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lo stato si ritira, le"caste" avanzano
I"crimini dell'odio", frutto della disgregazione Usa
dal nostro inviato speciale Denis Duclos*
Nel corso degli anni l'America si muove ma non cambia. Al Nord del paese di Faulkner, nel cuore del New Jersey, sulla costa Atlantica, un oceano di casette plastificate contende il terreno alla natura, che ancora affiora. Ne emergono le rare mansions in pietra e gli edifici bancari, illuminati a giorno. Il ventunesimo secolo manca all'appuntamento: i telefoni non accettano carte magnetiche, e sui moli gruppi di vacanzieri intonano inni, guidati da proseliti in missione estiva.
Venti miglia a ovest del litorale sgargiante, la miseria delle bicocche, sotto vaste foreste pullulanti di zanzare. Magri contadini vendono i loro prodotti ecologici ai rari passanti, contesi anche dai furgoncini dei pizzaioli sui pontili delle paludi. Nel mezzo di un borgo abitato da ebrei cassidici, barbe al vento, una grossa Chrysler sfreccia verso la Pennsylvania: al volante una donna dai capelli raccolti sotto la cuffia degli Amish.
Eccoci alla nebulosa delle città dai nomi tedeschi. Sosta a Frederick, grosso villaggio in cui convivono dodici culti di diversa obbedienza; la Main Street, chiusa al traffico, è riservata ai negozianti bianchi, mentre la via parallela allinea modeste verande ove attendono (dal XIX secolo?) placide famiglie nere.
Nei vicini Appalachi ritroviamo altre barriere familiari: in basso, in riva al fiume o lungo la strada ferrata, vivono i poveri, nelle loro roulottes senza ruote. In alto, sotto magnifici alberi, i cottages, anch'essi colpiti dalla crisi. La proprietaria del bed & breakfast, ex spogliarellista, affoga la sua disperazione nel whisky-coca e nella jacuzzi che fuma all'aperto; e ci indica il Liquor Store, prima bottega a destra. No, non stiamo sognando. Siamo nel 1997, e non in un museo né in un re-enacting park (parco di rappresentazione storica).
"Lo straniero?
Noi lo sposiamo" Si pensa all'India, con gli spazi assegnati alle caste: i bramani all'ovest del villaggio, i vasai kumar a est, e una miriade di nette differenze disegnate tra i due gruppi. Ma a Columbia, periferia chic di Baltimora, le autostrade paesaggistiche sono dissimulante sotto fronde da jogging. Qui i neri ricchi fiancheggiano i bianchi benestanti. Oche rutilanti (bianche e nere) sguazzano nello stagno artificiale davanti al quale si rappresenterà Walt Disney, a ingresso libero per graziosi bimbi"United Benetton". Che sia l'embrione di quella overclass dei dirigenti di multinazionali e imprese giuridiche, l'unica ad essere multiculturale per proprio conto, come afferma Michael Lind (1)? Siamo in casa di amici, in un complesso"ceto medio", con prati all'inglese e piscina condominiale. Il vicino ha perso il suo posto di dirigente; sta pensando di mettersi in concorrenza con i ragazzini porta-giornali: 150 dollari la settimana per un giro di 150 porte all'alba, non è poi trascurabile; e rimane ancora il tempo per cercarsi un lavoro. Una vicina, sotto chemioterapia reiterata (senza copertura previdenziale) non ha mai smesso di lavorare, trascurando alquanto tre marmocchi, fortunatamente accucciati ciascuno davanti a uno schermo di televisore o di computer.
L'amico informatico benedice l'origine europea del suo datore di lavoro newyorkese: i suoi capi non hanno ancora preso l'abitudine autoctona di"fucilare" (licenziare) i dirigenti in occasione del loro cinquantesimo compleanno."Gli americani, dice, hanno regolato meglio degli altri i loro rapporti col prossimo. La differenza, ce la sobbarchiamo noi da secoli.
Rispettiamo lo straniero più degli altri. E poi ce lo sposiamo" (risata). I suoi figli non sono forse un sapiente cocktail mendeliano di ebrei russi, greci, irlandesi e cubani, destinati a parlare con la stessa scioltezza l'inglese, il francese, la lingua di Omero e lo spagnolo?
Cosa pensa di questa faccenda degli"hate crimes" (delitti dell'odio) che si moltiplicano ovunque negli Stati uniti?"Sono scettico. E' un termine che amplifica il fenomeno. Un'operazione politica ambigua. Perché gettare olio sul fuoco?" Ma criminalizzare l'odio non può servire a farlo recedere? Smorfia di dubbio.
Curiosa nozione, questa di"hate crime", pescata a caso da Internet sotto la voce"Fbi, Uniform Crime Reports" (7900 casi censiti nel 1996, di cui la metà a danno di neri; tra le altre vittime, un migliaio di ebrei e altrettanti omosessuali di sesso maschile). E' qualcosa di più dell'"incitamento all'odio razziale". Con il favore della giurisprudenza e delle lobbies, l'effetto è a valanga, al di là delle espressioni d'odio verso la razza, l'etnia, la religione o il sesso della vittima di un atto violento.
Nell'uno come nell'altro caso, si incrimina a questo titolo l'aggressività nei confronti di un orientamento sessuale (l'omosessualità), di una fascia d'età o addirittura dello stato di salute della persona minacciata (segnatamente l'handicap mentale). A quando la criminalizzazione dell'odio... per la povertà?"In fondo, spiega un professore di sociologia dell'università di New York, il concetto tende a difendere la vittima totale, quella che veniva presa di mira dall'eugenetica nazista: il ritardato mentale, l'anziano, il deviante sessuale, l'ebreo, il nomade. Può darsi che questa presa di coscienza giudiziaria dell'odio come fenomeno globale non sia poi una cattiva cosa".
Pensiamo, con disagio, all'odio instillato in molti giovani nei confronti dei sessantottini, declassati a"papy-boomers" e accusati di fagocitare i posti di lavoro stabili."Questa circolazione dell'odio! Cerca un pretesto, va e viene, risuscita i luoghi comuni, un po' in tutti gli ambienti. E' il segno del dissenso sociale. Si cercano capri espiatori per riassorbire il risentimento: che siano ebrei, neri, bianchi, sociologi o fisici nucleari, militari sessuati, sostenitori dei cultural studies o adepti ardenti dell'elitismo classico, Pc (politically correct) o anti-Pc, filo-Aa (affirmative action) (2) o anti-Aa".
"L'arte perduta della discussione" Non si ritrovano qui gli scontri dell'ultima campagna presidenziale?"Certo. Ma dovunque nella società la politica riflette un indurimento delle posizioni. Ci troviamo in presenza di un fenomeno cronico che risale al periodo Bush, e che dura dalla rielezione di Clinton, nel 1996". La categoria"hate crime" sarebbe allora una traduzione giuridica di questo durevole indurimento? Una volontà di bloccare la generalizzazione della violenza come forma normale di espressione politica?"Sì. Ma è una soluzione? L'inasprimento sistematico delle pene per una parola detta può sembrare un attacco alla libertà d'espressione. Penso alla bella formula di Christopher Lasch: The lost art of argument (l'arte perduta della discussione), quella discussione civile che sarebbe stata al centro dell'America degli albori (3)".
Anche questo collega, nostalgico di un passato mitico, dubita dei vantaggi dell'invenzione dell'"hate crime". I suoi dubbi sono abbondantemente motivati dagli episodi di cronaca crepitanti da un flash all'altro, al di là dello schermo eretto dai media che esasperano la platea con la caccia a Cunanan (presunto omicida del grande stilista Gianni Versace) (4).
Un'epidemia di orribili omicidi Ragioni, innanzitutto, per dire che un computo dell'odio (obbligatorio dal 1990, data del Hate Crime Statistics Act (5)) è irrisorio, poiché coglie soltanto ciò che viene denunciato dai testimoni o raccolto dai poliziotti (i quali condividono spesso i valori degli aggressori), mentre milioni di parole cariche d'odio sono quotidianamente gettate al vento, con o senza intenzione di aggredire. Tutto ciò pone, oltre tutto, il problema del diritto all'odio, poiché nel"provare odio", come osservava il sociologo francese Jean Baudrillard,"c'è pur sempre una sorta di alterità; si ha qualcuno davanti; si può sempre negoziare, in un modo o nell'altro (6)".
Ragioni per credere che la nozione di"hate crime" aggravi l'inimicizia tra americani. In questo senso, l'accusa di odio da parte di un gruppo che si atteggia a vittima collettiva alimenta l'antagonismo. Sono così codificate categorie di opposti: i neri contro i droghieri coreani, i giovani gangster della Raza (ispanici) contro gli intellettuali gay; i supermaschilisti bianchi contro gli omosessuali, i neri e gli ebrei; i proprietari ebrei contro gli inquilini rappers"afro-americani", i maschi contro le lesbiche, i giovani vittime degli adulti, i vecchi dimenticati nella vittimizzazione dei giovani ecc. In questo scambio di etichette che gli avversari trasformano insieme in categorie, come invitare al reciproco rispetto?
Ragioni per sospettare, inoltre, che l'"hate crime" possa servire da copertura universale alle diverse forme di malafede (e in particolare agli omicidi a scopo di rapina). Si è parlato di"hate crime" anche nel caso del figlio del celebre attore nero Bill Cosby, assassinato da un mafioso ucraino, quando è del tutto evidente che si è trattato di un delitto per motivi di droga, nell'ambito di una guerra tra gang.
Ragioni per pensare, infine, che l'"hate crime" sarà utilizzato per inasprire le pene, con l'obiettivo, che è quello dell'attuale arsenale repressivo nel suo complesso, di tacitare con la detenzione prolungata le manifestazioni moleste. Esempi: un giovane nero condannato a due anni in più della pena prevista per un'aggressione"semplice", per aver indicato ai suoi amici un bianco da pestare. Uno skinhead infierisce col machete su due giovani neri; al suo grido di guerra e al suo saluto nazista vengono addebitate le"rappresaglie" contro i bianchi: due anni in più della condanna prevista per la sola aggressione. Si può dimostrare che un uomo abbia urlato"queer" (finocchio) o"dyke" (lesbica) prima di strattonare un militante gay o di trascinare una donna per i capelli lungo la propria automobile? La pena comunque sarà nettamente aggravata.
Si può ritenerlo giusto, ma non va dimenticato il contesto della"furia punitiva" (secondo il giurista Lois Forer) in cui tutto ciò si inserisce: cinque anni di carcere non riducibili per cinque grammi di crack in tasca, o l'ergastolo per il terzo"serious violent crime", elemento centrale della legge anticrimine (crime bill) proposta dal presidente Clinton nel 1994.
E' noto che questa politica ("contro la quale i giudici cominciano a ribellarsi", dichiara un giurista nero estenuato dalle requisitorie alla Juvenile Court) è riuscita a svuotare le strade, e soprattutto le scuole, dei giovani neri e ispanici, senza però ridurre in proporzione la criminalità e il consumo di droga, che riguarda soprattutto i bianchi benestanti. Come ha detto Charles Ramsey della divisione narcotici della polizia di Chicago:"C'è più cocaina alla Borsa o alla torre Sears che nella comunità nera. Ma quelli, è più difficile incastrarli".
Nonostante queste buone ragioni di ricusare la criminalizzazione dell'odio, palliativo delle carenze politiche, non si può eludere il problema di fondo che si pretende di affrontare con essa: l'incoraggiamento alla violenza etnica dei giovani da parte dei settori più reazionari dell'opinione pubblica.
Da Bernard Goetz, eroe consacrato dalla resistenza bianca per aver sparato nel metrò di New York, nel 1984, a quattro giovani delinquenti neri, agli scandali della violenza poliziesca a Los Angeles, dal pestaggio di Rodney King nel 1992 alle torture inflitte dalla polizia di New York ad immigrati e imputati nel 1997 (7), non c'è più solo una tradizione che si sta insediando. Un'altra se ne profila, dalle grida di"morte agli ebrei!" risuonate nel 1991 tra i rivoltosi di Brooklin alla profanazione di centinaia di tombe in tre cimiteri ebraici di Chicago nel 1996. L'orgoglio delle"nazioni ariane" o del Ku Klux Klan (KKK), sempre rinascente, che implicitamente si attribuisce il dilagare delle svastiche o delle croci ardenti, è potenziato dalla pandemia delle brutalizzazioni e degli omicidi mirati, attribuiti da tre anni agli skinheads in numerosi stati, delle centinaia di atti di vandalismo e di incendi di sinagoghe, di centri comunitari, di chiese protestanti o nere o ortodosse.
Senza parlare degli orrendi omicidi di gay, handicappati, ritardati mentali o anziani (come ad esempio l'esecuzione, con una pallottola nella nuca, di cinque omosessuali in un sex shop della Carolina del Sud, o l'assassinio di un vecchio hobo, sventrato al Central Park da due ricchi adolescenti nel giugno 1997).
Neoconfederali contro yankees In breve, dopo Easy Rider, il celebre film di Dennis Hopper (1968), che descrive il viaggio in moto di alcuni giovani hippies del nord, frettolosamente etichettati come"yanki queers" e pestati a morte da un gruppo di agricoltori sudisti, qualcosa sta accadendo nel regno dell'odio degli Stati uniti, indipendentemente dal calo (reale) dei dati statistici sulla criminalità negli ultimi sei anni.
Nei nostri momenti di lucidità, sospettiamo che la sfida mondiale e quotidiana del presente sarà il destino da scegliere, per i più, nella molteplicità culturale, di fronte alla minaccia di pauperizzazione delle maggioranze. Fin dall'inizio della pax americana, la parola"guerra" è paradossalmente usata fino al logoramento dagli ideologi e dai politici americani delle più diverse collocazioni, sia per promuovere una lotta che per descriverne i risultati: dopo la fine della guerra fredda e della sua più bella incarnazione, il progetto di guerre stellari, si parla oggi di guerra alla criminalità e alla droga, denunciate ben presto come guerre contro i poveri e gli immigrati clandestini. A sinistra si risponde con una guerra contro gli abusi della polizia, a destra si reagisce contro il governo federale con violente derive, cui partecipano"milizie" col feticismo delle armi, che arrivano addirittura a brandire la bandiera sudista minacciando un nuovo scontro tra neoconfederati e yankees.
Se taluni gruppi di giovani ostentano la pacificazione, la"gangs'war" sconfina dalla guerriglia urbana per estendersi alle piccole città finora risparmiate. Decine di chiese vanno a fuoco, le bombe fanno saltare allegramente le botteghe e i centri d'accoglienza degli avversari. Qua e là, si aggrediscono per la strada i passanti in quanto rappresentanti della differenza meno tollerata. I santuari della tranquillità non sfuggono alla mobilitazione, ben presto anche nelle università esplodono conflitti tra"meritocratici" e"postmoderni". E poi, il rilancio delle conflagrazioni tra megacorporazioni e sindacati, in cui il governo tenta di arbitrare, con esiti alterni. La militanza di sinistra non può non subire la deriva aggressiva del senso comunitario: ci si ripiega sui gruppi, con la stessa passione, nelle miriadi di sottoculture della Raza come negli ambienti protestanti o in quelli dell'islamismo nero, nelle diverse fazioni dei gay o delle lesbiche, nei gruppi del femminismo e del familismo, nelle diverse varianti delle speranze new age o dell'ideale pacifista.
Certo, azioni unitarie sono possibili, si compiono riconciliazioni (tra i Crisps e i Bloods, le due grandi bande di Los Angeles); e vi sono soprassalti che aggregano intorno alla scuola, contro lo scandalo dei senzatetto o la brutalità della polizia, sempre però evitando di sollevare la questione dell'appartenenza. Al contrario, dalle rivolte antiasiatiche del 1992 alle manifestazioni maschiliste nere dirette da Luis Farrakhan nel 1995, dalle lamentele etniche o sessiste agli attacchi selettivi con accuse di atti contrari alla morale nei confronti di alcune personalità, l'osservatore percepisce la riaffermazione dolorosa dell'identità (che si crede odiata da tutti gli altri gruppi coalizzati). Riconvertito a corrispondente di una guerra sociale permanente, il suddetto osservatore deve aspettarsi di vedere la più simpatica solidarietà comunitaria intorno alla scuola plurietnica o all'aiuto agli indigenti sconfinare improvvisamente in uno sciopero fiscale contro una scuola pubblica"che lascia vincere i figli degli asiatici (8)", aprire la caccia ai"satanisti" maniaci sessuali o ingaggiare guardie cinofile incaricate di individuare il"gangs' profile" nei giovani passanti.
La metafora guerriera riassume abbastanza bene il periodo Clinton, ed è veramente il colmo per un presidente al quale la destra non ha mai cessato di rimproverare l'impegno pacifista giovanile ai tempi del Vietnam, dimostrando così di non aver mai compreso di avere a che fare con uno stratega (generale, in greco) machiavellico, che alimenta le sue vittorie dividendo gli avversari.
Si potrebbe chiedersi effettivamente se in America l'antagonismo identitario non sia manipolato. La caccia all'"hate crime", ad esempio, non è forse, in proporzioni ridotte, la repressione dei crimini etnici avviata dai diplomatici americani per pacificare gli odi in Bosnia? Non è la variante interna di una tecnica di repressione generale della violenza, sperimentata in contemporanea nel mondo e sul campione statunitense?
A ben guardare però, le diffidenze reciproche sulle quali sembra navigare il secondo mandato di Clinton non nascondono intenzioni oscure. Si tratta piuttosto di uno stato di impotenza, di un consenso per abbandono al quale si è arrivati dopo lo scontro vano tra due proposte per gestire l'era post-moderna, che riassumeremo come segue: da un lato, un populismo xenofobo e libertario vorrebbe realizzare il sogno impossibile di un'America bianca, morale, in cui per spazio pubblico si intende l'incontro degli individui e delle comunità autonome, mentre lo stato sarebbe ricondotto al mantenimento della potenza, al di fuori dei confini di queste isole ermeticamente chiuse; dall'altro, un democratismo volontarista vorrebbe utilizzare lo stato per accelerare l'integrazione etnica, sociale ed economica di una grande società aperta alla dinamica del mondo, modello di ogni modernità contemporanea. Queste due tendenze sono intercettate dalla macchina giuridico-politica (costruita, in origine, per evitare qualsiasi maggioranza) che vieta la vittoria o il compromesso esplicito, e le rinvia entrambe verso l'imbuto della frammentazione"settaria". Anziché dirimere la contesa tra chi vorrebbe restituire l'America alla famiglia europea e cristiana, sicura dei suoi valori di eccellenza universitaria, e chi propugna le"autostrade dell'integrazione" per consolidare un vasto ceto medio etnicamente indefinito, si precipita così nell'infinita varietà dei conflitti identitari, che riproduce l'immagine di una chimera civile.
In questo bizzarro animale politico, nulla rimane al suo posto; tutto si deforma nel suo contrario. Il lamento vittimistico tradizionale dei militanti dei diritti civili è divenuto ormai l'arma degli xenofobi e dei razzisti, in nome della tutela del bianco minacciato. Il modernismo repubblicano egualitario,"cieco ai colori", si trasforma in riferimento favorito della destra nella sua lotta feroce contro la"discriminazione positiva". Sul versante democratico, lungi dal costruire le"autostrade dell'integrazione", l'energia pubblica si occupa di privatizzare la scuola, la polizia, i servizi comuni, facendo terra bruciata in una corsa suicida. E per il resto, dà la caccia ai senzatetto, blocca gli scioperanti, arresta i poveri per pochi grammi di droga, e diviene così, per il cittadino modesto, pericolosa quasi quanto l'incontro con la delinquenza.
I ripetuti insuccessi dei tentativi di soluzione politica tra populismo e democratismo spiegano questa strana inversione, in cui lo spazio pubblico, svuotato dei suoi investimenti integratori, è accaparrato dalla violenza repressiva, mentre gli spazi privati, reinventati all'insegna di patriottismi religiosi, etnici o sessuali, si moltiplicano da sinistra a destra, riportando l'America civica alla condizione di un agglomerato di colonie etniche isolate.
Vari commentatori parlano di terzomondizzazione dell'America (con riferimento alla struttura della manodopera, che non ha mai cessato di presentare un carattere quasi schiavista) o anche della creolizzazione o brasilizzazione (in ragione delle piramidi sociali costruite sulle diverse sfumature di colore della pelle). Sono abbastanza audaci? Mentre peraltro le cifre testimoniano di un successo crescente dei matrimoni misti, non è piuttosto nella"casta" (in base all'opinione, alla professione, all'età, al sesso) (9) che andrebbe ravvisata la frattura o piuttosto la polverizzazione sociale americana?
La Jihad insieme a McDonald's A chi giova una segregazione incessantemente rinnovata? Alle multinazionali, cui una maggioranza, inquadrata nei rispettivi ghetti culturali, fornisce manodopera a basso costo? Certo, ma è vero anche il contrario: le reti tentacolari della pulsazione finanziaria sono anch'esse al servizio della"castificazione", poiché le caste (alte o basse che siano) vietano che una di esse possa minacciare il monopolio economico dello spazio politico, e reclamano sempre più la presenza commerciale a compensazione del terrificante vuoto dell'ambito comune.
Più sono spaventato all'idea di uscire dalla mia comunità isolata, più sento il bisogno di ritrovare, a ogni sosta, la pseudo-familiarità delle sigle, delle consumazioni o cibi universali (una coca, un hamburger firmato). Più gli americani sono"settificati", tanto più rivendicano i conformismi che i circuiti tecnocratici gli impongono. Quanto più l'America si disperde in differenze raffinate, in odii criminali o tribunizi rinascenti all'infinito, tanto più essa si proietta idealmente sotto simboli di marca ben noti, attraverso media semplificatori e al seguito di un piccolo numero di divi. Le identità chiuse e l'accoglienza anonima delle multinazionali si richiamano a vicenda. Portato all'estremo, questo dualismo, esteso alla scena mondiale, induce un'improbabile affinità tra la Jihad e McDonald's (10). Si annuncia, inevitabile, la confusione tra commercio e sicurezza, contropartita alla diserzione dal luogo pubblico, e non può destare sorpresa che i 33 ristoranti McDonald's di Washington DC divengano altrettante postazioni di polizia urbana.
Evidentemente, a sinistra come a destra si condivide ancora l'idea che"la cosiddetta società non esiste; esistono gli uomini e le donne in quanto individui, ed esistono le famiglie (11)". Una certezza che assimila qualsiasi progetto sociale a un rischio di tirannide, e induce a ricusare qualsiasi programma globale, foss'anche quello di ... riportare l'America a un agglomerato prepolitico di comunità separate! Molti americani persistono nel pensare che lo stato sia soltanto un gruppo culturale come tanti altri (12), e non una collettività di natura diversa, una condizione logica del passaggio dai gruppi allo scambio universale tra individui. E' dunque difficile per il partito democratico affermare l'idea di uno spazio pubblico positivo (e di tutto ciò che esso comporta in termini di volontarismo sociale, antirazzista, laico o ecologico), se vuole vincere in un contesto di ideali comunitari e individuali autoalimentati. Ed è stato soltanto in chiave negativa, spezzando la coalizione ultra-conservatrice, che si era formata ai vertici del partito repubblicano, intorno a Newton Gingrich, a Robert Dole e a eminenze grigie superpotenti quali il predicatore Pat Robertson, che Clinton ha potuto mettere a segno, alla fine del 1996, il colpo da maestro di un secondo mandato.
Condiscendenza all'odio Per di pi, Clinton ha beneficiato della coincidenza di due aspetti: dal rabbioso risentimento nutrito dai divi repubblicani si è diffusa ovunque una tale condiscendenza all'odio da ispirare il passaggio all'azione criminale: come il terrificante massacro provocato dalla bomba fatta esplodere a Oklahoma City, nell'edificio dell'amministrazione federale, dall'ex militare Timothy McVeigh, oppure (versione più soft e più intellettuale) i ricatti con lettere al tritolo del più celebre anarchico"anti- industrialista" del decennio, Unabomber.
Agli occhi non più sigillati dell'elettorato, la destra religiosa e anti-statalista si è così rivelata capace di condensare pericolosamente lo scontento pubblico. Si è dimostrata in grado di scatenare a distanza, magari per inavvertenza, i crimini di irresponsabili Rambo, le cospirazioni deliranti di agricoltori fondamentalisti o l'improvvisa apparizione di croci ardenti nel giardino di qualche pastore nero. Il timore di una criminalità reazionaria ha così favorito lo schieramento che sembrava opporle una barriera.
Ma chi ha prevalso, in realtà? Non l'opzione moderna orientata verso l'integrazione etnica, la promozione di uno stato laico o la difesa del livello di vita di una forza lavoro ridotta alla precarietà. E' stata piuttosto la vittoria di un gioco alla superficie degli antagonismi a diffrazione infinita, un gioco rimasto poi impigliato dal Crime Bill del 1994 all'Antigang and Youth Violence Act del 1997 nelle torbide tentazioni del pattugliamento di polizia.
Tutto questo, col rischio di ignorare il crescendo di altre forme collettive di rifiuto, come l'esasperazione per l'arroganza dei datori di lavoro. Da questo punto di vista, l'espressione della solidarietà di una maggioranza di americani con lo sciopero dei precari dell'United Parcel Service e la sua probabile ripercussione sul calo a Wall Street, anche se pochi commentatori hanno osservato la coincidenza tra i due eventi svela l'esasperazione condivisa nei confronti di un capitalismo che percorre da solo e senza freni con le milizie e le polizie lo spazio pubblico disertato dal civismo.
note:
* Sociologo, direttore della ricerca presso il Centre national de la Recherche Scientifique (Cnrs) , autore, in particolare, di Nature et démocratie des passions, PUF, Parigi, 1996.
(1) Michael Lind, The Next American Nation: the New Nationalism and the Fourth American Revolution, Free Press Paperbacks, Simon and Schuster, New York, 1996.
(2) Norme che impongono ai datori di lavoro quote di assunzioni e promozioni di donne e persone appartenenti a minoranze etniche, per posti di lavoro tradizionalmente riservati a bianchi di sesso maschile. Questi progetti, furiosamente contestati dalla destra repubblicana (e in corso di smantellamento in California) sono stati sostenuti dalla sinistra perché considerati un elemento indispensabile di qualsiasi progetto di integrazione.
(3) Christopher Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli, 1995.
(4) Sulla caccia ad Andrew Cunanan e la sua morte, leggere Daniel Schneidermann,"L'origine du monde", supplemento"Télévision" di Le Monde, 17-18 agosto 1997.
(5) Questa legge è stata proposta da Nancy Pelosi, rappresentante democratica della California, in risposta a varie associazioni, tra cui la potente organizzazione ebraica Anti Defamation League of B'nai Brith e la National Gay and Lesbian Task Force, e sulla base di un rapporto di Peter Finn e di Taylor McNeil:"The Response of the Criminal Justice System to Bias Crime: An Exploratory Review", US Department of Justice (DOJ), 7 ottobre 1987.
(6)"La Haine", testimonianze raccolte da François Ewald, Magazine Littéraire, Parigi, luglio-agosto 1994, n&oord 323, p. 20.
(7) Sylvie Kaufmann,"Une bavure relance le débat sur les méthodes de la police new-yorkaise", Le Monde , 19 agosto 1997.
(8) Testimonianza ascoltata da alcuni studenti universari"di sinistra" abitanti in un quartiere periferico di Los Angeles.
(9) Termine più corretto di"tribù", nozione vaga, oggi di moda.
(10) Benjamin R. Barber, Jihad versus McWorld, Times Book, New York, 1995.
(11) Colloquio con Margaret Thatcher, Women's Own, Londra, 31 ottobre 1987.
(12) La confusione tra gruppo e società è posta così nettamente in evidenza da Thobie Nathan in"Pas de psychiatrie hors les cultures", Libération, 30 luglio 1997.
(13) Sondaggio Cnn/Usa Today, del 15 agosto 1997, secondo il quale il 55% degli americani sostiene il movimento.
(Traduzione di P.M.)