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Nostalgia di potere, sogni di autonomia
La «Nuova Russia»
di Vladimir Putin
La questione dell'energia non ha mai avuto tanta importanza nella
strategia internazionale della Russia che è centrale nella «partnership
strategica» con l'Unione europea: il 21 gennaio, la cancelliera Angela
Merkel, che presiede l'Unione per questo semestre, è venuta a protestare
presso il presidente Vladimir Putin contro le interruzioni delle
consegne di gas, frutto dei mercanteggiamenti tra Mosca, Varsavia,
Kiev e Minsk. Nel Caucaso, è il petrolio l'oggetto di un braccio
di ferro con gli Stati uniti, intorno al tracciato degli oleodotti
che lo trasportano dal Mar Caspio all'Asia centrale. Nella stessa
Russia, con lo smantellamento del gruppo Ioukos si chiude la «ri-nazionalizzazione»
dell'energia intorno ai monopoli del gas (Gazprom) e del petrolio
(Rosneft), cui verrebbero affidate persino le riserve marittime di
idrocarburi. Tentato dall'ultraliberalismo nel corso del suo primo
mandato, in quello successivo Putin si è impegnato in una restaurazione
dello stato, ma nel quadro dell'economia di mercato.
dal nostro inviato speciale Jean-Marie Chauvier*
Bollettino di vittoria: inizio 2007, il Pil della Russia ha finalmente
recuperato il livello del 1990. Dopo la depressione degli anni novanta,
il paese ha conosciuto sei anni di sviluppo - mediamente il 6% annuo.
Alla manna del petrolio si aggiungono successi in altri settori (metallurgia, alluminio, armamenti, agro-alimentare), un forte aumento del consumo delle famiglie, il rimborso del debito estero pubblico, e, in più, in cinque anni, il raddoppio delle spese per l'insegnamento e la moltiplicazione per tre di quelle sanitarie. Nella sorpresa generale, alcune aziende russe si presentano sulla scena capitalistica internazionale. Ma la schiarita è fragile. Più povera e meno ugualitaria di quanto lo fosse durante l'era sovietica, la Russia è avida di investimenti che le consentano di superare le proprie debolezze: fuga di capitali e di cervelli, infrastrutture obsolete, ritardo tecnologico accresciuto nei confronti degli altri paesi industrializzati, calo della speranza di vita e della popolazione. Cionondimeno, l'economista Jacques Sapir presenta il 2006 come «l'anno del riorientamento strategico» (1), con l'emergenza di una politica industriale nata dalla consapevolezza che l'economia non può più dipendere impunemente dalla sola rendita del gas e del petrolio. Donde la necessità di una politica statale più interventista,contrariamente al parere degli organismi internazionali e dei liberali russi - la controversia verte in particolare sull'uso di un Fondo di stabilizzazione di quasi 80 miliardi di dollari. Per il nuovo ministro americano della difesa Robert Gates, «Vladimir Putin vuole restituire alla Russia il suo statuto di grande potenza» e «far risorgere l'orgoglio nazionale» (2). Secondo i sondaggi, è la ragione per cui egli gode dell'appoggio del 70-80% della popolazione, in particolare presso la classe media agiata e l'aristocrazia operaia bene remunerata. Secondo Lilia Ovciarova, dell'Istituto per la politica sociale, i salari reali raggiungono l'80% del livello del 1989 e il consumo è aumentato del 167%. Certo sono valori medi che non tengono conto dei dislivelli sociali. Sebbene in diminuzione, la povertà rimane endemica e le disuguaglianze si accentuano - tanto più che la logica mercantile ha avuto la meglio sulle protezioni sociali sovietiche. Il bilancio di quindici anni di transizione va quindi seriamente rivisto e corretto (3), e relativizzato dall'immenso «sommerso» rappresentato dall'economia e dalla società «informali». Il presidente Putin non ha nulla di un Hugo Chávez o di un Evo Morales: contrariamente al desiderio della maggioranza popolare, non ha rimesso in questione le «privatizzazioni criminali» degli anni novanta, e non ha ri-nazionalizzato i settori chiave nell'ottica di una economia sociale di mercato. Né ha perseguitato gli oligarchi «ladri», eccetto quelli che nutrivano ambizioni politiche (4). Dopo avere indugiato tra ultraliberismo e statalismo, egli ha scelto un compromesso volto a rassicurare sia la nuova classe di proprietari, sia l'Occidente: restaurazione dello stato e della sovranità, richiamo all'ordine degli oligarchi, ma rispetto dell'economia di mercato. A quale sviluppo dovrà portare questa crescita? «Il raddoppio del Pil senza la modernizzazione dell'economia sarebbe un magro risultato - spiega Leonid Grigoriev, presidente dell'Istituto per l'energia e le finanze. Una parte significativa della popolazione - anzitutto i giovani e il mondo degli affari - ha preso atto della nuova realtà: un paese mediamente sviluppato, materie prime e una forte disuguaglianza sociale. Gli ultimi quindici anni sono stati persi per la scienza e la generazione meglio preparata del dopoguerra è arrivata all'età della pensione. [...] L'investimento che si è risvegliato negli ultimi cinque anni, rappresenta meno del 20% del Pil e il terzo dei capitali investiti nel 1990» (5). Una svolta importante si è verificata nel 2003, con il secondo mandato di Putin, quando egli ha affidato a dirigenti statali di sua scelta il settore decisivo degli idrocarburi - in parte sottratti agli oligarchi che lo avevano acquisito a buon prezzo grazie alle privatazioni dell'era Eltsin (6). Se la tutela dei beni strategici non impedisce la loro apertura ai capitali stranieri, essa si iscrive tuttavia - con l'offensiva dei monopoli pubblici dell'energia, Gazprom e Transneft - nel quadro di una strategia destinata a ostacolare la politica di «arginamento» della potenza russa attuata dagli Stati uniti fin dal 1991, che era, occorre dirlo, il significato dell'allargamento della Nato e della creazione di corridoi energetici alternativi alle reti russe. Al di là di questo, si tratta di ricostituire uno spazio economico comune euro-asiatico che non escluda il partenariato Europa-Russia. Fallita nel Caucaso del sud, questa strategia del Cremlino segna alcuni punti in Ucraina, dove il 60% della popolazione si oppone all'entrata nella Nato, nel Kazakhstan e in Bielorussia:questo paese dovrà rinunciare al suo regime «anacronistico» e aprirsi di più ai capitali russi. Allo stesso tempo, Mosca sviluppa la sua cooperazione con la Cina e con l'India e il mondo musulmano. Putin tiene un discorso allarmante - come in occasione dell'inaugurazione di un centro di servizi militari (Gru) l'8 novembre - sulla situazione internazionale, mostrandosi preoccupato per le «azioni unilaterali» degli Stati uniti, per i nuovi sistemi di armamenti strategici che richiedono «risposte appropriate» e per gli appoggi esterni alle «azioni terroristiche» in Russia. A chi giova? Molti giornalisti si sono affrettati a interpretare in modo semplicistico la serie di attentati dell'autunno 2006: il Cremlino eliminerebbe i suoi oppositori. Quando si capì che era più complessa di così, la vicenda scomparve dalla prima pagina dei media. In quanto alla stampa russa, essa si è addentrata in un groviglio di piste. Alcuni osservatori sottolineano certe coincidenze. L'assassinio della giornalista Anna Politikovskaia è avvenuto il 7 ottobre, giorno anniversario di Putin, mentre egli si trovava in Germania in una missione importante per le relazioni euro-russe. Parimenti, la morte per avvelenamento di Aleksandr Litvinenko - ex agente del Servizio federale di sicurezza (Fsb) e compagno d'armi dell'oligarca Boris Berezovski - il 23 novembre, coincide con il vertice russo-europeo di Helsinki. Altre uccisioni colpiscono il cuore del potere: il 13 settembre, quello del vice presidente della Banca centrale Aleksandr Koslov e, a metà ottobre, di Aleksandr Plokhin, direttore presso la Banca del commercio estero; entrambi svolgevano una funzione nevralgica nella strategia di Putin, nella lotta contro il crimine organizzato il primo, e nel settore dell'aeronautica europea il secondo. Il 24 novembre a Dublino, «il padre delle riforme russe», Egor Gaidar accusa un malore, che egli stesso colloca nella stessa «serie». L'ex vice primo ministro Anatoli Ciubais pensa anche all'eventualità di un colpo di forza contro il Cremlino e le sue relazioni con l'Occidente, coinvolgendo Berezovski - ipotesi avanzata altrove (7). Alla domanda «a chi giova?», in ogni caso non si può rispondere: «a Putin». Secondo Giulietto Chiesa, specialista in materia, tutti questi attentati rappresentano «un chiaro tentativo di discreditare la Russia e di metterla sul banco degli accusati. Questo può servire ad alcuni ambienti in Russia, nell'Unione europea e a certi membri dell'amministrazione Bush» (8). Gli «arretramenti della democrazia», palesi fin dal 1993 (e dal ricorso ai carri armati contro il parlamento) sono stati denunciati con durezza solo di recente. L'Occidente, discreto durante le due guerre in Cecenia, ha cominciato ad alzare la voce... al momento del colpo inflitto al gruppo petrolifero Yukos, nel 2003. Secondo una interpretazione raramente ricordata dalla stampa, Youkos si apprestava a realizzare la fusione con Sibneft et preparava con Exxon-Mobil e Chevron-Texaco l'entrata massiccia dei capitali americani nei petroli siberiani, proprio alla vigilia della guerra in Iraq (9). Questo fu il primo passo verso la «ri-nazionalizzazione» dell'energia, a scapito di alcuni interessi russi e stranieri strettamente intrecciati. Putin rifiutò apertamente la via ultraliberale «di tipo cileno» proposta dal suo consigliere Andrei Illarionov - il quale diede le dimissioni alla fine del 2005 con questa battuta: «La Russia è diventata un altro paese, non è più un paese libero» (10). Al «vertice anti-russo» di Vilnius, nel maggio 2006, il vice presidente statunitense Richard Cheney denunciò una «deriva autoritaria»(11). Nella graduatoria degli stati in materia di libertà economiche, la Russia scende al numero 102 (su 130). Transparency International la colloca al primo posto dei paesi corrotti. In materia di libertà di stampa, Reporters sans frontières la relega al 147° posto (su 168), dopo il Sudan e lo Zimbabwe! È vero che la restaurazione tocca l'audiovisivo e la stampa popolare, poi la stampa elitaria, rimasta molto liberale e parzialmente controllata, fino a poco fa, da Berezovski - il quale ha appena rinunciato al famoso gruppo Kommersant, punta di diamante dell'ideologia di mercato negli anni novanta. Nello stesso spirito, il potere sottopone le Ong russe e straniere a un controllo rafforzato. «Autoritarismo molle», questa la diagnosi di Gaidar che, nell'era Putin, distingue due fasi. Dal 2000 al 2002, le riforme vanno avanti, con un parlamento e dei media relativamente indipendenti, sotto l'influenza di potenti organizzazioni di imprenditori prestigiosi. Nel 2003-2004, evoluzione verso una democrazia «decorativa» e «guidata», dove i governatori e i presidenti delle Repubbliche non vengono più eletti, ma nominati. Più audace, Garry Kaparov ritiene che Putin «abbia, con qualche sfumatura, ristabilito il sistema sovietico» e «realizzato il sogno di Gorbaciov: un regime autoritario e riforme limitate». Addirittura egli sarebbe: «Mussolini a Mosca» (12). Lev Ponomarev leader del Movimento per i diritti umani, non esclude l'eventualità di un ... «colpo di stato nazista». Il 7 novembre rimane l'anniversario (non ufficiale) della rivoluzione dell'ottobre 1917. Nel 2006, la sfilata comunista è vietata: i manifestanti del Pc di Gennadij Ziuganov (Kprf) si devono accontentare del marciapiede per raggiungere il posto della loro manifestazione (autorizzata), sotto l'alta sorveglianza della polizia. Sono all'incirca diecimila, piuttosto anziani, ma con il supporto di gruppi di giovani radicali: Gioventù comunista (Rkm), Avanguardia della gioventù rossa (Agkm), Partito nazionale bolscevico (Nbp) di Eduard Limonov. Secondo alcuni sondaggi (liberali), «cresce la popolarità» della rivoluzione bolscevica presso le nuove generazioni. Per sostituire la tradizione del 7 novembre, Putin ha istituito una nuova festività, il 4 novembre, giorno dell'unità nazionale. Si riuniscono al Cremlino i rappresentanti dei culti e della diaspora russa mondiale, tra cui il principe Dmitri Romanov, discendente della dinastia cacciata nel 1917. «Si tratta della prima celebrazione di un avvenimento dell'era pre-sovietica» precisa il suo promotore: il 4 novembre 1612 è assieme la liberazione del Cremlino occupato dai polacchi, la fine del «tempo dei disordini» (1598-1612) e il preludio dell'avvento di Mikhail I, primo zar della dinastia dei Romanov (21 febbraio 1613). Curioso simbolo: sarebbe di nuovo necessario «liberare» la Russia dal suo occupante e dai disordini? Darle uno zar? Ben diversa l'idea che i fascisti si fanno della «liberazione»: «La Russia ai russi!», urlano il 4 novembre 2005 tra i «Sieg heil!» scanditi in tedesco, con il saluto hitleriano. «Vergognoso, mai più!» dice il sindaco di Mosca Yuri Lujkov, il quale ha vietato questa «Marcia russa» il 4 novembre 2006. Ottomila poliziotti mobilitati respingono duramente alcuni neo-nazisti nei pressi delle stazioni e della metropolitana. I crani rapati mordono il freno. Sommossa anticaucasica In questo gruppo si ritrovano il Movimento contro l'immigrazione illegittima (Dpni) di Aleksandr Belov, il Partito della potenza nazionale di Russia (Ndpr) di Aleksandr Sevastianov, l'Unione slava (Ss, Sigla fieramente rivendicata), e l'Unità nazionale russa (Rne) che, questa volta, ha avuto ordine di non sfoggiare la croce uncinata. Questi gruppi si avvalgono dell'appoggio di movimenti religiosi ortodossi (sconfessati dalla Chiesa) e di raggruppamenti cosacchi. Un altro appoggio viene da Dimitri Rogozin, leader del Partito social-nazionalista Rodina (Patria), una formazione elettorale pluralista nata nel 2003, abbandonata dai suoi componenti di sinistra che ne denunciavano la deriva xenofoba. Quanto al redattore capo del settimanale Zavtra, Aleksandr Prokhanov, influente scrittore legato alla Nuova destra europea, egli invita alla caccia ai «mafiosi» dell'Azerbaijian (13). Quanti sono? Al massimo 3000... In un paese di 143 milioni di abitanti, sarebbero 50.000 circa i simpatizzanti «fascisti» e «skin». La cosa più preoccupante è soprattutto la violenza delle loro azioni, spesso cruente e l'eco della loro demagogia contro gli immigrati. Tuttavia, secondo una voce vicina al Cremlino, i manifestanti del 4 novembre erano «per metà»... «agenti dei servizi di sicurezza». Alcuni responsabili della polizia prevedono, come i loro predecessori zaristi, di usare o suscitare «movimenti popolari» , per bloccare i «rivoluzionari terroristi». Dalla celebrazione del 7 a quella del 4, si tratta in realtà di un cambio di patriottismi. Se il Kpfr e la sua Unione nazional-patriottica professano la nostalgia dell'Urss, essi sono sorpassati dalla marea crescente di una nuova generazione, formata alla scuola del capitalismo d'urto, in regioni sinistrate, con le sue strategie di sopravvivenza e la classica ricerca di capri espiatori. Urto rivelatore, la sommossa anticaucasica dell'1 settembre 2006 a Konopoga, una città della Carelia. Pogrom razzista? Una inchiesta del politologo Maksim Grigoriev suggerisce che si è trattato di una crisi più sociale che «inter-etnica». Le preoccupazioni degli abitanti sembrano essere, nell'ordine, la pauperizzazione (il 24%), la criminalità (il 19%), la disoccupazione (il 16%), il terrorismo (il 13%), i problemi scolastici, sanitari e della casa (il 13%) e la corruzione dei funzionari (il 9%). I conflitti tra nazionalità arrivano ultimi, con il 2%! Eppure, sono questi i problemi più largamente mediatizzati. «Perché è facile trattare come "questione nazionale" tutti gli altri problemi», riconoscono le Izvestia (14). Ma le autorità vogliono anche «lasciare spazio alla popolazione autoctona» nel commercio. Con il pretesto della modernizzazione e dell'igiene, impongono una nuova suddivisione dei mercati all'ingrosso e al dettaglio, presi d'assalto dai caucasici. Inoltre, il discorso dei servizi di sicurezza associa «gruppi etnici» (non russi) sui mercati e criminalità. Come evitare nuove derive xenofobe, alimentate dalla recente espulsione di centinaia di georgiani? Ufficialmente, il presidente invoca sempre una Federazione multinazionale e multiconfessionale. Tuttavia l'integrità del territorio russo e gli interessi geopolitici di Mosca giustificano «operazioni antiterroristiche» di una brutalità contagiosa, di cui la Cecenia rimane l'archetipo. In un paese in cui un abitante su cinque è musulmano, «il pericolo dell'estremismo nazionalista esiste - martella il presidente del Tatarstan, Mintimer Chamiev - Per uno stato multinazionale, questa situazione è pericolosissima. Occorre reagire alla minima manifestazione di sciovinismo». Anche per l'ex primo ministro Yevgeny Primakov i musulmani russi «non sono immigrati, come in molti paesi occidentali, ma una popolazione autoctona. Non c'è nessun altro stato in cui la popolazione nazionale sia in maggioranza cristiana e in minoranza mussulmana (...), abbia convissuto, con una interpenetrazione delle due culture e abbia costituito una comunità originale. Allo stesso tempo, è una situazione unica per la Russia in quanto ponte tra l'Europa e l'Asia» (15). La nuova identità della Russia sarà forse rossiskaia, vale a dire russa nel senso di civile e multinazionale, o russkaia, nel senso etnico ed esclusivo? Una questione che rimane aperta e che la prospettiva di una immigrazione di massa pone in termini inediti. Il 30 novembre 2006, Russia unita (Er) organizzava un convegno a Ekaterinburg. Il partito, che si colloca al centro-destra, spera di ottenere la maggioranza assoluta. Per il suo presidente, Boris Gryzlov, è il «partito dirigente» che dirigerà il paese per vent'anni, con una «ideologia di consenso liberal-conservatore» e di «democrazia sovrana» (16). Si tratta in realtà di una specie di unione disomogenea «per la maggioranza presidenziale». Rivolgendosi all'Assemblea federale nell'aprile 2005, Putin proponeva una analisi della transizione post-sovietica che ha fatto scandalo in Occidente: «Dobbiamo ammettere che il crollo dell'Urss è stata la più grande catastrofe geopolitica del secolo. Decine di milioni di nostri concittadini e compatrioti si sono ritrovati al di fuori dei confini del territorio della Russia. L'epidemia della disgregazione ha invaso la Russia. I risparmi dei cittadini si sono svalutati, i vecchi ideali sono stati distrutti, molte istituzioni sono state disperse o riformate alla carlona. L'integrità del paese è stata colpita con interventi terroristici e la capitolazione seguita a Khassaviurt [il cessate il fuoco del 1996, che prendeva atto della vittoria degli indipendentisti ceceni]. I gruppi oligarchi che avevano conquistato un potere senza limiti sui flussi d'informazione, servivano esclusivamente i propri interessi corporativi. La miseria di massa è stata accettata come «norma». Tutto ciò si è verificato nel quadro del crollo dell'economia, dell'instabilità finanziaria e della paralisi della sfera sociale» (17). Sembra che questa analisi tradisca uno «spirito di potenza» (derjavnost). Il suo ideologo Vladislav Surkov prende in giro quanti vorrebbero trasformare la Russia in una «riserva naturale etnografica» e presenta la «democrazia sovrana» come l'avvento della «giustizia per ognuno, e per la Russia nel mondo». Egli respinge la «società chiusa di tipo sovieto-coreano» e la trasformazione del paese in una «riserva di materie prime per le corporazioni multinazionali». Attacca violentemente «l'aristocrazia off shore», che avrebbe organizzato la «liposuzione dell'economia»: una fuga di capitali che si aggira intorno agli 800-1.000 miliardi di dollari, discretamente trasferiti verso 60.000 società russe off shore. Contrariamente alle élite americane, quelle russe non hanno il senso della nazione, aggiunge Surkov: «Vivono all'estero dove i loro figli studiano, e gestiscono le loro proprietà in Russia come fossero piantagioni» (18). Lo scorso 16 dicembre, l'Unione delle forze di destra (Sps) ha tenuto le sue assisi. I suoi nuovi dirigenti Leonid Guzman e Nikita Bely hanno ostentato ottimismo: «Puntiamo sul successo del capitalismo in Russia, e sul proseguimento delle riforme degli anni novanta nell'interesse di tutti i cittadini» (19). Ma dopo le elezioni del 2003, l'Sps e il partito Yabloko (anch'esso liberale) non hanno più alcun deputato alla Duma. In compenso certi liberali moderati conservano posti chiave nel governo - German Gref all'economia e alle riforme, o Alexei Kudrin alle finanze. A metà novembre 2006 la fondazione dello Sps, Russia liberale, si era riunita ...in una banca. Vi si trovava il fior fiore degli intellettuali democratici e dei movimenti dei diritti umani: Ludmila Alexeieva presidente del Gruppo Helsinki, Alexei Simonov della Fondazione Glasnost, lo storico Iuri Afanasiev, ex leader della molto «eltsiniana» Russia democratica, i sociologi Tatiana Zaslavskaia, iniziatrice della perestroika, Lev Gudkov e Mark Urnov, i politologi Igor Kliamkin e Tatiano Kutkovets, il fisico Georghi Satarov, presidente di Indem Foundation, associata alle fondazioni americani e campione della lotta «anti corruzione», gli economisti Evgueny Lasin e Andrei Illarionov. Sul tavolo del libraio figuravano, oltre i libri degli autori presenti, quelli di due stranieri: Milton Friedman e Friedrich Hayek (20)... «Un'élite del 5% è decisiva per il resto della popolazione», ha spiegato Satarov. Il problema è che i liberali non ne fanno più parte...Secondo Satarov, il paese sarebbe di fronte a un recupero della coscienza autoritaria mitologica del popolo russo. L'aggressività e la ricerca di nemici stranieri sarebbero una «reazione nevrotica della coscienza autoritaria a una situazione non più padroneggiata», che i dirigenti incoraggerebbero per rovesciare sul paese una «potente onda antiliberale». Così facendo, Putin giocherebbe all'apprendista stregone, puntando «sulla forza d'inerzia dell'internazionalismo sovietico», e correndo il rischio di essere sopraffatto. La critica liberale punta anche sulle «derive» della politica estera: distanza nei confronti della guerra democratica in Iraq, «indulgenza» verso Iran e Siria, «tradimento» nei confronti di Israele (Hamas invitato a Mosca), complicità con il «socialista» Chávez e altri «anti-americani». Verso un terzo mandato... Certi democratici più radicali si mettono in moto: gli «orangisti» di Garry Kasparov. Un raduno curioso si è costituito intorno al suo Fronte civico unito (Ogf) che comprende i giovani liberali di Yabloko, quelli di Grigori Iavlinski, i nazional-bolscevichi (natsboli) e gli staliniani di Russia laboriosa di Viktor Anpilov, senza dimenticare le Ong umanitarie riunite nel Congresso civico panrusso. Destre liberali e varie sinistre si orientano verso una Unione sacra contro il regime Putin. Il 16 dicembre 2006 sono stati, tutti insieme, in 2.000 a manifestare... In margine al G8, nell'agosto 2006, questi liberali di destra e questi «sinistri», riuniti nel forum Un'altra Russia, generosamente finanziato dalla fondazione americana National Endowment for Democracy (Ned), hanno persino rivendicato... l'esclusione del proprio stato dal club dei grandi: «Politicamente - affermava Kasparov - la Russia non può far parte del G8 perché, contrariamente agli altri membri, non è una democrazia. Né, economicamente, risponde ai criteri perché è lontana dal sistema liberale e trasparente adottato dagli altri paesi. Qui, lo stato non smette di estendere ovunque il proprio ruolo!»(21). Il Forum ha persino ricevuto una visita del segretario di Stato Condoleezza Rice e dell'ambasciatore britannico Tony Brenton, molto attivo nel sostenere i «dissidenti». Secondo Illarionov, è «Putin che dichiara la guerra (fredda) all'Occidente». Il padrone del Cremlino avrebbe dovuto accettare «l'offerta di amicizia e di partnership strategica» formulata dal vice presidente Cheney a Vilnius, e riconoscere il ruolo positivo delle fondazioni americane nella ex-Urss. Secondo Russia liberale, coloro che detengono il potere «non possono capire che il sistema di stato occidentale si ispira alla democrazia mentre quello russo è autocratico. (...) I paesi occidentali non hanno mai nascosto di voler promuovere la democrazia per garantire i propri interessi nazionali. È una unica cosa ai loro occhi. La democrazia non è soltanto lo strumento migliore per lo sviluppo, ma anche una garanzia di pace e uno strumento di sicurezza per l'alleanza democratica degli Stati (22)...» Elezioni regionali nel marzo 2007, legislative il 2 dicembre, presidenziali il 2 marzo 2008: la vittoria delle forze favorevoli a Putin è prevedibile. Prevedendo la contestazione dei risultati dai loro avversari in Russia e nell'Occidente, Berezovski ha già detto: «Il regime attuale non consentirà mai elezioni regolari, per cui non c'è altra via di uscita: la presa del potere con la forza»(23). Questo illustre militante della «rivoluzione democratica» beneficia, a Londra dove risiede, dello statuto di rifugiato politico. Rimane una incognita. I due terzi dei russi vorrebbero ciò che la Costituzione non consente: che Putin brighi un terzo mandato. Difficile immaginare che egli lasci il potere, tanto più che i pretendenti alla successione sono poco noti (24). Si specula sulle nuove funzioni che potrebbe esercitare il «padre della stabilizzazione» - si parla della presidenza del partito Er o di quella di Gazprom. Per condurre quale politica di fronte alle sfide rappresentate dalla crisi demografica, dall'entrata nel Wto e dal dopo-petrolio? L'Unione per la maggioranza presidenziale non ha ancora trovato in che direzione intervenire e non ha un vero progetto di società. Che ne sarebbe di questo equipaggio senza l'attuale presidente alla barra? Lo scenario di una successione tranquilla non è per nulla certo. Nuovi «cadaveri eccellenti», le tensioni con l'Occidente, le imprese degli Stati uniti per «democratizzare il grande Medioriente», un eventuale conflitto nel Caucaso del sud, il dopo-Bush à Washington potrebbero cambiare le carte. Le grandi linee del regime e del suo posto nel mondo si preciseranno: una seconda «Nuova Russia» è in gestazione. note:
* Giornalista, Bruxelles. Con la collaborazione di Annick Louviaux. (1) Sapir, «La situation économique de la Russie en 2006», in «Tableau de bord des pays d'Europe centrale et orientale», Études du Ceri, n° 132, Parigi, dicembre 2006. (2) Izvestia, Mosca, 15 dicembre 2006. (3) Si legga Jean-Pierre Pagé e Lucien Vercueil, De la Chute du Mur à la nouvelle Europe, L'Harmattan, coll. «Pays de l'Est», Parigi, 2004. (4) Vladimir Gussinski, Boris Berezovski, Leonid Nevzlin e altri oligarchi «in fuga», come Mikhail Khodorkovski, incarcerato, sono stati incriminati per «profitti» illegittimi o indelicati, ma a disturbare Putin sono anzitutto le loro ambizioni politico-mediatiche. (5) Izvestia, Mosca, 15 marzo 2006. (6) Lo stato non «ri-nazionalizza»: si riserva, attraverso società pubbliche, miste o private, comprese quelle a capitali stranieri, il controllo di settori strategici (oltre il 30% del petrolio invece del 10% nel 2003, il 51% di Gazprom invece del 48%, la totalità degli oleodotti gestiti da Transneft) e altri settori in cui la Russia ritiene di poter disporre di opportunità maggiori (il nucleare, l'aeronautica, gli armamenti e, attualmente, le banche), a costo di aprire di più ai capitali esteri le telecomunicazioni, la costruzione automobilistica, l'agro-alimentare e altri settori in cui, in ogni caso, la Russia non sarà competitiva nel quadro dell'Wto. (7) Cfr. L'articolo di Jacques Sapir in Le Figaro, 5 dicembre 2006. Proprietario del canale pubblico Ort, vice-presidente del Consiglio di sicurezza e segretario della Confederazione degli Stati indipendenti (Csi), Berezovski è stato l'eminenza grigia del Cremino fino all'estate 1999 e uno degli artigiani dell'ascesa di Putin. Prima che quest'ultimo lo allontani... (8) Vlast, n° 48, Mosca, dicembre 2006 (9) Cfr. Gérard Chaliand e Annie Jafalian (a cura di), La Dépendance pétrolière. Mythes et réalités d'un enjeu stratégique, coll. «Le Tour du sujet», Universalis, Parigi, 2005. (10) www.orangerevolution.us/blog (11) The Wall Street Journal, New York, 27 dicembre 2005. (12) Rispettivamente in Politique internationale, n° 11, Parigi, inverno 2006; e in The Wall Street Journal, New York, 21 dicembre 2004. (13) Zavtra, n°44, Mosca, novembre 2006. (14) 22 dicembre 2006. (15) Evgueni Primakov, Blijnii Vostok na stsene iza kulisami, edizioni di Rossiiskaïa Gazeta, Mosca, 2006. (16) Andranik Migranian, Izvestia, Mosca, 13 dicembre 2006. (17) www.kremlin.ru (in russo) e www.kremlin. ru/eng (in inglese). (18) Argumenty i fakty, n° 33, Mosca, 2006 e Moskovskie Novosti, n° 21, Mosca, 2006. (19) Moskovskie Novosti, 8 dicembre 2006. (20) Milton Friedman (1912-2006): economista americano, capo fila della scuola di Chicago, grande difensore del liberalismo, scomparso il 16 novembre scorso. Friedrich Hayek (1899-1992): filosofo ed economista della scuola austriaca, promotore del liberalismo contro il socialismo e lo statalismo. (21) Le Soir, Bruxelles, 14 luglio 2006. (22) «Kremlëvskaïa chkola politologii», Liberal-naïa Missiia, Mosca, 2006. (23) Argumenty i fakty, n° 49, Mosca,dicembre 2006. (24) Si citano, tra gli altri, i nomi di Dimitri Medvedev, capo dell'amministrazione presidenziale e presidente di Gazprom, e Sergei Iva-nov, ministro della difesa. (Traduzione di M.G.G.) |