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Dalla crisi generalizzata al colpo di stato
I militari pakistani tornano in prima fila
Tra tutti i paesi che hanno dichiarato di avere l'arma nucleare, il Pakistan è quello più politicamente instabile, il più fragile economicamente, il più soggetto a tensioni interne, il più sospetto di avventurismo regionale. E' logico dubitare che lo stato d'emergenza, imposto dopo il colpo di stato militare del 12 ottobre 1999, permetta di costruire un nuovo consenso, un contratto sociale che sia più sintonia con le aspirazioni popolari, un ordine regionale più sensibile all'imperativo economico che agli irrigidimenti identitari.
di Jean-Luc Racine*
Per la quarta volta in 41 anni, il Pakistan ha conosciuto un colpo di stato militare, il 12 ottobre 1999. Rispettando la tradizione nazionale, il colpo di stato è stato realizzato senza violenza ed è stato piuttosto bene accolto dalla popolazione e dai media, poiché il governo deposto del primo ministro Nawaz Sharif stava affondando in un'autocrazia affarista su uno sfondo di crisi generalizzata. Crisi di regime, poiché il Pakistan non riesce a costruire una democrazia parlamentare efficace. Crisi economica, poiché il paese, indebitato fino al collo, era sull'orlo del fallimento. Crisi ideologica, poiché lo stato aveva voluto essere, dopo la partizione del 1947, il porto di accoglienza dei musulmani indiani, senza riuscire a definire un consenso nazionale sul ruolo istituzionale da attribuire all'islam e senza trovare la via per una coabitazione benefica, o almeno pacifica, con il grande vicino indiano. Indebolimento diplomatico, infine, dovuto prima di tutto alla politica afghana di Islamabad, favorevole ai talibani, ma anche al fallimento della aggressiva politica in Kashmir, che ha condotto il paese sull'orlo di una quarta guerra con l'India nella primavera del 1999 (1).
Il colpo di stato del generale Pervez Musharraf, capo dell'esercito dimesso senza alcun riguardo dalle sue funzioni mentre era appena rientrato da una missione ufficiale a Colombo, dove aveva assistito al cinquantesimo anniversario della creazione dell'esercito singalese, non è l'espressione di un'ambizione avida di potere. E' invece il contesto di crisi che permette di capire perché i generali sono tornati al potere.
Da decenni, anche quando non sono stati direttamente ai comandi dello stato, i militari esercitano il loro controllo sul potere civile e determinano ampiamente le scelte in settori dove condividono il potere, o che sono loro riservati, come il nucelare, la politica di sicurezza in primo luogo l'Afghanistan e il Kashmir, aree privilegiate dei potenti servizi segreti dell'Inter Service Intelligence (Isi), sempre diretti da un militare e gli affari esteri. Le dimissioni del capo di stato maggiore, il generale Jehangir Karamat, alla fine del 1998 avevano attestato la supremazia del potere civile.
Karamat aveva criticato lo stato del paese (e quindi l'inefficienza del governo) e auspicato l'instaurazione di un Consiglio nazionale dove i militari avrebbero avuto un ruolo ufficiale. E' allora che Nawaz Sharif aveva promosso il generale Musharraf, che tuttavia non era il più anziano di grado più elevato, ma che, mohajir (cioè venuto dall'India dopo la partizione del 1947), non apparteneva alla maggioranza punjab che domina sia l'alta burocrazia che il circolo degli ufficiali superiori. Pensava così di poterlo controllare. Molteplici elementi hanno rapidamente deteriorato le relazioni tra Nawaz Sharif e lo stato maggiore. Qualche mese fa, la"guerra" di Kargil, intrapresa dall'esercito pakistano, che ha fomentato la guerriglia islamista appoggiata dalle forze militari al di là della linea di controllo (Loc) che separa il Kashmir pakistano dal Kashmir indiano, si è conclusa con un'umiliazione. Il successo tattico di questa massiccia incursione, in atto dalla fine di aprile del 1999, ha portato solo a una pietosa resa diplomatica: il primo ministro si è precipitato senza indugi a Washington per accettare, in una dichiarazione congiunta con il presidente Clinton il 4 luglio 1999, il ritiro degli intrusi, confermando in questo modo l'implicazione diretta dell'esercito pakistano, fino ad allora negata.
Un fiasco economico Peggio ancora, il 13 settembre Naiz Naik, inviato segreto del governo Sharif, che durante il conflitto di Kargil aveva condotto negoziati con l'India, ha dichiarato alla stampa per poi smentire che quel conflitto aveva permesso ai militari di interrompere il processo di riavvicinamento avviato da Nawaz Sharif e dal primo ministro indiano Atal Vajpayee, con la dichiarazione del 21 febbraio 1999 a Lahore. I negoziati erano a tal punto avanzati che, secondo Naik, nel giro di qualche mese si sarebbe potuta intravvedere una soluzione per la questione del Kashmir. Ciò significava attribuire al solo esercito la responsabilità di un'avventura pericolosa e umiliante e sottolineare che i due paesi prevedevano un accordo senza neppure informare lo stato maggiore.
Seconda causa del conflitto: le interferenze del potere civile nelle nomine militari. Oltre a casi precisi, in cui è stata rimessa in causa l'autorità del capo di stato maggiore, l'esercito, dopo il colpo di stato, ha accusato Nawaz Sharif di aver tentato di politicizzarlo, e quindi di dividerlo. Poiché ci sono questioni essenziali di difesa che vanno risolte, è chiaro che un clima del genere non ha creato un terreno favorevole. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) preme da tempo perché il Pakistan riduca la parte del bilancio destinata alle spese di difesa (6% del pil), nel momento in cui l'India, dopo aver lanciato apertamente la corsa agli armamenti nucleari nella regione nel maggio 1998, lascia prevedere una forte espansione delle sue forze strategiche. Quale deve essere allora la dottrina pakistana a questo riguardo? Il Pakistan deve firmare il trattato di messa al bando totale dei test nucleari (Ctbt), come vorebbero gli Stati uniti? Nawaz Sharif è sospettato di essere stato troppo compiacente con Washington, sia sul Ctbt che sulla politica afghana e sul caso Osama bin Laden (2).
Contemporaneamente, la posizione politica di Nawaz Sharif si è rapidamente deteriorata. La corsa al potere personale lo ha condotto, via via, a tappare la bocca a tutte le istituzioni Corte suprema, presidenza della repubblica, parlamento soffocando così imprudentemente i contro-poteri civili. Pur essendo un uomo d'affari, la sua politica economica è stata un fallimento: il servizio del debito paralizza il bilancio dello stato, tutti gli indicatori economici sono in rosso, mentre la corruzione, la concussione, la frode fiscale e il favoritismo indeboliscono persino le banche, costrette ad accordare prestiti che non saranno mai rimborsati.
Le sanzioni imposte da Washington dopo i test nucleari del 1998 hanno indebolito ancor di più il paese. L'ordine pubblico non è più rispettato a Karachi, dove fazioni politiche e mafie regolano i conti col sangue, come in Punjab, dove si affrontano i bracci armati di sette sunnite e sciite. Persino la coesione nazionale ne risente, poiché le province del Sind e del Baluchistan si ritengono vittime dell'onnipotenza del Punjab, il feudo dei fratelli Sharif, uno, Nawaz, primo ministro, l'altro, Shabbaz, ministro in capo del governo del Punjab. L'opposizione, danneggiata dal processo per corruzione contro Benazir Bhutto, in esilio a Londra, cerca tuttavia di reagire, con la costituzione di una coalizione, la Grande allenza democratica (Gda), che chiede un cambiamento. I partiti islamisti, fuori dalla Gda, annunciano anch'essi la prossima caduta di un regime screditato. Le voci si moltiplicano, al punto che Washington, il 20 settembre, lancia un avvertimento ai militari:"Ci opporremo con forza ad ogni tentativo di cambiare il governo con mezzi extra-costituzionali" (3).
Gli Stati uniti, come altri governi stranieri, hanno condannato il colpo di stato e chiedono il ritorno della democrazia parlamentare, ma sembrano disposti a dare al nuovo uomo forte del Pakistan, per un tempo determinato, la possibilità di mostrare le sue capacità. Questo realismo dipende, in parte, dalla personaltà e dal programma del generale Musharraf, in parte dalla perversione dell'esperienza democratica.
Il generale Musharraf si è costruito un'immagine di uomo moderato, costretto ad attuare"un contraccolpo" di fronte a un potere civile che aveva minato"l'ultima istituzione stabile del Pakistan". E' stato attento a non proclamare la legge marziale, ma soltanto lo stato di emergenza, che in via di principio mantiene in vigore i diritti fondamentali e la libertà di stampa, pur sospendendo la Costituzione e il Parlamento.
Nella dichiarazione di politica generale del 17 ottobre 1999, ha preso chiaramente le distanze dall'islamismo, ingiungendo agli imam di presentare l'islam sotto la sua vera luce ("tolleranza, fraternità, pace, progresso") e di rifiutare"chi sfrutta la religione per interesse personale". Ha auspicato di vedere a Kabul"un governo veramente rappresentativo". Ha confidato a un giornalista turco la sua ammirazione per Ataturk, attirandosi immediatamente l'ira della Jamaat e Islami (il principale partito islamista), che ha annunciato che non autorizzerà nessuno a realizzare il kemalismo e la laicità. Nei confronti dell'India e della comunità internazionale il generale Musharraf ha acconsentito a fare dei gesti di pacificazione, facendo appello alla moderazione in campo nucleare e ritirando le truppe ammassate vicino alla frontiera indo-pakistana, escluso però il Kashmir. Da qui l'estrema circospezione di Nuova Delhi, che intende giudicare dai fatti"l'uomo di Kargil" e si aspetta niente di meno che la fine delle infiltrazioni sovversive.
Il programma ambizioso di Musharraf L'esercito non ha tuttavia una soluzione politica di ricambio.
Da qui i ritardi, subito dopo il colpo di stato, per definire l'avvenire immediato governo di unione nazionale come speravano i partiti o regime militare di transizione poi la decisione di scegliere la seconda opzione, per costituire un gruppo di governo tecnocratico-militare. Oltre ai capi dei tre eserciti, quattro civili formano, sotto la presidenza del generale Musharraf, il Consiglio nazionale di sicurezza, che ormai dirige il paese. Non sono certo dei nomi nuovi: due di loro hanno già servito sotto precedenti regimi militari. Il terzo, governatore della banca centrale del Pakistan fin dal primo governo Sharif, ha presieduto al crollo della rupia e alla crescita esponenziale dei deficit. Il governo è ridotto a tre ministri: alle finanze, il vice-presidente della Citibank, appena sbarcato da New York; alla giustizia, un esperto costituzionale, ministro per la terza volta; agli esteri, un diplomatico di alto livello, negoziatore dell'accordo di Shimla tra l'India e il Pakistan dopo la guerra del 1971 che ha sancito la secessione del Bangladesh, e"falco" anti-indiano. Tanto per il Consiglio nazionale di sicurezza che per il governo, i militari hanno quindi scelto degli uomini (e una donna) non compromessi negli scandali e con esperienza, ma certamente non un gruppo incaricato di rifondare le basi del paese.
Ma i mali, che Nawaz Sharif ha aggravato, in realtà erano cominciati ben prima di lui. Cinquantadue anni dopo l'indipendenza, il Pakistan cerca ancora un sistema di governo ed è sempre alla ricerca di cosa vuole essere, come nazione e come stato. Il generale Musharraf lo ha capito bene e si è dato un programma ambizioso: ricostituire la fiducia della nazione in se stessa, rafforzare la federazione e la coesione nazionale, riavviare l'economia, ristabilire l'ordine pubblico e la giustizia, depoliticizzare l'amministrazione, responsabilizzare tutti coloro che sono al governo. Fino a un certo punto, probabilmente riuscità a ripulire le stalle di Augia, a far pagare i predatori dei beni pubblici, a epurare l'amministrazione e la classe politica dai corrotti, e rimettere in marcia la macchina economica, addirittura proporre una riforma costituzionale. Ma il tempo stringe, anche se il generale non ha voluto annunciare i tempi per un ritorno del potere civile, malgrado l'ambiguità dell'adesione dei partiti, le richieste della stampa e la pressione internazionale.
Si parla di un periodo di transizione di due-tre anni. Ma per preparare che tipo di regime? L'esercito non riempie soltanto il vuoto di un sistema politico manipolato, inefficiente e discreditato, poiché non è solo quello che dichiara di essere: l'ultimo garante della"stabilità, dell'unità e dell'integrità del paese". E' anche parte integrante delle strutture di potere che, dagli anni '50, favoriscono una classe dirigente fatta di grandi proprietari terrieri, di alti funzionari, di uomini d'affari e di ufficiali superiori, a detrimento della classe media e del popolo, intrappolati in reti di dipendenza e di clientelismo.
Se il nuovo regime intende rimette in piedi il paese, dovrà anche ridefinire le relazioni tra l'esercito e la nazione, ripensare la politica afghana e quella del Kashmir e quindi spezzare le reti della droga e del contrabbando, controllare l'Isi, riformare le scuole coraniche legate ai movimenti estremisti armati. Le voci che in Pakistan si levano per dare finalmente la priorità all'economia, al sociale e allo sviluppo di base (sanità, scuola, acqua) sanno bene che, per fare ciò, bisognerebbe diminuire le spese militari, proprio mentre la corsa indo-pakistana agli armamenti nucleari e convenzionali si intensifica. L'esercito, pur mantenendo le prerogative legittime della sicurezza nazionale, dovrebbe allora segare il ramo su cui sta seduto.
Se i militari falliscono nel compito urgente di rimettere in ordine lo stato, saranno tentati di restare al potere e di rimandare la scadenza elettorale. Invece, se questi compiti minimi verranno realizzati, potranno decidere di ritirarsi.
Toccherà allora alla classe politica trovare una nuova leadership. Ma resta la questione di fondo: ripensare le basi stesse sulle quali lo stato e la nazione si sono costituiti, nel campo del potere politico-sociale e della politica economica, ma anche delle relazioni regionali. Un nuovo fallimento, militare e poi civile, non potrà che aprire la strada a diverse opzioni, tutte disastrose: l'anarchia, che porterebbe alla guerra civile, se non addirittura all'esplosione del paese, riporterebbe, come contraccolpo, l'ordine militare, stavolta più duro. Per i fautori di un ordine nuovo, c'è un'altra ipotesi: una rivoluzione islamista sostenuta dai giovani ufficiali che non condividono le posizioni del nuovo dirigente pakistano, che nel discorso del 17 ottobre ha denunciato i"bigotti" che"danno dell'islam un'immagine negativa". Quale sarà la credibilità di un simile regime in una società aperta alla pluralità e al dibattito? E quale sarà la sua dottrina nucleare?
note:
* Direttore di ricerca al Centro studi sull'India e l'Asia del sud (Cnrs-Ehess).

(1) Cfr. Negarajan V. Subramanian,"Ombre nucleari sul Kashmir", Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 1999.
(2) Nemico pubblico numero uno di Washington, Osama bin Laden, miliardario islamista di origine saudita, è considerato responsabile di due attentati anti-Usa, il 7 agosto 1998, in Tanzania e in Kenya. Rifugiato in Afghanistan, sostiene gli insorti musulmani che lottano contro l'India in Kashmir. Cfr.
Ahmed Rashid,"I talibani, grandi destabilizzatori", Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 1999.
(3) Le Monde, 14 ottobre 1999.
(Traduzione di A.M.M.)