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VITTORIA senza sorprese ALLE ELEZIONI LEGISLATIVE

Perché il presidente Vladimir Putin è tanto popolare in Russia


Visto l'esasperato anticomunismo che ha accompagnato, in Occidente, il settantesimo anniversario della rivoluzione d'Ottobre, si potrebbe pensare che l'Unione sovietica esista ancora. Un rancore antico che si riversa sull'attuale regime russo. Vladimir Putin è certamente un democratico bizzarro, ma basta la manipolazione dei media a spiegare la sua popolarità, confermata dalle legislative del 2 dicembre? Molti elettori hanno votato per lui, convinti di fare così gli interessi del paese.


di JEAN RADVANYI *

Non vi sono state sorprese, nelle elezioni legislative russe del dicembre 2007. Il partito al potere, Russia unita, già sicuro di ottenere la maggioranza relativa, ha visto aumentare i voti in suo favore dopo che Vladimir Putin ha annunciato di voler guidare personalmente la lista. In conseguenza, diventa probabile l'ipotesi secondo cui l'attuale presidente trasmetterebbe, sempre che lasci veramente la direzione degli affari, al suo successore una «maggioranza costituzionale» alla Duma (tale cioè da permettergli di modificare la Costituzione con i due terzi degli eletti). In Occidente, il largo consenso che l'opinione pubblica russa riserva all'uomo che da otto anni guida il paese, è interpretato nei modi più diversi. Riemergono vecchi luoghi comuni, primo fra tutti la pretesa incapacità quasi genetica dei russi di imboccare la via della democrazia, affrancandosi da un potere autoritario. Altri pensano che i vari sistemi di coercizione cui fa ricorso il potere, destabilizzino le fragili e contraddittorie conquiste del periodo eltsiniano e spieghino quindi la marginalizzazione delle opposizioni. Ritorneremo su questi meccanismi che i russi chiamano, con un bel eufemismo, la «democrazia guidata». Ma non si può capire l'attuale livello di consenso dei russi al loro presidente, senza tener conto di altri fattori fondamentali, che caratterizzano l'evoluzione recente del paese.
Quando Putin giunge al potere, nel 1999 come primo ministro, poi, nel marzo 2000, come presidente, la Russia è profondamente destabilizzata.
Le caotiche riforme iniziate da Boris Eltsin hanno indebolito lo stato, al punto da non garantire più l'insieme delle funzioni di comando: numerose regioni e repubbliche hanno legislazioni proprie che contraddicono, spesso su questioni fondamentali, le istituzioni federali. In molti casi, governatori e presidenti locali si sono arrogati il diritto di nominare i responsabili regionali di amministrazioni chiave come fisco, dogane o ministero dell'interno, incoraggiando così pratiche di corruzione o nepotismo. Parallelamente, lo stato si è visto contestare il controllo della principale fonte di reddito: l'utile della rendita sulle materie prime. Diversi meccanismi legali o illegali (cessione di attivi a società schermo off-shore, moltiplicazione degli intermediari finanziari per facilitare l'evasione degli utili, ecc.) hanno permesso alle grandi società russe, create nel quadro delle ambigue privatizzazioni dell'era eltsiniana, private come la Iukos o semi pubbliche come Gazprom, di sfuggire ampiamente a imposte e tasse, privando lo stato di ogni margine di manovra finanziaria. In questo modo, secondo numerosi osservatori, è l'intero funzionamento della Federazione che è messo in pericolo. Molti russi ritengono che il paese rischi ormai, se non di scomparire, in ogni caso di perdere definitivamente le sue ultime possibilità di ripresa. Il Cremlino riprende i poteri Il senso di disfacimento si diffonde tanto più, in quanto il contesto internazionale vive un momento molto particolare: gli Stati uniti e i loro alleati atlantici conducono un'offensiva senza precedenti per ridurre l'influenza di Mosca sul suo spazio tradizionale. Rapidamente teorizzata da alcuni consiglieri americani (1), questa strategia mira esplicitamente a ricacciare indietro - roll back - l'influenza russa. Punta sui disastrosi effetti della politica cecena del Cremlino e sulle maldestre pressioni, militari o economiche, che quest'ultimo continua ad esercitare sui vicini. L' impegno con cui si tende a rafforzare l'immagine negativa della Russia è tale, che alcuni osservatori non esitano a parlare di russofobia (2). Lungi dal rispondere in modo positivo ai segnali di buona volontà del capo di stato russo dopo l'11 settembre 2001, gli Stati uniti li considerano segni di debolezza e continuano a rafforzare la propria presenza in tutta la zona, anche tramite le «rivoluzioni colorate» in Georgia e Ucraina. Oltre ad un crescente intervento sul piano diplomatico e militare, gli americani utilizzano ogni possibile strumento d'influenza, come chiese e sette fino alle organizzazioni non governative locali. E quando non possono finanziarle direttamente, non esitano a farlo fare da varie organizzazioni internazionali, compresi i programmi della Commissione europea. Ora, se è certamente legittimo aiutare i giovani stati indipendenti a rendersi autonomi dal loro ingombrante vicino, la nuova politica americana e, in ampia misura, europea equivale a ritenere che la Russia non abbia più interessi propri né nell'Europa dell'Est né nella zona del Mar Caspio. In questo contesto, i dirigenti russi, ben al di là del partito al potere, non hanno difficoltà a persuadere l'opinione pubblica del paese che gli Stati uniti - con il tacito consenso dell'Unione europea - stanno cercando di indebolire in modo irreversibile la Russia. Si vuole, spiegano, ridurla al ruolo subalterno di paese fornitore di alcune materie prime, il cui sfruttamento, per di più, non potrebbe avvenire senza la partecipazione delle grandi compagnie occidentali. Il timore del caos è stato sicuramente esagerato da ambienti vicini al Cremlino, per agevolare una sterzata autoritaria ritenuta necessaria.
Ma, per capire sia le scelte politiche avviate dal 2000 che la loro accettazione da parte della maggioranza della popolazione russa, bisogna valutare a fondo questa paura, profondamente ancorata in un'opinione pubblica già traumatizzata dalle crisi succedutesi negli anni '90 e dall'indebolimento del paese sulla scena internazionale.
In politica interna, l'azione del nuovo presidente si muove su quattro direttrici essenziali: recupero del controllo della rendita sulle materie prime (3), ricostruzione delle industrie russe e di un'area istituzionale russa nelle regioni, dotandosi contemporaneamente di una maggioranza politica stabile. I vari metodi utilizzati, spesso brutali, combinano freddo pragmatismo e strumentalizzazione delle disuguaglianze. Tutti comunque si inseriscono in una retorica di ricostruzione patriottica che trova ampio consenso a livello di opinione pubblica. È proprio su questo terreno che Putin ha giustificato la «sporca guerra» condotta in Cecenia (si legga l'articolo in queste pagine).
Appoggiandosi a «superprefetti» che nomina già nel maggio 2000, il Cremlino riprende il controllo delle amministrazioni regionali, costringendo i presidenti delle repubbliche e i governatori di regioni, a cui toglie l'immunità parlamentare, a rispettare le leggi e le regole fiscali e di bilancio federali - mentre dal 2004 gli stessi vengono nominati su proposta del Cremlino. Se necessario, l'amministrazione presidenziale blandisce i leader regionali potenzialmente critici (come il sindaco di Mosca, Yuri Lujkov) con alcune concessioni, tra cui la promessa di essere reintegrati nella loro funzione. Tuttavia, non esita a spingere alle dimissioni o a mettere sotto processo chi dovesse continuare a opporre resistenza. Nel luglio 2000, il presidente convoca al Cremlino ventuno oligarchi e propone loro un patto (4): se non vogliono che l'amministrazione frughi nel loro passato, devono sostenere lo sforzo del governo per il riassetto del paese, astenendosi da qualsiasi intervento in campo politico. Chi non accetta, viene rapidamente spazzato via: tre sono addirittura costretti all'esilio (Boris Berezovski, Vladimir Gussinzki e Mikhail Chernoy). Glissando, una parte della stampa russa ricorda l'origine ebrea di parecchi di loro. L'arresto di Mikhail Khodorkovski, proprietario di Iukos, testimonia la determinazione del Cremlino.
Perfetto bersaglio simbolico, il magnate del petrolio e dei media ha appena annunciato di voler vendere il 40% delle azioni della Iukos all'americana Exxon-Mobil e di volersi presentare alle elezioni presidenziali.
Sarà condannato a nove anni di carcere per frode e il suo gruppo verrà smembrato. È l'inizio della riorganizzazione industriale, che vedrà l'amministrazione presidenziale riaffermare la propria autorità in tutti i settori strategici, dagli idrocarburi al nucleare, dall'armamento alle nuove tecnologie.
Tuttavia, non si tratta di una nuova statalizzazione o di un ritorno al regime sovietico. Sia pure in un contesto non trasparente, l'economia russa è veramente diventata capitalistica. Anche se i settori strategici sono dominati dai grandi gruppi nazionali controllati dallo stato (alcuni pubblici, altri privati, spesso con una partecipazione straniera che deve però restare minoritaria), la maggior parte delle imprese e l'essenziale dei servizi restano privati e aperti sul mondo, come indubbiamente mai prima in Russia. L'obiettivo dichiarato dal Cremlino è dunque completamente diverso: avvalendosi degli alti corsi del grezzo, si vuole ricostruire un'industria diversificata e competitiva, con gruppi russi capaci di competere alla pari con le multinazionali occidentali. In un periodo di rialzo degli idrocarburi, gli effetti di questa politica sono stati sorprendenti: nel 2006, per la prima volta, il prodotto interno russo ha ritrovato il livello che aveva prima del 1991, e i redditi medi del paese sono nettamente cresciuti. È senza dubbio questa, la ritrovata stabilità istituzionale, la vera base della popolarità del presidente Putin.
Tuttavia, non tutti i russi godono di questa crescita, anzi. E l'opinione pubblica non accetta i tanti sacrifici pretesi dal potere: come dimostrato, all'inizio del 2005, dalla grande ondata di manifestazioni contro la riforma delle pensioni, che colpiva gli strati più deboli - pensionati, piccoli funzionari. Il governo ha allora dovuto rivedere la sua politica sociale... Ricevendo, lo scorso settembre, un gruppo di studiosi della Russia, Putin ha dichiarato che, a suo parere, «democrazia e multipartitismo restano i soli garanti di una reale stabilità a lungo termine della Russia» aggiungendo di sostenere, ad esempio, l'idea della creazione di un vero partito socialdemocratico. Per commentare però, subito dopo, che la creazione del multipartitismo «richiederà decenni (5)».
Molti dirigenti politici, anche di opposizione, condividono questa valutazione, che rivela un dubbio profondo sulla maturità dell'elettorato.
Nei fatti, l'amministrazione presidenziale, in questi ultimi anni, ha profondamente modificato l'esercizio della democrazia rendendo più difficile la registrazione di partiti ed associazioni (in particolare le organizzazioni non governative, sospettate di essere sensibili alle influenze occidentali), o rivedendo la legge elettorale per eliminare l'elezione di deputati per circoscrizione (che permetteva ai leader dell'opposizione di essere eletti anche quando il loro partito non superava, al proporzionale, la soglia minima del 7%).
Il controllo dei canali televisivi - al punto che il primo canale, Ort, ha smesso di invitare oppositori critici ai dibattiti - relega la libera espressione delle opinioni ad una o due radio dall'audience limitata (in particolare Echo Mosca) e alla stampa, il cui numero di lettori è crollato dopo la fine dell'Urss.
Ancora più inquietante è il clima oppressivo e intimidatorio che circonda i dissidenti. Come nel caso, in particolare, delle manifestazioni dell'Altra Russia, attaccate dalla polizia o dai Nashi (I «nostri», l'organizzazione giovanile creata dal Cremino [6]). Anche in questo campo la società russa resta brutale e, pur se nessuna struttura ufficiale fosse direttamente implicata nell'uccisione dei giornalisti Anna Politkovskaya o Yuri Cekochikin, l'impunità degli assassini di professionisti dei media, imprenditori o amministratori a diversi livelli rivela le debolezze strutturali dello stato: corruzione latente dei servizi di sicurezza, assenza di separazione tra potere esecutivo e giudiziario, lassismo verso i gruppi estremisti, in particolare xenofobi o skinhead (7).
I russi ci invitano a tener conto delle difficoltà del loro cammino verso una maggiore democrazia e di quanto sia breve la loro esperienza di riforme, dall'abolizione del ruolo dominante del partito unico nel 1988 alla dissoluzione dell'Urss nel 1991. Dopo le elezioni legislative del dicembre 2007, le presidenziali del marzo 2008 si terranno secondo le leggi in vigore. Contrariamente a quanto gli suggerivano sia la maggior parte dei politici dei vari partiti che i sondaggi di opinione, il presidente non ha fatto modificare la Costituzione a suo favore.
Per questo paese, il fatto stesso che un avvicendamento di potere si svolga normalmente è un progresso reale, quale che sia il ruolo che poi si riserverà Putin. Ma, sotto molti aspetti, parlare di «democrazia guidata» è un comodo eufemismo: bisognerebbe piuttosto parlare di «democrazia manipolata», quando il potere non esita ad attirare a sé i rappresentanti dell'opposizione sensibili a concessioni di posti o privilegi, o quando si moltiplicano i legami personali (inclusi quelli familiari [8]) tra il mondo politico e quello economico, e questo mentre i rappresentanti dell'opposizione si vedono sistematicamente marginalizzati. L'attuale capo di stato ha insistito sulla necessità di una larga maggioranza e di una presidenza forte per ultimare la stabilizzazione del paese e ridargli il posto che rivendica sulla scena internazionale.
Nessun dubbio che otterrà l'una e l'altra con il consenso della grande maggioranza della popolazione, sensibile ai successi ottenuti nel corso degli ultimi anni. Tuttavia, questo sistema politico sotto controllo non potrà durare in eterno. Il primo problema sta nell'impoverimento reale di un terzo della popolazione (secondo le statistiche ufficiali), gli emarginati di una società a due velocità dai contrasti esasperati, nonostante la ritrovata crescita. Senza dubbio questi strati sociali non sono caratterizzati da un alto livello di organizzazione, ma, lo si è visto nell'inverno 2005, possono esprimersi con forza. L'altro problema risiede nella contraddizione crescente tra il modo autoritario con cui si esercita il potere e la logica liberista del sistema economico e sociale. Fino ad ora, il Cremlino si è ben guardato dal limitare conquiste così preziose e nuove come la libertà di circolare e commerciare all'estero (per chi ne ha i mezzi, ma sono sempre più numerosi), informarsi su Internet o ancora mandare i propri figli ovunque nel mondo. In un paese ormai ampiamente aperto, la retorica patriottica, le limitazioni al funzionamento di partiti e associazioni, il controllo burocratico delle imprese rischiano fortemente di diventare in breve altrettanti freni oggettivi alla stessa crescita. E di apparire a un numero sempre maggiore di cittadini russi per quel che sono: modi di vedere e vincoli amministrativi ereditati del sistema sovietico.


note:
* Professore dell'Istituto nazionale di lingue e civiltà orientali, (Inalco), autore di La Nouvelle Russie, nuova edizione, Armand Colin, Parigi, 2007.

(1) Ad esempio Zbigniew Brzezinski, «A Geostrategy for Eurasia», Foreign Affairs, n°5, New York, 1997.
(2) Cfr. Anatol Lieven, «Against russophobia», World Policy Journal, n. 4, New York, inverno 2000 - 2001.

(3) Si legga Jean-Marie Chauvier, «La "Nuova Russia" di Vladimir Putin», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2007.

(4) Le Monde, 31 luglio 2000.
JEAN RADVANYI
(5) Intervento di Putin al club Valday, 15 settembre 2007. Cfr. anche Eric Hoesli, 24 Heures, Losanna, 16 settembre 2007.

(6) Cfr. «Les jeunes en rang serrés derrière Poutine», Courrier international, 30 agosto 2007.

(7) Si legga Carine Clément e Denis Paillard, «Dieci flash sulla società russa», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2005.

(8) Cfr. «Les parents au pouvoir», Kommersant Vlast, Mosca, 24 settembre 2007.
(Traduzione di G. P.)