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Tra teologia della liberazione e fondamentalismo

Domande sull'Islam, il nuovo «nemico»


FRANÇOIS BOUCHARDEAU
Shari'a vuol dire originariamente"cammino verso l'acqua". Pensa che risonanza può avere per un abitante del deserto l'idea di un cammino verso l'acqua», fa notare a sua figlia Rochdy Alili in L'Islam à l'usage de ma fille (1). Quest'introduzione alla religione musulmana si rivelerà assai utile al neofita, perché fornisce informazioni indispensabili per chi vuole scoprire quel mondo dell'islam di cui Emilio Platti, nell'introduzione al suo studio - Islam... étrange (2) - , nota a giusto titolo che «oggi più che mai, affascina gli occidentali, perché è al tempo stesso incubo e sogno, attraente e ributtante, esotico e barbaro: ha insomma tutte le caratteristiche del conturbante».
L'autore aggiunge che il fenomeno è reciproco. L'ignoranza e l'incomprensione si alimentano a vicenda, e non è certo la quantità enorme di flussi mediatici a facilitare i rapporti tra Occidente e mondo musulmano.
Proprio qui sta l'interesse di un terzo libro, L'Islam en question (3), che, mettendo a confronto, in un dialogo fecondo, le biografie e le opinioni complesse e sfumate di Alain Gresh e Tariq Ramadan, rimette in discussione le semplificazioni abusive e le generalizzazioni affrettate. Inutile presentare il primo ai lettori di Le Monde diplomatique...
Ricordiamo solo che è nato e cresciuto in Egitto, e che la sua cultura politica si è formata nell'universo laico del comunismo. Il suo interlocutore, invece, è nato e cresciuto... a Ginevra, erede di una grande tradizione di riformisti musulmani la cui figura di punta fu suo nonno paterno, Hasan al-Banna, egiziano, fondatore nel 1928 dell'associazione dei Fratelli musulmani. Françoise Germain-Robin, specialista di Medioriente dell'Humanité, coordina questo dialogo, che si rivela prezioso, in un momento in cui, come dice Emilio Platti, «i rapporti tra ciò che chiamiamo"Islam" e l'"Occidente" si sono trasformati in una rigida polarizzazione».
La cultura politica musulmana si è costituita sotto lo sguardo di un Dio trascendente, che non è mai intervenuto nelle questioni terrene se non attraverso la sua Parola, «discesa» sul Profeta Maometto e fissata una volta per tutte nel Corano. Per un musulmano, i dogmi dell'Incarnazione e della Santa Trinità sono inconcepibili - come avrebbe potuto Allah avere un figlio? Ha creato l'uomo, libero di conformarsi, o meno, alla sua Parola. Il che autorizza alcuni teologi a dire che la Legge divina è al di sopra di tutte le leggi, che la legittimità non è legata a questo o quel regime politico (né democrazia, né dittatura), ma alla moralità della vita sociale. Per loro, i diritti umani non possono essere il fondamento primario dell'ordine sociale, e la sovranità non appartiene in modo assoluto né al popolo, né alla nazione, né alla comunità internazionale o alle Nazioni unite - Dio sarà in ultima istanza l'unico giudice.
Come mostrano efficacemente Tariq Ramadan e Emilio Platti, queste tesi possono portare sia a forme musulmane di «teologia della liberazione» - negando ogni legittimità alle potenze politiche, militari, finanziarie...
o clericali - sia a «fondamentalismi», le cui esigenze di purezza sappiamo bene quanto siano spesso strumentalizzate dal potere politico.
Purtroppo, la logica dominante dello «scontro tra civiltà» (secondo la tesi di Samuel Huntington), ha fornito all'Occidente, eludendo tutto il periodo coloniale e l'attualità del conflitto in Medioriente, una nuova «immagine di nemico» (giunta a proposito al momento della scomparsa dell'Impero del Male, venuto meno con la caduta del muro di Berlino): gli «islamisti».
Ogni pensatore che si richiama all'islam è automaticamente sospettato di estremismo, di radicalismo, se non di relazioni occulte con i terroristi. Così, Tariq Ramadan, quando ha cominciato a partecipare alla vita pubblica come musulmano, ha dovuto subire l'ostracismo dei suoi concittadini ginevrini: «Nel 1990, i giornalisti ginevrini mi avevano eletto tra i primi dieci ginevrini dell'anno per il mio impegno a favore della solidarietà tra i giovani. Pochi mesi dopo, ero diventato un personaggio sospetto, ambiguo, pericoloso, perché avevo osato presentarmi come musulmano».
Lo scambio di idee tra Tariq Ramadan e Alain Gresh si rivela interessante perché affronta diverse questioni che viviamo in maniera quotidiana senza capirne bene tutti i particolari: la situazione in Medioriente, l'islamismo, la «globalizzazione», la questione del foulard nelle scuole francesi o i problemi degli immigrati in Europa... I due interlocutori non forniscono risposte definitive, ma cercano insieme, ognuno dal proprio punto di vista culturale, di trovare vie di comprensione comuni.
note:

(1) Le Seuil, 2000, 168 pagine, 89 F.
(2) Cerf, 2000, 338 pagine, 137 F.
(3) Sindbad/Actes Sud, 2000, 234 pagine, 119 F.