco all'ultima plebaglia" Sul versante americano, più ancora dell'American Enterprise Institute, del Cato Institute o della Fondazione Heritage (4), è stato il Manhattan Institute a farsi carico di diffondere le tesi e i dispositivi di repressione dei"disordini" suscitati da quella che già Alexis de Tocqueville definiva"l'ultima plebaglia delle nostre grandi città". Nel 1984, l'istituto fondato da Anthony Fischer (il mentore di Margaret Thatcher) e da William Casey (che sarà direttore della Cia durante la presidenza di Reagan) per applicare ai problemi sociali i principi dell'economia di mercato ha messo in orbita il libro di Charles Murray dal titolo Losing Ground, che servirà da"bibbia" dalla crociata di Reagan contro lo stato sociale. L'autore imputa l'aumento della povertà in America all'eccessiva generosità della politica di aiuti agli indigenti, la quale a suo parere avrebbe premiato l'inattività e indotto il degrado morale tra i ceti popolari, favorendo in particolare quelle unioni"illegittime" che considera come la causa ultima di tutti i mali delle società moderne, compresa la"violenza urbana".
Nei primi anni 90, il Manhattan Institute organizza una conferenza sulla"qualità della vita", seguita dalla pubblicazione di un numero speciale della sua rivista, City, sullo stesso tema. L'idea al centro di quest'iniziativa è la"inviolabilità degli spazi pubblici", considerata indispensabile alla vita urbana mentre, per converso, il"disordine" nel quale si compiacciono i ceti indigenti sarebbe il terreno naturale del crimine. Tra i partecipanti a questo"dibattito" non manca il procuratore di New York, Rudolph Giuliani (poco prima battuto alle elezioni municipali dal democratico di colore David Dinkins) che da quell'incontro trae i temi per la sua campagna vittoriosa del 1993. Gli stessi principi hanno orientato la politica giudiziaria e di ordine pubblico che ha fatto di New York la vetrina mondiale della"tolleranza zero", dando carta bianca alle forze dell'ordine per la repressione della microcriminalità e dei senzatetto nei quartieri del degrado.
E' sempre il Manhattan Institute che in questa scia divulga la cosiddetta teoria della"mattonella rotta", formulata nel 1982 da James Q. Wilson e George Kelling in un articolo pubblicato dalla rivista Atlantic Monthly, secondo la quale le grandi patologie criminali vanno affrontate lottando palmo a palmo contro i piccoli disordini quotidiani. Questo postulato, mai convalidato sul piano empirico, è servito da alibi alla riorganizzazione del lavoro della polizia, sotto l'impulso di William Bratton, già responsabile della sicurezza della metropolitana di New York, promosso alla carica di capo della polizia municipale.
Obiettivo di questa riorganizzazione: placare la paura dei ceti medio-alti quelli che votano con un'azione vessatoria permanente contro i poveri negli spazi pubblici (strade, parchi, stazioni, bus, metropolitana ecc.). A questo scopo vengono decuplicati gli effettivi e i mezzi a disposizione delle pattuglie, mentre le responsabilità operative sono deferite ai commissari dei quartieri, con l'obbligo di risultati quantificati, sulla base di una copertura a tappeto informatizzata (con schedario segnaletico e cartografico centrale, consultabile su microcomputer a bordo delle vetture in servizio di pattugliamento) per consentire il dispiegamento continuo e l'intervento quasi istantaneo delle forze dell'ordine.
Tutto questo ai fini di un'applicazione inflessibile della legge, in particolare contro reati minimi quali l'ubriachezza, i rumori molesti, la mendicità, l'offesa al pudore e"altri comportamenti antisociali associati ai senzatetto", secondo la terminologia di George Kelling.
E' a questa nuova politica che le autorità cittadine, e con esse i media nazionali e internazionali, attribuiscono la riduzione della criminalità a New York in questi ultimi anni, sebbene il calo abbia preceduto di tre anni la messa in atto di questa tattica poliziesca, e si sia verificato anche in città che non l'hanno applicata. Nel 1998, tra i"conferenzieri" invitati dal Manhattan Institute al suo prestigioso luncheon forum, riservato ai più noti esponenti della politica, del giornalismo, delle fondazioni filantropiche e degli istituti di ricerca della Costa, figurava anche William Bratton: promosso"consulente internazionale" in materia di polizia urbana, ha tradotto in moneta sonante la gloria di aver"bloccato l'epidemia del crimine" a New York attraverso la pubblicazione di un libro più o meno autobiografico, nel quale predica ai quattro venti il nuovo credo della"tolleranza zero" (5). A cominciare dalla Gran Bretagna, paese d'accoglienza e di acclimatazione di queste politiche, in attesa di conquistare l'Europa.
Stato paternalista, stato punitivo Sul versante britannico, l'Adam Smith Institute, il Centre for Policy Studies e l'Institute of Economic Affairs (Iea) hanno operato di concerto per la diffusione delle concezioni neoliberali in materia economica e sociale (6), oltre che delle tesi punitive elaborate in America e introdotte ai tempi di John Major, prima di essere riprese e amplificate da Anthony Blair.
Ad esempio, alla fine del 1989, l'Iea (fondata, come il Manhattan Institute, da Anthony Fischer, sotto l'alto patronato intellettuale di Friedrich von Hayek) orchestrava, su iniziativa di Rupert Murdoch, una serie di pubblicazioni e incontri dedicati al"pensiero" di Charles Murray. Quest'ultimo scongiurava allora i britannici di procedere a una drastica stretta nel campo delle prestazioni sociali, allo scopo di contenere nel Regno unito l'emergere di una cosiddetta"underclass" di poveri alienati, dissoluti e pericolosi, parente stretta di quella che stava"devastando" le città americane, in conseguenza delle misure sociali introdotte negli anni 60, ai tempi della"guerra alla povertà" (7).
Questo intervento, che ha avuto una vasta risonanza sui media, ha dato luogo alla pubblicazione di un libro a più mani nel quale si possono leggere le elucubrazioni di Charles Murray sulla necessità di far pesare sui"giovani maschi neri, che sono essenzialmente dei barbari" la"forza civilizzante del matrimonio". In un altro capitolo Frank Field, responsabile del welfare in seno al partito laburista e futuro ministro degli affari sociali di Blair, raccomanda misure contro la maternità fuori dal matrimonio e i"padri assenti", per costringerli ad assumersi l'onere finanziario della loro progenitura illegittima.
Si vede così delinearsi un netto consenso tra la destra americana più reazionaria e l'autoproclamata avanguardia della"nuova sinistra" europea, intorno al concetto dei"poveri cattivi" che devono essere ripresi in mano (di ferro) dallo stato Nel 1994 Charles Murray torna alla carica in occasione di un suo nuovo soggiorno a Londra; nel frattempo, la nozione di underclass è entrata a far parte del linguaggio politico, e Murray non trova difficoltà a convincere il suo pubblico che le fosche previsioni da lui formulate nel 1989 si sono avverate: l'"illegittimità", la"dipendenza" e la criminalità sono aumentate di concerto tra i nuovi poveri di Albione, e i loro effetti congiunti minacciano di morte repentina la civiltà occidentale (8). Nel 1995 il suo compagno di lotta ideologica Lawrence Mead, politologo neoconservatore della New York University, viene a spiegare ai britannici che se lo stato deve astenersi dall'aiutare materialmente i poveri, ha però il dovere di sostenerli moralmente imponendo loro di lavorare. Si tratta della tematica, da allora canonizzata da Anthony Blair, degli"obblighi di cittadinanza", con i quali si giustifica l'istituzione, nel 1996 negli Stati uniti e tre anni dopo nel Regno unito (9), dell'obbligo al lavoro salariato, in deroga al diritto sociale e del lavoro, per le persone"dipendenti" dagli aiuti dello stato. Lo stato paternalista è tenuto anche ad essere uno stato punitivo. Nel 1997 l'Iea invita nuovamente Charles Murray, che stavolta promuove l'idea di un"carcere funzionante": in altri termini, la spesa penitenziaria è vista come un investimento razionale e redditizio per la società. Murray si fonda su uno"studio" del ministero federale della giustizia, e conclude che l'effetto"neutralizzante" del triplicarsi della popolazione carceraria degli Stati uniti tra il 1975 e il 1989 sarebbe stato di per sé sufficiente a prevenire in un solo anno, il 1990, 390.000 tra omicidi, stupri e rapine (10).
Alcuni mesi dopo la visita di Murray, l'Iea invita l'ex capo della polizia di New York, William Bratton, a divulgare il concetto di"tolleranza zero" nel corso di una conferenza stampa truccata da colloquio, alla quale prendono parte vari responsabili della polizia britannica. La"tolleranza zero" è in effetti il complemento poliziesco all'incarcerazione di massa conseguente alla penalizzazione della miseria, in Gran Bretagna come negli Stati uniti. In occasione di quest'incontro, al quale i media hanno conferito grande risalto, si è appreso che"le forze dell'ordine, sia in Gran Bretagna che negli Usa, sono sempre più concordi nel ritenere che i comportamenti criminali e protocriminali [subcriminali] come il lancio di rifiuti, le ingiurie, le scritte sui muri e il vandalismo vanno repressi con fermezza, onde impedire lo sviluppo di comportamenti criminosi più gravi".
Un sistema carcerario a scopo di lucro Com'E' ormai consuetudine, all'incontro è seguita la pubblicazione di un'opera collettiva dal titolo: Zero Tolerance: Policing A Free Society (Tolleranza zero: l'ordine pubblico in una società libera). Il titolo riassume tutta una filosofia politica: una società"libera" nel senso di liberale e non interventista"in alto", soprattutto in materia di fisco e di tutela dell'occupazione; ma intrusiva e intollerante"in basso", per tutto ciò che attiene ai comportamenti pubblici da parte dei ceti popolari, stretti in una morsa tra la generalizzazione della sottoccupazione e del lavoro precario da un lato e la riduzione della tutela sociale e dei servizi pubblici dall'altro.
Queste nozioni sono servite da quadro alla legge sul crimine e sui disordini votata dal parlamento neolaburista nel 1998, la più repressiva del dopoguerra. Il primo ministro britannico ha così motivato il suo sostegno alla"tolleranza zero":"E' importante affermare che non tolleriamo più le infrazioni minori.
Il principio di base sta qui nel dire: sì, è giusto essere intolleranti verso i senzatetto nelle strade (11)." Prendendo le mosse dal Regno unito, le nozioni e i dispositivi promossi dai think tanks neoconservatori degli Stati uniti si sono diffusi in tutta Europa. Ormai, per un funzionario europeo è difficile esprimersi sul tema della"sicurezza" senza lasciarsi sfuggire qualche slogan"made in Usa", magari corredato, in omaggio all'onore nazionale, dell'aggettivo"repubblicano":"tolleranza zero", coprifuoco,"violenza giovanile" (ove si intende quella dei giovani cosiddetti immigrati, in quartieri economicamente allo stato brado), focalizzazione sui piccoli trafficanti di droga, confine giuridico sempre più indistinto tra minori e adulti, carcere per i giovani multirecidivi, privatizzazione dei servizi giudiziari ecc.
Il consenso dei governanti dei diversi paesi su questi temi e su queste politiche assume forme diverse: si va dalla posizione esplicita ed entusiastica di Blair a quella di Jospin, che tradisce la sua vergogna con qualche maldestro tentativo di diniego, attraverso tutta una gamma di posizioni intermedie.
Nessuno sembra poter sfuggire all'obbligo di schierarsi con gli agenti dell'impresa transnazionale impegnata a far accettare il nuovo ethos punitivo ai dirigenti e funzionari degli stati europei, che dopo essersi convertiti alle virtù del mercato (cosiddetto libero) e alla necessità del meno stato (sociale, beninteso) si allineano anche all'imperativo del"ristabilimento" dell'ordine (repubblicano) universalizzandolo in seno alla ristretta cerchia dei paesi capitalisti che si pensano come l'universo. Là dove si rinuncia a creare posti di lavoro si istituiranno commissariati, ovviamente nell'attesa di costruire nuovi penitenziari. L'espansione dell'apparato poliziesco e penale può peraltro contribuire alla creazione di posti di lavoro nell'ambito della sorveglianza degli esclusi dal mondo del lavoro: i 20.000 addetti alla sicurezza e i 15.000 agenti locali che si prevede di ammassare entro il 1999 nei"quartieri a rischio" rappresentano un buon decimo dei posti di lavoro per i giovani promessi dal governo francese.
I paesi importatori dei sistemi penali americani non si accontentano di recepire l'esempio; spesso prendono l'iniziativa prendendo a prestito gli strumenti repressivi Usa per adattarli alle rispettive necessità e alle tradizioni nazionali in campo politico e intellettuale, in particolare grazie alle varie"missioni di studio" che si moltiplicano attraverso l'Atlantico.
Sull'esempio di Gustave de Beaumont e di Alexis de Tocqueville, partiti nella primavera del 1831 per un'esplorazione sul"terreno classico del sistema penitenziario", numerosi parlamentari, esperti in materia penale e alti funzionari dell'Unione europea si recano regolarmente in pellegrinaggio a New York, a Los Angeles e a Houston, nell'intento di"penetrare i misteri della disciplina americana", oltre che nella speranza di attivare"qualche risorsa segreta" in patria (12). Ad esempio, è stato in seguito a una missione finanziata dalla Corrections Corporation of America, prima società di incarcerazione privata degli Stati uniti, che Sir Edward Gardiner, presidente della Commissione interni della Camera dei Lord, ha avuto modo di scoprire le virtù della privatizzazione penitenziaria. Così, dopo aver indirizzato il Regno unito verso un sistema carcerario a scopo di lucro, è divenuto egli stesso membro del Consiglio d'amministrazione di una delle principali imprese che si spartiscono il succulento mercato penale (dal 1993 al 1998 il numero dei clienti delle carceri private britanniche è passato da 200 a 3800).
L'altro veicolo di diffusione della nuova concezione penale in voga in Europa è costituito dai rapporti ufficiali: testi"pre-pensati", grazie ai quali i governi rivestono le loro proposte normative degli orpelli di quella pseudo-scienza che i pensatori meglio sintonizzati con la problematica mediatico-politica del momento sanno così bene produrre a comando. Questi rapporti sono fondati sul seguente contratto: come contropartita a una fugace notorietà mediatica, il ricercatore accetta di abiurare la sua autonomia intellettuale, che chiede di rompere con la definizione ufficiale del"problema sociale" assegnato e di analizzare la costruzione politica, amministrativa e giornalistica precostruita.
Questi lavori si fondano sulle relazioni prodotte, in circostanze e secondo canoni analoghi, nelle società assunte a"modello", in maniera tale che la concezione comunemente accettata negli ambienti governativi di un paese trovi il proprio avallo da parte dei dirigenti degli stati vicini, secondo un processo di rafforzamento circolare. Un esempio tra tanti: l'allegato al rapporto della missione affidata da Lionel Jospin a due deputati socialisti, dal titolo"Risposte alla delinquenza minorile", che lascia sbalorditi: l'autore, Hubert Martin, consulente per gli affari sociali presso l'ambasciata di Francia negli Stati uniti, intona un panegirico al coprifuoco imposto agli adolescenti nelle metropoli americane. (13) La sua nota si fonda sui risultati di una pseudo-inchiesta condotta e pubblicata dall'Associazione nazionale dei sindaci delle grandi città statunitensi allo scopo di difendere questo espediente poliziesco cui la"vetrina" dei media riserva un posto d'elezione. In verità, si tratta di programmi che non hanno un'incidenza misurabile sulla delinquenza, ma si limitano in realtà a spostarla nel tempo e nello spazio. Sono costosissimi in termini di uomini e di mezzi, dato che comportano ogni anno decine di migliaia di arresti, registrazioni, trasferimenti e l'eventuale incarcerazione di giovani che non hanno violato nessuna legge.
Peraltro queste misure, lungi dal raccogliere un"consenso locale", sono vigorosamente contestate davanti ai tribunali per la loro vocazione repressiva e per l'applicazione discriminatoria, che contribuisce a criminalizzare i giovani di colore dei quartieri segregati (14). Così una misura di polizia che non ha altri effetti al di fuori di quelli criminogeni e liberticidi, e si giustifica solo in base a considerazioni di tipo mediatico, finisce per generalizzarsi, poiché ciascun paese la applica col pretesto dei"successi" riportati altrove. I think tank americani e i loro alleati in campo burocratico e mediatico provvedono alla gestazione e alla diffusione, prima nazionale e poi internazionale, di termini, teorie e misure che si intrecciano per penalizzare l'insicurezza sociale e le sue conseguenze. La trasposizione è parziale o integrale, consapevole o meno, e i funzionari preposti a metterla in pratica devono assicurarne l'adattamento all'idioma culturale e alle tradizioni degli stati riceventi. Una terza operazione, di presentazione in veste scientifica, viene poi a raddoppiare il lavoro, accelerando il traffico delle categorie interpretative neoliberali, sempre più intenso tra New York e Londra, e da qui con Parigi, Bruxelles, Monaco, Milano e Madrid. Attraverso scambi, interventi e pubblicazioni di carattere universitario, reale o simulato, i"traghettatori" intellettuali riformulano le varie categorie in una sorta di pidgin (idioma nato dall'incrocio tra due lingue, ndr) politologico, abbastanza concreto per agganciare i responsabili politici e i giornalisti, preoccupati di restare"aderenti alla realtà" (quella proiettata dalla visione autorizzata del sociale) ma anche abbastanza astratto per non rivelare troppo smaccatamente il contesto nazionale d'origine. Così, queste nozioni divengono luoghi comuni semantici, in cui si riconoscono tutti coloro che, al di là delle diversità di professione, nazionalità e persino di affiliazione politica, sono portati a vedere la società neoliberale avanzata quale vorrebbe essere.
Lo dimostra in maniera eclatante il libro di Sophie Body-Gendrot, Les Villes face à l'insécurité: des ghettos américains aux banlieues françaises (15): una finta ricerca, su un finto oggetto interamente precostituito in base alle tesi politiche e mediatiche comunemente accettate, con il successivo avallo di dati spigolati da servizi di settimanali, sondaggi d'opinione e pubblicazioni ufficiali; il tutto è poi debitamente"autenticato" (agli occhi del lettore alle prime armi) da alcuni rapidi sopralluoghi nei quartieri incriminati (nel senso letterale del termine). Già il titolo una sorta di condensato prescrittivo della nuova doxa di stato suggerisce quel che è bene pensare del nuovo rigore poliziesco e penale, proclamato come ineluttabile, urgente e benefico. Ed ecco una breve citazione, tratta dall'inizio del libro:"La crescita inesorabile dei fenomeni di violenza urbana lascia perplessi tutti gli specialisti. Si dovrà optare per la repressione a tutto campo, concentrare i mezzi sulla prevenzione, oppure ricercare una via di mezzo? Combattere i sintomi, o affrontare le cause profonde della violenza e della delinquenza? Secondo un sondaggio".
La gestione poliziesca della miseria Siamo di fronte a un compendio di tutti gli ingredienti della pseudo-scienza politica tanto cara ai tecnocrati dei gabinetti ministeriali, che riempie le pagine dei grandi quotidiani dedicate alle"idee". Si parte da un fatto tutt'altro che accertato ("crescita inesorabile"), del quale però si afferma che avrebbe gettato nello sconcerto persino gli"specialisti" (senza specificare quali, e non a caso); una categoria burocratica ("violenza urbana"), nella quale ciascuno può infilare quello che crede; un sondaggio utile solo, se mai, a misurare l'attivismo dell'istituto che lo produce; e una serie di false alternative, rispondenti a una logica di intervento burocratico (repressione o prevenzione), che il ricercatore dice di voler dirimere, quando in effetti la risposta è già contenuta in filigrana nel modo stesso di porre la domanda. Tutto quello che segue una sorta di catalogo degli stereotipi americani sulla Francia e di quelli francesi sull'America servirà a presentare come una"via di mezzo", rispondente alla ragione (di stato) la deriva penale raccomandata dal governo socialista in carica, se non si vuole correre al disastro. E dalla copertina si interpella il cittadino-lettore:"E' emergenza: si tratta di reinvestire su interi quartieri, per evitare che i ceti medi si rivolgano verso soluzioni politiche estreme". Una precisazione: reinvestire in termini di polizia, non di posti di lavoro.
Attraverso una doppia proiezione incrociata delle prenozioni nazionali dei due paesi considerati (16), l'autrice, americanologa ben introdotta al ministero degli interni, riesce a sovrapporre la mitologia americana del ghetto come territorio dell'abbandono (piuttosto che come strumento di dominio razziale) ai quartieri ad alta concentrazione di case popolari della Francia, e a introdurre al tempo stesso i territori ghettizzati di New York e di Chicago nella finzione amministrativa francese del"quartiere a rischio". Parte da qui una serie di raffronti che si spacciano per analisi, dove gli Stati uniti sono utilizzati non già come elemento di confronto metodico (che rivelerebbe subito l'intento di usare la violenza urbana per ridefinire i problemi sociali in termini di sicurezza) (17), bensì, a seconda dei casi, come spauracchio o come modello da imitare, sia pure con precauzione. In un primo tempo, gli Stati Uniti servono a suscitare l'orrore il ghetto a casa nostra, non sia mai! e a drammatizzare il discorso attraverso lo spettro della convergenza, per giustificare i presidi di polizia su interi quartieri. Non rimane allora che intonare la litania tocquevilliana dell'iniziativa civica per giustificare l'importazione in Francia delle tecniche repressive Usa.
Così si diffonde in Europa la nuova concezione penale americana: mano pesante contro i reati minori e le piccole infrazioni, inasprimento delle pene, graduale cancellazione delle norme specifiche sulla delinquenza giovanile, focalizzazione sulle popolazioni e sui territori considerati"a rischio", deregulation dell'amministrazione penitenziaria: il tutto in perfetta consonanza con il senso comune neoliberale in materia economica e sociale. Ogni considerazione di ordine politico o civico è soppiantata dal ragionamento economicista, dal dogma efficientista del mercato, dall'imperativo della responsabilità individuale di cui l'altra faccia è l'irresponsabilità collettiva che si estendono all'ambito del delitto e del castigo.
Generalmente, l'espressione"Washington consensus" è applicata al complesso delle misure di aggiustamento strutturale imposte dal mondo della finanza internazionale come condizione per gli aiuti ai paesi indebitati (con i disastrosi risultati constatati in Russia e in Asia), e per estensione alle politiche economiche neoliberali che si sono imposte in tutti i paesi capitalisti avanzati nel corso degli ultimi due decenni (18). Ma oramai sarebbe il caso di includere in questa nozione anche il trattamento punitivo dell'insicurezza e dell'emarginazione sociali, che sono le logiche conseguenze di queste politiche.
Negli anni 80, i governi socialisti francesi hanno giocato un ruolo determinante nella legittimazione internazionale della sottomissione al mercato. Oggi, il governo di Lionel Jospin si trova in una posizione strategica per normalizzare, con un avallo"di sinistra", la gestione poliziesca e carceraria della miseria.
note:
* Docente all'università di California, Berkeley e ricercatore al Centro di sociologia europea del Collège de France. Autore di Prisons de la misère, Liber- Raisons d'Agir, Parigi (di prossima pubblicazione).
(1) Sulla diffusione di questa nuova vulgata planetaria, i cui termini-feticcio, si ritrovano ovunque:"globalizzazione" e"flessibilità","multiculturalismo" e"comunitarismo","ghetto" o"underclass", con i loro cugini"postmoderni": identità, minoranza, etnicità, frammentazione ecc., leggere Pierre Bourdieu e Loòc Wacquant,"Les ruses de la raison impérialiste", Actes de la recherche en sciences sociales, n&oord 121-122, Parigi, marzo 1998.
(2) Régis Debray e al.,"Républicains, n'ayons pas peur!", Le Monde, 4 settembre 1998.
(3) Cfr. Steven Donziger,"Fear, Politics, and the Prison-Industrial Complex", in The Real War on Crime, New York, Basic Books, 1996, pp. 63-98.
(4) Leggere Serge Halimi,"Dove nascono le idee della destra americana", le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1995.
(5) Peter Knobler e William W. Bratton. Turnaround: How America's Top Cop Reversed the Crime Epidemic, New York, Random House, 1998.
(6) Keith Dixon, Les évangélistes du marché, Parigi, Editions Liber- Raisons d'agir, 1998.
(7) Charles Murray, The Emerging British Underclass, Londra, Institute of Economic Affairs, 1990.
(8) Institute for Economic Affairs, Charles Murray and the Underclass: The Developing Debate, Londra, 1995.
(9) Alan Deacon (ed.), From Welfare to Work: Lessons from America, Londra, Iea, 1997. Leggere inoltre Loòc Wacquant,"Quando Clinton riforma la povertà", le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 1996.
(10) Charles Murray (dir.), Does Prison Work?, Iea, Londra, 1997, p. 26.
(11) Norman Dennis e al., Zero Tolerance: Policing A Free Society, Iea, Londra, 1997. La dichiarazione di Blair è riportata da The Guardian del 10 aprile 1997. Ringrazio Richard Sparks, docente di criminologia presso la Keele University, per le sue preziose indicazioni in merito.
(12) Le espressioni tra virgolette sono quelle di Beaumont e Tocqueville,"Système pénitentiaire aux Etats Unis et son application en France", in Alexis de Tocqueville, Oeuvres complètes, Gallimard, Parigi, 1984, vol. IV, p. 11.
(13) Christine Lazergues e Jean-Pierre Balduyck, Réponses à la délinquance des mineurs, La Documentation française, Parigi, 1998, pp. 433-436.
(14) Leggere in proposito William Ruefle e Kenneth Mike Reynolds,"Curfews and Delinquency in Major Americal Cities", Crime and Delinquency, 41-3, luglio 1995, pp. 347-363.
(15) Sophie Body-Gendrot, Les villes face à l'insécurité. Des ghettos américains aux banlieues françaises, Parigi, Bayard Editions, 1998.
(16) Jean-Pierre Chevènement le aveva commissionato in precedenza un"Rapporto sulla violenza urbana", e la Direction Interministérielle à la Ville ha finanziato una sua missione di alcune settimane, che le ha consentito di"vivere esperienze nei quartieri a rischio degli Stati uniti" [sic].
(17) Leggere l'incisivo studio di Katherine Beckett sul caso americano: Making Crime Pay: Law and Order in Contemporary American Politics, Oxford University Press, 1997.
(18) Sulla costruzione di questa nozione nell'area di intersezione tra l'ambito universitario e quello burocratico, leggere Yves Dezalay e Bryant Garth,"Le Washington consensus: contribution à une sociologie de l'hégémonie du néolibéralisme", Actes de la recherche en sciences sociales, n&oord 121- 122, Parigi, marzo 1998.
(Traduzione di P.M.)