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Una moneta senza anima né cultura

L'euro e i suoi tristi simboli


Contrariamente al dollaro, l'euro non fa riferimento ad alcuna autorità superiore, politica e simbolica, su cui si possa fondare il legame di fiducia che ispira normalmente una società. Con un impianto grafico che mostra portali e finestre aperte sul vuoto, i biglietti rinviano unicamente a uno spazio senza limiti, deterritorializzato e disumanizzato: quello del mercato. E, come ultima garanzia, l'unità monetaria è gestita da un'istituzione tecnocratica che non ha conti da rendere a nessuno: la Banca centrale europea. La scommessa implicita è che, dalla moneta, nascerà necessariamente una comunità politica. Ma la storia conosce soltanto la situazione inversa...
di Bruno Théret*
Nel gennaio 2002, l'euro sarà sottoposto a una prova del fuoco alla quale è stato poco preparato. Da moneta esterna utilizzata dai mercati finanziari e dalle imprese che praticano il commercio estero, prenderà la forma di biglietti e monete che circoleranno negli scambi quotidiani.
Si insedierà nella testa di tutti e quindi anche nella testa di coloro - la grande maggioranza dei cittadini di dodici paesi d'Europa - che non hanno mai maneggiato una moneta straniera, che non andranno mai all'estero e che quindi non trarranno apprentemente alcun vantaggio da questo cambiamento. A breve termine, questa irruzione brutale dell'avventura europea nella vita quotidiana sarà probabilmente più una fonte di nuove difficoltà che un valore aggiunto.
Per quanto riguarda i vantaggi della moneta unica sul lungo periodo, su di essi pesano forti incertezze. Tali vantaggi saranno difficili da spiegare se non ci si risolve a precisare meglio in quale prospettiva l'euro orienterà la futura comunità di pagamento in quanto comunità politica e sistema di valori condivisi. Infine, rischiano di esservi considerevoli costi immediati di vario tipo: costi psicologici (apprendimento di una nuova scala di valori e costruzione di una nuova memoria dei prezzi); costi di transizione (aumento dei tempi di pagamento alle casse, lunghe file di attesa, rischi di furto e di truffe varie); costi sociali (rischio di inflazione e/o di recessione se gli altri costi portano a un calo dei consumi, esclusione crescente delle categorie della popolazione già rese più vulnerabili a causa dei rapporti con il mercato e il lavoro).
Questo aspetto del passaggio all'euro e le sue possibili conseguenze sono stranamente ricoperti da un pudico velo di silenzio. Fatta eccezione per un gruppetto di esperti europei che, assieme ad alcune associazioni di consumatori, si sono mobilitati fin dal 1997 su questi problemi (1), il fatto che l'euro diventi la moneta di tutti - e non più soltanto quella dei gruppi dominanti - sembra essere stata l'ultima delle preoccupazioni dei suoi promotori. La prova la dà il fatto che, nel flusso crescente di informazioni, man mano che la data fatidica della transizione si avvicina e cresce l'inquietudine degli ambienti ufficiali, bisogna sempre fare riferimento ai lavori passati di questi esperti, in contrasto con il fiorire di lavori di tipo economico che hanno accompagnato l'introduzione dell'euro finanziario.
Per capire il tipo di problemi che pone l'arrivo di biglietti e di monete in euro, un elemento di chiarezza risalta nel paragone con le banconote verdi (greenbacks) dei dollari. Va constatato prima di tutto che le euro-banconote riflettono strettamente la dinamica puramente economica e finanziaria che è all'origine della loro apparizione.
Esibiscono una fredda estetica post-moderna fatta di ponti, porte e finestre, da cui ci si è preoccupati di epurare qualsiasi tratto che permetta di localizzarli, rappresentazioni che cercano esclusivamente di simboleggiare la comunicazione, l'apertura e il passaggio delle frontiere. Nessun messaggio scritto: solo la denominazione euro e la sigla della Banca centrale europea (Bce) nelle diverse lingue; nessun simbolo, che non sia geografico, della Comunità europea; nessun riferimento politico ai Padri fondatori e alla storia; nessun emblema di garanzia di sovranità. Siamo in presenza di una moneta puramente funzionale nella sua nudità economica, di un semplice strumento di scambio che nega il passato e non si aggancia al futuro, per il fatto di non potere o non volere far riferimento a simboli comuni alle diverse nazioni che cercano tuttavia di unirsi. La sola dimensione collettiva risiede nel nome - euro - che evoca l'Europa come il franco evoca la Francia (2). Un deficit di credibilità Esaminiamo adesso i biglietti in dollari, avendo bene in testa che si tratta in questo caso di una moneta dalla longevità e dalla stabilità eccezionali, che in novant'anni non ha mutato forma (3). Che cosa osserviamo? Tutto il contrario di quello che mostra l'euro: un'estetica barocca, quasi esoterica; una presenza della comunità federale di pagamento a chiare lettere - «The United States of America», «Federal Reserve Note», «Us Tresury» - e in immagini - la rappresentazione della sede del Tesoro statunitense, in particolare, o il Campidoglio; riferimenti ai fondatori (Washington, Hamilton, Lincoln, Grant, Franklin); diversi emblemi; timbri, di eguali dimensioni, del Federal Reserve System e del Department of Treasury. Soprattutto due frasi che sintetizzano tutta una teoria della moneta senza valore intrinseco: recto, «This note is legal tender for all debts, public and private» (Questa banconota ha corso legale per tutti i debiti pubblici e privati); verso, «In God we trust» (Crediamo in Dio).
Fermiamoci un istante su questi due aforismi. Il primo enuncia che la moneta moderna deve giuridicamente far riferimento a un debito e non soltanto allo scambio mercantile. In questo modo, non serve soltanto a liberarsi da debiti emessi contrattualmente, in occasione di operazioni commerciali. Serve anche - e, per il dollaro, questo è ancora più importante - alla circolazione e al pagamento dei debiti che legano la potenza pubblica ai singoli, che si tratti, in un senso per esempio, delle imposte, e nell'altro senso, degli interessi del debito pubblico finanziario o degli obblighi del debito sociale. Nella parte verso, il dollaro ci insegna che la moneta moderna, per ispirare fiducia, deve far riferimento a un'autorità simbolica superiore, sovrana al di sopra dello stato e quindi della legalità: in questo caso, alla divinità, in una società fondata sulla religione come sono gli Stati uniti.
Mostra anche che, in ultima istanza, il valore della moneta è basato su una fiducia di ordine etico, che rinvia al sistema generale dei valori che danno coerenza istituzionale di insieme a una società.
Questa fiducia etica si sovrappone, da un lato, alla fiducia di tipo gerarchico illustrata sui biglietti dal sigillo del Sistema di riserva federale (Federal Reserve System) e del dipartimento del Tesoro (Us Treasury) che gli conferiscono forza legale; dall'altra parte, si somma alla fiducia metodica che deriva a sua volta dalla strumentalità della moneta negli scambi quotidiani, la quale non viene rimessa in causa da una mancanza di fiducia gerarchica e/o etica (4).
Messo a confronto con il dollaro, i cui biglietti simboleggiano un'alleanza fondatrice tra le relazioni sociali di ordine pubblico e di ordine privato (posto d'altronde sotto l'autorità di un Dio di cui la Federal Reserve e il dipartimento del Tesoro sono i sacerdoti), il deficit simbolico della moneta europea appare considerevole. L'euro non può difatti dissimulare la fragilità della propria legittimità al di fuori del circolo dei mercanti, poiché non è che un'emanazione di stati ancora titubanti a legarsi politicamente in un ordine pubblico comune. In queste condizioni, è possibile che l'euro permetta, attraverso la sua mediazione, che vengano riconosciuti gli obblighi sociali degli stati allo stesso titolo degli obblighi finanziari? E a quale santo o autorità morale ultima potremmo votarci per costruire e conservare la fiducia in una sua validità permanente e in una sua capacità di fare il bene pubblico? Nel suo caso, nessuna delle tre forme classiche di fiducia nella moneta sembra assicurata.
Prima di tutto, c'è incertezza rispetto alla forma elementare di fiducia che nasce dalla routine degli scambi e che fa sì che tutti, accettando una moneta, si aspettino che gli altri membri della comunità di pagamento l'accettino egualmente, senza porre delle domande. Questa fiducia, che deve imporsi nell'uso quotidiano del denaro, deve ancora essere costruita per l'euro. Avrà tante più difficoltà a stabilirsi se questa moneta verrà associata all'idea che favorisce le frodi dei commercianti e avvantaggia essenzialmente coloro che sono in posizione dominante nelle relazioni sociali. Ed è proprio l'incertezza sulla possibilità di istituire abbastanza rapidamente questa quotidianità a preoccupare attualmente i poteri pubblici.
Vi è incertezza anche rispetto all'istituzione di una fiducia di tipo gerarchico associata alle istituzioni monetarie ufficiali che garantiscono la perennità della moneta e la sua capacità di liberare individui e collettivi dai debiti, sia pubblici che privati. Il dubbio risiede qui nella mancanza di legittimità politica della Bce, autorità amministrativa sovranazionale indipendente senza interlocutore democraticamente legittimo del suo stesso livello - l'equivalente del dipartimento del Tesoro nel caso del dollaro - visto che l'istituzione di uno stato federale autonomo, dotato di un bilancio su scala europea, non è prevista. Quest'ultimo aspetto è ben esemplificato dalle critiche ricorrenti, esterne ma anche interne all'istituzione, nei confronti della politica portata avanti dall'attuale governatore della Bce, Wim Duisenberg.
Questo deficit di legittimità dipende dal fatto che, in contrasto con la maggior parte delle precedenti esperienze storiche di unificazione monetaria, l'euro non simboleggia una comunità pre-esistente che segna la propria sovranità imponendo la propria unità di conto. La sua creazione è, in un certo senso, investita della missione di istituire surrettiziamente questa comunità. Di qui gli interrogativi sull'irreversibilità del processo, fino a quando non verrà istituito un vero governo europeo.
Questo sfasamento di potere tra l'autorità monetaria europea e l'autorità propriamente politica - all'origine del dibattito sull'assenza di politica di bilancio centralizzata a livello dell'Unione - potrebbe alimentare, nei confronti dell'euro, una diffidenza propizia a mobilitazioni politiche contro di esso, nel momento in cui verrà percepito come una moneta deflazionista e antisociale, estranea alle preoccupazioni dei cittadini-consumatori degli stati membri. La sua legittimazione a breve termine implica allora, in modo transitorio, la necessità di marcare ogni politica che lo riguarda con il sigillo degli stati nazionali: deve affermarsi come la moneta deliberatamente scelta dai cittadini di ogni stato membro, prima di essere presentata come moneta unica dell'Unione. Ma, come abbiamo visto, le scelte fatte per i biglietti tendono a ridurre il peso di questi sigilli (5).
Infine, l'incertezza regna anche ad un livello superiore di fiducia, quello della fiducia etica. Difatti, neppure una moneta sostenuta da una banca centrale e da un governo che si situi allo stesso livello, dotato di un Tesoro pubblico, è necessariamente legittima. Poiché l'essenziale dell'emissione monetaria dipende dalle banche commerciali private e il valore della moneta non fa più riferimento a un tallone materiale, la moneta ha bisogno di un'ancora simbolica che vada al di là della dichiarazione ufficiale della sua legalità. Per questo motivo, una condizione essenziale della legittimità delle monete senza valore intrinseco risiede nella loro capacità di simboleggiare comunità politiche territorializzate che trascendono le contraddizioni sociali radicate nei rapporti socio-economici e politici, che avrebbero l'effetto di dividerle.
Ma quando il caso non è questo o non è più questo, quando il conflitto sociale ha il sopravvento senza che le autorità legali abbiano la capacità di tenerlo sotto controllo, la moneta può essere rigettata.
Questo succede per esempio in situazioni di «dollarizzazione» associate a contesti iperinflazionistici. Ma succede anche quando la gestione della moneta porta a una deflazione profonda, comportando la svalutazione del debito sociale, come avviene attualmente in Argentina. L'illegittimità della moneta che ha corso legale si traduce allora in una riduzione drastica del suo ruolo negli scambi e nella comparsa di monete parallele che circolano in comunità di pagamento ridotte.
Di fronte al dilemma della legittimità delle monete moderne, il dollaro, sostenuto da una Federal Reserve che non ha come obiettivo esclusivo la stabilità dei prezzi, sembra ben armato (si legga qui in basso l'articolo di Dominique Plihon), mentre l'euro soffre di varie carenze.
Un deficit simbolico, prima di tutto, che traspare sui biglietti, poiché la comunicazione attraverso l'apertura di porte e l'attraversamento di ponti - in altri termini, l'estensione dei mercati - non è sufficiente per «costruire una società». Un deficit del progetto collettivo, la mancata definizione del bene comune tangibile che l'euro avrebbe il compito di permettere di raggiungere, e che si traduce nelle funzioni monche della Bce. Deficit d'identità, infine: la prospettiva aperta dall'unione economica e monetaria non è quella di identificare una nuova comunità socio-politica di appartenenza, con la vocazione di sostituirsi alle vecchie comunità nazionali. È invece l'euro a sostituirsi alle vecchie monete nazionali.
Riconoscere all'euro le dimensioni simboliche e politiche che fondano la legittimità delle monete moderne dovrebbe portare a passare da una moneta unica a una moneta comune, da una moneta pensata attraverso il solo prisma del mercato a una moneta che rinvii più ampiamente a un legame territoriale costruito sul modello federale. Ma perché queste dimensioni sono state dimenticate? Perché hanno ancora tendenza ad esserlo? Due risposte sono qui possibili, e d'altronde non si escludono a vicenda, se ammettiamo che gli architetti dell'euro possono essere divisi tra loro. Da un lato, è possibile pensare che non siano pienamente colpevoli delle loro carenze. Dall'altro, il deficit di legittimità dell'euro può essere analizzato come una nuova dimostrazione del «metodo Monnet» della costruzione istituzionale dell'Europa.
Sembra suffragare la prima spiegazione il fatto che le dimensioni simboliche che riguardano la politica, l'identità e la psicologia della moneta sono molto poco analizzate dalle scienze sociali più diffuse e/o standardizzate a cui ha accesso il personale politico-amministrativo.
Per esempio, la storia lascia poco spazio, nella costruzione delle identità nazionali, al ruolo della moneta, in particolare dell'esclusività monetaria nazionale che ha soppiantato la circolazione legale di molteplici unità di conto su uno stesso territorio, situazione normale fino al XIX secolo.
Dal canto suo, la scienza economica, che si nutre della favola del baratto, non vede nella moneta che un velo lubrificante posato sugli scambi e considera qualsiasi interferenza della dimensione politica e simbolica come pura traccia di arcaismo o di interessi tali da turbare il buon funzionamento delle economie capitaliste moderne.
Si occupa di questi aspetti solo per negarne l'opportunità o l'importanza, o ancora per mostrare la necessità di liberarsene. L'insegnamento che viene dalle due parole-chiave che figurano sul dollaro - debito (debts) e fiducia (trust) - e gli aforismi in cui sono inseriti per gli economisti restano in genere lettera morta.
Milita a favore della seconda spiegazione il fatto che l'introduzione dell'euro si inserisce nella continuità del movimento storico di costruzione dell'Unione europea. Può quindi essere considerata un'applicazione particolare del metodo che consiste nel creare squilibri istituzionali che logicamente richiedono l'intervento delle istanze comunitarie nei campi istituzionali funzionalmente adiacenti, in modo da ristabilire l'equilibrio. In questa prospettiva, non è un problema il fatto che l'euro crei tensioni, ma è piuttosto la soluzione. È il mezzo attraverso il quale l'integrazione economica richiede un'integrazione politica più profonda. In questo senso, il deficit simbolico e politico, il modo in cui è stato concepito, la forma che hanno preso i biglietti, la mancanza di potere sovrano a livello europeo - suscettibile di fare da contrappeso alla Bce - non sarebbero che momenti di un processo ancora in corso, le cui linee guida e gli scopi verranno rivelati solo quando l'euro avrà pienamente sostituito le monete nazionali ed eserciterà il proprio monopolio politico e simbolico.
Sarà soltanto in quel momento che i deficit creati da questa monopolizzazione appariranno chiaramente e l'euro dovrà mostrare la propria attitudine a fondare una vera comunità di pagamento su scala del territorio in cui avrà corso legale, ispirando fiducia sia rispetto al suo valore durevole che alla capacità di assicurare il bene pubblico. Per arrivare a tanto, in questo scenario, saranno evidentemente necessarie riforme istituzionali dell'organizzazione dei poteri pubblici su scala europea...
note:
* Istituto di ricerca interdisciplinare in socio-economia (Iris), Università Parigi-Dauphine.
(1) Si legga Jean-Michel Servet, L'Euro au quotidien, Seuil, Parigi, 1998; Thierry Vissol (a cura di), The Transition to the Euro. Consequences for the Consumer and the Citizen, Kluwer Academic Press, Doordrecht (Olanda), 1999.
(2) Le monete, coniate dalle Zecche nazionali, hanno, dal canto loro, una faccia nazionale: il che non impedirà la circolazione negli altri paesi della zona euro, e provvederà a creare così la rappresentazione di una moneta non unica, ma comune.
(3) Dal 1911, data della creazione del Federal Reserve System e dell'unificazione dell'emissione di moneta su scala federale. Prima della nascita della Federazione, fino al 1861, ogni stato emetteva i propri dollari ed esistevano precisi tassi di cambio tra i dollari dei diversi stati.
Nel 1861, l'unità di conto diventa comune, ma i mezzi di pagamento continuano ad essere emessi da ciascun stato, senza alcuna centralizzazione su scala federale.
(4) Si legga Michel Aglietta e André Orléan (a cura di), La Monnaie souveraine, Odile Jacob, Parigi, 1998.
(5) È ridotto a un timbro per i biglietti messi in circolazione dalle banche centrali nazionali, timbro che ritroviamo egualmente sui dollari coniati dalle Federal reserve banks degli stati americani, ma che in quel caso viene equilibrato dal timbro del dipartimento federale del Tesoro.
(Traduzione di A. M. M.)