Per difendere l'ordine esistente, basta talvolta sostenere che ogni tentativo di allontanarsene porterebbe alla tirannia e al caos. La storia è ricca di esempi che dimostrano il contrario, rivelando il carattere eterno della rivolta, dell'aspirazione alla democrazia e alla solidarietà. Per alcuni mesi, durante la guerra civile spagnola, alcune regioni del paese difesero così un sistema di governo senza precedenti, che rimetteva in discussione il potere dei possidenti, dei notabili e dei burocrati. Storici e cineasti ci ricordano questa parentesi volta all'utopia.
Nel momento in cui gli apostoli del Santo Profitto si profumano volentieri di un alone di «Anarchiste»
(1), è difficile immaginare la portata della rivoluzione libertaria condotta dai lavoratori spagnoli nel 1936, nelle zone in cui sbarrarono il passo al pronunciamiento dei generali contro la Repubblica. «Noi anarchici non abbiamo fatto la guerra per il piacere di difendere la repubblica borghese (...) No, se abbiamo preso le armi, è stato per attuare la rivoluzione sociale
(2)», ricorda un ex miliziano della Colonna di Ferro
(3).
La collettivizzazione di ampi settori dell'industria, dei servizi e dell'agricoltura ha costituito in effetti uno dei tratti salienti di questa rivoluzione: una scelta radicata nella forte politicizzazione della classe operaia, organizzata principalmente in seno alla Confederazione Nazionale del Lavoro (Cnt, anarco-sindacalista) e in misura minore nell'Unione Generale dei Lavoratori (Ugt, socialista).
In una Spagna che contava allora ventiquattro milioni di abitanti, il sindacato anarchico aveva oltre un milione di iscritti, e - fatto unico nella storia del sindacalismo - un solo funzionario a tempo pieno remunerato. Alcuni mesi prima del colpo di stato militare del 18 luglio 1936, il Congresso di Saragozza della Cnt (maggio 1936) aveva adottato una mozione che non lasciava dubbi sulla sua concezione dell'azione sindacale: «Una volta conclusa la fase violenta della rivoluzione, si dichiarerà l'abolizione della proprietà privata, dello Stato, del principio d'autorità e di conseguenza delle classi che dividono gli uomini in sfruttatori e sfruttati, oppressori e oppressi. Una volta socializzata la ricchezza, le organizzazioni dei produttori, finalmente libere, si faranno carico dell'amministrazione diretta della produzione e dei consumi
(4)».
Questo programma fu avviato dagli stessi lavoratori, senza attendere nessun tipo di comando da parte dei loro «capi». La cronologia degli avvenimenti in Catalogna ne offre un buon esempio. A Barcellona, il 18 luglio 1936 i comitati direttivi della Cnt avevano lanciato l'appello allo sciopero generale, ma senza impartire consegne per la collettivizzazione. Ma fin dal 21 luglio, i ferrovieri catalani collettivizzarono le ferrovie. Il 25 fu la volta dei trasporti urbani - tram, metro e autobus - il 26 dell'elettricità e il 27 delle agenzie marittime. L'industria metallurgica fu immediatamente riconvertita alla fabbricazione di veicoli blindati e di granate per le milizie che partivano per combattere sul fronte dell'Aragona. In breve, in pochi giorni, il 70% delle imprese industriali e commerciali erano divenute proprietà dei lavoratori, in questa Catalogna che concentrava da sola due terzi delle industrie del paese
(5).
«Qualcosa per cui lottare» Nel suo celebre Omaggio alla Catalogna, George Orwell ha descritto quest'euforia rivoluzionaria: «Barcellona offriva uno spettacolo straordinario, al di là di ogni aspettativa. Per la prima volta nella mia vita mi trovavo in una città dove la classe operaia aveva preso il sopravvento. Quasi tutti gli edifici di una certa importanza erano nelle mani dei lavoratori, e su tutti sventolavano bandiere rosse, o quelle rosse e nere degli anarchici (...) In tutti i negozi, in tutti i bar c'erano scritte che ne annunciavano la collettivizzazione.
Persino le cassette dei lustrascarpe erano state collettivizzate e verniciate di rosso e nero! (...) Tutto ciò era strano, emozionante, anche se per me rimaneva in buona parte incomprensibile, e in un certo senso anzi non mi piaceva. Ma era espressione di una realtà che mi apparve immediatamente come qualcosa per cui valeva la pena di lottare
(6)».
Molti stranieri hanno avvertito questo «formidabile potere d'attrazione della rivoluzione». In Spanish Cockpit
(7), Franz Borkenau parla di un giovane imprenditore americano che la rivoluzione aveva praticamente rovinato e che pure si era schierato con gli anarchici, dei quali ammirava il disprezzo per il denaro. E aveva rifiutato di partire, perché «amava questa terra, amava questo popolo e non gli importava di aver perduto i suoi beni, se il vecchio ordine delle cose sarebbe crollato per lasciar sorgere una società umana più elevata, più nobile e felice».
Il movimento delle collettivizzazioni doveva coinvolgere complessivamente tra un milione e mezzo e due milioni e mezzo di lavoratori
(8). È difficile stabilire un dato preciso, poiché non esistono statistiche globali, e molti archivi sono stati distrutti. Ci si può comunque basare su cifre frammentarie pubblicate dalla stampa, in particolare sindacale, e su numerose testimonianze di attori e osservatori del conflitto.
Nelle imprese collettivizzate veniva insediato un comitato composto da membri eletti dai sindacati, che si sostituiva al direttore. Quest'ultimo poteva continuare a lavorare nell'impresa, ma con lo stesso salario degli altri dipendenti. L'attività di alcuni settori, come quello del legname, fu unificata e riorganizzata, dalla produzione alla distribuzione, sotto l'egida del sindacato. Nella maggior parte delle imprese con capitali esteri (come i telefoni e alcuni grossi stabilimenti metallurgici, tessili o agro-alimentari) il proprietario americano, britannico, francese, tedesco o belga rimaneva ufficialmente al suo posto - per riguardo alle democrazie occidentali - ma un comitato operaio prendeva in mano la gestione. Le banche non furono collettivizzate, ma dovettero cedere gran parte della loro autonomia di gestione al governo, che disponeva così di un importante mezzo di pressione sulle collettività in difficoltà di tesoreria.
L'organizzazione dei settori socializzati ricalcava quella dei sindacati: un comitato di fabbrica eletto dall'assemblea del lavoratori; un comitato locale, composto dai delegati dei comitati di fabbrica della rispettiva località; comitati di zona, comitati regionali e comitato nazionale. In caso di contenzioso su scala locale decideva l'assemblea plenaria dei lavoratori; se il conflitto sorgeva a un livello più elevato, il compito di dirimerlo spettava alle assemblee dei delegati o al congresso. Ma per il suo ascendente e la sua stessa presenza, la Cnt deteneva di fatto il potere in Catalogna. Il funzionamento delle collettività appariva dunque molto eterogeneo.
Nelle ferrovie catalane ad esempio, dove i dipendenti ricevevano in generale una remunerazione annua di 5.000 pesetas, si decise di concedere al personale tecnico, il cui lavoro si poteva considerare meno interessante, un supplemento di 2.000 pesetas l'anno. A Lerida, nel 1938, il salario unico era la regola nel settore edile, mentre a Barcellona un ingegnere continuava a guadagnare dieci volte più di un manovale. Nel settore tessile, uno dei più importanti della Catalogna, fu introdotta la settimana di 48 ore; vennero inoltre ridotti i divari salariali tra tecnici e operai, e si abolì il cottimo per le operaie; ma nella maggior parte dei casi la differenza retributiva tra uomini e donne non fu messa in discussione.
Col passare dei mesi la situazione si andò degradando, nonostante gli sforzi delle collettività per modernizzare la produzione. Nel campo economico come negli altri, la guerra divorava la rivoluzione.
Mancavano le materie prime, gli sbocchi commerciali si restringevano sempre più con l'avanzata territoriale dei militari insorti. Tutti gli sforzi si concentravano sulle industrie militari, e la produzione subì un tracollo negli altri settori, con le conseguenti ondate di disoccupazione tecnica, penuria di beni di consumo, mancanza di valuta estera e un'inflazione galoppante. Ma questa situazione non colpiva allo stesso modo tutte le collettività.
Alla fine del dicembre 1936, in una dichiarazione dal tono indignato, il sindacato del settore del legname chiedeva «una cassa comune e unica per tutte le industrie, per arrivare a una ripartizione equa.
Non possiamo accettare che vi siano collettività povere e altre ricche
(9)». Da un articolo del febbraio 1938 si ricava un quadro preciso di queste disparità: «Le imprese collettivizzate pagano 120 o al massimo 140 pesetas la settimana; in quelle rurali la media è di 70; mentre gli operai delle industrie di guerra percepiscono 200 pesetas la settimana o anche di più
(10)». Queste disuguaglianze dovevano persino indurre alcuni rivoluzionari a parlare del pericolo di un «neo-capitalismo operaio
(11)».
Nell'ottobre del 1936 la Generalitat (il governo catalano) ratificò per decreto l'esistenza delle collettività e tentò di pianificarne l'attività. Fu decisa la nomina di «controllori» governativi delle imprese collettivizzate. L'indebolimento politico degli anarchici portò ben presto al ristabilimento del controllo dello stato sull'economia.
Senza che «nessun partito, nessuna organizzazione» avesse impartito una consegna in questo senso
(12), si costituirono anche collettività agrarie. Furono collettivizzati soprattutto i latifondi, i cui proprietari erano fuggiti nella zona franchista, o erano stati sommariamente giustiziati. Nell'Aragona, dove fin dal luglio 1936 i miliziani della colonna Durruti
(13) avevano dato impulso al movimento, furono coinvolti quasi tutti i villaggi: la federazione delle collettività arrivò a comprendere mezzo milione circa di contadini.
Sulla piazza del villaggio furono raccolti e bruciati gli atti di proprietà fondiaria. I contadini consegnavano alla collettività tutto ciò che possedevano: terre, attrezzi, animali da tiro ecc. In alcuni villaggi il denaro fu abolito e sostituito da tagliandi. Non si trattava però di una vera moneta, dato che con quei buoni non si potevano acquistare mezzi di produzione ma solo beni di consumo, peraltro in quantità limitata. Il denaro accantonato dal comitato fu utilizzato per acquistare all'estero i prodotti mancanti che non potevano essere ottenuti con gli scambi.
Dopo una visita alla collettività di Alcora, grosso borgo di 5000 abitanti, lo storico tedesco Kaminski, molto vicino agli anarchici, annota: «Detestano il denaro; vogliono bandirlo con la forza e con l'anatema; [il sistema che hanno adottato è] un ripiego, valido fintanto che il resto del mondo non avrà seguito l'esempio di Alcora».
La denuncia di «terrore anarchico» da parte dei comunisti era ingiustificata.
L'adesione alle collettività, considerata come un mezzo per battere il nemico, era volontaria. Chi preferiva la formula dell'azienda familiare poteva continuare a lavorare la propria terra, ma non sfruttare il lavoro altrui né beneficiare dei servizi collettivi. Vi sono stati anche molti casi di coesistenza tra le due forme di produzione, ad esempio in Catalogna, peraltro non senza conflitti. La messa in comune delle terre serviva oltre tutto ad evitarne il frazionamento e a favorire la modernizzazione delle colture.
Gli operai agricoli, che pochi anni prima avevano distrutto le macchine per protestare contro la disoccupazione e la riduzione dei salari, le usavano volentieri per alleggerire la loro fatica. Si era sviluppato l'uso dei fertilizzanti e l'avicoltura. Furono migliorati i sistemi di irrigazione e le vie di comunicazione, e promosse aziende pilota.
Sotto l'egida dei sindacati, nella regione di Valencia si riorganizzò la commercializzazione delle arance, la cui esportazione costituiva un'apprezzabile fonte di valuta. Le chiese che non erano state date alle fiamme furono adibite a usi civili: magazzini, sale di riunione, teatri, ospedali
(14).
E poiché, secondo il credo anarchico, l'educazione e la cultura erano le basi dell'emancipazione, sorsero scuole, biblioteche e club culturali anche nei più remoti villaggi.
L'assemblea generale dei contadini eleggeva un comitato d'amministrazione, i cui membri non ricevevano alcun vantaggio materiale. Il lavoro si svolgeva in gruppi, senza capi, dato che questa funzione era stata soppressa. I consigli municipali si confondevano spesso con i comitati, che costituivano di fatto gli organi del potere locale. Generalmente la remunerazione si percepiva come salario familiare, e nelle zone in cui il denaro era stato abolito veniva erogata sotto forma di buoni.
Ad esempio ad Asco, in Catalogna, i membri dei collettivi ricevevano una tessera di famiglia sul cui retro figurava un calendario per segnare via via le date di acquisto dei viveri, che potevano essere ritirati solo una volta al giorno nei diversi centri di approvvigionamento.
Queste tessere erano di diversi colori, per permettere anche a chi non sapeva leggere di distinguerle facilmente. La collettività provvedeva a remunerare insegnanti, ingegneri e medici, che curavano gratuitamente i pazienti
(15).
Questi metodi di funzionamento non erano esenti da pesantezze e contraddizioni.
Kaminski riferisce il caso di un giovane di Arcola, che per andare a trovare la fidanzata nel villaggio vicino doveva chiedere al sindacato il permesso di scambiare i suoi buoni con il denaro per pagare l'autobus.
Gli anarchici avevano una concezione ascetica della nuova società, che per molti versi coincideva con quella puritana e maschilista della vecchia Spagna. Da qui il paradosso del salario familiare, che costringeva «l'essere più oppresso della Spagna, la donna, a dipendere completamente dall'uomo
(16)».
Le collettività si scontrarono non solo con le forze politiche ostili alla rivoluzione, ma anche con quelle interne allo schieramento repubblicano.
Il partito comunista di Spagna (Pce), che nel 1936 era debole ma si era rafforzato grazie all'aiuto sovietico, stringeva alleanze con la piccola e media borghesia contro il fascismo, secondo la strategia raccomandata da Mosca. Nel Levante, il ministro comunista dell'agricoltura Vicente Uribe non esitò ad affidare la commercializzazione delle arance a un organismo rivale del comitato sindacale, che prima della guerra era stato legato alla destra cattolica regionalista e conservatrice.
Dopo gli scontri sanguinosi scatenati a Barcellona, nel maggio 1937, dai comunisti e dal governo catalano, nel tentativo di impossessarsi delle posizioni strategiche occupate dagli anarchici e dal partito operaio di unificazione marxista (Poum, semi- trotzkista), il governo centrale annullò il decreto sulle collettivizzazioni dell'ottobre 1936, e prese direttamente in mano la difesa e la polizia in Catalogna.
Nell'agosto 1937, le miniere e le industrie metallurgiche passarono sotto il controllo esclusivo dello stato. Contemporaneamente le truppe comuniste, guidate dal generale Lister, tentarono di smantellare con il terrore le collettività dell'Aragona. Alcune di esse, pur assediate da ogni parte, riuscirono tuttavia a sopravvivere fino all'arrivo delle truppe franchiste. Al momento dell'ingresso dei ministri anarchici nel governo repubblicano, Kaminski si interrogava sul rischio che «gli ideali vengano eternamente traditi dalla vita». Ma la vittoria del generale Franco mise bruscamente fine a questi interrogativi. Drappeggiata di rosso e nero, la Spagna libertaria è entrata nella storia, scampata alle delusioni di questo secolo. Un giorno un popolo senza dio né padroni accese fuochi di gioia con i biglietti di banca. In quest'epoca in cui il denaro è re, ci sarebbe di che riscaldarci in molti.
note:
* Rispettivamente regista e storico, autore de L'autogestion dans l'Espagne révolutionnaire, La Découverte, Parigi, 1976.
(1) «Anarchiste» è l'ultima creazione di un celebre profumiere parigino.
(2) Patricio Martinez Armero, citato da Abel Paz, La Colonne de Fer, Editions Libertad-Cnt-rp, Parigi, 1997.
(3) Questa milizia anarchica, celebre per le gesta compiute dai detenuti che aveva liberato, ha combattuto in particolare sul fronte di Teruel.
(4) Mozioni del Congresso di Saragozza della Cnt, maggio 1936 (opuscolo),
(5) Carlos Semprun Maura, Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna, Editioni Antistato, 1976.
(6) George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Il Saggiatore, 1964.
(7) Franz Borkenau, Spanish Cockpit, Editions Champ libre, Parigi, 1979.
(8) Si veda Frank Mintz, Autogestion et anarcho-syndicalisme, Editions Cnt, Parigi, 1999.
(9) Carlos Semprun Maura, op. cit.
(10) Articolo di Augustin Souchy in Solidaridad Obrera (giornale della Cnt), febbraio 1938.
(11) Gaston Leval, Espagne libertaire, Editions du Cercle ed Editions de la Tête de feuille, Parigi, 1971.
(12) Abad de Santillan, Por que perdimos la guerra, Iman, Buenos Aires, 1940.
(13) Nel 1936, al momento del colpo di stato franchista, Buenaventura Durruti (nato nel 1896, dirigente dell'Ugt e quindi della Cnt) assume il comando di una milizia che gioca un ruolo importante nei combattimenti a Barcellona, poi nell'Aragona e infine sul fronte di Madrid. Qui, il 20 novembre, Durruti viene ferito mortalmente, in circostanze controverse.
(14) Secondo lo storico Burnett Bolloten «migliaia di persone appartenenti al clero e alle classi possidenti furono massacrate», più spesso in rappresaglia ai massacri franchisti (in La Rèvolution espagnole, Edizioni Ruedo Iberico, Parigi, 1977).
(15) H. E. Kaminski, Quelli di Barcellona, Il Saggiatore, 1966.
(16) Ibid.
(Traduzione di P.M.)