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IMPASSE POLITICA, DINAMISMO SOCIALE
La sinistra turca fra militari e islamisti
Dopo settimane di crisi politica provocata da alcuni scandali finanziari, in Turchia è stato formato un nuovo governo col compito di preparare le elezioni legislative del prossimo mese di aprile. Eppure, nonostante il grande dinamismo economico e le iniziative dei cittadini, l'ombra dei militari, che continuano la loro"sporca guerra in Kurdistan, non smette di incombere sul paese. La sinistra laica moderata condivide i timori dello stato maggiore, la paura del separatismo e quella degli islamisti, ed è incapace di aprire la strada ad una reale democratizzazione.
dalla nostra inviata speciale Wendy Kristianasen*
"Il Mgk sta diventando sempre più una sorta di governo ombra della Turchia. Negli ultimi anni ha cominciato a produrre rapporti su tutti gli argomenti possibili. E ha i mezzi legali per far prevalere il suo punto di vista su quello del governo senza bisogno di ricorrere a un colpo di stato." Commentatore e produttore della televisione turca ATV, Ferhat Boratav si riferisce all'onnipotente Milli Guvenlik Kurulu (Mgk), il Consiglio nazionale di sicurezza."Ormai il Mgk non si accontenta più, come in passato, di esprimere critiche ma compie direttamente scelte politiche. Decide quale canale televisivo autorizzare. La legge sull'insegnamento approvata nel settembre del 1998, e da esso considerata la miglior garanzia contro gli islamisti, è farina del suo sacco." Questa riforma, adottata dal governo di Mezut Yilmaz, ha prolungato l'obbligo scolastico da cinque a otto anni, permettendo così ai giovani di restare nella scuola pubblica fino a quindici anni, un'età in cui si è meno propensi a subire l'indottrinamento delle Imam Hatep, le scuole religiose.
Il Consiglio di sicurezza, i cui poteri sono definiti dalla costituzione, si considera il guardiano della repubblica, incaricato di proteggerla dalla duplice minaccia costituita dagli islamisti e dai kurdi. Esso è composto in ugual numero da militari e ministri. Al suo interno, il generale Huseyin Kirikoglu, capo di stato maggiore, e i capi dell'esercito, della marina e dell'aviazione hanno come colleghi il primo ministro, il ministro della difesa, quello degli interni e quello degli esteri. L'organismo è presieduto da Suleyman Demirel, il presidente della repubblica. Il suo voto è determinante nel caso in cui il consiglio non esprima una maggioranza."Si tratta di un cambiamento rispetto ai vecchi tempi, quando il presidente del consiglio era un capo di stato-maggiore in pensione", ci spiega Ferhat Boratav. Il Mgk ha i suoi propri obiettivi. Discute della transizione verso un regime presidenziale, della riforma dei comuni e di un sistema elettorale a due turni, considerato un mezzo per rimediare alla frammentazione dei partiti politici e alla crescita del movimento islamista, che peraltro non ha mai ottenuto più del 21% dei voti. Centro strategico dell'Eurasia Il Centro nazionale di gestione delle crisi, meno conosciuto e creato solo nel 1997, ha sede negli stessi locali che ospitano il Mgk. E' una sorta di"governo parallelo" posto sotto l'autorità del primo ministro ma con un generale di divisione per segretario. Non ha personale fisso e può sostituire il potere civile qualora il governo o il parlamento dichiarino lo stato di crisi. Fino ad oggi è stato utilizzato solo in situazioni di crisi non politiche, quali le inondazioni del mar Nero o il terremoto nella zona di Ankara. Malgrado il Mgk stia diventando un organismo sempre più potente all'interno del quale militari e politici discutono e prendono decisioni, ciò non impedisce all'esercito di esprimersi più o meno apertamente e pubblicamente. Questo è successo ancora recentemente, l'8 gennaio 1999, quando l'esercito ha dichiarato che non avrebbe tollerato la formazione di un altro governo islamista. Era un messaggio rivolto ai partiti laici: tre giorni dopo, Bulent Ecevit, un laico convinto, riusciva, dopo un primo fallimento, a formare un nuovo gabinetto minoritario (il sesto dopo le elezioni del 1995), costituito prevalentemente da membri del suo partito che, peraltro, è solo il quarto del paese. Così si chiudeva una crisi iniziata il 25 novembre 1998, giorno in cui era caduto il governo di Mesut Yilmaz, accusato di corruzione. Del resto già il 29 febbraio 1997 le famose decisioni prese dal Mgk avevano determinato la sorte del governo di Necmettin Erbakan, costretto alle dimissioni nel giugno 97. Nel gennaio 1998, la formazione politica di Erbakan, il Partito della prosperità (Refah Partisi), di ispirazione islamica, veniva messo al bando e subito rimpiazzato dal Partito della virtù (Fazilet Partisi). La politica estera del paese non ha per nulla sofferto di queste crisi a ripetizione. Al contrario, si potrebbe persino dire che essa ne abbia tratto beneficio. La Turchia si è affermata sulla scena regionale come un attore potente e inflessibile, aiutata in questo da una dinamica economia d'impresa, nonostante gli alti livelli di disoccupazione e un tasso di inflazione che solo nel 1998 è stato finalmente ricondotto al 54%. In questo contesto, la Turchia ha rafforzato la sua alleanza con Israele, ottenuto dalla Siria l'espulsione di Abdullah Ocalan, dirigente del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e spinto Cipro a rinunciare all'installazione sul suo territorio di una partita di missili acquistati dalla Russia. In passato, la Turchia è stata definita dai suoi dirigenti come un"ponte" fra l'Europa e l'Asia. Ma recentemente Ismail Cem, ministro degli esteri, scriveva che il suo paese"si predisponeva con fermezza a divenire il centro strategico dell'Eurasia". In effetti, rispetto a questo obiettivo, la Turchia possiede alcune carte importanti:"L'economia più dinamica, l'esercito più avanzato e la democrazia più antica" della regione. A questo bisogna aggiungere"i vantaggi che le derivano dalle sue caratteristiche storiche e culturali e i privilegi della sua duplice identità".(1) Eppure questa"duplice identità" è una"spada a doppio taglio" Da un lato c'è infatti una élite laica, che gravita attorno a Istanbul, dall'altro ci sono i turchi dell'Anatolia, molti dei quali sono migrati verso le grandi città della Turchia occidentale. Fra loro ci sono numerosi kurdi e gran parte di coloro che hanno permesso agli islamisti di ottenere 158 seggi su 550 alle elezioni del 1995.(2) Laici e militari convengono nell'affermare che gli islamisti e i kurdi rappresentano le due minacce principali per la sicurezza del paese. Tuttavia al loro interno a volte nascono discussioni per definire chi sia"il nemico principale". Tutte le persone ragionevoli riconoscono l'esistenza di una differenza fra il pericolo rappresentato dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e"il problema kurdo". Emin Ergin, un prospero uomo d'affari di 37 anni, è lui stesso un kurdo. Si ricorda di aver conosciuto Abdullah Ocalan, il dirigente del Pkk più noto col nome di Apo."Ancora tre anni fa, kurdo veniva ufficialmente definito chi era migrato dalle montagne e d'inverno calzava scarpe da neve." E' questa visione rozza e sprezzante che porta il Consiglio nazionale di sicurezza a pensare che qualsiasi riforma a favore dei kurdi equivalga ad accettare la partizione del paese. La maggior parte dei responsabili politici ammette che il problema kurdo merita una soluzione rapida, specialmente sul piano culturale. Ce lo spiega un altro uomo d'affari, Fuat Suren:"E' evidente che il governo dovrebbe pagare affinché la lingua kurda possa essere insegnata nelle scuole. Che problema c'è? Alla fine i kurdi preferiranno vedere i loro ragazzi imparare l'inglese e il francese. E' necessario che la Turchia la faccia finita alla svelta col vecchio mito di Ataturk, quello di una nazionalità turca unica. E' un mito sintetizzato dallo slogan: Felice è colui che si considera turco, che si legge dappertutto, in particolare nel sud-est del paese". Ma il sud-est reclama anche investimenti massicci in opere pubbliche, di dimensioni ancora maggiori di quelle del progetto delle dighe del Gap sull'Eufrate.. Numerosi sono anche i kurdi che cercano una soluzione, a dispetto del fatto che molti dei loro tentativi di trovare uno spazio politico legale siano stati sabotati. Il loro primo partito, il Partito laburista del popolo (Hep), è stato messo al bando dalla corte costituzionale nel 1993. Il suo successore, il Partito della democrazia (Dep), ha avuto a sua volta dei problemi. I suoi deputati sono confluiti nel Partito democratico del popolo (Hadep), ma nel dicembre 1994 sette di loro sono stati arrestati. L'Hadep ha ottenuto il 4,2% dei voti alle elezioni del 1995 bisognava però raccogliere il 10% dei voti su scala nazionale per ottenere dei seggi. Nel dicembre del 1997, il dr. Kemal Parlak, uno dei membri fondatori del Hadep, ha partecipato alla creazione di una organizzazione chiamata Demos ( Organizzazione per l'intesa democratica e la ricerca di una soluzione al problema kurdo)."Noi non siamo col Pkk né con lo stato. Vogliamo iniziare un dialogo per trovare una soluzione al problema kurdo all'interno delle frontiere nazionali della Turchia. Si tratta di un problema interno che deve essere risolto insieme dai kurdi e dai turchi, senza ingerenze esterne." Ma un altro membro del Demos, Faik Bulut, teme che"le autorità utilizzino l'ondata di ostilità nei confronti di Apo e del Pkk per dichiarare che ormai il problema kurdo è stato risolto". Il 20 novembre 1998, all'apice dell'ondata di isteria nazionalista che ha imperversato nel paese dopo l'arrivo a Roma di Abdullah Ocalan il 13 novembre, 403 membri del Hadep (3) sono stati arrestati. In quella congiuntura gli stessi islamisti si sono allineati sulle posizioni prevalenti a livello nazionale. Cengis çandar del Sabah osserva:"Gli islamisti si sono formati all'interno di una tradizione anti-occidentale e sono quindi naturalmente anti-italiani. D'altra parte, consapevolmente o meno, il Fazilet trae vantaggi dal suo allinearsi sulle posizioni nazionaliste. E si ritiene il più leale di tutti". Anche se la questione del"terrore separatista" e quella della"reazione religiosa" sono diverse, molti osservatori fanno notare che i kurdi spesso sono anche religiosi e che hanno votato per gli islamisti durante le ultime elezioni municipali e nazionali. Dopo aver risolto militarmente il conflitto aperto dalla sfida del Pkk, ormai l'esercito considera l'islam il nemico principale (3). Gli islamisti lo sanno e hanno messo in atto una ritirata ideologica e politica. Abdullah Gul, ex-vicepresidente del Refah, oggi vicepresidente del Fazilet e reponsabile per le questioni internazionali tira le somme dall'esperienza governativa del suo partito:"In questo paese esistono dei centri di potere che sono al di sopra della legalità. E non parlo solo dell'esercito. Non basta avere della gente al tuo fianco. La Turchia non è un paese veramente democratico, se lo si paragona al resto dell'Europa. Quindi siamo più realisti, e facciamo meno promesse. " Per coltivare questa nuova immagine, Recai Kutan, il leader molto moderato di Fazilet, ha nominato il professor Nevzat Yalcintas, una personalità della destra nazionalista, responsabile delle relazioni coi media. Yalcintas, professore di economia all'Università di Istanbul e vicino all'ex presidente Turgut Ozal, è un ideologo della sintesi turco-islamica (4)."Molte persone che come me non sono mai state membri del Refah, hanno raggiunto le file del Fazilet", insiste. Secondo lui, il Refah"non ha fatto abbastanza per i diritti umani e non ha denunciato in modo sufficientemente chiaro la non democraticità delle istituzioni della Turchia". Recita i nobili fini che animano il Fazilet: democrazia, libertà e sviluppo sociale. E l'islam?"Noi non mettiamo l'accento sulla religione, perché non ci si accusi di utilizzarla a torto. Non vogliamo provocare nessuno, sbandierando questo tema così sensibile.""Non siamo mica musulmani!" Ma gli ambienti laici non sono impressionati da questa moderazione, che essi ascrivono all'opportunismo degli islamisti i quali, in realtà, sono fautori di una"politica graduale". Se tornassero al potere, non imporrebbero forse leggi religiose"straniere"? Per i laici l'islam è un retaggio medioevale. A Istanbul, nel quartiere di Gumussuyu, molto alla moda fra gli intellettuali, nel corso di una cena i convitati discutono con accanimento. Dell'asilo concesso dall'Italia ad Apo, che pure suscita le rimostranze di tutto il paese; della caduta del governo Yilmaz; e anche del bas ortusu, il fazzoletto monocolore con il quale le donne islamiste si coprono il capo. Ecco, finalmente, un vero argomento politico! C'è chi consiglia di guardare a come la Francia tratta la questione. Un altro evoca Israele, dove l'odio dei laici per i religiosi è grande almeno quanto lo è in Turchia. Ma quando qualcuno osa suggerire di guardare all'esperienza egiziana o giordana, le grida di protesta si levano unanimi:"Non siamo musulmani ! Come si può paragonarci a paesi musulmani? Non è solo una questione di identità ma anche giuridica. Secondo la Costituzione, la Turchia è un paese laico". La questione prioritaria per l'elite è e rimane quella dell'adesione all'Unione europea, malgrado i numerosi sgarbi subiti. L'anno scorso il paese ha celebrato i settantacinque anni della repubblica creata da Ataturk. E li ha celebrati come un avvenimento straordinario, una sorta di araba fenice nata dalle ceneri degli oscuri disegni dell'Europa, che è riuscita a creare uno stato moderno, nazionalista e laico, il quale ha forgiato le sue radici e le sue tradizioni. Ma le tradizioni ancora più antiche possono forse essere dimenticate? L'esistenza di un'altra Turchia, quella della profonda Anatolia, un paese più religioso, può forse essere cancellata proprio mentre il sistema politico è in piena crisi? Fatta eccezione per gli islamisti, le forze politiche mancano di coesione e di un'ideologia e sono segnate dall'opportunismo. Non sono state capaci di creare legami forti con la società. Circa il 20% degli elettori continua a non sapere per chi voterà. Tutti sono d'accordo sulla necessità di una riforma profonda dello stato e del sistema politico, specialmente da due anni a questa parte, quando le rivelazioni seguite all'incidente di Susursluk, il 3 novembre 1996, hanno confermato i legami esistenti fra lo stato, la criminalità organizzata e l'estrema destra. Privatizzazioni e corruzione Malgrado le sue aspirazioni democratiche la sinistra laica moderata condivide con i militari la percezione del"pericolo" che l'islamismo e il Pkk rappresentano. Nel 1998, in una delle sue riunioni mensili, il Mgk aveva apertamente posto all'ordine del giorno la questione della"mafia e delle sue connessioni politiche". Eppure, nel 1992-1993 le autorità e si erano servite proprio di questa mafia nella lotta contro i kurdi. Ma il mostro è diventato oggi troppo potente, e il Mgk vuole tarpargli le ali. La corruzione è stata stimolata dalle privatizzazioni che hanno creato una nuova classe di speculatori. Secondo Ismet Berkan, un intellettuale di sinistra e editorialista del quotidiano Radikal,"la corruzione non è un fenomeno nuovo. Ciò che è nuovo è la sua estensione. Quindici uomini d'affari, protagonisti dell'attività edilizia degli anni ottanta, sono riusciti a comprarsi la loro banca. Siamo diventati un po' come il Giappone. Lo dimostra il caso Korkmaz Yigit, che ha portato alla caduta del governo Yilmaz (5). Con soli 150 milioni di dollari, Yigit ha potuto nondimeno acquistare una banca, la Banca turca, (messa sotto sequestro dopo l'esplosione dello scandalo), tre giornali (Milliyet, Yeni, Yuzyil e Ates), due canali televisivi, (il 6 e il canale E), e numerosi beni immobiliari. Il tutto per un valore di 1,6 miliardi di dollari". Ironicamente il governo di Mezut Yilmaz è stato il più efficace nella caccia alla mafia. Esso ha portato a buon fine le privatizzazioni e la riforma del sistema fiscale. Il 29 settembre 1998 è stata poi approvata una legge che obbliga le persone fisiche a dichiarare i loro averi mobili e immobili. Lo scopo di questa legge è quello di ridurre il peso dell'economia sotterranea, il cui contributo alla formazione del Pil sarebbe, secondo le stime ufficiali, del 30% ma in realtà raggiungerebbe il 40-50%. Oltre alla corruzione, due sono le questioni decisive per il futuro di qualsiasi politica di riforme: il sistema giudiziario e quello dei partiti politici. Fino a quando il governo manterrà il privilegio di poter cambiare i giudici e proteggere i dirigenti dei partiti da qualsiasi provvedimento legale, fino a quando i capi dei partiti politici potranno mantenersi al potere scegliendo essi stessi i candidati delle loro liste, ecc., in Turchia non ci sarà democrazia. Solo una riforma costituzionale permetterà di stabilire un nuovo equilibrio politico fra governo, parlamento e giustizia. Ma l'esercito sarà disposto ad accettarla? E' poco probabile. Tuttavia i turchi sono abituati a passare da una crisi all'altra senza che questo abbia ridotto il loro dinamismo, come dimostrano in particolare il vigore dello spirito imprenditoriale e la flessibilità delle imprese, grandi o piccole che siano. Tusiad, l'associazione che raggruppa i quattrocento più importanti industriali e uomini d'affari del paese, i quali contribuiscono a formare il 50% del Pil del paese, cerca di far sentire la sua voce. Secondo Fuat Suren, essa è"in contrapposizione col Consiglio nazionale di sicurezza, anche se non è ancora riuscita a far pesare la sua influenza". Malgrado la sua rivalità con Musiad, l'associazione islamista concorrente, Tusiad cerca di diventare, anche se fino ad oggi in modo poco convincente, il portavoce di tutta la società. Nell'inverno 1996 questa associazione ha lanciato una lussuosa rivista trimestrale in inglese, Private View, che non esita a criticare la fragilità del sistema politico o a dare voce a intellettuali islamisti"selezionati", è chiaro, fra coloro che non sono troppo critici. Ma il dinamismo della società si riflette anche sul piano politico: il tasso di partecipazione alle elezioni nazionali e municipali si aggira sull' 85%. Nel 1997, nella regione di Mula, sono stati creati per la prima volta comitati di controllo col compito di monitorare l'attività dei deputati. Comitati con funzioni simili sono stati creati anche a Istanbul. Intellettuali e laici in un vicolo cieco Sadettin Tantan, il sindaco di Fatih, un quartiere povero e molto popolato di Istanbul (450mila abitanti) è impegnato in molteplici iniziative con la popolazione. Proveniente dalle classi medie e ex-responsabile della polizia, con la fama di uomo incorruttibile, è un conservatore convinto che è riuscito a sottrarre la sua zona all'influenza dominante del Refah. Oggi di lui si parla come di un serio candidato al posto di sindaco della città e, in questa prospettiva, è anche riuscito ad ottenere l'appoggio dell'Unesco e dell'Unione europea per riabilitare i due quartieri storici fortemente compromessi di Fener e Balat. Un progetto simile è in corso anche a Zeyrak e altri edifici storici bizantini e ottomani della città sono stati ristrutturati."Gli abitanti di questi quartieri sono tornati ad abitarci", spiega il sindaco,"Abbiamo utilizzato tutte le competenze straniere necessarie per creare una scuola di restauro e ora siamo in grado di farla funzionare da soli". Un progetto altrettanto ambizioso è stato quella della riabilitazione di due enormi cisterne bizantine, che occupano una superficie di più di due acri, trasformate in aree per lo sport e il tempo libero. All'interno di questa zona sorgono oggi edifici moderni che offrono servizi educativi e formativi a prezzi abbordabili per giovani e anziani: computer, laboratori linguistici e artigianali. Nel settore privato anche il presidente della holding Enka, Sarik Tara, è molto attivo. Tara dichiara che la sua società è una delle sei più importanti in Turchia ed è anche quella più internazionalizzata, con investimenti in tutti i settori, dai ponti all'industria elettrica passando per i mobili e i mulini per il grano. Il presidente della Enka è molto fiero della costruzione di un centro sportivo e di un complesso scolastico lussuosi per i quali, anche se per ora la scuola è limitata all'asilo e alle classi elementari, non ha lesinato spese. Malgrado l'utilizzo di questi servizi sia a pagamento, Enka li sovvenziona per una cifra pari a 1,7 milioni di dollari l'anno. Questo multiforme dinamismo è anche una risposta alle numerose attività che il movimento islamista svolge fra la popolazione. E' anche espressione di un fiero nazionalismo, un fenomeno di cui si è potuto valutare l'ampiezza nell'ottobre del 1998, durante la crisi creatasi con l'arrivo a Roma di Abdullah Ocalan. Prima ancora che reagisse il governo, gli uomini d'affari, molti dei quali temono sia il Pkk che gli islamisti, hanno annunciato che avrebbero boicottato i prodotti italiani. Anche i critici più feroci del sistema convengono nell'indignarsi per il trattamento inflitto dall'Unione europea alla Turchia. Per dirla con Ismet Berkan"il rifiuto di sostenere il processo di democratizzazione della Turchia puzza di razzismo culturale". Certamente Berkan non ha torto, anche se il bilancio della Turchia in materia di diritti umani sminuisce il peso della sua affermazione. Tuttavia, intellettuali e quadri laici si trovano in un vicolo cieco. Da un lato vogliono le riforme e una democrazia pulita. Dall'altro, condividono i timori dell'esercito e del Consiglio nazionale di sicurezza (Mgk) nei confronti del Pkk e del movimento islamista. La Turchia è ancora molto lontana dall'essersi riconciliata con la sua"duplice identità" note:
* Giornalista, Londra (1) Turkey and the World: 2010-2020, Emergence of a Global Actor, Divak Publications, Istanbul, 1998. (2) Recenti sondaggi indicano che il Fazilet otterrebbe solo dal 16 al 20 per cento dei voti. (3) Leggere"L'ipoteca dei militari blocca la Turchia" e"Le molteplici facce dell'islamismo", le Monde diplomatique/il manifesto, rispettivamente del dicembre 1998 e luglio 1997. (4) Negli anni 80 l'esercito, nella sua lotta contro la sinistra, aveva cancellato alcuni aspetti del kemalismo e cooptato esponenti dell'estrema destra che volevano una riconciliazione fra islamismo e neofascismo. Fra questi il Partito di azione Nazionale di Alparslan Turkuz. (5) Un mese dopo il voto di sfiducia, Korkmaz Yigit ha rilasciato una lunga intervista alla sua televisione, Canale 6, dicendo che Yilmaz l'aveva incoraggiato a compiere queste transazioni. (Traduzione di P.R.) |