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L'impero celeste aderisce alla wto Dopo Tienanmen, il trionfo dell'ordine neoliberale La repressione del movimento di rivolta scoppiato nel 1989 in piazza Tienanmen ha segnato un vero e proprio punto di svolta nella storia cinese. Questa mobilitazione, abusivamente ridotta dai commentatori a una protesta studentesca di stampo liberale, ha invece coinvolto vari strati della popolazione, come rivendicazione tanto di carattere sociale che politico. L'annientamento della rivolta ha permesso l'accelerazione della «transizione» cinese verso l'economia di mercato, seguita dall'autoritarismo e dall'aumento delle diseguaglianze.
di Wang Hui*
Dalla fine degli anni '70, e soprattutto dal 1989, il governo cinese ha avviato una politica di liberalizzazione radicale e ha raggiunto il gruppo dei più entusiastici protagonisti della globalizzazione.
Se le riforme a favore di una economia di mercato sono state oggetto di ampi commenti, si è parlato ben poco dell'interazione tra stato e mercati. Eppure le riforme, in particolare quella dell'urbanizzazione attuata a partire dal 1984, hanno provocato una nuova distribuzione delle ricchezze: del trasferimento e della privatizzazione di risorse finora detenute dallo stato hanno tratto profitto nuovi gruppi d'interesse privati, che hanno sviato il processo riformatore a vantaggio dei propri obiettivi. Si sono così verificate forti disuguaglianze, attestate dallo sgretolamento della protezione sociale, dal crescente divario tra ricchi e poveri, dalla disoccupazione massiccia e dall'esodo delle popolazioni rurali verso le città. Nulla di tutto ciò si sarebbe potuto verificare senza l'intervento dello stato, che ha mantenuto in vita il sistema politico ma si è liberato delle altre funzioni che esercitava nella società. Questo dualismo tra continuità politica e discontinuità economica e sociale dà al neoliberalismo cinese un carattere particolare. Uno dei principali obiettivi del potere era risolvere la crisi di legittimità che aveva messo in luce il movimento sociale del 1989. Da quella data, il discorso neoliberale è diventato egemonico e impedisce ogni dibattito sulle varie prospettive e alternative. L'ingresso della Cina nella Wto segna l'ultima tappa di questo processo (si legga in basso l'articolo di Françoise Lemoine). Per coglierne l'origine, occorre risalire alle trasformazioni economiche che hanno avuto luogo dal 1978 al 1989 e analizzare il ruolo dello stato nella realizzazione dell'economia di mercato. Il fallimento del movimento sociale del 1989, le cui aspirazioni sociali e democratiche sono state annientate il 4 giugno a piazza Tienanmen, rappresenta il momento decisivo di questa evoluzione. Se nella maggior parte dei casi le analisi hanno messo l'accento sul ruolo degli studenti, degli intellettuali e dei nuclei «riformisti» all'interno dello stato, in realtà il movimento sociale ha mobilitato settori molto più vasti della società. Gli studenti, certamente, hanno svolto un ruolo, perché la liberazione intellettuale e «l'illuminismo» degli anni '80 avevano scalzato alla base le vecchie ideologie e aperto nuove prospettive al pensiero critico. Ma la spontaneità e l'entità della mobilitazione del 1989 provano che essa aveva una origine sociale molto più ampia e più diversificata. In realtà gli intellettuali non sono stati capaci di proporre obiettivi sociali realistici; non hanno colto in pieno la profondità reale del movimento. Poiché il bersaglio principale era lo stato socialista, il pensiero critico non ha visto, né ha capito, le peculiarità delle nuove contraddizioni sociali: mentre lo stato maoista manteneva, attraverso la coercizione e la pianificazione, una disuguaglianza sistematica mascherata da uguaglianza, il nuovo «stato riformatore» trasformava questa disuguaglianza in differenze di redditi tra i diversi strati della società. Le critiche non hanno percepito le tendenze socialiste profonde che animavano la contestazione degli anni '80: non il «socialismo» della vecchia ideologia di stato, caratterizzato dal monopolio, ma un socialismo nuovo, ancora balbettante, che aspirava alla protezione sociale, all'uguaglianza, alla giustizia e alla democrazia, in un contesto di rapido sviluppo del mercato. Lo stato si ritira Nonostante la sua diversità ideologica, il movimento era nell'insieme diretto contro il monopolio e i privilegi: chiedeva democrazia e protezione sociale. A eccezione dei contadini, che non sono stati coinvolti direttamente, ha attirato gente proveniente da tutte le classi sociali, nelle aree urbane medie e grandi. Questa vastissima mobilitazione di settori rappresentativi di gran parte della società ha fatto esplodere alla luce del giorno le contraddizioni esistenti all'interno dello stato. Si possono distinguere due fasi nelle riforme. La prima, tra il 1978 e il 1984, ha riguardato le zone rurali. L'aumento del prezzo dei prodotti agricoli, la spinta al consumo e lo sviluppo dell'industria locale hanno poco a poco ridotto il dislivello dei redditi tra città e campagne. L'introduzione parziale di meccanismi di mercato ha svolto un ruolo secondario in questa evoluzione positiva, perché le riforme si basavano sui tradizionali meccanismi cinesi di suddivisione della terra secondo principi di parità. La produttività agricola è cresciuta e, per un certo periodo, la polarizzazione tra zone urbane e rurali è diminuita. L'anno 1984 segna l'inizio di una seconda fase, urbana, generalmente considerata decisiva per lo sviluppo dell'economia di mercato. Dal punto di vista sociale, questo periodo è stato caratterizzato dal «decentramento del potere e degli interessi» (fangquan rangli): un processo di ridistribuzione dei vantaggi sociali e degli interessi economici, attraverso il trasferimento a interessi privati di risorse precedentemente controllate e coordinate dallo stato (1). Le spese pubbliche sono fortemente calate dopo il 1978 e i governi locali hanno ricevuto più potere e più indipendenza (2). Come sottolinea il sociologo Zhang Wali, il decentramento «non ha per nulla scalfito il potere degli enti pubblici nella suddivisione dei redditi della popolazione; ha soltanto ridotto il potere del governo centrale (...). Lungi dal diminuire, l'ingerenza amministrativa nella vita economica si è rafforzata. Anzi, agisce ormai in un modo ancora più diretto di quando era esercitata dal governo centrale. Il decentramento non ha per nulla significato la scomparsa della tradizionale economia pianificata, ma semplicemente la miniaturizzazione di questa struttura tradizionale (3)». L'accento è stato messo soprattutto sulla riforma delle aziende di stato, le quali in un primo momento hanno ricevuto maggiore indipendenza e sono state spinte a riorganizzare le attività e a modificare i sistemi di gestione. Poi, sotto la spinta di una disoccupazione crescente, lo stato ha preferito trasferire gli attivi piuttosto che chiudere le imprese, pur mantenendo l'orientamento fondamentale verso l'economia di mercato. L'insieme del processo - fusioni, trasferimenti di attivi e chiusura di imprese - ha trasformato i rapporti di produzione. Quando lo stato ha cominciato a rinunciare alle sue prerogative nei settori dell'industria e del commercio ed è passato dall'elaborazione e dall'applicazione del piano a un aggiustamento macroeconomico, sono scoppiate le disuguaglianze nella distribuzione delle risorse propria del vecchio regime e si sono create immediatamente nuove disuguaglianze tra strati sociali e individui. Ciò era praticamente inevitabile in assenza di un controllo democratico e di un appropriato sistema economico. La posizione e gli interessi dei lavoratori, e persino dei funzionari, hanno seriamente sofferto, come mostrano l'indebolimento del loro ruolo economico, tanto della polarizzazione all'interno di un unico strato sociale, che della stagnazione delle previdenze sociali e dei redditi degli operai. Per nulla dire dell'assenza di ogni sicurezza nel lavoro per gli anziani, i deboli, gli ammalati, gli handicappati e le donne incinte (4). Cionondimeno, le riforme hanno acquisito legittimità per i loro effetti certamente liberatori e per il dibattito intellettuale che si è sviluppato. Lo stato non deve la sua stabilità soltanto alla coercizione ma anche al fatto di aver saputo mantenere questa dinamica. Alla metà degli anni '80, l'inflazione galoppante, la minaccia di caos economico e d'instabilità sociale su grande scala hanno rilanciato il dibattito: quale via scegliere tra, da un lato, una riforma radicale della proprietà e la privatizzazione generale delle imprese pubbliche e, dall'altro, un aggiustamento strutturale inquadrato dallo stato e una liberalizzazione parziale dei prezzi? La scelta è andata alla seconda opzione, che è complessivamente riuscita perché la riforma dei prezzi ha costretto i vecchi monopoli ad adattarsi, stimolando meccanismi di mercato. L'importanza del successo appare chiara quando si paragonano questi risultati con quelli della «privatizzazione spontanea» in Russia. Ma questa scelta ha peraltro suscitato una serie di problemi. La Cina applicava un «duplice sistema di prezzi»: quelli dei mezzi di produzione fissati dal Piano e quelli dei beni di consumo fissati dal mercato. Questi due livelli hanno facilitato la corruzione da parte dei quadri dello stato e degli organismi ufficiali. Le risorse detenute dallo stato sono state «legalmente» e illegalmente trasferite a vantaggio degli interessi economici di una piccola minoranza. In questo scambio tra potere e denaro, parte delle ricchezze pubbliche sono finite nelle tasche dei «cercatori di profitti» (5). Di più, l'estensione nel 1988 del sistema dei «contratti» che consente alle aziende di stato, ai governi locali e ai ministeri (bumen), di concludere accordi commerciali e finanziari con l'estero, ha provocato una spinta inflazionistica e suscitato la comparsa di disuguaglianze, trasformando i «prodotti del Piano» in prodotti di mercato (6). Per affrontare queste difficoltà, nel maggio-giugno 1988 il potere ha annunciato che avrebbe posto fine al duplice sistema di prezzi e si sarebbe orientato verso una loro generale liberalizzazione. Questo ha suscitato un'ondata di panico e gravi movimenti sociali, che hanno costretto il governo a ripristinare un più stretto controllo sull'economia. Ma le contraddizioni tra lo stato e gli enti da esso stesso istituiti - i gruppi d'interesse privati, a livello locale e nazionale - si sono immediatamente acuite. L'emergere di gravi disuguaglianze sociali è stata decisivo per la nascita del movimento sociale del 1989. Nelle aree urbane, le differenze di redditi erano fortemente aumentate: i redditi operai erano crollati al punto di minacciare la sicurezza della «scodella di riso». La disoccupazione era cresciuta tra i lavoratori delle aziende di stato (senza raggiungere tuttavia il drammatico livello odierno), l'inflazione aveva fatto aumentare il costo della vita mentre i vantaggi sociali ristagnavano. Le vittime non erano soltanto i lavoratori: il fenomeno colpiva anche la vita quotidiana dei funzionari medi, provocando un divario tra i loro redditi e quelli di altri strati sociali e, tra i funzionari, tra quelli che entravano sul mercato e quelli che restavano nel settore pubblico (7). La stagnazione della riforma rurale dopo il 1985 non ha fatto altro che accentuare il crescente disincanto a proposito del programma di riforme. Se si aggiunge l'esasperazione dei conflitti d'interesse all'interno dello stato stesso, tutti gli ingredienti erano riuniti per una crisi di legittimità vera e propria. L'opinione pubblica cinese non approvava la pianificazione economica. Ma la trasformazione del sistema, avviata alla fine degli anni '70, ha suscitato la sfiducia quando nuove disparità sono apparse alla luce del giorno. Sono stati rimessi in questione la legittimità delle riforme e il loro fondamento politico e legale. Gli studenti e gli intellettuali rivendicavano essenzialmente diritti costituzionali, una politica democratica coerente, la libertà di stampa, quella di riunione, e lo stato di diritto. Volevano essere riconosciuti in quanto movimento studentesco patriottico legale. Altri strati della popolazione sostenevano queste rivendicazioni ma con un contenuto sociale molto più concreto: si opponevano alla corruzione e alle malversazioni dei responsabili, se la prendevano con il «partito del principe» (la classe privilegiata) ed esigevano la stabilità dei prezzi, delle garanzie e la giustizia sociale, nonché la riappropriazione, ad esempio, di Yangpu, nell'isola di Hainan, una specie di zona franca concessa al capitale straniero. La rivendicazione democratica andava di pari passo con quella di una più equa ripartizione delle ricchezze. Pur criticando apertamente il «vecchio» regime, il movimento rivolgeva le sue rivendicazioni al «nuovo stato riformista» e contestava la sua politica. La distinzione tra i due non implicava una discontinuità dello stato ma una trasformazione delle sue funzioni. Il «nuovo stato riformista» dipendeva infatti interamente dall'eredità politica del «vecchio». Nel complesso, il movimento ha rappresentato una reazione spontanea di autotutela sociale e di protesta contro l'autoritarismo. Tuttavia, tra le varie componenti, esso contava gruppi d'interesse privati che erano stati in passato i grandi vincitori del decentramento del potere e delle ricchezze. Questi avevano rivendicazioni proprie e chiedevano al governo l'attuazione di un programma di radicale privatizzazione. Hanno strumentalizzato il movimento per modificare i rapporti di forza all'interno del governo nella direzione a loro favorevole (certi gruppi economici come la Kanghua Company e la Sitong Company hanno esercitato forti pressioni). Un fenomeno identico si è verificato tra gli intellettuali strettamente legati al potere statale. Un nuovo genere di tirannia Agli occhi del resto del mondo, i neoliberali si sono posti come contestatori del regime in lotta contro la «tirannia» e per la «libertà». Hanno taciuto i loro complessi rapporti con il potere sul quale si appoggiavano per sviluppare il mercato interno e far passare la loro politica di decentramento e di privatizzazione delle ricchezze. In assenza di un controllo democratico, questo sequestro delle risorse è stato «legalizzato» col ricorso a nuovi dispositivi legislativi. Per i legami tra il «neoliberalismo» cinese e l'ordine mondiale, questi «riformatori radicali» hanno imposto la propria lettura del movimento sociale del 1989 che è apparso come l'espressione dell'avanzata del liberalismo economico. Non si può spiegare quanto è successo secondo uno schema «pro o contro» le riforme. Il dibattito tra i neoliberali e le altre componenti del movimento riguardava non la riforma in quanto tale, ma la sua natura. Se l'idea delle riforme politiche ed economiche democratiche incontrava un appoggio unanime, le differenze riguardavano il loro contenuto e i risultati attesi. La maggior parte dei contestatori desiderava una riorganizzazione di fondo della politica e del sistema giuridico, in grado di garantire la giustizia sociale e una vera democratizzazione della vita economica. Queste aspirazioni entravano fondamentalmente in conflitto con quelle dei gruppi d'interesse privati. Si sa che la lotta per la democrazia, l'uguaglianza e la giustizia sociale è stata schiacciata dalla violenza dello stato in piazza Tienanmen, con l'annientamento delle possibilità storiche di cui il movimento era portatore. Ma l'insuccesso del movimento è dovuto anche, indirettamente, al fatto che non è stato in grado di stabilire un ponte tra rivendicazioni democratiche e rivendicazioni sociali. Né di costituirsi come forza sociale stabile. Occorre collocare il movimento nel contesto globale dello sviluppo dei mercati e nell'affermarsi di forze sociali di contestazione del sistema mondiale dominante. Esso fa parte di un continuum che è sfociato nei movimenti di protesta contro l'organizzazione mondiale del commercio, (Wto) a Seattle, nel novembre-dicembre 1989 e contro il Fondo monetario internazionale, (Fmi) a Washington nell'aprile-maggio 2000. Tutte queste mobilitazioni hanno espresso una speranza utopistica di uguaglianza e di libertà. Invece di riconoscere questo duplice significato del movimento del 1989, il discorso dominante ne ha tratto la prova dell'eccellenza del modello occidentale. In questo modo l'avvenimento è stato svuotato del suo contenuto e della sua forza critica, spossessato della sua importanza storica in quanto protesta contro i nuovi rapporti di potere, contro la nuova egemonia e la nuova tirannia (e non più solo quella vecchia). Dopo Tienanmen, la contestazione sociale è stata costretta in uno spazio molto ridotto e il discorso neoliberale è diventato egemonico. Nel settembre 1989, il governo ha messo in atto quella riforma dei prezzi che non era riuscito a imporre alcuni anni prima. E in seguito alla visita di Deng Xiaoping nel sud, nel 1999, il governo ha accelerato la realizzazione dell'economia di mercato. La politica monetaria è diventata un importante strumento di controllo e il tasso di cambio è stato adeguato, per promuovere le esportazioni. La concorrenza all'esportazione ha provocato la nascita e lo sviluppo di compagnie di gestione. Le differenze di prezzo dovute al «duplice sistema» sono diminuite: il distretto di Pudong, a Shanghai, è stato aperto allo sviluppo e nuove «zone di sviluppo» sono nate ovunque. Negli anni successivi, i divari di redditotra strati sociali e tra regioni si sono accentuati: una nuova popolazione di poveri è emersa e continua a crescere (8). Alla vecchia ideologia, irrecuperabile, si è sostituita la strategia detta «forti su due fronti» (ideologico e economico) [liangshou ying] che, intrecciata alle riforme economiche, è diventata un nuovo genere di tirannia. Il «neoliberalismo» ha sostituito l'ideologia di stato come ideologia dominante, orientando e assicurando coerenza alle scelte del governo, alla sua politica estera e ai nuovi valori mediatici. L'attuazione di una società di mercato non ha cancellato le cause del movimento sociale del 1989, ma le ha legalizzate. Gli enormi problemi sociali degli anni '90 - corruzione, speculazione immobiliare, declino della protezione sociale, disoccupazione, passaggio al mercato del lavoro rurale, migrazioni massicce delle campagne verso le città (9), crisi ecologiche - sono strettamente legati alle condizioni sociali del periodo antecedente al 1989. La globalizzazione ha ulteriormente aggravato questi problemi, la loro entità e la loro estensione geografica. Insomma, lo sviluppo dei mercati ha condotto alla polarizzazione sociale e a uno sviluppo disuguale, destabilizzando i fondamenti della società. E ha anche contribuito a imporre il nuovo autoritarismo. Naturalmente, le riforme e l'apertura economica non hanno avuto effetti soltanto negativi. Hanno emancipato la Cina dai suoi legami e dai vicoli ciechi della rivoluzione culturale. Hanno avviato un vero e importante sviluppo economico. Hanno avuto effetti liberatori. Ciò spiega perché siano state salutate positivamente dagli intellettuali cinesi. Ma, da un punto di vista storico, hanno anche lasciato profonde cicatrici. Per la generazione che è cresciuta dopo la rivoluzione culturale, l'unico sapere che sia valido viene dall'Occidente, o più esattamente dagli Stati uniti. L'Asia, l'Africa, l'America latina, per non parlare dell'Europa, luoghi prediletti della conoscenza e della cultura, sono usciti dall'orbita intellettuale cinese. Il ripudio della rivoluzione culturale permette di difendere l'ideologia dominante e la politica governativa: ogni critica al neoliberismo viene accusata di «regressione irrazionale», mentre i critici del socialismo e della tradizione cinese vengono mobilitati per giustificare l'adozione di modelli di sviluppo occidentali e di discorsi teleologici sulla modernizzazione. La Cina tuttavia non può accontentarsi di misurarsi secondo lo sviluppo storico del capitalismo occidentale. Anzi, questo capitalismo deve essere sottoposto a critica, non per il piacere di criticarlo ma per valutare con occhio nuovo la traiettoria cinese e mondiale e scoprire le nuove possibilità che la storia ci offre. Non si tratta di respingere l'esperienza della modernità che è, anzitutto, movimento di liberazione nei confronti della teleologia storica, del determinismo e del feticismo del sistema anteriore. Si tratta di fare delle esperienze storiche cinesi e di altri paesi le risorse alle quali attingere l'innovazione teorica e pratica. In termini storici, il movimento socialista cinese è stato un movimento di resistenza e di modernizzazione. Per cogliere le difficoltà di questa ricerca cinese dell'uguaglianza e della libertà, occorre oggi interrogare la nostra traiettoria di modernizzazione e trovare vie democratiche e sociali in grado di evitare la polarizzazione e la disintegrazione. note:
*Storico delle idee, redattore capo di Dushu, Pechino. (1) Si legga Zhang Wali, «Twenty Years of Research on Social Class and Strata in China», Shehuiwue janjiu , Pechino, 2000. (2) Wang Shaoguang, «La costruzione di uno stato democratico forte -"tipo di regime" e"capacità dello stato"», Dangdai zhongguo yanjiu zhongxin lunwen [Saggi del Centro di ricerche sulla Cina contemporanea], vol.4, 1991. (3) « Twenty Years...», op. cit., pp. 28-29. (4) Si legga Zhao Renwei, «Alcuni aspetti particolari della suddivisione dei redditi in Cina durante la transizione», in Zhao, Ricerche sulla suddivisione dei redditi nella popolazione cinese, Pechino,1994. (Feng Tongqing e altri, « La situazione dei lavoratori cinesi, struttura interna e relazioni reciproche» Zhongguo sheshui chubanshe, Pechino, 1993 e Zhang Wanli, «Twenty Years», op. cit.) (5) Hu Heyuan, «Una valutazione del valore della rendita in Cina nel 1988», in Jingji tizhi bijiao [Sistemi economici comparativi], vol.7, 1989. (6) Guo Shuqing, «Trasformazione del sistema economico, macro-aggiustamenti e controllo» Tianjin renmin chubanshe, 1992. p. 181. (7) Sui cambiamenti tra i dirigenti prima e dopo le riforme, si legga Li Qiang, «Stratificazione e movimento nella società cinese contemporanea», in Zhongguo jingji chubanshe, Pechino, 1993. (8) Si vedano i lavori del gruppo di ricerche economiche sulla suddivisione dei redditi, dell'Accademia cinese delle scienze sociali: Zhao Renwei e altri: «Ricerche sulla suddivisione dei redditi in Cina», in Zhongguo sheshui kexue chubanshe, Pechino,1994. (9) Si veda Wang, «Studio dello sviluppo urbano e dei suoi antecedenti», in Shehuixue yanjiu, vol. I, 2000. (Traduzione di M. G. G) |