La rielezione, il 2 novembre scorso, di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti è un grave affronto morale inflitto allo spirito della democrazia americana, la più antica del mondo, che a questo titolo costituisce un punto di riferimento di primaria importanza.
Evidentemente, sul piano tecnico stavolta non c'è nulla da eccepire.
Nessuno può contestare la legittimità dello scrutinio. Facendo uso del loro diritto, gli elettori hanno fatto la loro scelta in funzione della loro precisa volontà
(1). Questa rielezione lascia tuttavia turbati, se non sconvolti. E conferma che la democrazia - il meno imperfetto dei regimi politici - non è al riparo da scelte suscettibili di portare al potere pericolosi demagoghi. È preoccupante in effetti che Bush, noto per il suo fondamentalismo religioso, la sua mediocrità intellettuale e la sua incultura, sia stato il candidato più votato della storia elettorale americana.
Tanto più che ha ingannato il suo popolo e mentito al Congresso per ottenere il via libera a una «guerra preventiva» (non autorizzata dall'Onu) e per invadere l'Iraq; ha incoraggiato un uso sproporzionato della forza e provocato la morte di migliaia di civili iracheni innocenti
(2) ; ha ignorato l'«ordine esecutivo» del 1976 del presidente Gerald Ford (una norma tuttora in vigore che vieta ai servizi segreti di assassinare dirigenti stranieri) ordinando l'esecuzione di supposti «terroristi
(3)»; ha violato le Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra; ha permesso la pratica della tortura nel carcere di Abu Ghraib e in altri centri di detenzione segreti; ha risvegliato lo spirito del maccartismo, per cui qualsiasi cittadino può essere ritenuto colpevole in base al semplice sospetto di collegamenti con un'organizzazione nemica.
Con precedenti tanto sinistri, qualunque altro dirigente sarebbe stato dichiarato infrequentabile e messo al bando dal mondo civile.
Non così George W. Bush, che per di più, in quanto presidente dell'unica iperpotenza mondiale, occupa la carica centrale del dispositivo politico internazionale. Il suo secondo mandato si preannuncia in continuità con quello precedente.
E le due prime nomine di ministri confermano che Bush interpreta la sua vittoria elettorale come un plebiscito per la sua politica.
Ad esempio, la scelta di Alberto Gonzales alla giustizia è uno schiaffo a chi denuncia le torture dei prigionieri accusati di terrorismo.
Difatti proprio Gonzales, consigliere giuridico del presidente, è l'autore delle disposizioni legali che hanno consentito di aggirare le Convenzioni di Ginevra, qualificando «nemici combattenti» i prigionieri delle guerre dell'Afghanistan e dell'Iraq, e di creare il bagno penale di Guantanamo. Contravvenendo alle leggi degli Stati uniti e ai trattati internazionali, Gonzales non ha esitato ad abrogare il divieto di esercitare «pressioni fisiche» su quei detenuti, con il pretesto che «nella conduzione di una guerra l'autorità del presidente è totale
(4)».
Quanto alla nomina di Condoleezza Rice al dipartimento di stato, come non vedere in questa decisione la rivendicazione dell'unilateralismo puro e duro preconizzato dai repubblicani autoritari degli ambienti presidenziali, che sembrano intenzionati a confermare le nuove minacce contro l'Iran?
Eppure, l'incapacità delle forze armate di imporsi in Iraq contro gli insorti dimostra i limiti dello strumento militare. Anche il primo ministro israeliano, principale alleato di George W. Bush in Medio oriente, può fare la stessa constatazione in Israele, al momento della scomparsa di Yasser Arafat. Ariel Sharon si sta forse rendendo conto che la capacità di soffrire dei palestinesi rimane superiore alla facoltà di nuocere delle sue truppe. Sarà in grado di trarne le conseguenze?
Chissà se anche Bush finirà per ammettere che gli aspetti negativi della globalizzazione (crescente indigenza delle popolazioni più povere, ingiustizie planetarie, rivalità regionali, sconvolgimenti climatici ecc.) rischiano di degenerare in scontri, se a questa tendenza non verrà contrapposta una concertazione multilaterale? E che una potenza non può pretendere di essere l'unica a dettar legge?
note:
(1) Una volontà tuttavia fortemente condizionata dal marketing politico e dalla propaganda mediatica. Cfr. Outfoxed (2004), il documentario di Robert Greenwald sulla manipolazione dell'informazione negli Stati uniti in favore del presidente Bush.
(2) Secondo l'associazione Iraq Body Count (www.iraqbody count.net) il numero dei civili morti a causa dell'intervento militare in Iraq avrebbe superato, il 21 novembre 2004, il numero di 14.454. ma secondo la rivista medica britannica The Lancet, nel novembre 2004 le vittime irachene decedute per cause direttamente o indirettamente legate all'invasione americana sarebbero non meno di 100.000...
(3) Cfr. Seymour Hersh, Permission de tuer, Les nouveaux services secrets, Les Empêcheurs de penser en rond, Parigi, 2004.
(4) El País, Madrid, 11 novembre 2004.