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UN ILLUSORIO RITORNO ALLE ORIGINI

Le nuove tendenze dell'islam globale


Sulla scia degli sconvolgimenti provocati dalla globalizzazione, è emersa nell'islam una nuova corrente. Essa si limita semplicemente a definire un sistema di norme di comportamento rifiutando tutto ciò che attiene alla cultura, a vantaggio di una sorta di un modello codificato adattabile a tutte le situazioni, dal deserto afghano ai campus americani. Questo neo-fondamentalismo, prodotto e agente della deculturazione moderna, può creare un humus favorevole ad azioni violente.
di OLIVIER ROY *
Dalle madrasa (scuole religiose) taliban nel sud dell'Afghanistan ai siti islamici su Internet passando per la televisione saudita e numerose moschee alle periferie di Parigi o di Londra, circola la stessa visione dell'islam, definita «wahhabita» dai musulmani più moderati (o semplicemente più tradizionali). Un termine che i diretti interessati in linea di massima rifiutano, preferendogli quello di salafi (1). Non si tratta di un movimento strutturato, ma di una visione dell'islam che privilegia una lettura letterale e puritana del Corano, rifiutando la storia stessa del mondo musulmano successiva alla società ideale dei tempi del Profeta e dei suoi compagni.
Questo neo-fondamentalismo (2) vuole imporre soltanto la sharia come norma di tutti i comportamenti umani e sociali. Rifiuta pertanto, logicamente, qualsiasi riferimento a una cultura che si sviluppi a fianco o al di là di quel che è prettamente religioso: arti plastiche, musica, filosofia, letteratura, consuetudini nazionali, per non parlare delle usanze mutuate da altre culture (festeggiare l'anno nuovo, preparare l'albero di Natale); d'altronde, mantiene rapporti puramente strumentali con le scienze (sì al computer, no alla razionalità scientifica).
Questa versione dell'islam si oppone con grande violenza al cristianesimo e all'ebraismo (e in via subordinata allo sciismo): va dall'assassinio dei monaci di Tiberina in Algeria nel 1996 al rifiuto di veder costruire chiese sul territorio saudita (da contrapporre all'apertura dei Fratelli musulmani d'Egitto nei confronti dei copti (3), ovvero all'assenza di tensioni in Iran tra cristiani e musulmani).
Questa tendenza neo-fondamentalista è ossessionata dalla volontà di tracciare una rigida linea di demarcazione tra la vera religione (din) e le empietà (kufr), linea che divide trasversalmente la stessa comunità musulmana. Denuncia quindi tutti i compromessi religiosi e anche culturali effettuati con la cultura globale dominante, che è attualmente quella dell'Occidente. Tutto si riconduce a un codice del lecito e dell'illecito, perfino particolari banali come il modo di tagliarsi la barba (i taliban afghani) o lavarsi i denti. La fatwa (con cui determinare il carattere lecito degli atti di ciascuno dei fedeli, dall'utilizzo della carta di credito alla donazione di organi) diventa l'attività precipua degli ulema o dei predicatori auto-proclamati.
E tuttavia, questo «neo-fondamentalismo» può svilupparsi nei contesti sociali e politici più eterogenei. Un'organizzazione come Jama'at al-Tabligh (conosciuta in Francia con il nome di Fede e Pratica) è assolutamente apolitica e legalitaria. Ma in piccole moschee di quartiere in Europa alcuni imam insistono a dire che le ragazze devono portare il velo e non devono frequentare le lezioni di ginnastica, e incitano i musulmani a non stringere la mano alle donne e a non rispondere ai biglietti di auguri per l'anno nuovo. A Londra, in compenso, predicatori quali Abu Hamza e Omar Bakri scaricano un profluvio di anatemi e di appelli al jihad.
Lo Hezb ul-Tahir (Partito della liberazione), con sede a Londra, recluta i suoi adepti fra i giovani musulmani di seconda generazione e porta avanti un discorso molto radicale (appello alla proclamazione immediata della rinascita del Califfato (4) per tutti i musulmani, condanna radicale di qualsiasi partecipazione alla vita sociale e politica dei paesi di accoglienza), ma si astiene con cura dal parlare di jihad ed esclude il ricorso ad azioni violente.
Il wahhabismo saudita, fondato da Abdel Wahhab (1703-1791) spinge molto avanti lo scritturalismo e il rifiuto di qualsiasi compromesso con tutto ciò che non è islam in senso stretto (al punto di aver distrutto la tomba stessa del Profeta onde evitare che divenisse oggetto di culto). Si è sviluppato contro le altre scuole dell'islam e non contro l'Occidente, con cui si è alleato sotto la spinta della famiglia dei Saud, ma continua a essere ossessionato da qualsiasi influenza culturale o religiosa occidentale - come provano le tensioni derivanti dalla presenza delle truppe americane. La televisione saudita che si rivolge ai musulmani che vivono in Occidente denuncia qualsiasi forma di integrazione, sostenendo la politica filo-americana della famiglia reale.
Ed infine, naturalmente, vi sono i movimenti come il Gruppo islamico armato (Gia) algerino o al Qaeda, che invocano il jihad. Il primo prende di mira gli altri musulmani (a cominciare dagli esponenti del Fronte islamico di salvezza, Fis, che sono rimasti su posizioni separate) pur volendo al contempo sradicare qualsiasi presenza cristiana in Algeria, mentre la seconda concentra la sua attenzione sugli Stati uniti d'America. Non mancano certo anatemi e divergenze fra tutti questi movimenti: i salafisti criticano le «innovazioni» apportate dal Tabligh (come il khoruj o impegno missionario); i sostenitori di Osama bin Laden hanno in orrore la monarchia saudita, Hezb ul-Tahrir ha rifiutato di lanciarsi nel jihad invocato da bin Laden. Divergono anche sul ruolo del jihad, ma condividono tutti una certa visione dell'islam, incentrata sulla rigorosa applicazione della sharia, sul rifiuto di uno spazio culturale autonomo e sul ritorno individuale ad una rigorosa osservanza della religione, ricondotta al codice del lecito e dell'illecito.
Sono correnti antiche come l'islam stesso. I taliban afghani ricordano gli Almohadi del Marocco ai tempi del Medioevo, in cui tribù pashtun o berbere si uniscono sulla scia di un personaggio carismatico per imporre alla gente di città un islam rigorista fondato esclusivamente sulla sharia. Resta da capire perché questo movimento si sviluppi proprio adesso in ambienti in realtà modernizzati, a cominciare dai musulmani che vivono in Occidente.
Il vettore di trasmissione sono le scuole religiose, come le madrasa del Pakistan o numerosi istituti islamici in Arabia saudita o nel Golfo. Da là sono venuti imam e predicatori che apriranno moschee in Occidente o sono chiamati dalle comunità locali per predicare il verbo di Allah. Il Tabligh è il movimento che più ha sistematizzato la da'wat o predicazione, effettuata da équipe internazionali che girano di casa in casa fra musulmani. Questa «wahhabizzazione» di parte dell'insegnamento religioso è stata particolarmente evidente in Pakistan, ove la cosiddetta scuola di Deoband, fino a tempi recenti portatrice di una forte identità culturale legata al patrimonio linguistico e letterario persiano, si è «wahhabizzata» nel giro di appena vent'anni sotto l'influsso di imprenditori e predicatori sauditi venuti a sostenere il jihad afghano contro i sovietici.
Fondamentalismo standard I sauditi hanno svolto un ruolo chiave nell'espansione del neo-fondamentalismo moderno. Per tagliare l'erba sotto i piedi sia del nazionalismo arabo che dello sciismo iraniano e del comunismo, hanno incoraggiato sul piano religioso un sunnismo dottrinale puramente conservatore, ma anche decisamente ostile all'Occidente (spesso si dimentica il fatto che la gerarchia religiosa in Arabia saudita è abbastanza indipendente dalla casa reale). I wahhabiti sauditi si sono ben guardati dal divulgare il wahhabismo in quanto tale, accontentandosi di «wahhabizzare» l'insegnamento delle altre scuole, emarginandovi tutto ciò che costituisce un'articolazione e un approfondimento delle grandi culture del mondo musulmano, e sottolineando invece tutto quel che va nel senso dello hanbalismo (la più letterale delle quattro grandi scuole giuridiche dell'islam).
Si è ridotto il contenuto pedagogico, a vantaggio di manuali più sintetici incentrati innanzi tutto sul fiqh (il diritto applicato) e le ibadat (la devozione). Si è ridotta anche la durata degli studi: cicli da tre a cinque anni hanno sostituito i circa quindici anni di studi che erano necessari per formare gli ulema. L'attività principale dei maestri (come gli sceicchi Ibn Baz e Al Albani scomparsi di recente) è la fatwa (nel senso classico di consultazione giuridica) e la redazione di trattati su ciò che è lecito e ciò che è illecito, divulgati in libricini didattici oppure attraverso Internet.
I sauditi hanno impegnato tutta la loro potenza finanziaria al servizio della diffusione di questa tendenza. Organizzazioni quali la Rabita (la Lega islamica mondiale) o il Da'wah hanno moltiplicato la creazione di istituti islamici, di borse di studio e di madrasa, spesso finanziate dalle banche islamiche saudite o da ricchi uomini d'affari, incoraggiati a versare direttamente l'imposta islamica (zakat) a questi istituti di formazione. In tal modo, hanno fatto concorrenza ai centri più tradizionali di insegnamento religioso, quali l'università Al Azhar del Cairo. Sia l'importo delle borse di studio che le condizioni di alloggio e di studio sono decisamente più favorevoli in Arabia saudita che in Egitto. È anche più agevole per un giovane rifugiato afghano in Pakistan ottenere una borsa per studiare l'islam in Arabia saudita che non ottenere asilo politico in Australia.
Ma la propaganda saudita ha anche beneficiato del tacito appoggio dei grandi paesi occidentali o musulmani, proprio perché negli anni '80 era considerata un'utile alternativa ai radicalismi dell'epoca (islamismo khomeinista e comunismo). Infine, grazie agli ottimi rapporti esistenti tra la monarchia saudita e i governi occidentali, si riteneva che tale predicazione sarebbe rimasta sotto il controllo politico.
E inoltre, si poteva mai rifiutare una richiesta di visto presentata da una ambasciata saudita?
Non ha senso spiegare tutto in base alla ricchezza saudita. Se il neo-fondamentalismo avanza, è perché corrisponde a una domanda rintracciabile sul «mercato religioso». Innanzitutto, i grandi movimenti islamisti classici (il Refah turco, il Fis algerino, la rivoluzione khomeinista, l'Hezbollah libanese, l'Hamas palestinese, ma anche una parte dei Fratelli musulmani) sono stati o repressi o normalizzati dall'esercizio del potere o dall'avvicinamento al potere. Come Hamas in Palestina o Refah in Turchia, sono diventati più nazionalisti che islamisti.
Non rispondono più alle richieste dei giovani «deterritorializzati» e internazionalizzati, per effetto dell'esilio o degli studi compiuti all'estero, o ancora dell'emigrazione, giovani che non si riconoscono più in nessuna causa nazionale. Palestinesi del 1948 (come quelli del campo di Ein el Hilweh in Libano) che sanno che non potranno mai tornare nelle proprie terre in caso di accordo fra Israele e Palestina, lavoratori immigrati del Golfo, sauditi esclusi dal gioco politico, giovani della seconda generazione che vivono in Occidente, giovani laureati in teologia che passano da un paese all'altro alla ricerca di posti di lavoro o di borse di studio. Numerosi Fratelli musulmani, non potendo trovare una sistemazione e un lavoro nei propri paesi d'origine, lavorano in istituzioni internazionali finanziate dai sauditi. L'inglese e l'arabo letterario moderno sostituiscono le rispettive lingue madri.
Se sono diverse le forme di religiosità che possono rispondere alle nuove esigenze di una popolazione musulmana globalizzata, il neo-fondamentalismo vi si adatta a meraviglia, dal momento che trasforma l'esperienza vissuta come deculturazione in discorso di rifondazione di un islam universale, purificato dalle tradizioni e dalle consuetudini, e quindi adattabile a qualsiasi società. Definisce il mondo globale come una umma virtuale che chiede soltanto di essere realizzata grazie all'impegno di tutti i musulmani. Non si rivolge più a comunità reali, bensì a individui isolati che si interrogano sulla propria fede e la propria identità. I neo-fondamentalisti sono coloro che hanno saputo islamizzare la globalizzazione, cogliendo in essa le premesse della ricostituzione di una comunità musulmana universale - naturalmente a patto di spodestare la cultura dominante: l'occidentalismo nella sua veste americana.
Ciò facendo, peraltro, costituiscono soltanto un universo speculare rispetto a quello americano, che sogna dei McDonald's halal piuttosto che il ritorno alla squisita cucina dei veri califfi del passato.
Trasformando l'islam in un mero sistema di norme di comportamento, rifiutando tutto ciò che attiene alla cultura a vantaggio di una sorta di codice islamico adattabile a qualsiasi situazione, dal deserto afghano al campus americano, il neo-fondamentalismo è al tempo stesso un prodotto e un agente della deculturazione moderna. L'islam dei taliban, come il wahhabismo saudita o il radicalismo di bin Laden, è ostile a tutto ciò che attiene alla cultura, anche musulmana: dalla distruzione della tomba del profeta per mano dei wahhabiti a quella dei Buddha di Bamyan o delle torri gemelle di New York, si ritrova costantemente il rifiuto di qualsiasi concetto di civiltà e di cultura, che alcuni si sono affrettati a definire «nichilismo».
Ma non si tratta di nichilisti: sono fondamentalisti, vogliono tornare alla purezza di un islam primigenio che è stato occultato nel tempo da tutte le costruzioni umane. Insistendo sulla umma, si rivolgono effettivamente a una universalità vissuta da musulmani che non si identificano né con un territorio né con una nazione specifica. La umma immaginaria dei neo-fondamentalisti è molto concreta: è quella del mondo globale, in cui la standardizzazione dei comportamenti e delle lingue avviene o in base al modello dominante americano (la lingua inglese e i McDonald's), oppure in base alla ricostruzione di un modello dominato immaginario (la jellaba bianca, la barba e ancora... l'inglese). Nel comportamento dei neo-fondamentalisti islamici ritroviamo numerosi tratti distintivi delle sette fondamentaliste protestanti che attaccano anch'esse il concetto stesso di cultura, privilegiando un codice morale di comportamento, e trovando ascolto in ambienti recentemente deculturati (ad esempio i latinos che vivono negli Stati uniti). Il tema del born-again è un altro elemento centrale nei due fondamentalismi, in quanto si tratta per l'appunto di rivolgersi a gente che ha dato un taglio netto al proprio passato (spesso anche alla propria famiglia, come nel caso dei giovani terroristi che hanno guidato gli aerei contro le torri gemelle). Permette anche di scavalcare l'ostacolo del sapere, improvvisandosi predicatore: non serve studiare, per dire la verità. Il neo-fondamentalismo procede di pari passo con l'individualismo e lo spirito autodidatta. Naturalmente, la radicalizzazione politica non è una conseguenza diretta di questa tendenza religiosa: è necessario un fattore supplementare, che per noi è quello della islamizzazione di uno spazio di contestazione anti-imperialista e terzomondista (5). Non esiste un legame automatico tra sviluppo del neo-fondamentalismo e terrorismo, ma piuttosto un humus comune, di cui il wahhabismo saudita è verosimilmente l'espressione più compiuta.
note:
* Direttore di ricerca presso il Cnrs, autore in particolare di L'Echec de l'islam politique, Le Seuil, Parigi, 1992, e di Généalogie de l'islamisme, Hachette, Parigi, 2002.
(1) Riferimento a coloro che seguono l'islam salafista, quello dei «predecessori», cioè dei compagni del profeta. Si legga l'inchiesta di Xavier Ternisien su Le Monde, 25 gennaio 2002.
(2) Olivier Roy, L'Echec de l'Islam Politique, Seuil, Parigi, 1992.
(3) I Fratelli musulmani egiziani hanno sempre fatto grande attenzione nell'evitare qualsiasi conflitto confessionale, e hanno addirittura cooptato a più riprese dei cristiani nel loro ambito. Il partito Wasat, nato da una scissione dei Fratelli musulmani, comprende nel suo comitato direttivo un esponente della comunità anglicana.
(4) Il Califfato venne abolito da Mustafa Kemal nel 1924.
(5) «L'Islam de Ben Laden», in «La Guerre des Dieux», numero speciale del Nouvel Observateur, gennaio 2002.
(Traduzione di R. I.)