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Il tallone d'Achille di Ariel Sharon Dominique Vidal
Nel bel mezzo dei preparativi della guerra anglosassone contro l'Iraq, una cifra è sfuggita all'attenzione generale: alla fine di febbraio 2003, il numero di vittime della seconda Intifada e della sua repressione ha superato i 3.000 morti, tre quarti dei quali palestinesi, vale a dire il doppio dei morti dei tre anni della prima Intifada. Questa statistica macabra ne richiamerebbe molte altre: il numero dei feriti, delle case distrutte, degli olivi sradicati, delle terre confiscate, dei contadini espulsi, senza dimenticare il livello di disoccupazione e di malnutrizione. Per farla breve, dopo la riconquista pressoché completa della Cisgiordania nella primavera del 2002, la repressione iniziata da Ehud Barak si è trasformata, sotto il suo successore, in una vera e propria guerra contro i combattenti palestinesi, ma anche contro i civili e le infrastrutture che sono loro indispensabili per (soprav)vivere...
Immaginare che israeliani e palestinesi sapranno mettere fine da soli a questa spaventosa escalation significa voler ignorare la principale lezione che abbiamo imparato in mezzo secolo di conflitto: l'intervento della «comunità internazionale» - politica, diplomatica e sul campo, per proteggere le popolazioni - costituisce la conditio sine qua non per risolvere un problema. Se non si vuol considerare che il fine giustifica i mezzi, teoria che ha portato a orrori ben conosciuti, è impossibile giustificare - moralmente o politicamente - gli attentati kamikaze rivendicati da Hamas e la jihad islamica e anche le brigate legate ad al Fatah. Possiamo però per questo mettere sullo stesso piano da una parte i gruppi che manipolano la disperazione dei palestinesi e una Autorità palestinese priva dei mezzi necessari per impedir loro di nuocere, e dall'altra uno stato e un esercito in preda a un'autentica furia distruttrice? E così, per stroncare sul nascere qualsiasi embrione di stato palestinese, il governo israeliano calpesta sia la quarta Convenzione di Ginevra che le risoluzioni delle Nazioni unite, per non parlare della lettera e dello spirito degli accordi di Oslo. Per fermarlo, quindi, è sia legittimo che necessario esercitare la massima pressione possibile su tale governo. Ma come? Alcune associazioni di solidarietà con la Palestina hanno lanciato l'idea di un boicottaggio dei prodotti israeliani, in primo luogo - spiega ad esempio Capjpo (il Comitato per gli appelli per una pace giusta in Medioriente) - «quelli che portano i marchi più conosciuti di Jaffa e di Carmel (numerosi frutti, legumi e soprattutto succhi di frutta) (1)». Anche se dettata dalle migliori intenzioni possibili, questa iniziativa si presta a una serie di considerazioni. „ Il boicottaggio verrebbe «richiesto da un certo numero di pacifisti israeliani». Alla prova dei fatti, invece, risulta che i principali movimenti interessati lo disapprovano, in particolare Taayush (Vivere insieme) e Gush Shalom (il Blocco della pace). Uri Avnery, fondatore del Blocco della pace, faceva notare: «io voglio guadagnare l'opinione pubblica d'Israele alla causa della pace. Temo fortemente che il boicottaggio contro Israele in generale non operi alcuna distinzione tra l'Israele"buono" e l'Israele"cattivo", fra quelli che vogliono la guerra e quelli che vogliono la pace. Fare di ogni erba un fascio è controproducente, e può spingere fra le braccia degli estremisti le persone che invece potremmo influenzare e portare dalla nostra parte» (2). „ In Francia, questa forma d'azione non ha mai mobilitato altri se non le persone già convinte in partenza, e questo vale dal boicottaggio della Coca cola ai tempi della guerra del Vietnam a quello della Danone in occasione del piano aziendale della primavera 2001. Perfino la messa al bando degli aranci Outspan in Francia ha avuto un impatto molto limitato - la morte dell'apartheid è cominciata allorché il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, nel 1977, decise le sanzioni a carico di Pretoria. „ Anche se effettuato su larga scala, un boicottaggio della frutta e della verdura israeliana non farebbe certo tremare Tel Aviv: i prodotti agricoli rappresentano appena il 2,2% delle esportazioni israeliane, il 6,4% per quanto riguarda le vendite all'Unione europea (3). Le altre esportazioni sono, in massima parte, al riparo di un'azione dei consumatori. „ Infine, come trascurare i pericoli insiti in una simile iniziativa? Il Capjpo ne è consapevole, tanto che insiste sulla necessità di lanciare il boicottaggio «su basi giuste e solide (...) per evitare i rischi che sfugga di mano (boicottaggio ebraico anziché boicottaggio israeliano, liste scriteriate di prodotti da boicottare), cose che si verificherebbero sicuramente se non interveniamo per tempo» (4). „ I difensori a spada tratta di Israele non si lasciano ingannare. Nel loro tentativo di assimilare qualsiasi critica del governo israeliano all'antisemitismo, fanno della questione del boicottaggio un elemento di punta nelle loro campagne. Salvo poi inventarlo, quando non c'è. «Nessun boicottaggio, evitiamo la vergogna del boicottaggio», esclama Bernard-Henri Lévy, prima di leggere un testo di Claude Lanzmann, il regista di Shoah e di Tsahal, rievocando «la sinistra connotazione della parola boicottaggio» (5). Quel che ignorano (o vogliono ignorare) le centinaia di persone riunite il 6 gennaio 2003 davanti alla facoltà delle scienze di Jussieu, è che la risoluzione adottata il 16 dicembre dal consiglio di amministrazione dell'università di Parigi VI non invita minimamente al boicottaggio delle università israeliane, bensì «a non rinnovare l'accordo di associazione fra l'Unione europea e Israele». Tale risoluzione chiede ai docenti universitari israeliani di «prendere posizione, chiaramente e rapidamente» in merito alla situazione dei docenti e degli studenti palestinesi e di «attivare tutti i mezzi a loro disposizione per aiutare gli uni a esercitare la loro professione, e gli altri a studiare». Infine, dà mandato al suo presidente di «avviare i contatti con le autorità universitarie israeliane e palestinesi per operare nella direzione della pace» (6). Nel frattempo le università Paul Valéry di Montpellier III e Pierre Mendès-France di Grenoble (e, in tempi più recenti, Parigi VIII) hanno seguito l'esempio di Parigi VI che, il 27 gennaio, ha adottato una nuova risoluzione. Consapevole «dell'ondata di emozione suscitata dalla sua mozione» e «al fine di dissipare qualsiasi ambiguità e di evitare qualsiasi errore di interpretazione», essa «ribadisce la sua opposizione a qualsiasi moratoria o boicottaggio nelle relazioni tra università e docenti universitari»; chiede che «il contratto di associazione tra l'Unione europea e lo stato d'Israele sia rinegoziato, per essere esteso alla parte palestinese», auspica che l'Unione europea «si attivi per far rispettare da tutte le parti interessate le clausole del contratto nel suo insieme»; e si pronunzia a favore «dei progetti di cooperazione incrociata (...) con le università israeliane e palestinesi». Nonostante tutto questo, il ministro francese dell'istruzione, Luc Ferry, dichiarerà: «Questo antisionismo di estrema sinistra a volte sfugge di mano e dà spazio a pulsioni politiche sgradevoli. È quanto è avvenuto, credo, a Parigi VI» (7). All'università di Tel Aviv, Etienne Baliar, professore emerito di Parigi X, il 3 gennaio scorso aveva messo i puntini sulle «i»: «Nella mia mente (e ritengo in quella degli iniziatori dell'appello) non c'è mai stata la minima intenzione di confondere la richiesta di moratoria nelle relazioni privilegiate tra stati con un boicottaggio degli individui o con un rifiuto di partecipare ad attività collettive nell'ambito delle istituzioni a cui essi appartengono. Sarebbe evidentemente assurdo"tagliare i ponti" e isolare proprio coloro dei quali noi ammiriamo il coraggio con cui si dissociano dalla politica attuale del loro paese». Al centro del dibattito - e dello scontro - si trova quindi, palesemente, l'accordo d'associazione tra l'Unione europea e Israele (8). Firmato il 20 novembre 1995 nell'ambito della partnership euro-mediterranea ed entrato in vigore il 1° giugno 2000, tale accordo instaura un regime di libero scambio. Per giunta, fa di Israele l'unico stato non europeo associato al Programma europeo di ricerca, di sviluppo tecnico e di dimostrazione (Prcd): i ricercatori israeliani possono «partecipare a tutti i (suoi) programmi specifici», e i Quindici finanziano 498 progetti comuni a cui partecipano università, centri di ricerca, aziende e singoli individui... All'articolo 2, l'accordo di associazione prevede che «le relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici che guidano la loro politica interna e internazionale e costituiscono parte essenziale all'accordo stesso». Appunto per questo, fin dal 1996, la piattaforma delle Ong francesi per la Palestina si è mobilitata per un rinvio condizionato della ratifica dell'accordo da parte del Parlamento francese. Allorché nel 1999 la vittoria di Ehud Barak su Benyamin Netanyahu ha riportato l'accordo all'ordine del giorno, le associazioni hanno preteso che la sua ratifica fosse condizionata al rigoroso rispetto dell'articolo 2 - cosa che fu precisata dai parlamentari francesi di concerto con il ministro degli esteri. Dopo la rioccupazione brutale della Cisgiordania, è iniziata una nuova battaglia: per il congelamento del trattato. Ed è stata già ottenuta una vittoria importante, allorché il 10 aprile 2002, in piena operazione «Muro difensivo», il Parlamento europeo ha chiesto a larga maggioranza alla Commissione e al Consiglio europeo «la sospensione dell'accordo di associazione euro-mediterranea Ue-Israele». È giustificata tale esigenza? La risposta ci viene data dalla gravità della situazione sul campo: occorre porre fine alle spaventose sofferenze inflitte alla popolazione palestinese, con il pretesto di debellare il terrorismo con l'esercito d'occupazione. Orbene, il nuovo governo israeliano persiste nel ricorso alla forza invece che alla trattativa, peraltro auspicata dal «Quartetto» (Stati uniti, Onu, Unione europea e Russia). Le condizioni imposte da Ariel Sharon e a fortiori dai suoi alleati per accettare la «tabella di marcia» - che dovrebbe portare alla creazione di uno Stato palestinese entro il 2005 - equivalgono a un rifiuto. Non essendo riuscita a spostare Sharon dalle sue posizioni, è logico che l'Unione europea ricorra alle pressioni - come non si perita certo di fare nei confronti dell'Autorità palestinese... La sospensione degli accordi con Israele, per quanto giustificata, è anche efficace? In concreto, significherebbe non la cessazione del commercio tra i Quindici e Israele, bensì la soppressione temporanea dei vantaggi doganali accordati ad Israele. Analogamente, il congelamento dell'accordo di cooperazione scientifica sospenderebbe il finanziamento dei progetti in corso. Si tratterebbe, sia in un caso che nell'altro, di una pressione considerevole, stante che si tratta di fattori di vitale importanza per l'economia israeliana, che ha realizzato con i Quindici - negli ultimi cinque anni - il 44% delle sue importazioni e il 28% delle sue esportazioni! In particolare Israele si dibatte, in questo momento, in una crisi gravissima. La sua crescita, del +6% nel 2000, attualmente è negativa: -0,9% nel 2001 e -1% nel 2002. Ha perduto quasi la metà degli investimenti diretti esteri: 11 miliardi di dollari nel 2000, 6 miliardi nel 2002. Il suo debito estero è passato dal 35% del prodotto interno lordo nel 2000 al 40% attuale. Per quanto riguarda il debito pubblico, è aumentato dal 93% del Pil a fine 2000 al 105% a fine 2002. Risultati: il tasso di disoccupazione supera l'11%, riparte l'inflazione (zero nel 2000, 7% nel 2002) e oltre il 20% degli israeliani (e il 30% dei bambini) vivono al di sotto della soglia di povertà (9). Non si riesce a capire come, stando così le cose, il governo, di fronte alla minaccia di una sospensione dell'accordo, potrebbe rifiutare a lungo di dimostrare, nei fatti, la sua volontà di applicare finalmente l'articolo 2. Giustificata ed efficace, una tale pressione non rischia di esasperare gli israeliani? L'esperienza dell'immediato dopoguerra del Golfo (1991) indica esattamente il contrario. Il governo di destra e di estrema destra di Itzhak Shamir, di fronte all'arrivo in massa degli ebrei dell'Urss, aveva sollecitato un prestito di 10 miliardi di dollari, per ottenere il quale era necessaria una garanzia delle autorità americane. Il presidente George Bush (padre) accettò a patto che il primo ministro israeliano si impegnasse a partecipare con i suoi vicini arabi (palestinesi compresi) alla conferenza di Madrid, e a fermare l'insediamento dei coloni nei territori occupati. Espressa in termini brutali dal segretario di stato James Baker, questa esigenza, ben lungi dal fomentare il nazionalismo, contribuirà alla vittoria di Itzhak Rabin alle elezioni del giugno 1992. Trattandosi dell'Unione europea, a questo punto è opportuno ricordare due precedenti. Dal gennaio al novembre 1988, il Parlamento europeo rifiuta di approvare tre nuovi protocolli finanziari tra la Comunità e Israele, per indurre quest'ultimo a consentire che i produttori palestinesi esportino direttamente i loro prodotti agricoli in Europa, dove in teoria beneficerebbero di tariffe preferenziali: Israele autorizzerà alla fine il transito di tali esportazioni. Il 18 gennaio 1990, il Parlamento impone il congelamento parziale della cooperazione scientifica fino alla riapertura delle scuole e delle università palestinesi chiuse: Israele cederà... temporaneamente. In sintesi, se il boicottaggio rischia di spingere gli israeliani, accomunati tutti nella stessa condanna, ad un atteggiamento di chiusura e di ripiegamento su se stessi, allo stesso modo le pressioni sul loro governo per costringerlo a rispettare i diritti della persona, e il diritto internazionale in generale, possono convergere con gli sforzi dei movimenti pacifisti per dare forma ad una prospettiva nuova e diversa. È questo il tallone d'Achille di Ariel Sharon. note:
(1) Informativa di Capjpo, 18 agosto 2002. (2) Incontro a Parigi, febbraio 2003. (3) Cfr. Statistical Abstract of Israël 2002 (www.cbs.gov. il/shnaton53/shnatone53.htm) (4) Op. cit. (5) Dispaccio Afp, 6 gennaio 2003. (6) Questa citazione e le seguenti, riguardo alla vicenda dell'università Parigi VI sono tratte dal sito www.solidarite-birzeit.org (7) Intervista rilasciata a Le Monde, 6 febbraio 2003. (8) Cfr. europa.eu.int/comm/external_relations/israel/ intro/index.htm (9) Crf. www.dree.org/israel/ (Traduzione di R.I.) |