Guilhermino Armando Dos Santos Sousa non vedrà mai più le colline che circondano Porto. La sera di domenica 24 settembre 2000 camminava lungo la strada dipartimentale n.4, all'uscita di Dabisse, comune delle Mées (Alpi di Alta Provenza). Come fanno ogni anno centinaia di portoghesi, era venuto a raccogliere mele e stava rientrando all'azienda agricola, spingendo la bicicletta che aveva comprato dal rigattiere del villaggio. Un regalo per una delle sue due figlie, rimaste in Portogallo. Ha sentito, in quel momento, il rumore di un motore su di giri dietro le spalle? Nessuno lo saprà mai. I suoi compagni si sono gettati nel fossato. Guilhermino non ne ha avuto il tempo. Falciato dall'automobile sulla scarpata, morirà poco dopo all'ospedale di Manosque.
A bordo dell'auto, due uomini che assieme a due altri, qualche istante prima, avevano provocato i portoghesi che stavano bevendo un caffé al villaggio: «i portoghesi ci portano via troppa aria. Ho voglia di ucciderli»
(1). Dopo un accenno di rissa, questi uomini sono stati ricondotti alla loro auto dai gendarmi arrivati sul luogo. Strano modo di ristabilire l'ordine per i rappresentanti della forza pubblica, che certo non mancavano di motivazioni per fermare i perturbatori: incitamento all'odio razziale, minacce di morte, guida in stato di ebbrezza... È pur vero che uno degli aggressori è figlio di un gendarme in pensione. Il guidatore, Thierry Hameau, rapidamente ritrovato malgrado la fuga, viene fermato, così come i suoi complici.
Tra i portoghesi, il trauma è forte: alcuni ripartono già l'indomani.
Scioccati, molti abitanti del villaggio organizzano una colletta per la famiglia, e un'associazione
(2) viene fondata, con l'aiuto di Radio Zinzine
(3). Avrà molto da fare: una volta passata l'emozione, l'omertà del villaggio riprende terreno e alcuni testimoni rifiutano di confermare le loro prime dichiarazioni. Il caso potrebbe essere considerato un semplice incidente e giudicato al tribunale correzionale.
Infatti il guidatore è stato rimesso in libertà all'inizio del 2001, prima di essere riportato in carcere in seguito alla rabbia suscitata da questa decisione e al ricorso in appello da parte della Procura.
La legge del silenzio riuscirà a cancellare il carattere razzista del crimine?
Settembre 2002: la Durance non ha perso il suo splendore, sotto un cielo reso brillante dall'onnipresente mistral. Rachid
(4), arrivato dal Marocco trent'anni fa, conosce bene le grandi tenute, vere e proprie fabbriche di mele. L'auto va avanti al passo sulle stradine lungo i frutteti dove le reti anti-grandine brillano a perdita d'occhio sotto il sole della sera. Quando incrociamo un veicolo, Rachid si appiattisce sul pavimento dell'auto per paura di essere riconosciuto.
Settimane interminabili, straordinari sovente non pagati, lavoro a cottimo trasformato in lavoro a ore sui cedolini di paga che trasmutano lo Smic (salario minimo) in un salario massimo, mentre l'anzianità e le qualifiche non contano nulla... Rachid sgrana così la sua vita quotidiana in questo comprensorio dove gli stagionali vengono alloggiati negli hangar, vicino ai magazzini, nel cuore delle piantagioni. Sono tenute dove non si può entrare. In pochissimi oserebbero protestare contro le condizioni di alloggio. «I lavoratori immigrati nell'agricoltura sono malleabili e sfruttabili a piacimento», osserva un rapporto pubblicato nel 1996
(5). Nulla di nuovo sotto il sole della Provenza: «un immigrato, è essenzialmente una forza lavoro (...) provvisoria, in transito (...), quindi revocabile in ogni momento»
(6).
Lavoratori fantasma Un altro padre di famiglia racconta come è stato assunto come operaio forestale nel 1974: «Dei francesi sono venuti a Kenifra, in Marocco.
Hanno fatto fare delle prove di forza: una catena attaccata a un contatore. Se facevi meno di 140 eri fuori... se facevi di più, eri preso. Io ho fatto 185 (...) C'erano 1.000 o 2.000 candidati per entrare in Francia. Ne hanno scelti 186, solo guardando le mani.
Ne sono rimasti soltanto 32 dopo la prova della"catena"»
(7). Nella valle della Durance i portoghesi sono succeduti agli spagnoli e, mentre gli immigrati dei paesi dell'Est prendono la strada del Portogallo
(8), i marocchini cominciano qui a fare la concorrenza ai portoghesi...
Una concorrenza della povertà che permette a molti datori di lavoro di liberarsi dai vincoli del diritto del lavoro.
Da Forcalquier a Gap, è nata una quasi monocoltura della mela dopo la costruzione della diga di Serre-Ponçon e l'inizio dell'irrigazione.
Questo sistema di produzione intensiva e specializzata si basa su una manodopera abbondante, sotto-pagata e disponbile in permanenza per brevi periodi. Il sistema resta in vita grazie a molteplici aiuti: investimento, irrigazione, ritiro, estirpazione e... nuova piantagione! A due ore di strada, la pianura della Crau si estende ai piedi delle Aspilles. L'allevamento ovino, a lungo praticato, è crollato nel ben noto ciclo di crisi che fanno seguito alle ristrutturazioni.
Per quanto riguarda la produzione di verdure, la zona ha perso i vantaggi della produzione di primizie, ormai in mano ai produttori spagnoli. Alla fine degli anni '80, la policoltura è finita, lasciando il posto all'arboricoltura intensiva e alle colture in serra. Nella regione delle Bocche del Rodano, il sistema di occupazione agricola si ricompone con il ricorso massiccio ai lavoratori immigrati, nel quadro di contratti controllati dall'Ufficio delle migrazioni internazionali, che dà l'autorizzazione ad assumere all'estero un operaio stagionale.
Questi contratti chiamati «contratti Omi», che riguardano solo il Marocco, la Tunisia e la Polonia
(9), danno luogo a ogni tipo di traffici (si legga il box qui in alto).
Rapidamente, i marocchini forniscono il grosso dei battaglioni degli stagionali. Abituati a dure condizioni di vita, sono destinati a scomparire, inghiottiti in questo triangolo delle Bermude sociale che va da Berre a Châteaurenard a Saint-Martin-de-Crau, diventati fantasmi in questa pianura dove non ci sono nemmeno dei cartelli stradali quando le strade si incrociano... Come scrive Jean-Pierre Berlan, ricercatore all'Istituto nazionale della ricerca agronomica (Inra): «L'operaio agricolo, quando non ha buone ragioni per passare inosservato perché è clandestino, è un uomo discreto, nascosto in mezzo ai frutteti, chiuso nelle serre, dissimulato dalle siepi anti-vento, con la schiena appena visibile in mezzo alle vigne»
(10). Questa invisibilità, Fatima l'ha conosciuta per dieci anni. E anche la chiusura nel silenzio. «Il mio primo contratto risale al 1990 - si ricorda - e fino al 2000 ho lavorato per otto mesi presso un grosso produttore di pesche. Mio padre lavorava lì da tempo e così anche mio fratello. Sono stata assunta, senza sapere il lavoro che avrei fatto, da un intermediario, in Marocco, che abbiamo dovuto pagare». Quasi rinchiusa nella cascina, Fatima non ha il diritto di parlare ai vicini. «Mi veniva ripetuto: se dici qualcosa, vi rispediamo tutti in Marocco». Quando decide di sposarsi, i padroni protestano - sarà meno disponibile - prima di accettare, ma a condizione di non avere bambini...
Fino all'incidente sul lavoro Gli anni passano e a ogni rinnovo del contratto Fatima e il marito devono pagare 5.000 franchi (762 euro). Le ore di lavoro si susseguono in questa cascina dove i marocchini non hanno diritto alla pausa...
fino all'incidente sul lavoro. Di fronte al rifiuto del padrone di assumerla regolarmente, Fatima si accorge della frode: i «contratti Omi» riguardano soltanto i lavori agricoli, mentre lei è cameriera da dieci anni. Obbligata a lavorare dalle 6 del mattino a mezzanotte, è persino «data in prestito» a una famiglia del vicinato. Questa volta è troppo: sostenuta dal Movimento contro il razzimo e per l'amicizia tra i popoli (Mrap) e dalla Cgt, Fatima sporge denuncia presso i proud'hommes (sorta di tribunale del lavoro su base elettiva, con rappresentanti dei sindacati e dei datori di lavoro, ndt), e così facendo perde il posto, l'alloggio, il reddito, mentre suo marito è vittima di un incidente sul lavoro! Vive sospesa al rinnovo di un permesso provvisorio di soggiorno che, fino a poco tempo fa, non l'autorizzava a lavorare...
La notte è arrivata. Filari di cipressi allineati, villaggi deserti, e la luce bianca di un neon nella sala, dove attendono quattro operai marocchini. Una domanda, una sola, sulle loro labbra: perché loro, che hanno da tempo dei contratti da stagionale, non hanno diritto a un permesso di soggiorno? Poi testimoniano sul padrone che preleva qualcosa dai salari, sul lavoro svolto mentre ci sono 50 gradi nelle serre respirando i pesticidi diffusi senza protezione.... «Nella mia camera - spiega uno di loro - l'evacuazione del bagno e della doccia passa come un ruscello. Se avessi il permesso di soggiorno, non resterei un giorno di più. Qui, si deve solo lavorare e obbedire».
Non tutti gli agricoltori spremono così i lavoratori e per alcuni è un punto d'onore trattarli con dignità e alloggiarli correttamente.
Ma violenza e discriminazione sono la regola in numerosissime aziende agricole, ciò che incoraggia ogni genere di violenze sullo spazio pubblico: Dabisse con il suo delitto razzista, Oraison e la regione di Aix con dei marocchini trovati morti lungo le strade; Châteaurenard e dintorni dove i giovani, in stato di alcolismo spinto, avevano l'abitudine di picchiare gli immigrati.
Violenza da un lato, paura dall'altro: ci sono tutti gli ingredienti perché un sistema di produzione agricola intensiva perduri. «In questo schema, il razzismo svolge un ruolo assolutamente strutturale - spiega Jean-Pierre Berlan - è necessario scindere il mercato del lavoro con diversi metodi, tra i quali c'è il razzismo»
(11). Per esempio, coesistono persone con il permesso di soggiorno, altre con «contratti Omi» e clandestini. Statuti diversi, ma eguale paura per tutti: licenziamento, non rinnovo del contratto, espulsione...
Però da qualche mese, questi forzati invisibili cominciano a uscire dall'ombra. Sostenuti nelle Bocche del Rodano da un «collettivo per la difesa dei lavoratori agricoli con contratto Omi»
(12), sono decisi a denunciare le pratiche illegali di cui sono vittime. Ci sono già stata procedure di fronte ai proud'hommes, che hanno esaminato delle rotture anticipate di contratti, delle false dichiarazioni o il non pagamento dei salari dovuti. Vari operai di Saint-Martin-de-Crau hanno ottenuto il pagamento per i danni subiti. Sono state anche presentate denunce alla Procura della repubblica.
Una parola fragile, minacciata, si apre difficilmente un varco, portando con sé decenni di umiliazioni, di paure e di ingiustizie.
note:
*Giornalista.
(1) Luc Leroux, «Retour en prison pour le meurtrier du Portugais», La Provence, Marsiglia, 16 febbraio 2001.
(2) Associazione Guilhermino, sala comunale, 04190 Dabisse.
(3) Radio Zinzine trasmette dalle colline sopra Forcalquier.
(4) In questo articolo molti nomi sono stati cambiati.
(5) La Situation des ouvriers agricoles étrangers dans les Alpes-de-Haute-Provence, inchiesta realizzata dal Centro regionale di studi e di osservazione delle politiche e delle pratiche sociali (Créops), rue des Heures-Claires, 04100 Manosque.
(6) Articolo pubblicato in Peuples Méditerranéens, Parigi, n.7, aprile-giugno 1989.
(7) La Situations des ouvriers agricoles étrangers, op. cit.
(8) Si legga Hervé Dieux, «I nuovi poveri del Portogallo», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2002.
(9) Le tre convenzioni bilaterali della Francia con il Marocco, la Tunisia e la Polonia sono le sole a permettere di sottoscrivere «contratti Omi».
(10) «L'agricolture méditerranéenne de la France: dynamique et contradictions», Economie rurale, n.153, gennaio-febbraio 1983.
(11) Jean-Pierre Berlan, «La longue histoire du modèle califonien», Le Goût amer de nos fruits et légumes - L'explosion des migrants dans l'agriculture intensive en Europe, pubblicato dal Forum civico europeo e la rivista Informations et Commentaires, disponibile presso il Forum civico europeo, 04300 Limans, 13 euro.
(12) Il collettivo raggruppa: Confédération paysanne, Cgt, Cfdt, Mrap, Lega dei diritti del'uomo, Asti, Cimade, Forum civico europeo.
(Traduzione di A.M.M.)