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Povertà e grandi affari, a partire dal Sudafrica


Agnès Sinai
«La vita che i nostri antenati conducevano qui alcuni milioni di anni fa dovrebbe servirci da lezione. Le loro impronte sulla natura erano ridotte, mentre le nostre sono diventate pericolosamente grandi.
Il Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile deve orientare l'umanità su una nuova via, per garantire la sicurezza e la sopravvivenza del pianeta per le generazioni future». Questa la frase incisa sulla targa di Kofi Annan. Il segretario generale delle Nazioni unite la ha apposta, il 1° settembre 2002, alla presenza del presidente sudafricano Thabo Mbeki, nella grotta di Sterkfontein: un sito preistorico, a una cinquantina di km a nord di Johannesburg (Sudafrica), noto come la culla dell'umanità.
Nel punto d'incontro-scontro tra le grotte preistoriche di Sterkfontein e i grattacieli postmoderni del nuovo quartiere d'affari di Sandton, dove il 26 agosto 2002 si sono aperti, alla presenza di oltre 20.000 delegati, i negoziati del Vertice mondiale della Terra sullo sviluppo sostenibile, si è parlato del destino dell'umanità, e di come salvaguardare in futuro la vita su un pianeta più che mai oltraggiato. La città di Johannesburg è una sorprendente metafora dei mali che affliggono il pianeta, quasi un libro aperto sull'attuale realtà di uno sviluppo insostenibile. Gli squatter camps e le townships - un'accozzaglia di baracche in lamiera - s'inerpicano sulle colline rossicce per la siccità e i resti arsi della sterpaglia. Poco lontano iniziano i quartieri residenziali, costruiti lungo viali privati costeggiati da mura, verdeggianti di alberi e aiuole abbondantemente annaffiate. Nessuno qui si sorprende delle barriere di filo spinato intrecciato, percorse dalla corrente elettrica o irte di lame da rasoio. Gli innumerevoli cartelli con la scritta «Armed response», della ditta di vigilanza Adt, avvertono i potenziali aggressori del rischio di una pronta «risposta armata».
L'apartheid sembra aver lasciato il segno su questi paesaggi urbani rigati dalle autostrade, dove le macchine sono quasi sempre occupate da bianchi, mentre neri sono i rari pedoni che si vedono camminare lungo i guardrail o sostare agli incroci, per vendere furtivamente qualche rotolo di sacchetti di plastica. I cumuli di terra accanto alle miniere d'oro formano a intervalli collinette artificiali, che nei giorni di tempesta disperdono la loro polvere gialla sui quartieri poveri vicini. Dietro l'aeroporto, le otto ciminiere di una centrale termica della compagnia nazionale Eskom (Electricity Supply Commission), alimentata a carbone, stanno a ricordare che i tassi di emissione dei gas a effetto serra del Sudafrica non sono da meno di quelli dei paesi del Nord. Lungo le strade a scorrimento rapido , i cartelloni pubblicitari celebrano il Vertice: le immagini mostrano villaggi riforniti d'acqua corrente e luce, con in primo piano volti riconoscenti di uomini e donne e uno slogan generoso: «Some, for all, for ever» («Un po' per tutti e per sempre») in guisa di sintesi del progetto di uno sviluppo equo e sostenibile. Si sono distinte per il loro impegno anche società quali la Chrysler o la Bmw: in una città poverissima di trasporti pubblici dilaga la pubblicità di circostanza per una «mobilità sostenibile», simboleggiata da una vistosa Bmw con alimentazione a batterie, esposta a poche decine di metri dal centro congressi ove era in corso il vertice della Terra. Anche la società di commercializzazione dei diamanti Beers, che dalla fine dell'apartheid ha trasferito la sua sede in Gran Bretagna, non si è mostrata a corto di messaggi: «Ecology is forever» (L'ecologia è per sempre).
Sostituire la crescita classica, le cui pesanti «impronte ecologiche» non sono sopportabili neppure a medio termine, con una forma sostenibile di sviluppo planetario: questa l'equazione di base - se non la quadratura del cerchio - del vertice di Johannesburg. Ma il problema non si esaurisce in quest'equazione. L'impronta ecologica di un africano (1) o di un asiatico non supera in media 1,4 ettari (ha), mentre quella di un europeo occidentale è di 5 ha, e quella di un nordamericano arriva addirittura a 9,6 ha. Mozambico, Burundi, Bangladesh e Sierra Leone sono in coda alla classifica, con meno di 0,5 ha per abitante.
Il vertice di Johannesburg si proponeva - o almeno, così si credeva - di ridurre il divario tra i ricchi e i poveri del pianeta, distribuendo più equamente le risorse e modificando in senso qualitativo le modalità di produzione. Il giorno dell'apertura del vertice, alla presenza di 163 imprese multinazionali (2) riunite sotto l'insegna di una Business Action for Sustainable Development (3), l'arrogante roccaforte bianca di Sadton ha visto sfilare circa diecimila dimostranti: per lo più contadini senza terra, arrivati a piedi da Alexandra, la township vicina, i cui 400.000 abitanti vivono su circa 500 ha, stipati in baracche insalubri. Qui l'anno scorso è esplosa un'epidemia di colera che per poco non ha contaminato i rubinetti e le piscine di Sandton.
Questa gente, uomini e donne condannati a una vita da «immigrati interni», tenuti a bada da fasci di filo spinato e dai blindati antisommossa ereditati dall'apartheid, erano venuti a dire basta alle privatizzazioni e ai continui tagli dell'acqua e della luce nelle loro misere abitazioni, gridando a gran voce il loro no al Nuovo partenariato per lo sviluppo africano (Nepad) (4).
Lanciato al G8 di Genova nel giugno 2001 dai presidenti Thabo Mbeki (Sudafrica), Abdelaziz Bouteflika (Algeria) e Olusegun Obasanjo (Nigeria), il Nepad è sostenuto da James Wolfensohn, direttore della Banca mondiale, dal premier britannico Anthony Blair e dal primo ministro canadese Jean Chrétien. Ma la «società civile» africana, che non è stata in alcun modo consultata, lo contesta accusandolo di essere una pure e semplice prosecuzione della politica neoliberista.
Presentato come l'antidoto al sottosviluppo ereditato dal colonialismo, il Nepad è un piano concepito per attirare in Africa gli investimenti esteri, sulla base di un obiettivo di crescita annua del 7%. Per incoraggiare gli investitori del Nord, il continente africano è descritto come una terra che ha l'ambizione di rinascere dalle sue ceneri attraverso una maggiore competitività nell'economia mondiale, offrendo condizioni locali più favorevoli, ad esempio con misure per lottare contro la corruzione (5). Il 1° settembre, all'Hilton di Sadton, Reuel Khoza, vicepresidente della Business Action for Sustainable Development e presidente della Eskom, la compagnia sudafricana di elettricità, al quarto posto della produzione mondiale grazie al carbone estratto dal sottosuolo africano, è intervenuto dalla tribuna del Business Day davanti a una sala affollata.
E ha tessuto l'elogio del Nepad, che apre all'Eskom nuovi mercati continentali. Ma questo «nuovo partenariato» rischia di relegare definitivamente l'Africa alla periferia del mondo, riproducendo gli schemi di uno sviluppo distorto che non genera alcun valore aggiunto a vantaggio della popolazione.
Malgrado l'intenzione annunciata di diversificare la produzione, il Nepad sembra concepito piuttosto per contribuire a canalizzare gli interventi verso lo sfruttamento delle materie prime (carbone, oro, diamanti, petrolio), un campo in cui l'Africa dispone di un vantaggio comparativo. Ma i proventi delle materie prime dipendono delle quotazioni mondiali, e la manodopera locale utilizzata per la loro estrazione è tenuta in stato di schiavitù, sotto la sorveglianza di milizie private. D'altra parte, il loro sfruttamento ha effetti devastanti sull'ecosistema - inquinamento, perdita della biodiversità - e quindi sulla salute e sulla vita della popolazione autoctona, costretta a massicci spostamenti.
In questo campo, il Sudafrica è un caso emblematico. Dalla fine dell'apartheid, questo paese è gravato dalla pesante eredità lasciata da imprese quali la Cape britannica, che ha provocato centinaia di morti con lo sfruttamento dell'amianto, ed è attualmente accusato di avvelenamento da 7.500 parti lese. Anche la società mineraria Anglo-American, che figura tra gli sponsor del Vertice di Johannesburg, e dal suo sito web dichiara di perseguire obiettivi di sviluppo sostenibile, è coinvolta in questo scandalo e in altre vicende simili. È accusata tra l'altro di aver lesinato ai minatori i farmaci anti-retrovirali per la cura dell'Aids, e di aver contribuito al tracollo del rand (6) quando, tra il 2000 e il 2001, ha rimpatriato i suoi fondi in Gran Bretagna.
Ai tempi dell'apartheid, la Eskom, industria chiave del regime, erogava la corrente elettrica alle industrie di estrazione dell'oro, e stipulava contratti preferenziali con i proprietari afrikaner delle miniere di carbone, per far lavorare a pieno ritmo le sue centrali. Negli anni '80 era diventata uno stato nello stato, al punto di dotarsi di una propria milizia armata, chiamata tra l'altro a partecipare alle sanguinose repressioni contro gli oppositori all'apartheid e alla guerra civile, nei primi anni del decennio successivo. Nello stesso periodo, le centrali elettriche dell'Eskom assicuravano tre quarti della produzione elettrica del paese, grazie ai prestiti concessi dalla Banca mondiale e da varie banche svizzere e internazionali, nonostante l'embargo imposto quale sanzione del regime dell'apartheid.
E contemporaneamente, la Eskom faceva spesso mancare la corrente elettrica nelle township, dove i lavoratori neri privi di diritti civili pagavano per la luce tariffe più alte di quelle praticate alle grandi compagnie minerarie. Nel 1978 la Eskom si era rivolta all'Euratom per la costruzione della centrale nucleare sudafricana di Koeberg, il cui impianto di distribuzione dell'energia elettrica fu fornito dalla compagnia elvetico- svedese Abb, anch'essa nel frattempo convertita allo sviluppo sostenibile.
Dalla fine dell'apartheid, la Eskom ha collegato alla rete elettrica più di 4 milioni di famiglie; ma durante lo stesso periodo, circa 10 milioni di sudafricani si sono visti tagliare la corrente elettrica per via delle tariffe troppo alte, non sufficientemente sovvenzionate per le categorie meno abbienti. Eppure, i prezzi praticati dalla Eskom ai grandi clienti dell'industria estrattiva e delle acciaierie sono i più bassi del mondo; e i loro alti consumi incoraggiano il moltiplicarsi delle centrali termiche, che emanano grandi quantità di gas a effetto serra. La conversione della Eskom allo sviluppo sostenibile di fatto non è all'ordine del giorno: le risorse investite in fonti di energie rinnovabili sono appena un venticinquesimo di quelle destinate al nucleare. Inoltre si stanno portando avanti, con la benedizione della Banca mondiale e del Nepad, numerosi megaprogetti di dighe idrauliche in tutto il continente: Angola, Botswana, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Ghana, Mali, Mozambico, Swaziland, Tanzania e Zambia.
Nel quadro del Nepad e dei partenariati pubblico-privato incoraggiati dalle Nazioni unite, le sovvenzioni pubbliche e gli aiuti internazionali allo sviluppo (finanziati dai contribuenti dei rispettivi paesi) serviranno ad attirare investimenti che di «sostenibile» e «socialmente responsabile» hanno ben poco, come ad esempio la diga sudafricana di Lesotho. Il fatto è che le disposizioni del «Piano d'azione» adottate alla fine del Vertice danno indicazioni quanto mai vaghe in materia di energie rinnovabili, e non escludono né il nucleare, né le grandi dighe per l'energia idraulica. Quanto all'iniziativa europea «L'acqua per la vita» annunciata il 3 settembre dal presidente della Commissione europea Romano Prodi, si tratta in pratica di una grossa gara d'appalto, rivolta a investitori del genere di Suez, Thames e Vivendi.
Johannesburg non è stata dunque soltanto un Vertice dominato, in quasi tutti i settori, dalla regola di fare il minimo indispensabile.
Cosa anche più grave, il suo «Piano d'azione per lo sviluppo sostenibile», adottato il 4 settembre 2002 al termine di due settimane di negoziati, contiene in filigrana una reinterpretazione del concetto stesso di sviluppo sostenibile, che in pratica lo travisa completamente. Al punto di trasformarlo in una sorta di appendice della globalizzazione liberista. Il risultato più strombazzato del vertice, cioè l'impegno a ridurre della metà entro il 2015 il numero degli abitanti del pianeta privi di acqua potabile, comporta per gli industriali del tipo Suez e Vivendi un grande vantaggio: nulla è cambiato, dal momento che l'acqua è considerata come una materia prima, e quindi privatizzabile. Non è stato preso nessun impegno concreto in favore delle energie rinnovabili, che pure sono le più atte a fornire corrente elettrica gratuita alle popolazioni dei paesi più poveri, senza aggravare l'effetto serra e il rischio di cambiamenti climatici. La Eskom non rischia, almeno a breve termine, la concorrenza di quei micro-progetti idraulici o solari che dovevano essere finanziati dal micro-credito e da un'ipotetica tassa mondiale per lo sviluppo sostenibile, e che potrebbero essere fonti quasi gratuite di corrente elettrica, con tecniche sostenibili, per le popolazione delle townships di Soweto e di Alexandria.
note:
*Autrice di un documentario dal titolo «Planète en otage» (Pianeta in ostaggio), disponibile presso Films du Village dall'inizio del 2003, e membro della Commissione francese per lo sviluppo sostenibile.
(1) Il concetto di impronta ecologica propone un metodo inedito per calcolare le conseguenze dell'attuale sviluppo non sostenibile. L'impronta ecologica è espressa nel numero di mq. di suolo produttivo occupata per produrre le risorse e assorbire le scorie corrispondenti alle varie categorie di consumi: alimentazione, alloggi, trasporti, beni e servizi vari. Lo stato delle risorse consente di calcolare la soglia massima dell'impronta ecologica accettabile, che non dovrebbe superare 1,9 ha per ogni abitante del pianeta. Ora, il consumo di risorse naturali è in media di 2,3 ha per abitante, pari a una superficie che supera di 0,4 ha quella del globo terrestre.
(2) Tra cui Areva, Michelin, Suez, Texaco, Dupont, Aol Time Warner, Rio Tinto ...
(3) Nato dalla fusione tra il Consiglio mondiale delle imprese per lo sviluppo sostenibile (World Business for Sustainable Development) e la Camera di Commercio Internazionale.
(4) Si legga Sanou Mbaye, «Il continente nero nella trappola del neo-liberalismo», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2002.
(5) Ma come è noto, la corruzione è intrattenuta dagli stessi investitori: un recente scandalo ha fatto emergere il coinvolgimento della Banca mondiale nelle tangenti versate all'autorità locale della provincia del Lesotho, che accoglierà la costruzione di un'enorme diga per la produzione di energia idrica.
(6) Moneta nazionale sudafricana.
(7) Cfr. Patrick Bond, Unsustainable South Africa, The Merlin Press, Londra, 2002, p. 378 e sgg.
(Traduzione di E. H.)