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LA TRAGEDIA DEL TRAGHETTO SENEGALESE Lettera a un amico sul naufragio della Joola Boubacar Boris Diop
Dalla fine del settembre scorso riceviamo messaggi di solidarietà da ogni dove. Mi sono giunti da vicino, come il tuo, ma anche da lontano, da Trinidad e da Atene. Per tuo tramite, Diadié, vorrei rispondere ad amici come Yanne e Beata, Louis, Noémie e Zohra. Tu hai saputo trovare parole toccanti, per parlare della nostra tragedia del 26 settembre scorso. Mi chiedo però che cosa ne sia rimasto, dopo parecchie settimane, nella mente di uno straniero. La nostra epoca è fatta così: a furia di ascoltare sconosciuti che gemono sotto le macerie, molto lontano da casa nostra, non ci facciamo più caso, non ci fermiamo neanche un momento. Pensaci un po': progettata per 550 passeggeri, la Joola - che collegava Ziguinchor in Casamance con Dakar - ne trasportava 1.220. O forse quasi 2.000, secondo notizie pubblicate dalla stampa e mai smentite. Ci sono stati 65 superstiti.
È facile fare i calcoli, partendo da questi dati, ma nessuno vuol farli. Il numero esatto delle vittime del naufragio è peggio di un segreto di stato, è un vero e proprio tabù. Detto questo, un breve passaggio della tua lettera mi ha fatto sorridere per l'imbarazzo e insieme per l'irritazione. Tu scrivi esattamente: «Credevo che sarebbe potuto succedere da qualunque parte dell'Africa, tranne che in Senegal». Senza saperlo, hai rigirato il coltello nella piaga. Anche per noi, cose del genere potevano succedere soltanto agli altri. Non abbiamo mai peccato di eccesso di modestia. Se il risveglio è stato così brusco, è proprio perché ci siamo lasciati cullare troppo a lungo dal nostro delirio di grandezza. E così, il 19 marzo 2000, non ci siamo limitati a chiedere all'ex presidente Abdu Diouf di lasciarsi sconfiggere. Abbiamo anche preteso che accettasse brillantemente la sconfitta. In breve, volevamo vincere due volte, con il vincitore e con lo sconfitto. Diouf si è prestato nobilmente a questo gioco crudele. La sua famosa telefonata a Abdulaye Wade, il vincitore, era importante più per un certo suo atteggiamento democratico che non per il contenuto. Ci ha consentito di dire al mondo: guardate un po' come siamo in gamba noi senegalesi! Neppure un anno dopo, i funerali di Leopold Sedar Senghor hanno attirato ancora una volta l'attenzione sul Senegal colmandolo di elogi: allora si sono tutti ricordati che il nostro paese, decisamente inclassificabile, ha avuto come primo presidente un intellettuale di primissimo rango, anche se la sua azione politica è tuttora controversa. Si è anche ricordato con rispetto il suo abbandono volontario del potere. Come potresti dimenticarlo? Nulla ci ha fatto perdere la testa quanto le nostre imprese sportive in Asia nel giugno scorso: la partita inaugurale di un mondiale di calcio ha un qualcosa di anomalo. Pur essendo in un certo senso al di fuori della competizione, ne costituisce l'essenza stessa. È innanzitutto un duello, una singolar tenzone. Sotto gli occhi di tutto il pianeta, ci siamo presi la rivincita sugli ex colonizzatori. E intanto, passando da una vittoria all'altra, ogni giorno all'alba lanciavamo lunghe grida di allegria. Il nuovo presidente ci aveva promesso la felicità. Non era già sorto il sol dell'avvenire? In realtà, era una stagione felice per tutte le nostre chimere. Mai un paese povero è stato così ricco di aeroporti, autostrade transcontinentali, università del futuro e ranch in stile californiano. C'era soltanto un problema: tutte queste conquiste erano immaginarie (1). Sulla scia della Coppa del mondo di calcio non doveva esserci più nulla che si opponeva alla nostra volontà di progresso. Quando dei piccoli corvi hanno cominciato a parlare di carestia, sono stati chiamati specialisti stranieri, del Marocco, per tappargli il becco. Ci hanno fatto sognare le piogge artificiali, mostrando progetti sapienti. E poiché il paese reale non aveva acqua, la televisione ha scatenato furiosi tornado tropicali, attingendo al materiale in archivio. Nessuno si è lasciato ingannare, ma il sistema funzionava a meraviglia. Abbiamo sempre creduto di poter sfuggire al peggio, in maniera più o meno magica. La tragedia della Joola ha imposto un brutale stop a queste assurde fantasticherie. Caro Diadié, cominciavamo a chiederci se, per il gusto di cambiare, non avevamo per caso affidato il potere a mani pericolosamente inesperte. Invece dei cantieri promessi, il regime di Wade non sapeva far altro che costruire in gran segreto cimiteri di fortuna tra Dakar, Ziguinchor e Banjul. Sconcertati, lo vedevamo gestire non nuovi posti di lavoro, bensì centinaia di cadaveri gettati alla rinfusa nei container. Mai l'abisso fra i nostri fantasmi e la realtà ci è sembrato così umiliante, così difficile da sopportare. E che dire degli errori che hanno impedito di salvare tante vite umane? Il naufragio si è verificato alle 11 di sera, in una zona in cui da vent'anni infuria la rivolta del Movimento delle forze democratiche della Casamance (Mfdc). Fino alle otto del mattino, è stato impossibile contattare le autorità militari o civili. È vero che il ministro della pesca era stato informato nottetempo. Costui ha ammesso, successivamente, di non aver potuto far nulla, in quanto ignorava il numero di cellulare del suo omologo dei trasporti. Non lo ha detto chiaro e tondo, ma si è intuito che poi si è riaddormentato, cosa perfettamente umana. Per una situazione che non si presta affatto al riso, spesso si è sfiorato il ridicolo. L'esercito è stato sommerso da critiche di rara violenza. In Senegal, è una tale novità da meritare qualche riflessione. Abbiamo sempre nutrito il massimo rispetto per un esercito che non ha mai conteso il potere ai civili. La catastrofe ha messo in evidenza inquietanti carenze in ambito militare; soprattutto, ha offuscato la reputazione di professionalità che gli aveva meritato di esser presente in tutte le missioni di pace dell'Onu e dell'Organizzazione dell'unità africana. Nello spazio di una notte, il lassismo ha fatto più vittime di anni e anni di rivolta. Il Collettivo delle famiglie delle vittime - altro fatto eccezionale - esige il licenziamento in tronco del capo di stato maggiore generale delle forze armate. Il presidente Abdulaye Wade ha dovuto ammettere che il naufragio non è stato un incidente. Invece di accusare gli elementi naturali, ha deciso di prenderci in contropiede. Mi consentirai di riassumere liberamente le sue parole, senza alcun timore di travisarle. «Siete cupidi e leggeri - ci ha buttato in faccia - non avete alcun rispetto per la vita degli altri, vergognatevi, voi che vi divertite tanto a barare!». E - ci crederai, fratello mio? - nonostante il dolore e la rabbia, le sue parole ci hanno dato un intenso fremito di gioia. Non so se l'espressione ha un senso, ma ho voglia di chiamarlo populismo alla rovescia. Volevamo esser maltrattati, e un presidente attento ai nostri minimi desideri non ci è andato con mano leggera. Il nostro popolo, sempre pronto alla vanteria, il 26 settembre ha scoperto le virtù dell'autoflagellazione collettiva. Vi si è lanciato con un impeto eccessivo, ma non senza sincerità. A dir la verità, il sentimento dominante, dopo questo naufragio, è stata la vergogna. Quando si crede di sfiorare l'alta vetta, è duro dover riconoscere di fronte a se stessi che si sta vagando, come tanti altri, sull'orlo del precipizio. Con tutte le sue arie di grandezza, la nostra democrazia nascondeva tare di una desolante banalità. La Joola non ha soltanto distrutto l'immagine costruita su alcune delle nostre conquiste reali. Le ha fatte rimpiangere, ha dato loro un gusto un po' più amaro. Inebriati dallo slogan «Il Senegal che vince», non abbiamo pensato al contraccolpo. Senza saperlo, stavamo per realizzare un'altra impresa: stavamo per battere il record di vittime del Titanic con l'unica nave della nostra marina. I due aerei che si sono schiantati contro le Torri gemelle resteranno per sempre l'emblema dell'11 settembre. La nostra tragedia, invece, sarà sempre legata a quelle piroghe che abbiamo visto sull'isola di Karabane volteggiare attorno alla nave già pericolosamente inclinata, per sovraccaricarla ancora di più di merci e passeggeri. Piove su Karabane, e le immagini del video amatoriale turbano ancora di più proprio perché sono così vaghe e tremolanti. Dopo tutto, siamo quasi nel cuore delle tenebre. Una giovane donna vestita di blu, tutta bagnata di pioggia, attraversa una veranda che evoca stranamente una qualche giungla lontana. Poi, la giovane donna scompare in un lampo, ancor prima che si abbia il tempo di comprendere che cosa stia facendo. Quando la morte è così vicina, non c'è nulla da capire, se non che il disastro annunziato dai segni sarà una ennesima tragedia africana. Cioè, in definitiva, una immane catastrofe naturale provocata dalla stupidità umana. Nessun discorso potrà far dimenticare questa evidenza: quello che è successo, Diadié, è dovuto all'incompetenza abissale dei nostri leader. Quasi 1.500 morti, una nave in fondo all'Atlantico con il suo carico e centinaia di cadaveri in putrefazione, è un bel fardello per la nostra memoria. Un fardello che la nostra dignità ci impone di sostenere. Questo naufragio è, prima di tutto, una lezione di umiltà. Possiamo farne buon uso, a patto che riporti il nostro presidente sulla terra. Un paese non può restare in sospeso, come in apnea, legato alle decisioni illuminate, o presunte tali, di un unico essere umano. È una regressione all'infanzia, e rischia anche di consegnarci un brutto giorno, mani e piedi legati, alle più perniciose avventure. note:
* Scrittore, autore di Murambi. Le livre des ossements (Stock, Parigi, 2000) (1) Si legga Anne-Cécile Robert, «Il Senegal in attesa della svolta», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2002. (Traduzione di R. I.) |