Una contraddizione irrisolvibile


Jean-Marie Harribey
Il concetto di sviluppo sostenibile è diventato ormai un specie di riferimento obbligato per i responsabili politici e le istituzioni internazionali. In realtà questo concetto è giunto al momento giusto per aiutare le classi dirigenti a recuperare una legittimità compromessa dall'esplosione delle disuguaglianze e dai disastri ecologici dello sviluppo degli ultimi vent'anni.
È un concetto che si fonda su una ambiguità naturale, se non su una insormontabile contraddizione. Secondo i suoi promotori istituzionali, lo sviluppo sostenibile deve conciliare tre esigenze: la crescita, la riduzione della povertà e la tutela degli ecosistemi. Ma l'obiettivo della crescita economica è visto come condizione necessaria per il successo delle altre due. Implicitamente o esplicitamente, le Nazioni unite, i governi, le aziende, le Organizzazioni non governative (Ong) e gli economisti favorevoli allo sviluppo sostenibile adottano la distinzione tra crescita e sviluppo stabilita in passato dall'economista François Perroux, distinzione sulla quale si fonda l'economia dello sviluppo negli anni '50 e '60 (1). Lo sviluppo come problema La crescita si riferiva all'aumento delle quantità prodotte, a prescindere dalla loro qualità e dal loro impatto sociale ed ecologico; lo sviluppo inglobava la crescita ma la superava qualitativamente dandosi come obiettivo il benessere umano. Ma per stabilizzarsi e continuare, la crescita deve occuparsi di alfabetizzazione, di cultura, di miglioramento della sanità. Essa comporta sempre i cambiamenti qualitativi utilizzati da Perroux.
La distinzione fra crescita e sviluppo presenta quindi una grave debolezza logica: secondo gli economisti che la difendono, la crescita porta in fine i cambiamenti di strutture economiche e sociali che, per l'appunto, caratterizzano lo sviluppo secondo Perroux. Donde la contraddizione: inizialmente, la crescita è vista come una semplice condizione necessaria dello sviluppo; con il tempo, diventa una condizione sufficiente (rendendo inutile la distinzione). Lo sviluppo si riduce dunque all'aumento, naturalmente eterno, delle quantità prodotte.
A questo punto, il raggiro liberale può entrare in azione: giustificare la conformità dello sviluppo di tutti i popoli a quello dei paesi ricchi e sottoporli alle ingiunzioni delle istanze internazionali aureolate del concetto di sostenibilità. Paradossalmente, gli economisti non liberali, contrari alla globalizzazione capitalista, finiscono per concordare su questo punto con gli economisti liberali appena convertiti alla sostenibilità. Per i primi, la sacrosanta crescita può esercitarsi soltanto in un contesto liberale, essendo la regolamentazione ecologica garantita dal mercato, al punto che allo sviluppo sostenibile si sostituisce spesso la crescita sostenibile. Per gli altri, la crescita comporta effetti perversi, ma lo sviluppo è «sostenibile per definizione» (2). Questo ci porta alla seguente aporia: secondo la stessa definizione degli economisti dello sviluppo, non si può negare che il Nord sia sviluppato (educazione, accesso alle cure, speranza di vita e via dicendo); eppure, questo sviluppo ha provocato i danni che questi economisti usano per distinguere la crescita dallo sviluppo: dunque lo sviluppo implica ciò che essi negano in quanto sviluppo. È comprensibile la critica radicale che vede lo sviluppo non come soluzione ma come problema. Perché il tipo di sviluppo sociologicamente ed ecologicamente devastante che prevale nel mondo è quello nato in Occidente, che riceve impulso dalla ricerca del profitto in vista dell'accumulazione del capitale. E anche perché, imponendo questo sviluppo all'intero pianeta, il capitalismo produce una deculturazione di massa: l'abbondanza nata dalla concentrazione delle ricchezze in un polo luccica come uno specchio per le allodole per i miliardi di esseri che vivono nell'altro polo e assistono alla progressiva distruzione delle loro radici culturali (3). Tuttavia sarebbe un errore rifiutare l'idea di sviluppo. Infatti, i bisogni primordiali di una larga metà dell'umanità non sono appagati.
I paesi poveri devono quindi poter conoscere un periodo di crescita della loro produzione. Perché per sconfiggere l'analfabetismo, occorre costruire scuole; per migliorare la sanità, occorre costruire ospedali e portare l'acqua potabile; per ritrovare una larga autonomia alimentare, occorre promuovere l'agricoltura. Se lo sviluppo è fallito nel XX secolo, si deve certamente al fatto che i rapporti di forza si sono conclusi a vantaggio esclusivo dei ricchi, ma anche almeno in pari misura al fallimento dello stesso sviluppo in quanto tale. Occorre quindi liberarsi sia dai tranelli dello «sviluppismo» sia da quelli dell' «antisviluppismo», e del consenso incerto intorno all'idea di sostenibilità. Uscire dal capitalismo Lo sviluppo finora noto è storicamente legato all'accumulo capitalista a vantaggio di una classe minoritaria. Allo stesso modo, sul versante opposto, il sottosviluppo non è privo di collegamenti con gli obiettivi imperialisti del capitale, soprattutto nella sua fase di accumulo finanziario. Dissociare la critica dello sviluppo dalla critica del capitalismo cui fa da supporto, significherebbe assolvere il capitalismo dello sfruttamento congiunto dell'uomo e della natura. Ma senza la prima, il sistema non avrebbe potuto sfruttare la seconda; e senza la seconda, la prima non avrebbe avuto alcun supporto materiale.
Ne consegue che «uscire dallo sviluppo» senza parlare di uscire dal capitalismo è uno slogan non solo sbagliato ma a sua volta mistificatore.
Il contenuto del concetto di sviluppo va rimesso in causa insieme a quello di crescita, da cui è indissociabile. È possibile, in queste condizioni, pensare a uno sviluppo differenziato nel suo oggetto, nello spazio e nel tempo, per stabilire priorità in funzione dei bisogni e della qualità delle produzioni, e per consentire la crescita per i più poveri e la decelerazione di quest'ultima per i più ricchi?
Tenendo conto dei limiti del pianeta, anche se diminuisce l'intensità della produzione energetica e delle risorse naturali, lo sviluppo necessario dei più poveri implica la rinuncia allo sviluppo illimitato dei ricchi.
note:
*Maître de conférences all'università di Bordeaux IV, autore di La Démence sénile du capital, fragments d'économie critique, Le Passant, Bègles, 2002. www.harribey.montesquieu.u-bordeaux.fr
(1) Si legga ad esempio François Perroux, L'Economie du XX siècle, Puf, Parigi, 1961.
(2) René Passet, «Néolibéralisme ou développement durable, il faut choisir», documento Attac, http:// rezo.net/16803.
(3) Serge Latouche, «Sviluppo: una parola da cancellare», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2001. Si veda anche François Partant, Que la crise s'aggrave, Parangon/l'Aventurine, Parigi, 2002.
(Traduzione di M. G. G.)