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guerre dimenticate/1

Cecenia. Ovvero l'irresistibile ascesa di Vladimir Putin - Jacques Allaman


Fazi, 2003, 12 euro
Lucia Sgueglia
Questa storia comincia negli anni '80 a Dresda, negli oscuri corridoi dei servizi segreti sovietici nella Ddr. E finisce la mattina del 26 ottobre 2002 a Mosca, al teatro Dubrovka, con l'immagine delle donne-kamikaze cecene addormentate sulle poltrone da un gas misterioso.
In mezzo ci sono 300.000 profughi (su un totale di un milione di abitanti dell'ex repubblica sovietica), almeno 13.500 combattenti indipendentisti e più di 6.000 giovanissimi soldati russi uccisi, un numero molto maggiore di morti tra i civili. Protagonista è Vladimir Putin, l'ex funzionario del Kgb che proprio dalla radicalizzazione del conflitto ceceno - questa la tesi dell'autore - avrebbe tratto linfa per la sua trionfale ascesa al Cremlino, presentandosi come custode dell'ordine e sostenendo la necessità di usare le maniere forti per mantenere in vita un potere agonizzante. Attori principali di questa vicenda sono un esercito russo desideroso di rivalsa dopo la sconfitta nella prima guerra, i gruppi nazionalisti che ancora sognano la rinascita di una Grande Russia, i boiardi delle imprese militari-industriali che agognano al petrolio del mar Caspio, vari trafficanti che imperversano nella regione in collusione con i federali, i media russi che, proni alla propaganda del Cremlino, hanno contribuito a diffondere un clima di terrore attizzando l'odio contro il «nemico islamico», Usa e Ue colpevoli d'indulgenza verso il nuovo «alleato», che del resto continua a trattare la questione cecena come «un affare interno». Un affare che mostra sorprendenti analogie con il modello di «lotta globale al terrorismo» che si va affermando sotto l'egida statunitense in Asia centrale.