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A proposito dell'Atlante 2006 del «Monde Diplomatique»

La cartografia tra scienza, arte e manipolazione


L'edizione 2006 dell'«Atlante» del «Monde diplomatique» uscirà il 20 febbraio. In marzo l'edizione italiana. È una pubblicazione nuova: tutti i testi e la maggior parte delle carte geografiche sono inediti. Le 88 tavole - ciascuna comprende un articolo di sintesi e molti elementi grafici - si sviluppano attorno a cinque temi: il pianeta in pericolo; una nuova geopolitica; mondializzazione, vincitori e vinti; i conflitti che perdurano; l'irrefrenabile ascesa dell'Asia. Coordinatori sono Alain Gresh, Jean Radvanyi, Catherine Samary, Dominique Vidal e Philippe Rekacewicz. Responsabile dell'équipe dei cartografi, quest'ultimo spiega qui ciò che entra in gioco nel suo mestiere.
Philippe Rekacewicz
«È inaccettabile! Signor Presidente, mi rifiuto di seguitare se adottiamo come base di lavoro il documento che ci ha mostrato!». Siamo a Praga nel 2002, alla conclusione di un forum economico internazionale sulla gestione dell'acqua in Eurasia. Il rappresentante azerbajgiano ha appena scoperto una carta del Caucaso le cui frontiere lasciano supporre che l'Alto Karabah - oggetto di una guerra micidiale tra azerbaigiani e armeni - sia attaccato all'Armenia. Baku lo considera come un territorio occupato che sia parte integrante dell'Azerbajgian e ritiene illegittima qualsiasi diversa raffigurazione.
C'era da fermarsi lì. Il presidente di sessione propose addirittura di interrompere la conferenza, giusto il tempo di far sparire il documento. Ma significava fare i conti senza l'immediata risposta della parte avversa: la delegazione armena rifiutava anche la minima scorrettezza. Così, pur in quel consesso poco avvezzo a simili eccessi, urla e ingiurie cominciarono a piovere sul presidente, accusato - lui e la sua organizzazione - di avere un atteggiamento di parte: che pensasse a cambiare mestiere, gli suggerivano. Ci vollero lunghe ore per ristabilire la calma, e l'opera del pennarello correttore sulle linee delle frontiere, prima di ristampare la cartina e riprendere i lavori...
Nel febbraio 2001, durante l'annuale riunione ministeriale del Programma delle Nazioni unite per la difesa dell'ambiente (Pnue), i rappresentanti della Cina popolare, dinanzi a tutte le delegazioni incredule, interruppero la seduta plenaria, uscirono dalla sala e boicottarono i successivi dibattimenti perché una cartina e un documento operativo citavano l'isola di Taiwan come uno stato indipendente. E per rientrare pretesero che le «carte» fossero ritirate. Il Marocco e il Sahara occidentale, la Corea del sud e il Giappone, l'Iran, l'India, la Grecia o Israele sostengono apertamente dei gruppi di pressione che usano procedure energiche e alquanto efficaci per dettare alla «comunità internazionale» il modo di nominare e di rappresentare i territori della loro nazione.
Simili incidenti si trasformano talvolta in vere e proprie risse, cioè in affari di stato. Durante il Summit della Terra a Johannesburg, nel 2002, israeliani e palestinesi vennero alle mani per una carta geografica ritenuta irregolare. Nel 2004 fu la prestigiosa rivista National Geographic a essere colpita dai fulmini di Tehran: nell'atlante che aveva pubblicato, si parlava di «golfo arabo» invece di usare la denominazione politicamente corretta, «golfo persico» - il termine più esatto sarebbe d'altronde «golfo arabo-persiano». «Non rilasceremo più visti ai giornalisti del National Geographic né autorizzeremo la diffusione della rivista in Iran finché non avranno corretto l'errore» dichiarò il direttore per i media esteri al ministero della cultura e dell'orientamento islamico, che esercita una tutela sulla stampa (1). Il portavoce stesso del governo ripeté in conferenza stampa: «Difenderemo l'identità storica del Golfo Persico, non accetteremo alcuna falsificazione e adiremo le vie legali» (2).
E che dire della vecchia querelle tra i sudcoreani e i giapponesi sul nome del mare che li separa? Mare dell'Est secondo i primi, Mar del Giappone per gli altri. I siti internet dei ministeri degli affari esteri dei due paesi (3) attirano l'attenzione in maniera esibita, nelle loro home page, su corposi dossier con l'intera storia della controversia. Per evitare le lettere di protesta da parte delle due ambasciate, i cartografi di testate giornalistiche e volumi preferiscono spesso evitare di dare un nome a questo tratto di mare. E i piccoli ricatti danno i loro frutti: piuttosto che rischiare la censura (e, con essa, la perdita di mercato) o l'incidente diplomatico, molti editori preferiscono eliminare ogni menzione che possa suonare offensiva.
La Banca mondiale è giunta al punto di chiedere al proprio servizio cartografico, alla fine degli anni Novanta, di non produrre più carte dei territori oggetto di controversie, come l'India e il Pakistan in ragione del conflitto per il Kashmir.
Nel novembre del 2002 l'attuale primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan studia attentamente il nuovo progetto di pace dell'Onu per la risoluzione del problema cipriota nell'aereo che lo sta riportando da Nicosia ad Ankara, dove ha assistito alle celebrazioni per l'anniversario della creazione della Repubblica turca di Cipro del Nord. «Il programma è negoziabile ma le carte geografiche sono orrende», confida ai giornalisti (4). Eppure le carte allegate al piano di divisione del territorio riflettono fedelmente le proposte descritte nel documento! La carta geografica non è il territorio. Al massimo ne è una rappresentazione o una «percezione». La carta offre agli occhi del pubblico solo quanto il cartografo (o i suoi committenti) vogliono mostrare. Fornisce un'immagine monca, incompleta, parziale, cioè contraffatta della realtà. Ecco perché in tal senso occorre disingannare quella parte di pubblico che legge la carta come uno specchio fedele di quanto avviene sul campo.
Gli aviatori, sì, devono credere alla carta: non hanno altra scelta.
Nel 1942, in West with the night, Beryl Markham scrisse: «Quando un pilota consulta una carta, compie un atto di fede: afferma la fede di un uomo in altri uomini; una carta è simbolo di fiducia e di speranza. Non come una pagina a stampa coperta di parole ambigue e artificiose che [...] possono sempre generare un certo sospetto...».
Un altro aviatore mitico, Antoine de Saint-Exupéry, nelle prime pagine di Terra degli uomini vede nella carta fornita ai piloti più che la descrizione della realtà del terreno un insieme di elementi da cui dipendono la sua vita e la sua morte: «Guillaumet non stava insegnandomi la Spagna, me ne faceva un'amica. Non mi parlava né d'idrografia, né di popolazioni né di bestiame. Non mi parlava di Cadice, bensì di tre aranci che, presso Cadice, sono in bordo a un campo:"Diffidane, segnateli sulla carta...". E i tre aranci ormai vi occupavano più posto della Sierra Nevada. Non mi parlava di Lorca, ma di una semplice fattoria nei pressi di Lorca. Di una fattoria viva. Del fattore e di sua moglie. E perduti nello spazio, a millecinquecento chilometri da noi, quei due assumevano un'importanza smisurata. In buona posizione sulla pendice del loro monte, simili ai guardiani di un faro, erano pronti, sotto le loro stelle, a recar soccorso a degli uomini. In tal modo facevamo uscire dall'oblio, da lontananze incredibili, quei particolari che tutti i geografi del mondo ignorano» (5).
La confusione si crea nella mente dei lettori a causa della forma finale della carta geografica: immagini belle, precise, talvolta molto accurate e soprattutto stampate, il che conferisce loro una legittimità quasi assoluta, in particolare se sono edizioni a cura dei governi, delle istituzioni nazionali o internazionali note e riconosciute. La carta diventa allora sia un'opera da contemplare, sia l'oggetto di un odioso complotto contro un paese o una comunità.
Persino le carte topografiche più dettagliate sono oggetto di un pensiero e di una costruzione minuziosi, ciascuno dei loro elementi è scelto con cura: alcuni vengono maggiormente evidenziati, altri scompaiono.
Una simile selezione di oggetti e avvenimenti, come d'altronde la scelta delle figure che li simboleggiano, dipende esclusivamente dalla responsabilità dei produttori della carta, che vedono aprirsi innanzi a sé le porte dell'immaginazione e della creatività, ma anche quelle della menzogna e della manipolazione. Sì, il cartografo è perfettamente libero di trascrivere il mondo come lui lo intende sul foglietto da cui avrà origine la carta geografica. Sulla via che lo condurrà dal territorio alla sua rappresentazione, non eviterà le trappole, sopprimerà o dissimulerà gli oggetti che lo disturbano e farà caricatura di altri passibili di servire al suo messaggio.
Nell'Europa effervescente del 1989 la storia scuote con violenza la geografia. Crolla il muro di Berlino, e la frontiera, appena aperta, comincia subito a scomparire sotto la marea umana che si riversa ad Ovest. Grazie a un'operazione mediatica fulminea e spettacolare, per qualche settimana a seguire il pianeta vede soltanto folle gioiose che scoprono il mondo loro vietato per ventotto lunghi anni. Durante lo stesso periodo bizzarri personaggi, molto meno numerosi e del resto passati del tutto inosservati, decidevano di andare controcorrente ed esplorare «un altro nuovo mondo»... Un mondo sino a ora chiuso quasi ermeticamente e che finalmente si apriva loro.
La Germania dell'Est, stato di cui solo qualche olezzo giungeva fino a noi, oggetto di tante fantasie, si concedeva allo sguardo curioso e impudico di qualche geografo e cartografo. E noi abbiamo affrontato quel «nuovo territorio europeo» un po' come quegli esploratori che, nel XVI o XVII secolo, si addentravano nelle regioni «grigie» e misteriose, e sino ad allora inesplorate, poste molto oltre ogni terra conosciuta.
E per orientarci non disponevamo che di vecchie carte topografiche della Germania dell'Est, talmente contraffatte che in pratica non riconoscevamo nulla di quanto scoprivamo sul campo. In una zona di dieci-venti chilometri lungo la frontiera, erano state private degli elementi geografici maggiori, delle strade, dei villaggi e di ogni infrastruttura che avrebbe permesso la sia pur minima localizzazione.
Lo «sfregio» bianco, un no man's land che attraversava la carta da nord a sud, aveva lo scopo di rendere impossibile il passaggio di esseri umani in quella regione «difficile», ma anche e soprattutto di segnare i «limiti dell'impero», come se la mano falsificatrice avesse voluto indicare nella peggiore delle ipotesi l'inizio della terra incognita, nella migliore i confini di territori infrequentabili...
Queste circostanze storiche eccezionali ci hanno dato occasione di scoprire la carta nei suoi aspetti molto più politici e di segnalare due menzogne abituali.
Una menzogna per omissione, perché, forte del suo statuto di «icona», la carta, considerata come strumento politico, costituisce il luogo per eccellenza di tutte le manipolazioni, dalle più grossolane alle più sottili. Discreta, apparentemente inoffensiva, può così trasformarsi (nessuno può avere cognizioni complete in fatto di geografia politica) in pericoloso strumento di propaganda che le potenze statali ed economiche contemporanee utilizzano senza scrupoli per affermare la propria visione ideologica. I piccoli aggiustamenti della verità servono allora la ragion di stato. Dopo tutto i sovrani hanno preso l'abitudine di occupare senza condividere lo spazio su cui pretendono di esercitare un dominio assoluto, imponendo la loro presenza con gran copia di ritratti o statue, e appropriandosi con la forza del territorio erigendovi imponenti edifici. Perché non usare anche la carta geografica come mezzo di potere, e inserirsi di forza in quell'altro paesaggio?
Grazie alla visione aerea globale, essa permette di abbracciare con un unico sguardo nazioni e continenti, procura una sotterranea impressione di potenza e ci dà l'illusione di controllare lo spazio. Non c'è da stupirsi, dunque, che sia oggetto delle massime cure e che nulla nella sua elaborazione, le dimensioni e la composizione, venga lasciato al caso. Per convincersene basta passeggiare sulla larga strada che unisce il Vittoriano al Colosseo, fiancheggiata da una serie di grottesche carte geografiche dedicate da Mussolini alla gloria dell'Impero romano; o meglio ancora visitare l'interminabile galleria delle Carte geografiche in Vaticano (6), con l'Italia topografica che ricopre ogni parete, dal pavimento al soffitto.
«La carta è scomparsa! - La carta? - Sì, mastro, quella ordinatavi dal re [...]. Non lasciando il tempo ad Alberto Cantino di raggiungerlo [...], mastro Reimen [...] ebbe in quel momento l'idea dell'entità della catastrofe. Due mesi prima il re [...] gliel'ha ordinata: ormai riconosciuto dal papa come"signore della conquista, della navigazione e del commercio d'Etiopia, di Arabia, di Persia e d'India", unico sovrano a controllare le vie marittime verso i paesi delle spezie, tiene ad avere costantemente sotto gli occhi la vastità del suo impero, e ad essa ispirarsi per prendere delle decisioni conformi alle sue responsabilità commerciali e religiose» (7).
La descritta scena si svolge a Lisbona nel 1502. Lo storico Gérard Vindt racconta, in un appassionante racconto romanzato, il furto, nello studio di cartografia, dell'unico esemplare di un planisfero reale raffigurante le Indie e il Brasile, disegnato per la prima volta sulla base delle indicazioni fornite da Pedro Alvares Cabral e Vasco de Gama. La scomparsa di questo segreto di stato è vissuta dal sovrano come un disastro economico: lo priva dell'accesso ai suoi beni. Possedere l'informazione geografica significa non soltanto affermare la propria autorità, ma anche proteggere le proprie ricchezze vegliando gelosamente affinché altri non se ne impadroniscano...
Cinque secoli dopo gli stati più potenti del pianeta esercitano ancora un controllo paranoico sulla produzione cartografica e le immagini satellitari, non esitando a classificare top secret tutti i documenti di interesse strategico, economico o militare. Negli anni '80 alcuni paesi del Golfo, subappaltando la stampa delle loro carte geografiche all'Istituto geografico nazionale (Ign) francese, pretesero che le rotative fossero ricoperte con un telone e protette da uomini armati, con l'incarico anche di distruggere gli esemplari e le prove preparatori alla tiratura! La carta serve altresì a formalizzare rivendicazioni identitarie e nazionali, in particolare quando rappresenta le frontiere moderne, esercizio sempre molto rischioso, dato che gli stati hanno un rapporto irrazionale con la percezione del proprio territorio. La carta può allora manifestare il rifiuto dei popoli. Così questo cartografo professionale che, raccontando della sua «passione per il mondo delle carte, per i viaggi virtuali», ci scriveva: «La riproduzione delle frontiere è per noi un costante rompicapo. Tanto più che si ha sempre voglia di cancellarle, di spostarle... Quando disegno una carta dell'Africa, per esempio, nel momento in cui colloco le frontiere mi sembra di aggredire e ferire delle popolazioni. E dopo mi appaiono, sulla carta, come brutte cicatrici».
Pensare che esistano delle rappresentazioni «ufficiali», ammesse da tutti, della spartizione politica del mondo è un'illusione che i cartografi devono sforzarsi di distruggere. Quale sarà dunque la carta giusta, che dia la visione «approvata» di una nazione? Trovarne l'esatta espressione cartografica è una sfida. Ciascuno ha la sua verità e i suoi argomenti, ma non esistono né «regole» né «autorità» che conducano a facili soluzioni. Ci si basa sempre e soltanto su costruzioni intellettuali più o meno difendibili, ispirate dalla cultura, dalla storia e dalla geografia, e che i produttori di carte, e gli Stati stessi, fanno proprie. O, meglio, l'Onu, spesso preso tra diversi fuochi, ma che resta l'istituzione più legittima per proporre soluzioni eque.
L'Onu ha d'altronde pubblicato un corposo e complesso memento dalle pretese esaustive, un elenco di raccomandazioni per la rappresentazione cartografica dei territori. Vi si precisa, ad esempio, che il Sahara occidentale, in origine spagnolo, deve essere separato dal Marocco con un tratto pieno. Indignato, un professore dell'università di Rabat ci scriveva: «La migliore cartografia del mondo non può negare con un tratto (anche pieno) la lotta del popolo marocchino per il completamento della propria unità territoriale. Il dissenso con una parte della popolazione di un paese non significa il suo snaturamento - sulla carta o altrove. Non è perché litigate con i baschi o i bretoni che tracciate delle linee di frontiera tra queste regioni e il resto della Francia».
La carta forma anche e soprattutto un'immagine, la cui creazione e realizzazione dipendono fondamentalmente dall'arte. O più precisamente «dal connubio tra la scienza esatta e l'arte», come scrive Jean-Claude Groshens (8). Non è arte e non è scienza: dipende dalla prima come opera composta di movimenti, di colori e di forme, dalla seconda per i suoi dati quantitativi e qualitativi.
Ci si meraviglia davanti ai capolavori di precisione e di eleganza degli antichi cartografi, al punto da dimenticarne la loro vera funzione politica: offrire al monarca la rappresentazione del territorio sul quale domina per assicurarne la difesa e l'amministrazione. Quanti anni ci saranno voluti per creare quelle carte adorne di angioletti musicanti, di galeoni e caravelle su cui soffiano Venti paffuti, e che solcano gli oceani tra Nettuno e sirene affioranti dai flutti?
Oggi osserviamo con tenerezza il goffo disegno dei continenti, tracciato senza le osservazioni satellitari, dalle proporzioni spesso inesatte ma dalle forme di una sconcertante precisione.
Il cartografo contemporaneo ha chiaramente ben altre frecce al suo arco per elaborare il proprio sistema di rappresentazione. Spesso e volentieri si appoggia alla semiologia grafica (9) e sistema gli oggetti secondo una triplice gerarchia - la linea, il punto e la superficie (10). Perfeziona la sua rappresentazione del mondo ricercando l'armonia e l'equilibrio tra tutti gli elementi costitutivi della sua carta. La sua esplorazione artistica gli assegna il formidabile potere di dare una personalità al documento cartografico da lui creato, ma anche di influenzarne l'interpretazione.
Programmato per comprendere i colori sulla base del suo background culturale, e ignorando la loro specificità, il lettore si aspetta, ad esempio, che un fenomeno minaccioso sia rappresentato da una tinta violenta. Due o tre generazioni di studenti rammentano i colori cartografici della guerra fredda: il rosso per i cattivi e il blu per i buoni - «un blu calmo e pacifico che» secondo Michel Pastoureau, «rappresenta il colore preferito di tutti i paesi occidentali, perché non aggredisce, non trasgredisce niente» (11). Eppure... l'Organizzazione del trattato del nord Atlantico (Nato) non ha nulla di particolarmente pacifico.
Il verde non simboleggia la stessa cosa in Norvegia (la protezione della natura), in Arabia saudita (l'Islam) e in Irlanda, dove, colore nazionale, affratella i popoli al di là di ogni frontiera. Da un attento esame delle carte dell'Africa prodotte in Europa emerge l'uso massivo del giallo-ocra e del verde scuro, che indicano la savana arida e polverosa, la foresta equatoriale fitta e impenetrabile...
Eppure, una breve visita ai mercati di Uagadogu o di Bamako basta per cogliere le varie gamme di colori africani. «C'è qualcosa che non va, le carte sono davvero sbiadite, anzi livide. Sembrano malate» ci confidò un insegnante del Ciad, costretto a usare manuali stampati in Francia...
La cartografia si serve dunque dell'arte per abbellire il mondo...
o per imbruttirlo? Per meglio mostrare le cose migliori o le peggiori, il cartografo rinforza il tratto come Paul Klee e Joan Miró, sovrappone le linee come Jasper Johns e Vassilij Kandinsky, esagera i movimenti come Lyonel Feininger e Pablo Picasso, manipola i colori come Johannes Itten, Josef Albers e Liubov Popova, drammatizza il soggetto con giochi di luci e ombre come Edward Popper e Kazimir Malevic...
Opera d'arte, la carta lo è dunque quando non si accontenta di miniaturizzare il territorio, ma esprime anche la sensibilità dei popoli, la percezione che essi hanno delle società umane e dei loro modi di organizzazione spaziale. In questo gioco delle parti, il cartografo si presenta al contempo quale testimone e attore. Diviene di volta in volta osservatore, economista, demografo, geomorfologo, infine geografo e... artista.
Per costruire i suoi «mondi», o piuttosto inventarli. Immagina e disegna un raffinato cocktail: combina il mondo così come lo vede con il mondo come vorrebbe che fosse.
note:
(1) Afp, 29 novembre 2004.
(2) Il direttore esecutivo del Pnue, in una nota orale indirizzata alla missione permanente iraniana, proponeva, per evitare le complicazioni, di chiamare il Golfo «Ropme» (Regional Organization for the Protection of the Marine Environment) Sea Area...
(3) www.mofat.go.kr/me/indez/jsp e www.mofa.go.jp/index.html.
(4) Afp, 22 novembre 2002.
(5) Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini, trad. it. di Renato Prinzhofer, in Opere, vol. I, a cura di M. Autrand e M. Quesnel, Milano, Classici Bompiani, p. 217.
(6) Questa serie di enormi affreschi è stata concepita dal monaco e cartografo italiano Ignazio Danti (1537-1586), su ordine di papa Gregorio XIII. Vedi Lucio Gambi, La Galleria delle Carte geografiche in Vaticano, Franco Cosimo Panini editore, 1997.
(7) Gérard Vindt, Le Planisphère d'Alberto Cantino, Lisbonne, 1502, Autrement, Parigi, 1998.
(8) Catalogo dell'esposizione Carte e figure della Terra, Centre Georges Pompidou, Parigi, 1980.
(9) Jacques Bertin pubblica nel 1967 presso Gauthier-Villars un trattato sulla comunicazione grafica, La Sémiologie graphique, vera e propria Bibbia dei cartografi di tutto il mondo.
(10) Vasilij Kandinskij, allora professore alla Bauhaus, pubblicò nel 1926 Punto e linea nel piano (Feltrinelli, 1989). Vi descrive il procedimento artistico del pittore, che presenta sconcertanti affinità con quello del cartografo.
(11) Michel Pastoureau, Dictionnaire des couleurs de notre temps, Bonneton, Paris, 1999, citato in Jean-Paul Bord, Cartographie, géographie et propagande: de quelques cas dans l'Europe de l'après-guerre, in «Vingtième Siècle», Presses de Sciences Po, Parigi, ottobre-dicembre 2003. Nell'articolo vengono messe a confronto due carte pubblicate con lo stesso titolo dal Time nel 1952 e dall'Atlas du Monde diplomatique nel 2003.
(Traduzione di I. L.)