È alla fine degli anni '80, che i primi grandi carotaggi di ghiaccio antartico hanno confermato l'ipotesi di un riscaldamento del pianeta fortemente connesso alle emissioni di anidride carbonica causate dall'uomo: scarichi industriali, rifiuti domestici nei paesi ricchi, deforestazione favorita da questi stessi paesi nelle nazioni più povere... Allora c'era molta incertezza, perché nel 1988 i modelli avevano previsto per la fine del XXI secolo un riscaldamento variabile tra lo 0,4° e gli 8,33° C, mentre la forbice comunemente ammessa andava dai 2° ai 5,5°
(1).
Si trattava di un risultato inquietante: su scala planetaria, infatti, la temperatura media dell'ultima glaciazione, 18.000 anni fa, risultava di soli 4° o 5° gradi inferiore alla temperatura attuale. Se le previsioni più pessimistiche avessero trovato conferma, gli eventuali cataclismi climatici del secolo a venire potevano essere di ampiezza inversa a una glaciazione. Gli effetti prevedibili non sarebbero consistiti in un omogeneo riscaldamento globale di alcuni gradi, ma in variazioni talmente forti da rischiare un blocco del Gulf Stream, il che avrebbe prodotto in Europa e nell'America del nord un clima a carattere polare o il moltiplicarsi di «anomalie» climatiche quali le grandi tempeste o El Niño
(2).
Altra conseguenza: l'innalzamento del livello delle acque - fino a un metro - dovuto allo scioglimento dei ghiacci artici e antartici, metteva a «rischio» di inondazione una parte di quei litorali, delta e pianure dove si concentra la maggior parte delle terre fertili e della popolazione del pianeta. Queste trasformazioni portavano con sé il «rischio» di movimenti migratori incontrollabili e di altri fenomeni altrettanto difficili da prevedere, quali la risalita verso i paesi del Nord di malattie tropicali, come la malaria o la febbre emorragica.
Il «tallone d'Achille» dell'argomentazione era naturalmente nella parola «rischio». In mancanza di certezze, ingenti somme di denaro sono state stanziate dagli stati più importanti e, a livello internazionale, dal Gruppo intergovernativo sull'evoluzione climatica (Giec), per stabilire il grado di probabilità di queste previsioni. Il primo rapporto del Giec, pubblicato nel 1990, ha confermato il riscaldamento del pianeta, senza tuttavia poterne precisare l'ampiezza. La preoccupazione è comunque bastata a fare adottare, nel maggio 1992, a New York, una Convenzione sui cambiamenti climatici che il mese seguente, in occasione della grande conferenza dell'Organizzazione delle Nazioni unite sull'ambiente a Rio de Janeiro, è stata firmata da ben 154 stati.
La convenzione, in sostanza, proponeva ai firmatari di operare in modo da «stabilizzare le concentrazioni di gas a effetto serra nell'atmosfera ad un livello tale da impedire qualsiasi perturbazione antropica dannosa al sistema climatico». L'ambizioso obiettivo era mitigato dal fatto che il livello in questione non era precisato. Tuttavia, l'articolo 3 della convenzione recitava: «Qualora esista il rischio di perturbazioni gravi o irreversibili, la mancanza di assoluta certezza scientifica non deve essere pretesto per differire l'adozione di misure precauzionali capaci di prevedere, prevenire o attenuare le cause dei cambiamenti climatici o limitarne gli effetti nefasti».
Quest'ultimo passaggio è stato raramente ricordato dalla comunità scientifica, politica o mediatica.
Nell'aprile 1996, un secondo rapporto del Giec, redatto da duemila specialisti di tutto il mondo, ha contribuito ad alimentare le apprensioni, benché gli esperti avessero adottato prudentissime precauzioni terminologiche.
A loro giudizio, un «gran numero di elementi suggerisce l'ipotesi di un'influenza dell'uomo sul clima». Perché continuare a usare formulazioni così prudenti, pur di fronte all'accumularsi delle prove? Perché molte altre ricerche sono state finanziate: per cercare di dimostrare che il ruolo dell'uomo nelle emissioni di gas non è «provato» e che il fenomeno può essere la conseguenza di un aumento dell'attività solare, o che forse la sua ampiezza è stata esasperata da migrazioni di bolle nel ghiaccio.
La partita vera si è giocata un anno e mezzo più tardi, nel dicembre 1997, a Kyoto. Gli Stati uniti (4% della popolazione e 22% delle emissioni di CO2) hanno proposto «al massimo» di stabilizzare, verso il 2012, le loro emissioni a livello dell'anno 1990, abbinando questa proposta alla creazione di un mercato del «diritto ad inquinare», in cui i paesi ricchi che non riuscissero a realizzare i propri obiettivi, avrebbero potuto comprare alcune tonnellate di carbonio dai paesi più virtuosi o più poveri. Più ambiziosi, gli europei difendevano invece una riduzione globale da parte dei paesi industrializzati del 15% rispetto all'anno 1990, ma si auguravano che queste misure non vincolassero i cosiddetti paesi «in via di sviluppo».
Come succede in molte grandi conferenze internazionali, il risultato è stato un vero pasticcio, con la proposta, ai soli paesi industrializzati, di una riduzione nel 2012 del 5,2% rispetto al livello di emissione del 1990. Per Stati uniti o Giappone questo si traduceva nell'obbligo di ridurre le proprie emissioni di gas rispettivamente del 18% e 16%. Per l'Unione europea, la cui economia usciva da un periodo di stagnazione, l'obiettivo era meno difficile da realizzare, visto che la diminuzione globale era solo del 5%, e per un paese come la Francia, grazie al suo impegno nel nucleare, scendeva addirittura all'1%. Il testo lasciava peraltro in sospeso la questione dei paesi definiti «in via di sviluppo» ai quali, nella logica dello «sviluppo industriale per tutti», era difficile imporre vincoli, ma che in alcuni casi, per esempio Corea del Sud, Cina o India, mostravano rapidissimi ritmi di aumento delle emissioni di gas responsabili dell'effetto serra.
I «diritti a inquinare» Eppure, l'obiettivo indicato dal protocollo di Kyoto è irrisorio.
Secondo alcuni esperti, corrisponde ad una riduzione di 0,06° su un aumento di 2° previsto per il 2050, ossia il 3% dello sforzo da realizzare per frenare effettivamente il riscaldamento del pianeta
(3). Malgrado ciò, dopo aver denunciato la fragilità e le carenze delle proposte, le organizzazioni ecologiste si sono aggrappate a questo testo come ad una zattera di salvataggio. E sulla loro scia, i media e alcuni governi si sono lanciati in una difesa controproducente, se non pericolosa.
Infatti, due sono le ipotesi che ci si offrono: o il riscaldamento è una finzione, nel qual caso tutto ciò non serve a un granché, o è reale e allora non è indispensabile realizzare il 3% dello sforzo minimo necessario, ma agire in modo realmente efficace. Alcuni obbiettano, in buona fede, che il protocollo di Kyoto è un «primo passo nella giusta direzione», ma quando si pensa alle incredibili difficoltà incontrate dai paesi industrializzati per raggiungere faticosamente questo 3%, come si può sperare seriamente di realizzare sforzi trenta volte superiori (cioè l'altro 97%) in un lasso di tempo ragionevole?
Tanto più che le solenni dichiarazioni d'intenti sul clima si sono sbiadite, umiliate da fallimenti e rinunce sempre più pesanti. Nel novembre 2000, i paesi che si consideravano «progressisti», guidati dall'olandese Jan Pronk, l'inviato speciale del segretario generale delle Nazioni unite, si sono battuti all'Aja soprattutto contro il principio del permesso di inquinare e contro i «pozzi» di carbonio che permettono di conservare le proprie scorie a patto di stoccare il carbonio da qualche parte. Ma la conferenza si è chiusa con un fallimento clamoroso, visto che gli Stati uniti si sono ritirati dai negoziati trascinando con loro i partner del cosiddetto gruppo «Ombrello» (Australia, Canada, Giappone). La vittoria, nel 2001, di George W. Bush, vicino alle lobby petrolifere, non ha modificato la situazione.
Nel terzo grande rapporto del 2001, gli esperti mondiali del Giec sul clima sostenevano che il livello di concentrazione di anidride carbonica, «con molta probabilità», non era mai stato così elevato da venti milioni di anni e che molti altri gas a effetto serra - come il metano, il biossido di zolfo o gli ossidi nitrosi - avevano raggiunto un livello mai toccato prima
(4). Questi aumenti, tradottisi in una crescita della temperatura media del pianeta di 0,6° durante il XX secolo, avevano subito una notevole accelerazione dopo la fine degli anni '60, corrispondente a più di 0,2° ogni dieci anni, anche se alcuni livelli risultavano fittizi.
Si constatava, inoltre, una notevole accelerazione del dato dal 1990, visto che l'ultimo decennio del secolo era stato il più caldo dell'ultimo millennio. Oltre all'innalzamento del livello del mare, cresciuto da 10 a 20 centimetri, venivano anche constatate o previste delle modifiche localizzate, come l'amplificazione del fenomeno El Niño, l'assottigliamento, dalla fine della seconda guerra mondiale, del 40% della banchisa artica o la perturbazione del fenomeno dei monsoni in Asia.
Ma il rapporto si concludeva ipotizzando che, «con ogni probabilità», le perturbazioni più consistenti si sarebbero prodotte nei paesi tropicali. Quest'ultima previsione, in realtà molto poco attendibile, ha paradossalmente avallato la strategia del disinteresse dei paesi industrializzati - e soprattutto degli Stati uniti - visto che i disastri climatici dovrebbero colpire in particolare i paesi del sud. Infatti, mentre negli anni '90 l'esistenza di un buco nello strato d'ozono, che minacciava soprattutto le popolazioni dell'emisfero nord, aveva provocato una rapida reazione con la firma, nel 1997, del protocollo di Montreal, sulla risposta all'effetto serra non si è avuta la stessa corale attenzione.
Nel luglio 2001, i promotori di una nuova conferenza sul clima, indetta a Bonn per «salvare» il protocollo di Kyoto, sono stati obbligati a concessioni supplementari sia sui diritti ad inquinare sia sui «pozzi» di carbonio, in particolare per Giappone, Canada e Russia, che riducendo gli obblighi ad una semplice stabilizzazione delle emissioni al livello del 1990, rinunciavano alla diminuzione del 5,2% prevista nel 1997. Lo stesso mese, sulla base di un modello messo a punto dal Massachusetts Institute of Technology (Mit), una équipe di ricercatori americani dimostrava che la probabilità di riscaldamento era del 90%
(5).
Neanche questo è stato però sufficiente a modificare la posizione del presidente Bush, che ha preferito puntare sul 10% di possibilità che il pianeta non vada verso la catastrofe. Alcuni mesi più tardi, il 10 novembre 2001, alla fine di un braccio di ferro senza precedenti negli annali dell'ecologia, l'Europa riusciva a convincere 167 paesi a firmare l'accordo di Marrakech, che stabilisce le regole giuridiche necessarie alla ratifica e alla realizzazione del protocollo di Kyoto.
Mentre, nel 2001, gli Stati uniti dichiaravano un aumento del 3,1% delle loro emissioni di gas a effetto serra (la più forte escalation annua dal 1990), due nuovi studi indipendenti dell'Onu concludevano, nell'aprile 2002, che molto probabilmente il cambiamento climatico era stato sottostimato, dovendosi situare, intorno al 2100, tra i 5,8° e i 6,9°
(6). Stabilito l'assioma per cui è impossibile chiedere ai cittadini americani di modificare il proprio stile di vita, l'amministrazione Bush si è limitata a ribadire agli industriali la richiesta di una loro autoregolamentazione, dichiarando senza il minimo senso del ridicolo: «Gli Stati uniti si sforzano in molti modi per aiutare la propria nazione e il resto del mondo a ridurre la sua vulnerabilità e ad adattarsi al cambiamento climatico
(7)».
Cosa si può fare? All'inefficacia del protocollo di Kyoto si aggiungono un gran numero di conseguenze perverse. Più volte criticata negli anni '90, la lobby nucleare ha colto la palla al balzo. Così, mentre si continua ad ignorare come sbarazzarsi dei rifiuti del nucleare, tossici per millenni, questa industria è diventata, nelle parole dei suoi sostenitori, un modello di pulizia (perché non emette anidride carbonica).
Accanto a questa prima lobby, un altro gruppo di pressione, quello dei forestali, ha trovato ampio spazio. Dagli anni '70, chi sfruttava i paesi tropicali era mal visto dalla stampa e dalle organizzazioni non governative (Ong) ecologiste. Con Kyoto e le sue metamorfosi di Bonn e Marrakech, i paesi industrializzati si sono visti offrire la possibilità di realizzare «pozzi di carbonio» piuttosto che ridurre l'inquinamento.
I progetti di rimboschimento in ambiente tropicale possono rientrare in questa categoria, tanto più che lì la deforestazione è a un punto critico da decenni. Il problema è però che le foreste dense si trovano generalmente in situazione di equilibrio, se non di emissione di carbonio; per cui gli industriali del settore non hanno da proporre niente di meglio che radere al suolo le vecchie foreste esistenti (di cui prontamente possono sfruttare la legna) per sostituirle con giovani piantagioni di specie a crescita rapida (acacie, albizzia, eucalipti), che assorbono molto più rapidamente il carbonio, il tutto finanziato da incentivi per l'ambiente. Nella sua inutilità climatica, il protocollo di Kyoto è così diventato il primo sponsor del nucleare e della deforestazione degli habitat tropicali.
La lista dei progetti per catturare il carbonio si allunga sempre di più sui tavoli degli esperti tecnocrati, incaricati dai responsabili mondiali di trovare soluzioni di ricambio (senza dire che il carbonio non è il solo elemento responsabile e che altri prodotti, come il metano, hanno avuto un forte aumento parallelo a causa dello sviluppo dell'agricoltura irrigua e soprattutto dell'allevamento). Così alcuni propongono di piantare più foreste nel Grande nord canadese o europeo, senza tener conto che questa vegetazione assorbirebbe l'energia solare abitualmente riflessa dalla neve e il bilancio netto sarebbe nullo, se non sfavorevole. Si potrebbe relegare il carbonio nelle profondità oceaniche: si correrebbe però il rischio di sconvolgere ancora di più il ruolo degli oceani, che hanno già assorbito una parte dei rifiuti del carbonio prodotto dall'uomo. Si potrebbe sovralimentare il plancton nelle zone artiche iniettandovi alte dosi di carbonio, ma non c'è alcuna certezza sulla possibilità di sopravvivenza degli ambienti marini a questo trattamento. Si potrebbero modificare geneticamente alcune piante per aumentare il loro potenziale di assorbimento (ma in questo caso entrerebbe in azione la lobby degli organismi geneticamente modificati).
Alcuni stanno addirittura ricercando prodotti in grado di ridurre le flatulenze del bestiame perché, soprattutto nelle vacche, sono troppo ricche di metano! Altri ancora prevedono di diffondere speciali aerosol nell'atmosfera, o vogliono inviare razzi nello spazio per installarvi schermi o specchi con cui filtrare una parte dell'irraggiamento solare e ridurre il riscaldamento. Inutile dire che una totale incertezza avvolge le molteplici possibili conseguenze di questi progetti.
Nel frattempo, si accumulano gli elementi che illustrano le trasformazioni in corso. In uno studio pubblicato sulla rivista Nature nel 2001, una équipe britannico-norvegese ha dimostrato che la portata del Gulf Stream, dal 1950, è diminuita almeno del 20%
(8). Se un tale fenomeno dovesse continuare, si dovrebbero rimettere in discussione le ipotesi della comunità scientifica occidentale sul fatto che i paesi più colpiti in futuro saranno quelli del Sud. Nel marzo 2002, un frammento della banchisa antartica di 3.250 kmq (più vasta del Granducato del Lussemburgo), vecchio di 12.000 anni, si è fratturato in migliaia di iceberg, per un volume totale di 720 miliardi di tonnellate di ghiaccio.
Ma questi segnali non contano. In nome del «rigore» scientifico, la comunità dei ricercatori e dei politici preferisce attendere ipotetiche «certezze», invece di cercare di applicare il principio di precauzione.
Si accontenta di dire che non si conosce la natura e l'ampiezza del cambiamento e che la cosa più importante è moltiplicare gli studi.
Studi certo utili, se non indispensabili, ma quale ricerca climatica potrà mai offrire la «prova inconfutabile» che si sta andando verso la catastrofe?
In realtà, gli studi hanno anche l'indubbio vantaggio di poter dichiarare che non si resta inattivi, pur servendo poco rispetto a quel che potrebbero offrire misure concrete - e necessariamente radicali.
Se è consentita una metafora, si può dire che gli esperti che hanno portato «Kyoto» al fonte battesimale hanno ritenuto che l'umanità stesse dando segni di follia, visto che il nostro modello di «sviluppo» corrisponde potenzialmente a scagliarsi contro un muro ad una velocità di 100 chilometri all'ora, e che, dopo attenta riflessione, essi hanno concluso che è urgente ridurre la velocità a... 97 chilometri l'ora! Ma quale responsabile politico o quale governo di un paese industrializzato oserebbe riconoscere che le nostre scelte di vita e di consumi costituiscono un grosso rischio per una parte importante della specie umana e forse addirittura per le nostre stesse civiltà?
note:
* Professore incaricato di geografia, Università Toulouse II-Le Mirail; autore di La Jungle, la Nation et le Marché, chronique indonésienne, L'Atalante, Nantes 2001; Timor Lorosa'e, pays au carrefour de l'Asie et du Pacifique, un atlas géohistorique, Presses universitaires di Marne-la-vallée/Irasec, 2002.
(1) Pierre Thuillier, «L'humanité saisie par l'effet de serre», La Recherche, Parigi, 1992, p. 516.
(2) El Niño è un'irregolare perturbazione del clima nell'oceano Pacifico tropicale che modifica il regime dei venti e della temperatura delle acque, provocando come conseguenza da un lato precipitazioni e inondazioni più forti e dall'altro severe siccità.
(3) In particolare, si veda: Antoine Bonduelle, Dix défauts du protocole de Kyoto, Institut d'évaluation des stratégies sur l'énergie et l'environnement en Europe (Inestene), Parigi, 2001, e Franck Lecocq, «Distribution spatiale et temporelle des coûts des politiques publiques de long terme sous incertitude: théorie et pratique dans le cas de l'effet de serre», tesi di dottorato, Engref-Cnrs, Parigi, luglio 2000.
(4) Giec, «Third Assessment Report, Summary for Policymakers», Unep/Wmo, Ginevra, febbraio 2001.
(5) Science, Washington, 20 luglio 2001.
(6) Associated Press, 17 aprile 2002.
(7) United States Environemental Protection Agency, «Us Climate Action Report 2002», Washington.
(8) Bogi Hansen et alii, «Decreasing Overflow from the Nordic Seas into the Atlantic Ocean through the Faroe Bank Channel since 1950», Nature, Londra, 21 giugno 2001.
(Traduzione di G.P.)