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GLI ARCHIVI FRANCESI ANCORA SOTTO CHIAVE
Le pagine strappate della guerra d'Algeria
di Claude Liauzu*
In occasione del processo che nel 1998 ha portato alla condanna di Maurice Papon per complicità in crimini contro l'umanità, lo storico Jean-Luc Einaudi (1) ha ricordato nella sua testimonianza che l'imputato era stato anche prefetto della polizia di Parigi all'epoca della guerra d'Algeria. Fu durante questo periodo, il 17 ottobre 1961, che una manifestazione di protesta degli immigrati algerini contro l'imposizione di un coprifuoco selettivo si concluse con l'arresto di 15.000 manifestanti e con un'esplosione di violenza sanguinaria da parte della polizia, passata sotto silenzio dalla stampa.
Quattro mesi dopo, l'8 febbraio 1962, nove dei manifestanti francesi più impegnati, che avevano denunciato l'Oas (Organisation de l'armée secrète) trovarono la morte nel métro di Parigi, alla fermata di Charonne.
Certo, la Francia del 1961-1962 non era quella di Vichy e dei collaborazionisti, e i due eventi citati non sono i soli crimini di una sporca guerra, in cui nessuno era esente da colpe: la battaglia di Algeri, la sparatoria per le strade di Isly, l'estate del 1962 a Orano, il massacro di Mélouza, la massiccia liquidazione degli oppositori del Fronte di liberazione nazionale ad opera dello stesso Fln, ecc. Ma il massacro del 17 ottobre 1961, perpetrato nel cuore di Parigi e insabbiato dall'amnesia dello stato, è un evento che pesa. Si ha la misura dei suoi effetti perversi quando Maurice Papon si ritiene diffamato e sporge querela per la seguente frase di Jean-Luc Einaudi, su Le Monde del 20 maggio 1998:"Nell'ottobre del 1961 vi fu un massacro perpetrato dalle forze di polizia che agivano agli ordini di Maurice Papon".
Documenti scomparsi I crimini legati alla guerra di Algeria sono stati sostanzialmente oggetto di un'amnistia fin dalla firma degli accordi di Evian. Nessun altro evento della storia di Francia ha beneficiato di una misura così sistematica e tempestiva. La si può spiegare con la necessità di porre fine a quella che è stata anche una guerra civile franco-francese, ma non si possono sottovalutare gli aspetti di tattica politica e gli interessi elettorali sottesi a questa decisione. E neppure se ne possono trascurare le inquietanti conseguenze: un torturatore accusato dalla sua vittima avrebbe potuto farla condannare per diffamazione! L'amnistia comporta infatti anche l'obbligo dell'amnesia.
In una situazione del genere, è impossibile condurre uno studio sugli anni 1954-1962 in condizioni normali. Il problema non interessa soltanto gli storici. Stabilire la verità è necessario, innanzitutto per fedeltà ai valori repubblicani, che costituiscono la difesa contro il razzismo ereditato dalla decolonizzazione; ma lo è anche perché uno degli ostacoli alla socializzazione dei giovani provenienti da una storia di immigrazione è la loro esclusione dalla storia nazionale.
L'accesso agli archivi, che in quanto nazionali sono, in linea di principio, proprietà del cittadini, il più delle volte è negato. Secondo le interpretazioni più restrittive della legge del 3 gennaio 1979, quelli che riguardano la guerra d'Algeria rischiano di rimanere inaccessibili almeno fino al 2020 e oltre (2). E non si sa neppure se esistano! Un'inchiesta effettuata sotto l'egida del ministero dell'interno, affidata al consigliere di stato Dieudonné Mandelkern, ha rivelato che interi fondi, con documenti essenziali per la conoscenza degli eventi del 17 ottobre, sono scomparsi dalla Prefettura di polizia (3). Citiamo: gli schedari del Centro di identificazione degli algerini, con sede a Vincennes; i decreti di soggiorno obbligato e di allontanamento; i documenti dei servizi di informazione e di lotta creati contro l'Fln e accumulati per quattro anni; è introvabile persino il rapporto sul 17 ottobre, che il prefetto di polizia aveva trasmesso al governo e alla presidenza della repubblica.
Si impone quindi una constatazione: sono scomparsi documenti necessari per accertare l'identità dei responsabili e il numero esatto delle vittime. E si impongono inoltre due conclusioni: è necessaria un'inchiesta sulle condizioni di queste sparizioni, che per la loro ampiezza sembrano organizzate sistematicamente per impedire l'accertamento della verità; ed è indispensabile porre fine allo statuto particolare riservato agli archivi della prefettura di polizia, per i quali devono valere le regole comuni agli archivi nazionali.
Va detto però che le norme in vigore per l'accesso degli storici ai documenti sono opache. Grazie al rilievo dato dai media agli eventi del 17 ottobre 1961, alcune autorizzazioni sono state concesse a qualche ricercatore, mentre per altri vige tuttora il divieto. E dire che in una circolare del 12 dicembre 1997, il primo ministro ha insistito sull'obbligo di un trattamento rigorosamente equo, condannando ogni discriminazione suscettibile di far pensare a una censura politica. E' dunque inconcepibile che a Jean-Luc Einaudi, autore dello studio più rigoroso realizzato finora (4), si continui a rifiutare l'accesso ai documenti necessari per il suo lavoro, oltre che per preparare la propria difesa contro la querela per diffamazione, mentre altri ricercatori beneficiano di un trattamento diverso. Oltre tutto, quale storico potrebbe accettare privilegi equivoci, concessi per motivi tanto oscuri da contrastare con le regole scientifiche e deontologiche di questo mestiere, la cui prima ragion d'essere è di stabilire la verità dei fatti? Contro queste tendenze devianti, il processo a carico di Jean-Luc Einaudi, che si terrà all'inizio di febbraio, potrà fornire l'occasione di raggiungere un minimo di consenso tra specialisti su alcune questioni fondamentali. Innanzitutto, sulla portata degli episodi di violenza. Le dispute sui numeri fanno parte di tutte le battaglie politiche, e non si limitano certo alla guerra l'Algeria. Il 1917, la Resistenza, i genocidi A 37 anni di distanza, Maurice Papon è stato costretto a desistere dalla sua versione, in cui il numero (tuttora ufficiale) dei morti era di due o tre appena. E' arrivato a quindici circa, mentre valutazioni più serie variano da alcune decine (Mandelkern) a duecento o più (Einaudi). Secondo alcuni documenti del ministero della giustizia, 60-80 decessi sono stati oggetto di procedure d'istruzione. Gli archivi di questo ministero dovrebbero essere accessibili in condizioni di trasparenza. Inoltre, vari corpi non sono stati ritrovati. Quanti? La distruzione di"vecchi archivi della brigata fluviale, avvenuta alcuni anni fa (!)", secondo il rapporto Mandelkern, impedisce qualsiasi inchiesta precisa sui manifestanti annegati. Allo stesso modo, è impossibile avere un quadro chiaro delle sparizioni, mancando la possibilità di un confronto tra l'elenco degli arrestati e quello delle persone espulse. Resta il fatto che, anche secondo le valutazioni più caute, la realtà e l'ampiezza del massacro sono ormai confermate.
Volontà di vendetta Ma i problemi di fondo sono altri, e riguardano soprattutto la concatenazione dei fattori che hanno condotto a questo massacro. Senza dubbio, la decisione dell'Fln di procedere ad attentati contro agenti di polizia decisione controversa anche nei suoi stessi ranghi ha suscitato una volontà di vendetta. Volontà incoraggiata dal prefetto, che avrebbe promesso di"coprire" i suoi uomini. Fu per influenzare un'opinione pubblica francese notoriamente male informata che l'Fln organizzò una protesta pacifica contro il coprifuoco. I documenti dimostrano in effetti che nelle sue consegne, qualsiasi arma,"foss'anche uno spillo" era stata espressamente e assolutamente proibita, in ragione degli obiettivi assegnati alla manifestazione. Perciò le voci diffuse dalle emittenti radio della polizia, che riferivano di colpi d'arma da fuoco esplosi dai manifestanti, fanno pensare a un'operazione di"condizionamento", destinata a suscitare una reazione violenta. Obiettivo raggiunto.
Police parisienne, principale organo del sindacato dei"guardiani della pace", denuncia le manipolazioni dell'informazione da parte della gerarchia della polizia in varie occasioni, ad esempio il 30 novembre 1961 e il 15 febbraio 1962. Ma va precisato che per quanto riguarda i morti di Charonne, non si possono invocare voci di questo tipo per spiegare il massacro.
Se l'Fln ha una responsabilità, è quella di aver indotto lavoratori, donne e bambini a partecipare, il 17 ottobre, a una manifestazione vietata. La congiuntura dell'autunno 1961 interruzione dei negoziati di Evian, mancanza di buona volontà di arrivare alla pace in ambienti vicini al potere e in parte dell'amministrazione era propizia a un'escalation di violenza.
Si può anche immaginare fino a che punto l'Oas fosse coinvolta in questi assassinii di algerini. Ma la logica del governo ha avuto una parte importante in questi scontri; ed è quindi ad essa che in ultima analisi si deve risalire. Tanto più che Maurice Papon, ex prefetto, ex tesoriere dell'Union de défense de la République (Udr) (5), ex deputato ed ex ministro, spera di ritornare con questo processo nella sfera d'attenzione dei"gollisti", che a Bordeaux si sono mostrati discreti. Si può dunque pensare che, nella sua versione degli eventi, porrà in primo piano la ragion di stato contro un corteo"nemico" nella capitale. Ma quale minaccia rappresentava questa manifestazione? E quale può essere il valore di questa argomentazione in relazione ai manifestanti anti-Oas uccisi a Charonne alcune settimane prima della fine della guerra?
Si cercherà anche di sostenere che il 17 ottobre le forze di polizia furono sopraffatte da una manifestazione imprevista e massiccia. Ma come sarebbe stato possibile, in condizioni del genere, arrestare 15.000 persone, cioè la metà dei manifestanti? E come mai non vi è stato neppure un ferito grave tra i poliziotti? Infine è assai difficile credere che l'apparato di spionaggio e di controllo di una popolazione così strettamente sorvegliata abbia potuto ignorare per un'intera settimana fino alla notte del 16 la decisione presa dall'Fln fin dal 10 ottobre, e i preparativi di una manifestazione che ha coinvolto 30.000 persone.
Lo stesso misto di indifferenza e di disprezzo che si avvertiva a Bordeaux negli anni 40, la stessa"sragion di stato" spiegano come, agli ordini di Maurice Papon, si sia potuti arrivare a una caccia all'arabo, una"ratonnade" (il termine, che indica una spedizione punitiva razzista contro nordafricani, data dalla guerra d'Algeria) nel cuore stesso di Parigi.
Gli storici non sono giudici. Il loro compito è assicurare il lavoro della memoria. Questa guerra d'Algeria non ha fine, è parte del 15% dei voti del Fronte nazionale alle elezioni, è presente negli atteggiamento xenofobi, ed è anche uno dei fattori dell'anomia dei comportamenti di parte dei giovani nelle banlieues. Stiamo tuttora pagando il prezzo di quella spirale di scontri che è stata la guerra d'Algeria, in cui nessuno dei due schieramenti è stato risparmiato; e il prezzo delle prime pagine della stampa dell'epoca, talora silenziose e talaltra scatenate contro l'ingresso dei"barbari" nella società civile. E' dunque necessario compiere uno sforzo particolare in occasione del processo Papon-Einaudi, per aprire finalmente su queste controversie storiche l'indispensabile dibattito tra specialisti, naturalmente è il caso di precisarlo? con il coinvolgimento dei militanti che tanti sforzi hanno compiuto per ristabilire la verità: un lavoro al quale gli universitari hanno attinto abbondantemente, dato che finora sono mancate le ricerche in questo campo. A che punto saremmo, senza l'impegno dei Péju, Panijel, Lévine, Anne Tristan e Jean-Luc Einaudi (6)?
Non meno necessario è riservare ai problemi della decolonizzazione il posto che meritano nella formazione degli insegnanti e nei programmi scolastici. Un'evoluzione è in atto nella corporazione degli storici, che si è tenuta a lungo da parte, preoccupata per la pace accademica, o per mancanza di informazione, tendenza alla rinuncia a fronte delle oscure peripezie di tutto ciò che non è cronaca dell'Occidente trionfante, o fors'anche per ripugnanza verso un"passato che non passa", come quello di Vichy. Quanto al governo, ha dichiarato, l'8 novembre 1998, richiamandosi all'impegno di aprire questo settore di documentazione assunto dal ministro della cultura responsabile degli archivi nazionali Catherine Trautmann, che"la pubblicazione del rapporto (Mandelkern) e la comunicazione degli archivi saranno assicurati quando verrà il momento". Il momento è venuto.
note:
* Membro di un gruppo di storici"per un'iniziativa scientifica, pedagogica e di impegno civile", autore de La Société française face au racisme, che apparirà nel marzo 1999 per i tipi delle Editions Complexe (Bruxelles)
(1) Autore di La Bataille de Paris, Le Seuil, Parigi, 1991.
(2) La legge prevede un termine di 30 anni prima dell'accesso per la consultazione, ma questo periodo può essere prolungato a sessanta o a cento anni, o anche oltre, giustificando il provvedimento con il riserbo su segreti che interessano la difesa nazionale o la protezione delle persone. Il più delle volte, la regola dei trent'anni non si applica ai casi considerati"delicati". Il rilievo assunto dal periodo di Vichy nei nostri dibattiti ha condotto alla decisione di una modifica della normativa, attualmente in preparazione; ma da questa riforma sono esclusi gli archivi che riguardano la decolonizzazione.
(3) Contrariamente a quanto era stato annunciato, il rapporto non è stato pubblicato, ma soltanto riassunto dalla stampa.
(4) Jean-Luc Einaudi, La Bataille de Paris, op. cit.
(5) Partito gollista che ha preceduto Rassemblement pour la République (Rpr).
(6) Paulette Péju, Ratonnades à Paris, Maspéro, Parigi, 1961; Jean Panijel, Octobre à Paris (documentario cinematografico), 1962; Michel Lévine, Les Ratonnades d'octobre, Ramsay, Parigi, 1985; Anne Tristan, Le Silence du fleuve, Syros, Parigi, 1991. A questi autori va aggiunto, sia pure in chiave diversa, Didier Daeninckx, che con il suo giallo Meurtres pour mémoire (Gallimard,"Folio", Parigi, 1988) ha dato un grande contributo alla conoscenza di questa pagina nera della storia di Francia.
(Traduzione di P.M.)