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Una pericolosa escalation Maurice Lemoine
È sotto una pioggia di granate di mortaio da 120 mm sparate dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) - che hanno ucciso 21 persone nei dintorni del palazzo presidenziale - che Alvaro Uribe Vélez ha assunto le sue funzioni a Bogotá il 7 agosto 2002. Il 10 settembre, pochi giorni prima del viaggio del nuovo presidente a Washington, il governo emanava il decreto 2002/2002 che rappresenta la spina dorsale della sua politica e che prevede (art. 33): «Oggi la violenza politica e il terrorismo sono da considerare sullo stesso piano».
Come i paramilitari (ma in modo molto minore: il 20-22% delle violazioni dei diritti umani), anche i movimenti di opposizione armati sono giustamente accusati di non rispettare il diritto umanitario internazionale. Ogni anno compiono centinaia di rapimenti in cambio del pagamento di «un'imposta rivoluzionaria»; in seguito alla rottura del dialogo (il 20 febbraio 2002) la loro strategia mira a distruggere le strutture di governo locale minacciando le autorità (centinaia di funzionari pubblici hanno dovuto dimettersi e un sindaco e quattro consiglieri sono stati uccisi); allo scopo di ottenere attraverso un'operazione di «scambio» la liberazione dei loro combattenti imprigionati, le Farc si sono lanciate in una politica di rapimenti mirati (oltre all'ex candidata alla presidenza Ingrid Betancourt, hanno rapito anche due ex ministri, due ex governatori e 12 deputati regionali dell'Assemblea del Valle) (1). Per questi motivi e per l'«escalation» che avrebbero compiuto, si attribuisce alle Farc la responsabilità della rottura delle trattative di pace avviate con l'ex presidente Andrés Pastrana. Tuttavia, affermare ciò significa dimenticare che in questo dialogo il presidente colombiano si era impegnato a negoziare «una profonda riforma economica e sociale» e a lottare contro i gruppi paramilitari. In realtà Pastrana, di concerto con Washington, ha adottato il Plan Colombia e ha continuato nella realizzazione del devastante progetto neoliberale, mentre il fenomeno paramilitare ha continuato a svilupparsi durante i negoziati. «Nei 40 mesi e 17 giorni passati dall'inizio del processo di pace con le Farc - osserva la Federazione internazionale dei diritti dell'uomo (Fidh), nel momento della rottura delle trattative - la Colombia ha conosciuto più di mille stragi e conta più di un milione di profughi. Dal giugno 2000 al giugno 2001 si è assistito a una media di 20 omicidi politici al giorno. Un numero di morti imputabili per i due terzi allo stato e ai gruppi paramilitari» (2). Avviando trattative di pace, nel 1999, il governo riteneva a torto che le Farc - così come l'Esercito di liberazione nazionale (Eln) - fossero stanche e politicamente disorganizzate. Si offriva loro solo una resa «onorevole», eludendo l'elemento essenziale del conflitto e una sua possibile soluzione: la riforma sociale. Le condizioni nelle quali si è svolta la rottura delle trattative rientrano nella lunga tradizione di impegni non mantenuti e di tradimenti dello stato colombiano. Un ritardo di 48 ore era stato previsto dagli accordi per fare in modo che le Farc potessero lasciare la zona smilitarizzata del Caguan in caso di interruzione dei negoziati. Ma solo tre ore dopo questa rottura, le forze armate hanno investito la zona, sostenute da circa 200 raid aerei compiuti con Ov-10, At-37, Dc-34, Kafir ed elicotteri Black Hawk, che hanno bombardato 87 obiettivi. Ritenendo che le forze migliori delle Farc fossero concentrate in questa regione, sia l'esercito che i servizi di informazione militari americani pensavano di assestare un duro colpo alla guerriglia, causando loro pesanti perdite ed eliminando fisicamente Manuela Marulanda (leader dell'organizzazione), Jorge Briceño (capo militare) e Raúl Reyes (principale negoziatore). Ma le cose non sono andate esattamente così e per mostrare la loro forza anche nelle città, le Farc hanno attaccato il palazzo presidenziale, il 7 agosto, nonostante la presenza di 20.000 soldati e la sorveglianza della capitale da parte di aerei americani. Forte della nuova situazione creata dall'11 settembre 2001 e basandosi sulla dottrina di lotta al terrorismo di George W. Bush, che gli permette di ottenere finanziamenti, aiuti e informazioni militari, Uribe si è lanciato in una guerra totale. Al punto che, il 15 gennaio 2003, ha chiesto a Washington di intervenire in Colombia e di organizzare un'operazione militare simile a quella condotta nel golfo Persico. Anche se non siamo ancora a questo punto, 208 militari e 279 civili americani sono già ufficialmente presenti sul territorio dove partecipano, in varie forme, alla lotta alla guerriglia. Il 13 febbraio tre di loro, che partecipavano a una missione di informazione, sono stati fatti prigionieri dalle Farc, dopo che il loro aereo è stato abbattuto. Quarantanove membri delle Forze speciali americane sono stati inviati in Colombia per cercare di recuperarli (3). Una pericolosa escalation. note:
(1) Ma nel 2001, senza subire pressioni, le Farc hanno unilateralmente liberato 350 poliziotti e soldati. (2) Federazione internazionale della lega dei diritti dell'uomo, «Colombia: Pastrana mette fine al processo di pace», Parigi, 22 febbraio 2002. (3) Il 26 marzo 2003 altri tre americani in cerca dei loro compagni sono morti in un incidente aereo nel dipartimento della Caqueta, nel sud della Colombia. (Traduzione di A. D. R.) |