Quando la corruzione viene eretta a sistema

Enron, la bufera perfetta


Il presunto suicidio di un ex vice-presidente della Enron e le dimissioni del suo presidente sono gli ultimi episodi di uno dei più grossi fallimenti fraudolenti della storia economica degli Stati uniti. Oltre alla distruzione di un conglomerato gigante - e alla rovina dei dipendenti, che vedono persino compromesso il finanziamento delle pensioni - il caso squarcia contemporaneamente il velo sul cinismo dei dirigenti dell'impresa, sulla simbiosi tra multinazionali e politici statunitensi, sugli ambigui comportamenti di una società di certificazione e sui loschi retroscena della deregulation e del sistema dei fondi pensione.
di Tom Frank*
«Credo in Dio e nel mercato», spiegava, un anno fa, Kenneth Lay, presidente di Enron (1). Poi, assimilando Gesù Cristo a una specie di liberal-libertario di fine secolo, questo gigante del settore dell'energia aggiungeva: «voleva che le persone potessero scegliere». Enron ha quindi assunto i panni del Creatore per favorire la deregulation dell'elettricità.
Cammin facendo, l'impresa ha subìto una metamorfosi. Originariamente specializzata in oleodotti, è diventata un gigantesco intermediario sul mercato dell'energia: anche l'Edf, l'ente per l'energia elettrica francese, per un momento è finita nella suo mirino. La predestinazione divina trovò conferma: la remunerazione di Lay ha raggiunto 141,6 milioni di dollari nel 2000, con un aumento del 184% rispetto all'anno precedente. «Siamo dalla parte degli angeli; in tutti i business che abbiamo realizzato siamo sempre stati i buoni» ha spiegato al settimanale Business Week Jeff Skilling, ex direttore generale di Enron. L'impresa si vantava della propria «trasparenza». Nel momento del crollo, ha invece svelato un misto di frodi e di nepotismo. Gli utili poi erano gonfiati in un modo esorbitante, il che ha provocato il panico degli investitori e il crollo di un impero energetico il cui fatturato aveva superato i 100 miliardi di dollari. In un anno, il valore in Borsa si è diviso per 350. Questo esito getta a suo modo una luce sul dibattito relativo ai fondi pensione: il 60% delle somme destinate a finanziare le pensioni dei dipendenti di Enron era investito in azioni della società...
Se il tracollo può essere spiegato da vari fattori, la ragione di fondo sta nell'ideologia dell'impresa e in una passione per il mercato che si avvicina a un culto da setta. In effetti, per una strana coincidenza, coloro che hanno concepito slogan capaci di convincere funzionari pubblici, ossessionati da un'ansia di regolamentazione, si sono alla fine rivelati veri e propri delinquenti finanziari. Poiché Enron è stata la creatura prediletta di tutti coloro che pensavano che i mercati costituissero il punto più alto della vita, il suo fallimento fornisce una buona occasione per riflettere sul ciclone di privatizzazioni e di deregulation a cui abbiamo assistito negli ultimi vent'anni.
Visto dalla prospettiva di Enron, osserviamo contemporaneamente una direzione di impresa che fugge con decine di milioni di dollari in tasca, dei dipendenti che perdono tutto, persino i soldi investiti nelle pensioni, dei clienti condannati a tagli di corrente, dei dirigenti politici corrotti, delle società di certificazione assai compiacenti - tanto più che le imprese che dovevano certificare le assumevano come consulenti (2), delle milizie padronali, delle bolle finanziarie destinate immancabilmente a scoppiare. Una lezione di vita, insomma.
Certo, Enron è riuscita ad abbindolare gli specialisti della finanza.
Ma, cosa più importante, ha avuto un successo «politico», vendendo al mondo intero l'idea secondo la quale la passione per i mercati e la deregulation corrispondevano a una «rivoluzione», all'espressione di una «creatività», alla libertà stessa. Le imprese dovevano essere libere di agire come divinità secolari nel mondo intero, per permetterci di accedere alla democrazia e al potere del popolo.
Per i guru del management, Enron costituiva un'operazione quasi sacrale.
Il piccolo fabbricante di oleodotti diventato grande - e ambizioso - comprava, vendeva, proponeva la propria energia a tutto il paese.
Abbasso quindi gli oleodotti, le fabbriche e i dipendenti in carne ed ossa, diventati arcaici! È l'era di Internet, della «nuova economia».
Enron non era niente di meno che un «creatore di mercati», un missionario dello spirito di impresa e dell'accumulazione degli utili che, per realizzare il suo compito, non esitava a buttarsi negli strati più profondi di una vecchia economia ancora invischiata in un'ideologia di regolamentazione e di servizio pubblico. Avete qualche dubbio?
Ma guardate i nostri profitti! Come Elvis Presley Gli ultimi anni sono stati quelli dell'enronfilia. In un saggio di Gary Hamel pubblicato nel 2000, Leading the Revolution («Alla guida della rivoluzione»), l'autore stimava che in questa impresa «rivoluzionaria» le «idee radicali» fioriscono perché sono incoraggiate ad esprimersi: «nuove voci possono farsi ascoltare». L'impresa faceva persino riferimento a Gandhi, a Lincoln e ai militanti per i diritti civili che, nel 1963, rischiavano la vita in Alabama per ottenere l'eguaglianza dei neri...
Nell'aprile 2000, il prestigioso magazine Fortune aveva paragonato Enron ad Elvis Presley. Il passaggio seguente è a tal punto barocco che merita di essere riprodotto integralmente: «Immaginate una cena danzante in un country club con un gruppo di vecchi ronzini che volteggiano con le loro mogli su un'aria di Guy Lombardo interpretata da un'orchestra in smoking. Improvvisamente, il giovane Elvis entra con fragore, vestito in lamé d'oro, con una chitarra sfavillante e le anche che fanno giravolte. Metà dei ballerini sviene, un'altra metà o quasi si indigna. Ma alcuni cominciano ad apprezzare quello che sentono, scoprono di seguire il ritmo con il piede, cominciano ad allacciarsi con altri partner di danza e all'improvviso si lanciano in una giga molto diversa. Ebbene, nell'universo regolamentato delle imprese dell'energia, Enron Corp. è Elvis».
Nel settembre 2000, Jeff Skilling, allora direttore generale dell'impresa, affermò sulla copertina di Business 2.0 «La rivoluzione continua» nel momento preciso in cui le prospettive di profitto crollavano.
Per lui, la metamorfosi di Enron in un'«impresa virtuale integrata» lasciava spuntare «la luce di un avvenire possibile». Le verità rivoluzionarie della nuova economia non avevano ancora detto l'ultima parola.
Questo numero della rivista era ancora in edicola quando Jeff Skilling scomparve misteriosamente dal quartier generale di Enron. Abbastanza in fretta è stato affermato che il tracollo non aveva nulla a che vedere con il culto dei mercati e le privatizzazioni. «Nessun rapporto!» tagliò corto il Wall Street Journal a colpi di editoriali sempre più frequenti e frenetici. Tutto si spiegava in realtà con il fatto che lo stato non aveva deregolamentato abbastanza (3)... Una delle trasmissioni finanziarie della radio pubblica Npr ha affermato che, tenuto conto degli sforzi di Enron per mantenere bassi i prezzi dell'energia, i consumatori dovevano temere il fallimento di un'impresa quasi filantropica.
Anche nei momenti più gloriosi dell'impresa, era difficile capire cosa Enron «fabbricasse» di preciso. Evidentemente, il ruolo di «fabbricatore di mercati» (market maker) implicava una pletora di contratti e di investimenti finanziari audaci. Obbligava anche a intervenire nella politica, cioè a finanziare i due principali partiti statunitensi, poiché da essi dipendeva l'apertura di nuovi mercati.
È anche per questa ragione che Enron ha dovuto dedicarsi a un lavoro permanente di pubbliche relazioni. L'impresa «rivoluzionaria» vendeva la deregulation come un grande passo avanti della libertà umana.
Si trattava, difatti, di rendere il potere al popolo. Se, in alcuni stati, gli elettori erano recalcitranti, l'impresa si rivolgeva altrove, comprando in modo assolutamente legale - attraverso contributi finanziari alle campagne dei politici - l'influenza di cui il popolo sperava di privarla. Kenneth Lay versava dei soldi al presidente Clinton, con il quale giocava a golf? L'amministrazione democratica si è sentita in dovere di appoggiare le società Enron all'estero. Enron ha versato anche soldi - molti - al capo del gruppo parlamentare repubblicano Thomas DeLay? Quest'ultimo ha avanzato la proposta di legge relativa alla deregulation del mercato dell'elettricità. Enron si è anche impiegata ad aiutare George W. Bush a diventare una personalità politica nazionale. Quando l'attuale presidente degli Stati uniti era ancora governatore del Texas, attraversava questo stato utilizzando un jet privato messo a disposizione dalla compagnia.
Poi, nella campagna per la Casa bianca, Enron è stato il suo principale finanziatore. Ma non è tutto. Kenneth Lay era ad un tempo un partner di affari dell'attuale vice-presidente degli Stati uniti, Richard Cheney, e copresidente della Fondazione Barbara Bush contro l'analfabetismo.
La simbiosi di Enron con i circoli dirigenti arrivava al punto di permettere a Lay di essere il solo presidente di un'impresa di elettricità a incontrare Cheney in privato, nel momento in cui quest'ultimo stava preparando il piano energetico dell'amministrazione. Avrebbe anche suggerito un certo numero di nomine alla testa dell'agenzia federale incaricata di regolamentare il suo settore di attività. In Gran Bretagna, dove Enron ha saputo trarre vantaggio dalla privatizzazione dell'acqua, nel 1998 l'impresa era tra i finanziatori del congresso annuale del Partito laburista.
Offrire ai politici «amici» un posto o una posizione d'oro nell'impresa è stata egualmente un'arma molto efficace. Nel 1993, Wendy Gramm, moglie di un senatore repubblicano del Texas candidato alle elezioni presidenziali del 1996, ha ottenuto una lucrosa esenzione fiscale per Enron in quanto membro di una commissione di regolamentazione.
Poco dopo è entrata nel consiglio di amministrazione della società.
Stessa coincidenza nel caso di Lord John Wakeham, un conservatore britannico che ha svolto un ruolo-chiave in occasione della disastrosa privatizzazione dell'acqua in Gran Bretagna. Ancora una coincidenza nel caso di Frank Wisner, ambasciatore degli Stati uniti in India ai tempi dell'amministrazione Clinton: permise all'impresa di ottenere nel 1993 un contratto di 3 miliardi di dollari per costruire una centrale elettrica di 740 megawatt molto controversa a Dabhol, poi fece pressione sul governo indiano quando quest'ultimo intedeva ritornare sulla sua decisione (intervenne anche il vice-presidente Cheney).
Un seggio nel consiglio di amministrazione di Enron aspettava Wisner quando andò in pensione dal dipartimento di stato.
Bisognerebbe anche menzionare, tra le personalità politiche legate a Enron, l'attuale presidente del Partito repubblicano Marc Racicot, l'ex segretario di stato James Baker, Lawrence Lindsay, economista che figura tra i consiglieri dell'attuale presidente, due responsabili della campagna presidenziale del democratico Albert Gore. E lo scandalo rischia anche di destabilizzare numerosi fan del mercato, in entrambi i partiti (4).
Tecniche di persuasione brutali L'impresa diretta da Lay si è anche distinta in un altro modo: è una delle poche ad essere stata oggetto di un rapporto di Amnesty International, che descriveva dettagliatamente il trattamento brutale a cui erano stati sottoposti alcuni abitanti di Dabhol dai vigilantes di Enron. Le tecniche di persuasione hanno preso anche altre forme.
John Kachamila, ministro delle risorse naturali del Mozambico, che ha dovuto occuparsi di un contratto sul gas naturale sollecitato da Enron, racconta le pressioni dei rappresentanti del governo statunitense: «minacciavano di farci perdere dei fondi per lo sviluppo se non avessimo firmato - e in fretta. I loro diplomatici, in particolare Mike McKinley [allora responsabile d'affari a Maputo] mi ha obbligato a firmare un accordo che non era affatto vantaggioso per il Mozambico. Non era un diplomatico neutrale, avevamo la sensazione che lavorasse per Enron. Abbiamo ricevuto anche alcune telefonate da senatori statunitensi che ci minacciavano di varie ritorsioni nel caso in cui non avessimo firmato. Hanno avviato una campagna denigratoria contro di me, suggerendo che rifiutavo di firmare perché avrei voluto una percentuale» (5).
Gli apologisti di Enron temono che venga rimessa in causa l'«eredità» della deregulation. Hanno ragione. Il futuro della deregulation, privata delle pressioni politiche e dei finanziamenti delle campagne dei politici, è ormai compromesso. Se ormai i comuni decideranno solo in base al prezzo e alla qualità del servizio, è poco probabile che scelgano qualcosa d'altro rispetto ai servizi municipali publici.
L'esempio della deregulation in California ha avuto un ruolo pedagogico: l'esplosione del prezzo dell'elettricità è stata generale in tutto lo stato, fatta eccezione per la città di Los Angeles, che possedeva le proprie centrali. La «nuova economia» degli anni '90 ha sacrificato l'idea di un servizio reso al pubblico sull'altare dell'ideologia del mercato. I mercati, ci spiegavano, funziona sempre meglio e sono sempre più democratici.
A lungo, la grande stampa è stata in sintonia con Enron. Quando ha appreso la distruzione del grande conglomerato, un funzionario californiano si è quindi lasciato scappare, sollevato: «Dio esiste».
note:
*Autore di One Market Under God: Extreme Capitalism, Market Populism and the End of Economic Democracy, Doubleday, New York, 2000.
(1) San Diego Union Tribune, 2 febbraio 2001.
(2) È stato in particolare il caso della società di certificazione Arthur Andersen, che ha ricevuto 27 milioni di dollari da Enron, di cui Andersen certificava i conti.
(3) Sul repubblicano Wall Street Journal del 18 gennaio 2002, il fallimento di Enron è addebitato alla cultura «degli amici di Clinton».
E il pensatore reaganiano George Gilder ha imputato gli imbrogli finanziari dell'impresa alla complessità delle regole fiscali statunitensi.
(4) I contributi elettorali della società hanno certo privilegiato il Partito repubblicano, ma anche i democratici hanno aprofittato delle donazioni dell'impresa oggi in fallimento.
(5) Houston Chronicle, 1° novembre 1995.
(Traduzione di A. M. M.)