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MENTRE I PAESI DEL NORD ORGANIZZANO LA FUGA DEI CERVELLI
L'Africa tenta di trattenere i suoi medici
Se esiste un campo nel quale il concetto di «immigrazione scelta»
rivela tutte le sue ambiguità, è certamente quello del personale
sanitario. Mentre il continente africano deve far fronte a una situazione
disastrosa sul piano della salute, le nazioni sviluppate, tra cui
la Francia, non esitano a svuotarlo dei suoi medici: un saccheggio
che ha conseguenze devastanti, tanto che alcuni paesi del Sud stanno
adottando varie misure per contrastarlo.
di Karl Blanchet e Regina Keith *
Ogni anno 20.000 professionisti del settore sanitario (medici, infermieri,
ostetriche ecc.) emigrano dal continente africano verso l'Europa
o l'America del Nord. I medici del Benin sono più numerosi in Francia
che nel loro paese d'origine. Eppure si valuta che a fronte della
sua disastrosa situazione sanitaria, l'Africa avrebbe bisogno di
formare, entro il 2015, un milione di medici e paramedici per raggiungere
gli obiettivi del Millennio per lo Sviluppo (Mps) (1).
Paradossalmente, il personale africano è invece diventato uno dei pilastri dei sistemi sanitari del Nord (2). L'Europa, gli Stati uniti e il Canada non si sono curati di formare medici e paramedici in numero sufficiente per rispondere alla domanda in aumento, determinata dall'invecchiamento della popolazione; e sono quindi costretti a reclutare personale all'estero. Si valuta che entro il 2008 il Regno unito avrà bisogno di altri 25.000 medici e 35.000 infermieri (3). Dal canto loro, da qui al 2010 gli Stati uniti avranno bisogno di un milione di nuovi infermieri (4). Il reclutamento internazionale è apparso come una soluzione semplice e poco costosa per far fronte a questo problema. Per i paesi ricchi, ingaggiare personale africano vuol dire risparmiare sui costi della formazione, che nel continente nero sono dieci volte inferiori a quelli del mondo industrializzato. Oltre tutto, il personale sanitario africano è assai più flessibile, pronto a prestarsi agli straordinari e al servizio notturno. Ma in realtà questo tipo di emigrazione qualificata equivale a una perdita netta per i paesi d'origine, senza contare i suoi effetti negativi sul piano economico e sociale. Nel caso del Ghana ad esempio, la formazione del personale sanitario emigrato poco dopo aver completato i propri studi sarebbe costata al paese, dal 1999 in poi, ben 50 milioni di euro. Questi laureati e diplomati sono facili prede delle economie del Nord, anche perché negli ultimi 25 anni i sistemi sanitari africani hanno subito un notevole degrado: le remunerazioni sono basse (ad esempio, il potere d'acquisto di un medico nigeriano è inferiore del 25% a quello di un suo collega dell'Europa occidentale [5]); mancano inoltre le prospettive di carriera, le condizioni di lavoro sono precarie (ospedali fatiscenti, mancanza di farmaci e di attrezzature), e l'instabilità politica genera un clima permanente di insicurezza. Per di più il carico di lavoro è in aumento a causa della scarsità di personale e del dilagare dell'Aids (si valuta che in Africa, i decessi causati da questa pandemia nei ranghi del personale sanitario raggiungono, a seconda dei paesi, percentuali dal 19% al 53%) (6). È dunque facile attirare i medici e paramedici africani, attraverso le agenzie di reclutamento o anche tramite la rete della diaspora, verso i nuovi paradisi del lavoro. Medici e paramedici si spostano dalle aree rurali alle città, e dal settore pubblico a quello privato, alla ricerca di nuovi sbocchi e di migliori condizioni di vita per sé e per le famiglie. Per l'Africa, la fuga dei cervelli ha conseguenze disastrose: due bambini su tre muoiono per malattie che potrebbero essere facilmente curate o evitate con la prevenzione. Dei 1200 medici usciti dalle università dello Zimbabwe negli anni '90, solo 360 sono rimasti in patria; dal Ghana ne sono emigrati 600 su un totale di 800, nel periodo compreso tra il 1993 e il 2002. Due terzi dei medici e paramedici africani espatriati sono stati assorbiti dall'Europa o dagli Stati uniti. Nel Ghana, ove il tasso di mortalità infantile è di 1 su 10 (contro 1 su 200 in Francia) i medici disponibili sono 9 per 100.000 abitanti (in Francia questa proporzione è di 335 per 100.000). «In alcuni campi - spiega il dr. Abdoulaye Bagnou, coordinatore del gabinetto del primo ministro del Niger - da noi non è rimasto neppure un esperto, tanto che non sappiamo più come scegliere le attrezzature; e nell'impossibilità di consultare tecnici nigerini, ci troviamo in difficoltà quando si tratta di pianificare. Non possiamo neppure reclutare nuovo personale, dato che la Banca mondiale e l'Fmi (Fondo monetario internazionale) esercitano un controllo sulle nostre spese». In queste condizioni, alcuni paesi africani hanno deciso di reagire; e le loro iniziative dimostrano che è possibile invertire la rotta della fuga dei cervelli e migliorare il livello dei sistemi sanitari investendo nelle risorse umane. In Uganda ad esempio, nel 1996 il ministero della salute ha istituito per i medici un sistema di bonus per i pasti, e nel 2001 ha aumentato del 60% le loro remunerazioni. E nel 2005 il Malawi è riuscito a convincere la cooperazione britannica e la Banca mondiale dell'opportunità di formare e reclutare più personale sanitario, migliorando le remunerazioni nel settore (7). In quest'ultimo paese si è tentato per prima cosa di contrastare l'esodo dei medici dalle zone rurali, offrendo in particolare incentivi finanziari corrispondenti al 40-50% degli stipendi. Al tempo stesso, sul piano della formazione il Malawi ha potenziato le proprie capacità, sia in termini di strutture che di personale docente, riuscendo a moltiplicare per sei il numero dei laureati e diplomati dei corsi di medicina e infermieristica (8). Ambiguità degli aiuti internazionali Un altro paese che ha dimostrato grande dinamismo e capacità innovativa è il Ghana, che ha lanciato, con l'aiuto dell'organizzazione Internazionale per le migrazioni (Oim), un programma di reclutamento temporaneo di personale sanitario già occupato all'estero, offrendo «premi al ritorno». Sono stati creati appositi uffici in seno alle principali ambasciate del Ghana, nel tentativo di migliorare i contatti con il personale qualificato della diaspora disposto a rimpatriare. Anche in Etiopia, a fronte di tassi di mortalità infantile e materna tra i più alti del mondo e di una drammatica carenza di medici e infermieri, si sta cercando di correre ai ripari. Nelle zone rurali si sono mobilitate ventimila donne, che pur senza essere infermiere diplomate hanno ricevuto una formazione specifica per la prevenzione e le prime cure in campo ostetrico e pediatrico. In Zambia si è cercato di incoraggiare una migrazione interna verso le zone meno servite, offrendo incentivi al personale sanitario sotto forma di premi, prestiti per la casa e rimborso delle rette scolastiche per i figli (9). Nel 2005, grazie a questo programma 66 medici hanno accettato di prestare servizio nelle aree rurali. Queste politiche di incentivazione sono state introdotte dopo il fallimento delle misure coercitive adottate nei primi anni '90. In particolare i migranti venivano tassati o privati del grado raggiunto nel settore pubblico; oppure i loro certificati di laurea venivano trattenuti e riconsegnati solo dopo il rimpatrio. Ma queste misure hanno avuto piuttosto l'effetto di scoraggiare il ritorno nei paesi d'origine, oltre che di inasprire i conflitti sociali tra il personale sanitario e il governo, moltiplicando gli scioperi e l'assenteismo. Dal canto loro, i paesi ricchi hanno adottato - anche se finora con risultati assai limitati - codici di buona condotta per disincentivare il reclutamento di medici e paramedici da un certo numero di paesi - indicati in un elenco allegato al codice - e ... vietando la tutela dei loro diritti nel paese d'accoglienza! Nel succitato elenco figurano tutti i paesi del Continente nero. Ma alcuni paesi (tra cui la Francia) non hanno adottato questi codici di buona condotta; e in altri - come ad esempio negli stati del Commonwealth - quei testi non hanno carattere vincolante (10), e la loro applicazione è affidata esclusivamente alla buona volontà dei governi. In pratica, questi codici non hanno impedito ai paesi sviluppati di continuare a reclutare personale sanitario di origine africana con l'intermediazione di agenzie private. «Per trattenere nei rispettivi paesi il personale necessario a coprire i bisogni sono essenziali misure quali gli investimenti nella formazione e l'erogazione di aiuti», ha spiegato Louis Michel, commissario europeo per lo sviluppo e gli aiuti umanitari, in occasione di una conferenza stampa tenuta il 7 aprile 2006. E ha sottolineato al tempo stesso l'atteggiamento contraddittorio dei paesi membri dell'Ue, che da un lato aumentano i fondi per lo sviluppo e dall'altro contribuiscono al drenaggio delle competenze tanto necessarie a quegli stessi paesi che si dice di voler aiutare. Se non si adotteranno fin d'ora misure di vasta portata per rispondere al fabbisogno di personale sanitario nell'Africa subsahariana, i futuri investimenti della «comunità internazionale» per la salute delle popolazioni di quei paesi non potranno che avere effetti molti limitati. Secondo la Commissione per l'Africa, fin dal 2006 saranno necessari da 1 a 6 miliardi di dollari l'anno, che saliranno a 7,7 a partire dal 2010, per ovviare alla carenza di personale medico e paramedico nel continente africano (11). Ma mentre è essenziale provvedere da subito alla formazione di nuovi operatori sanitari, gli effetti si potranno vedere solo tra 6 - 8 anni. Sono dunque indispensabili anche misure a breve termine - ad esempio migliori retribuzioni e premi per chi accetta di prestare servizio nelle aree meno accessibili. Ed è inoltre necessario convincere il Fondo monetario internazionale, l'Unione europea e le altre istituzioni finanziarie della necessità di adottare criteri economici più flessibili, per consentire ai paesi africani di aumentare la spesa nel settore sanitario. note:
* Rispettivamente consulente per la sanità pubblica e responsabile politica dell'associazione Save The Children, sezione Regno unito. (1) «Our common interest», Rapporto della Commissione per l'Africa, Londra, 2005 (http://213.225.140.43/french/report/introduction.html). La Commissione per l'Africa è stata costituita dal primo ministro britannico Anthony Blair il 26 febbraio 2004, con l'obiettivo di «generare azioni per rendere l'Africa prospera e potente». (2) Si legga Dominique Frommel, «Quando il Nord è curato dai medici del Sud» Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2002. (3) Kwadwo Mensah, Maureen Mackintosh, Leroi Henry. The «skills drain» of health professionals from the developing world: a framework for policy formulation, Medact, Londra, 2005. (4) Karl Blanchet, Regina Keith, Peter Shackleton, «One Million More: Mobilising the African diaspora healthcare professionals for capacity building in Africa», Save The Children, Londra, 2006. (5) Stillwell e al., «Managing brain drain and brain waste of health workers in Nigeria», Bulletin of Who, 2004, 82: 595-600. (6) Linda Tawfik e Kinoti Stephen, 2001. The Impact of Hiv/Aids on the Health Sector in Sub-Saharan Africa: The Issue of Human Resources. Academy for Educational Development. Washington, 2001. (7) «High Level Forum on the Health MDGs. Working together to tackle the Crisis in Human Resources for Health». 2005, Parigi, 14-15 novembre 2005. (8) Ken Sagoe, «Stopping migration of Ghana's health workers», Id21 Insight Health, Brighton, luglio 2005. (9) Simon Miti (ministro della salute dello Zambia), «Presentation to the Consultation on human resources for health», Oslo, febbraio 2005. (10) Department of Health, «Code of Practice for NHS employers involved in the recruitment of health care professionals», Londra, 2001. Commonwealth Secretariat, Commonwealth Code of Practice for the International Recruitment of Health Workers, Londra. 2003. (11) «Our common interest», Rapporto della Commissione per l'Africa, op. cit. Si veda inoltre: www.nepad.org. (Traduzione di E. H.) |