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Dopo otto anni di atroce guerra civile
Pace fragile in Sierra Leone
Amnistia per i crimini contro la pace. Gli accordi firmati a Lomé (Togo) il 7 luglio 1999, tra le autorità legali della Sierra Leone e i ribelli del Fronte rivoluzionario unito (Ruf) assicurano l'impunità per le atrocità commesse nel corso della guerra civile. La Ruf è riuscita anche ad avere quattro posti nel governo. Mentre le Nazioni unite, che hanno siglato il testo, chiedono che le"le violazioni più gravi dei diritti umani" siano oggetto di procedimenti, una grande incertezza grava sull'attuazione degli accordi.
di Elizabeth Blunt *
1997, ospedale Connaught di Freetown. Stesa in un vecchio letto di ferro, una bimbetta di sei, sette anni si guarda le mani contorte, profondamente striate dalle cicatrici prodotte da colpi di machete. Il carnefice si è accanito. La bimba viene dal nord del paese, dove il suo villaggio è stato attaccato dai ribelli due anni prima. L'ospedale non può fare nulla per questa bimba, ma la situazione nella sua regione è troppo pericolosa perché essa vi faccia ritorno (1).
Due anni dopo, nel 1999, quel che succede nell'interno della Sierra Leone continua ad essere largamente ignorato. Eppure, gli orrori della guerra hanno raggiunto le strade della capitale Freetown e, in gennaio, le vicinanze dell'ospedale Connaught. Per il resto del mondo, queste insensate mutilazioni, questa mani tagliate a catena, sono diventate il marchio caratteristico di questo conflitto. Ma è sempre difficile capire come avvenimenti così terribili siano potuti accadere in un paese che sembrava uno dei più pacifici e dei più accoglienti dell'Africa Occidentale. Dalle finestre aperte del Connaught entra il rumore delle onde che vanno a morire sugli scogli di questa costa atlantica; colline alberate circondano Freetown e, oltre queste colline, si estendono chilometri di spiaggia dalla sabbia finissima. L'industria del turismo si era fortemente sviluppata prima della guerra. La Sierra Leone non è molto popolata e si estende su una terra fertile. Ha molte risorse che possono suscitare l'invidia dei suoi vicini. Altri vantaggi si sono rivelati più fragili la sua lunga tradizione di sviluppo all'occidentale, il suo sistema educativo, la ricchezza del suo sottosuolo e hanno forse innescato la miccia della disintegrazione del paese. La Sierra Leone moderna è, come la vicina Liberia, prima il prodotto della tratta degli schiavi e, poi, della sua abolizione. La Liberia, il"paese della libertà" e Freetown, la"città degli uomini liberi", capitale della Sierra Leone, erano i luoghi di arrivo degli affrancati che ritornavano dalle Americhe. Poiché era per loro impossibile ritrovare il villaggio di origine, si organizzarono e si insediarono lungo la costa fondando colonie di popolamento. Le comunità che vi si svilupparono erano considerate le più moderne della regione. A Monrovia (capitale della Liberia) esiste ancora una statua del presidente fondatore che si innalza su di un piedistallo sostenuto da due donne. Una di queste, liberiana, è quasi nuda, l'altra, un'affrancata americano-liberiana, è splendida in un vestito a crinolina: due mondi paralleli, personificazione quasi di uno sviluppo della costa che poco ha giovato all'interno del paese e ai suoi abitanti. Verso il 1827 la Sierra Leone ha fondato la prima Università dell'Africa occidentale (Fourah Bay College), che attirava studenti da tutta la regione e una classe media"benpensante". Ancora oggi, Freetown rigurgita di avvocati e di una quantità sorprendente di giornalisti, e la vita sociale si organizza attorno a numerose chiese. Ma questa società resta distaccata dal resto del paese. In Costa d'Avorio e nel Gabon, i"villaggi del presidente", con i loro palazzi e il loro aeroporto internazionale, fanno ridere tutti, ma almeno rispecchiano una élite legata al resto del paese. Le ricchezze minerarie della Sierra Leone, la seconda risorsa avvelenata, hanno consentito all'alta società di ignorare la campagna con una relativa impunità. Poiché, malgrado lo sfruttamento delle miniere di diamanti e degli altri rari minerali preziosi sia per lo più nelle mani di stranieri, il reddito che se ne ricava (dichiarato o meno) era sufficiente per supplire ad uno sviluppo piuttosto ridotto. Le élite della Sierra Leone erano insignificanti, l'esercito mediocre e l'economia spenta. Senza la crisi, la Sierra Leone sarebbe potuta restare così, come un'acqua stagnante. Ma la crisi arrivò. Nel 1990 la guerra civile scoppia nella vicina Liberia. All'inizio del 1991, Charles Taylor, capo di una delle principali fazioni ribelli alle prese con l'Ecomog, la forza ovest-africana di interposizione basata in Sierra Leone (2) decide di aprire lì un secondo fronte. Alla testa di questo nuovo esercito, viene posto Foday Sankoh. Il fronte rivoluzionario unito (Ruf) nasce così; la guerra civile può cominciare. Rapidamente la ribellione sierra-leonese persegue i propri obiettivi. Se è vero che molti stati della regione hanno tradito la loro gioventù, la Sierra Leone ha tradito più degli altri. I giovani, male istruiti, senza prospettive, si arruolano in massa nel Ruf. E' la guerra dei meno anziani contro i vecchi, dei poveri contro i ricchi e della campagna contro le città. A parte il vago idealismo socialista di Foday Sankoh, la ribellione non ha né programma né ideologia. Costituisce piuttosto una scelta di carriera credibile. Lasciare il villaggio, possedere un'arma, mangiare carne e uccidere degli adulti appare mille volte preferibile alla miserabile sussistenza nel bush, senza alcuna prospettiva di miglioramento. Sotto questo aspetto, le giovani reclute del Ruf assomigliano ai loro omologhi dell'esercito nazionale che si va rapidamente disintegrando, e i cui soldati vanno a raggiungere la rivolta o diventano dei"sobels", soldati di giorno, ribelli la notte. Mentre la fanteria si batte sotto la spinta dalle frustrazioni, i capi lottano per il potere e, in particolare, per il controllo del diamante. Non è per caso che le battaglie più dure si svolgono sempre nelle regioni diamantifere, vicino alla frontiera liberiana. Il Ruf mette tanta energia nei combattimenti quanto nello sfruttamento delle miniere. Secondo il centro acquisti di Anversa, gli acquisti di pietre di supposta provenienza liberiana sono aumentati ben al di là delle modeste capacità di questo paese: l'anno scorso, esso ha venduto più di due milioni e mezzo di carati al Belgio, contro solo 150.000 carati due anni prima. E' il diamante la causa della guerra, e del suo continuare. Non era un conflitto che si poteva arrestare bloccando l'approvvigionamento delle armi: i ribelli potevano comprarle a prezzo di mercato e potevano anche come hanno fatto ingaggiare mercenari ucraini o sud africani ben contenti di barattare il loro savoir-faire contro una parte della manna diamantifera. Oggi che un accordo di pace è appena stato firmato, il diamante continua a complicare la ricerca di una soluzione duratura, malgrado l'impegno delle Nazioni unite e delle potenze interessate, come la Gran Bretagna e la Nigeria. Nel corso degli anni, la Sierra Leone è diventata il test a grandezza naturale del mantenimento della pace e degli interventi internazionali del dopo guerra fredda, il banco di prova dei discorsi sul nuovo ordine mondiale, dove i colpi di stato non possono più essere accettati, dove il buon governo è la condizione per accogliere un paese nella"comunità internazionale". Questa teoria è stata applicata con assai meno rigore quando vi sono stati i putsch in Congo, in Niger, o in Pakistan, per i quali ci si è accontentati di semplici frasi di riprovazione. Ma la Sierra Leone è un paese sufficientemente piccolo perché i suoi vicini e le organizzazioni internazionali si ritengano capaci di cambiare il corso degli avvenimenti. E la guerra ha raggiunto in quei luoghi un tale grado di orrore che essi possono, in modo credibile, invocare un imperativo morale che giustifichi i tentativi di restaurazione della pace e della democrazia. Il conflitto ha fatto almeno 20.000 morti e ha costretto all'esodo o all'esilio la metà circa dei quattro milioni e mezzo di cittadini della Sierra Leone. Ma tutti i tentativi di pace sono falliti, in particolar modo gli accordi di Abidjan del 30 novembre 1996, restati lettera morta. E l'attuazione di quelli firmati il 7 luglio 1999 a Lomé (Togo), dopo due mesi di cessate il fuoco, si rivela difficile. Questi accordi, patrocinati dalla Comunità degli Stati dell'Africa Occidentale (Cedeao), dalle Nazioni unite e dell'Organizzazione dell'unità africana (Oua), prendono atto del fatto che il Ruf non può essere sconfitto militarmente e che bisogna mediare con l'organizzazione, invitando i suoi responsabili a ritornare a Freetown per occupare dei posti ministeriali. I giovani combattenti che appartengano al Ruf, all'esercito o alle milizie filo governative devono essere disarmati, smobilitati e vedersi offrire i mezzi per un ritorno alla vita civile. Contemporaneamente, la popolazione, che ha così a lungo sofferto, deve accettare l'amnistia dei suoi carnefici e la prospettiva di vederli occupare posti di potere e di influenza. Né il presidente Ahmed Tejan Kabbah né i suoi concittadini erano particolarmente soddisfatti degli accordi, ma non avevano quasi alcun margine di manovra. Nel gennaio 1999, i ribelli erano quasi riusciti a conquistare Freetown, malgrado gli sforzi dell'Ecomog, e questi poco affidabili protettori erano in procinto di ritirarsi a causa dei cambiamenti politici intervenuti in Nigeria, le cui truppe compongono la quasi totalità della forza. Gli accordi di Lomé costituivano dunque l'ultima speranza di pace. Tenuto conto delle reticenze dei partner al momento stesso della firma, le possibilità che questi accordi vadano a buon fine sono apparse, sin dall'inizio, piuttosto flebili. D'altra parte, gli avvenimenti degli ultimi cinque mesi non incitano all'ottimismo. Prima di tutto, il ritorno dei capi ribelli a Freetown è stato lunghissimo. Lo stesso Foday Sankoh si è attardato per settimane, prima a Lomé e poi a Abidjan, fino a quando i responsabili regionali, persa la pazienza, sono stati costretti ad andarlo a prendere personalmente in aereo. Il capo dei soldati ammutinati, Jean-Paul Koroma che fu a capo dello stato nel periodo del governo militare del 1997 sembrava essersi dileguato da qualche parte in Liberia e nell'est della Sierra Leone. Poi è finalmente riapparso a Monrovia in occasione di una riunione pubblica con Sankoh e durante una festa simbolica organizzata per il suo ritorno all'inizio di ottobre. E' stato poi ancora necessario aspettare un mese affinché i ribelli prestassero giuramento come membri del governo, dopo lunghe discussioni sulla maggiore o minore importanza dei posti che venivano loro offerti. I comitati pluripartitici destinati a supervisionare il cessate il fuoco e la smobilitazione non sono potuti entrare in azione. Durante questo tempo, i combattenti hanno perso la pazienza. Alcuni sono usciti dal bush sin dall'annuncio dell'accordo di pace e hanno preso a girare a vuoto nella capitale, stanchi ed esasperati. I vecchi soldati sono piombati nell'incertezza: saranno riconosciuti come tali, reclutati nel futuro esercito nazionale e anche ripagati degli arretrati dovuti dalla disintegrazione dell'esercito? Il disarmo si annuncia costoso, tenendo conto dei 300 dollari promessi a tutti i soldati che restituiscono le armi. Ben presto, alcuni rapporti rivelano che alcune fazioni, soprattutto le milizie filogovernative, continuano a reclutare tramite intermediari locali che ricevono 50 dollari per arruolare nuovi combattenti; i quali contano di rendere redditizio il loro investimento partecipando al programma di disarmo. Soren Jensen Peterson, dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, ha qualificato questo periodo come"uno dei più pericolosi in senso assoluto, un vuoto dove tutto può accadere". In novembre, combattimenti sono avvenuti a Makeni tra le due principali fazioni della ribellione. Gli ex soldati del Ruf hanno provocato la fuga di civili, suscitando nuovi timori per il ristabilimento della pace. Foday Sankoh, nuovamente insediato in un grande palazzo di Freetown, ha minimizzato gli avvenimenti, affermando che erano dovuti solo ad una insubordinazione e che in nessun caso potevano essere considerati come una violazione del cessate il fuoco, dato che opponevano due fazioni della ribellione."Un problema di famiglia, ha detto. La tregua sarebbe stata rotta solo se questi uomini avessero attaccato l'Ecomog o le milizie governative, i Kamajors." Ma per gli abitanti di Makeni non vi sono dubbi. Questo avvenimento solleva un altro interrogativo: quale autorità Sankoh e Koroma che negano qualsiasi implicazione nei combattimenti hanno ancora sulle loro rispettive truppe? Gli accordi di Lomé sono stati costruiti intorno a loro, in quanto ritenuti rappresentanti delle rispettive fazioni. Ma oggi altri capi sembrano emergere dal bush. Anche se questo"periodo tra i più pericolosi" è stato finalmente superato, all'orizzonte si profilano altri ostacoli. Gli accordi prevedono, a termine, elezioni alle quali i gruppi ribelli dovrebbero prendere parte come partiti politici. Gli ottimisti si rassicurano prendendo come esempio lo svolgimento degli avvenimenti in Liberia, il cui conflitto fu molto simile a quello della Sierra Leone. Lì, un processo di pace simile terminò con le elezioni sostenute e controllate dalla comunità internazionale. Il più forte dei signori della guerra liberiana, Charles Taylor, ha ottenuto una maggioranza sostanziale, ottenendo dalle urne quella vittoria che le armi gli avevano negato. Sembra che i liberiani abbiano considerato che Taylor era così forte che, come avrebbe potuto prendere il potere in caso di successo, così avrebbe provocato disordini in caso di sconfitta. Ma Taylor, malgrado i suoi difetti, è abile, capace, e gode di una buona formazione. Ha viaggiato molto e dispone di una discreta esperienza di governo. All'epoca delle elezioni, comandava ancora una fazione fedele e bene organizzata che comprendeva un gran numero di giovani forti. Mentre non è certo che i candidati alle elezioni presidenziali in Sierra Leone siano in gradi di offrire una tale combinazione di abilità e muscoli. Per il momento, la sorte della Sierra Leone è legata alla attuazione degli accordi di pace. Le potenze che li sostengono, all'esterno e all'interno del paese, si battono accanitamente, progredendo lentamente, di tappa in tappa. La Gran Bretagna e gli Stati uniti vi investono somme ingenti; il Kenya e l'India, come la Nigeria, si sono impegnati ad inviare truppe nella forza delle Nazioni unite; i cittadini della Sierra Leone fanno grandi sforzi per ingoiare la loro amarezza e la loro rabbia. Nessuno crede che il compito sarà facile. Ma tutte le altre soluzioni finora tentate hanno fallito. E' la sola che resta, la sola prospettiva di pace. note:
* Giornalista della Bbc, Londra. (1) Leggere Phillippe Leymarie"L'Africa occidentale erosa da crisi dimenticate" e Thierry Cruvellier,"Sierra Leone, la guerra e il nulla", Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 1996. (2) Leggere Joælle Stolz,"La Nigeria, gigante lacerato" e"Un grande fratello troppo influente", Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 1999. (Traduzione di Gi.Pri.) |