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L'OSPITE Hwang Sok-Yong Baldini Castoldi Dalai, 2006, 17 euro


Mia Lecomte

L'ospite è il nome dato al vaiolo - morbo straniero - nelle campagne coreane, e sui rituali sciamanici praticati per scacciarlo è congegnata la struttura del romanzo di Hwang Sok-Yong. «Ospiti» sono anche comunismo e cristianesimo, ideologie straniere, giunte dall'occidente a scatenare incompresioni e disordini, conflitti insanabili fra connazionali, dividendo la Corea e lacerandola cruentemente in ogni suo singolo villaggio, famiglia, abitante: «I nostri avversari brandivano Il Capitale di Marx; noi la Bibbia. Noi eravamo l'esercito di Cristo, loro, i miscredenti al servizio di Satana. Eravamo impegnati in un conflitto le cui origini risalivano all'epoca in cui la Corea aveva dato i primi segni di apertura al mondo esterno». «Ospite» nel proprio paese è ormai il pastore protestante Ryu Yo-Sop, da anni esiliato negli Stati uniti, straniero propagandisticamente invitato dalle autorità governative della Corea del Nord a visitare luoghi e parenti lontani. Accompagnano il suo percorso nella memoria privata e collettiva i pochi famigliari superstiti e le anime dei defunti che gli appaiono per raccontare la propria porzione di storia. Tutti ugualmente responsabili di atrocità e massacri, e in particolare dell'eccidio del paese natale di Ch'ansaem; tutti, vivi e morti, alla ricerca di perdono, di quell'assoluzione pacificatrice che nessun fanatismo ideologico è in grado di regalare.
La tregua arriva alla fine, con la sepoltura in patria di un frammento d'osso dalle ceneri del defunto fratello Yo Han - «Fratello mio, eccoti ritornato nel tuo paese» - , che ricuce sentilmentalmente i due lembi del conflitto: «Il pastore vede il suo viso riflesso nel vetro. Immagine familiare questa volta». E con «l'addio ai convitati» che chiude il romanzo e riunisce l'umanità intera, senza distinzione, nella litania del dolore terreno e del viaggio liberatorio della morte.