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cile/pinochet
La prima inchiesta
Maurizio matteuzzi
Quando la scrittrice e giornalista cilena Patricia Verdugo pubblicò
per la prima volta Los zarpazos del puma (1), nel 1989, Pinochet
aveva già perduto il referendum dell'anno prima, con cui pretendeva
di restare al potere per (almeno) altri 8 anni. Era ancora, però,
al palazzo della Moneda, da dove sarebbe uscito solo l'11 marzo del
'90 per fare posto a Patricio Aylwin, il primo dei quattro presidenti
della Concertacion por la democracia (la coalizione fra democristiani,
socialisti e socialdemocratici) che da allora ha sempre vinto le
elezioni, le ultime quelle del dicembre scorso con Michelle Bachelet.
Il Cile era ancora un limbo incerto fra una dittatura agonizzante - ma per questo ancor più pericolosa - e una democrazia in embrione sotto il tiro dei militari e della destra pinochettista. Scrivere un libro che documentasse le nefandezze assassine del generale Sergio Arellano Stark, che dal 4 al 19 ottobre del '73 guidò «la carovana della morte» nel nord cileno lasciandosi dietro 75 cadaveri, era rischioso. Ma a Patricia Verdugo non è mai mancato il coraggio. Il suo libro era talmente documentato che non poteva essere liquidato come un'operazione della «propaganda sovversiva» - diretta a gettare fango su un regime che, sia pure con qualche rudezza di troppo, aveva saputo produrre eccellenti risultati nel campo dell'economia (anche grazie alla strategia consigliata dal professor Milton Friedman, l'economista della Scuola di Chicago morto di recente). D'altra parte, nessuno ha mai potuto accusare Patricia, democristiana come suo padre, di essere una «sovversiva». Ci vollero, però, ancora quasi dieci anni perché in Cile si cominciasse a incrinare quel muro costruito sulle fondamenta di due equazioni apparentemente definitive: l'amnistia-amnesia e l'immunità-impunità. Questo avvenne nel gennaio del '98 quando i familiari delle sue prime vittime, i 75 della «carovana della morte» - e fra loro «la rossa di tutti», Gladys Marin, carismatica segretaria del Partito comunista, morta nel 2005 - presentarono a una giustizia cilena ancora succube e impaurita la prima denuncia penale contro Pinochet. Gli artigli del puma servì da prova d'accusa per quel primo tentativo rimasto senza esito e poi, dopo il ritorno di Pinochet dai dorati arresti londinesi nel 2000, fu acquisito agli atti del processo che il coraggioso giudice Juan Guzman (ora in pensione) cercò di intentare contro il vecchio macellaio. Patricia Verdugo, prima e dopo Gli artigli del puma, ha scritto molti altri libri di giornalismo investigativo che scavano tutti con ostinazione pari alla lucidità nella memoria sanguinosa del recente passato cileno. Tradotti in molte lingue e alcuni anche in italiano: Golpe in diretta (1999), Salvador Allende: Anatomia di un complotto organizzato dalla Cia (2003), Calle Bucarest 187, Santiago del Cile (2005, dove ricostruisce il sequestro e l'assassinio di suo padre Sergio, sindacalista democristiano). Ottima idea quindi quella di Gianni Minà di pubblicare in Italia Los zarpazos del puma nella collana «Continente desaparecido». Il prossimo potrebbe essere Operacion Siglo XXI, un altro eccellente libro della Verdugo (e di Carmen Hertz, avvocato della Vicaria de la Solidaridad e moglie di un desaparecido) sull'attentato dell'ottobre '86 contro Pinochet del Frente Patriottico Manuel Rodriguez, purtroppo fallito. A distanza di molti anni dagli avvenimenti narrati Gli artigli del puma conserva ancora intatto la sua forza d'urto e si legge tutto d'un fiato. Con rabbia e angoscia. Sembra una fiction. Invece è (stata) la realtà nuda e cruda. Una realtà con cui il Cile democratico non ha ancora fatto tutti i conti. note:
(1) Gli artigli del puma Patricia Verdugo, prefazione di Italo Moretti Sperling & Kupfer, 2006,17,50 euro. |