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Il peso della politica estera


J.R.

La politica estera è un elemento fondamentale nella svolta strategica voluta dal presidente Vladimir Putin fin dalla sua prima elezione, nel marzo 2000. E a ragione: i dirigenti russi, come l'opinione pubblica, sono estremamente sensibili al ruolo del loro paese nel mondo. Gli sconvolgimenti conseguenti alla frantumazione dell'Unione sovietica hanno infatti moltiplicato i motivi di inquietudine: brutale riduzione del territorio e perdita di molte regioni considerate da generazioni come «russe»; status incerto per i russi del «vicino estero» (le ex repubbliche dell'Urss) tra i quali molti cittadini della Federazione contano parenti o amici; migrazioni massicce da questi territori verso la Russia, ecc. Questi elementi interni, aggiunti alla dolorosa esperienza della potenza perduta, hanno creato nell'opinione pubblica un terreno favorevole al risveglio di sentimenti nazionalistici, sui quali puntano la maggioranza dei partiti politici, così come il governo Putin. Quasi tutte le grandi e recenti decisioni sulle riforme istituzionali, economiche e sociali si inseriscono in questa retorica patriottica, che pretende di ridare al paese il potere e il ruolo che ritiene di dover avere nella mondializzazione.
Altro elemento decisivo per capire l'evoluzione della politica russa in campo internazionale: l'impressione, largamente diffusa nella classe politica, ben al di là dell'amministrazione presidenziale, di essere stati beffati dagli occidentali. Le ragioni dello spettacolare ravvicinamento a Washington, voluto dal presidente russo all'indomani degli attentati dell'11 settembre 2001, non erano evidentemente del tutto disinteressate: il Cremlino desiderava, da un lato, guadagnare tempo per consolidare la situazione economica interna e, dall'altro, stabilire un parallelo tra il terrorismo mondiale e la resistenza cecena. Ma la scelta del presidente Putin - molto criticata tra le élite russe - avrebbe potuto segnare una svolta importante nelle relazioni tra il suo paese e i principali membri dell'Alleanza atlantica.
Gli Stati uniti, invece, l'hanno interpretata come il segno di una debolezza russa ormai definitiva e hanno quindi sviluppato su tutti i fronti una strategia di contenimento della sua influenza, anche là dove i suoi interessi strategici sono realmente in gioco: dall'Ucraina al Caucaso fino all'Asia centrale. Certo, Mosca non è ancora riuscita a ridefinire in modo sereno la natura delle sue relazioni con i paesi a lei più vicini. La brutalità delle sue decisioni, anche quando non illegittime (come l'aumento del prezzo del gas a livello dei corsi mondiali), le ingerenze (ad esempio durante la campagna elettorale ucraina del 2004) hanno offerto argomenti di peso ai suoi avversari. Ma si può per questo ignorare il ruolo delle ingerenze americane o europee nelle «rivoluzioni colorate»?
(1) Di fronte alle derive occidentali in materia di azioni militari e rispetto dei diritti umani che si sono andate moltiplicando in Iraq e in altri recenti conflitti, i russi sopportano sempre meno la frequente pratica del «due pesi, due misure» nei loro confronti.
L'avvertimento lanciato dal presidente russo, durante il suo intervento a Monaco (2), in febbraio, ha avuto il merito di porre francamente tutte queste questioni. Anche se la stampa occidentale l'ha considerato brutale, esso non chiudeva le porte, ma, al contrario, chiedeva di riprendere la discussione su tutti i dossier sensibili: allargamento dell'Organizzazione del trattato del nord Atlantico (Nato) ad altre repubbliche dell'ex Urss come la Georgia, scudo antimissile, Kosovo e nucleare iraniano, per citare solo quelli più noti. Per il Cremlino, queste discussioni devono portare ad un'importante modifica delle relazioni: il modello politico degli anni '90, che riduceva la Russia al rango di partner inferiore dell'Occidente, è superato. Mosca non si lascerà più imporre accordi che considera sbilanciati, come la Carta europea dell'energia. Certo, un discorso politico così energico ha una dimensione elettorale, ma esprime anche alcune modifiche geostrategiche fondamentali: Europa e Stati uniti dovranno tenere conto del crescente potere dei «Bric» (Brasile, Russia, India e Cina). Putin intanto non perde occasione per ricordare che il suo paese non è solo un stato europeo: svilupperà sempre più il suo fronte asiatico, così come il partenariato con Pechino all'interno del gruppo di Shanghai (3). La sensazione che il paese possa recuperare il suo ruolo di protagonista sulla scena internazionale contribuisce sicuramente a mantenere alto il livello di popolarità del presidente russo tra molti dei suoi concittadini.


note:

(1) Si legga Régis Genté e Laurent Rouy, «Nell'ombra delle «rivoluzioni spontanee»», e Vicken Cheterian, «Le strane rivoluzioni che avvengono all'Est», Le Monde diplomatique/il manifesto, rispettivamente gennaio e ottobre 2005.
(2 «La gouvernance unipolaire est illégitime et immorale», Cfr. Le Monde, 13 febbraio 2007.

(3) L'Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Ocs), creata nel 1996 con il nome di «gruppo di Shanghai», oggi comprende sei stati membri (Cina, Kazakhstan, Kirghizstan, Uzbekistan, Russia, Tagikistan) e quattro osservatori (India, Iran, Mongolia, Pakistan). Quest'ultimo statuto è stato rifiutato dagli Stati uniti.