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DA PATRICE LUMUMBA AL GENOCIDIO IN RUANDA

Il Belgio di fronte al suo passato coloniale


La denuncia esaminata dalla giustizia belga contro il generale Ariel Sharon per il suo coinvolgimento nei massacri di Sabra e Chatila in Libano (settembre 1982) è stata preceduta dalla condanna, l'11 giugno scorso, di quattro responsabili del genocidio ruandese. Basati su una legge del 1993, che dà ai tribunali belgi «competenza universale», questi avvenimenti attirano l'attenzione della stampa e della comunità internazionale sulla «nuova politica estera» di Bruxelles. Lo slancio etico che sembra caratterizzarla affonda le proprie radici nel pesante passato coloniale con il quale il Belgio deve confrontarsi.
Colette Braeckman
Kigali, 7 aprile 2000. Pallido, aggrappato al leggio, in piedi davanti alle fosse comuni dove sono ammucchiate le spoglie di 50mila ruandesi assassinati, il primo ministro belga Guy Verhofstadt pronuncia parole che la folla ascolta in un silenzio di piombo: «Io m'inchino davanti alle vittime del genocidio. A nome del mio paese, a nome del mio popolo, vi chiedo perdono». Mentre il presidente Paul Kagamé parla di parole «eroiche» nel contesto politico belga, le lacrime scorrono sul viso di migliaia di ruandesi riuniti per la sesta commemorazione del genocidio che, nel 1994, fece da mezzo milione a un milione di morti.
In questo giorno, il primo ministro belga si è spinto ben al di là di quanto avesse mai fatto alcun dirigente occidentale a Kigali.
In precedenza, raccogliendosi davanti alla caserma in cui erano stati uccisi i dieci caschi blu belgi della Missione delle Nazioni unite per l'assistenza al Ruanda (Minuar), il 6 aprile 1994, non aveva esitato a denunciare il fatto che questi soldati erano stati «vittime di una operazione pensata male, attrezzata male, che testimoniava fino all'assurdo la grave mancanza di sensibilità nei confronti della tragedia del Ruanda (1)».
Questa strage, compiuta da militari sovreccitati dalla morte del loro presidente, aveva spinto il Belgio a decidere, unilateralmente, di ritirare le sue forze dalla Minuar, privando le Nazioni unite di ogni possibilità di intervenire efficacemente per impedire che il terzo genocidio del secolo fosse perpetrato. Per otto mesi la commissione d'inchiesta parlamentare, diretta da Verhofstadt, ha sentito decine di testimonianze. Per la loro portata, i suoi lavori sono andati molto oltre l'analisi dei tragici avvenimenti del 1994.
Durante interminabili audizioni, protagonisti e testimoni, al più alto livello della gerarchia militare e amministrativa, si sono adoperati per ricostituire la storia della presenza belga in Ruanda e nel Burundi.
Mentre alcuni di loro cercavano di giustificare l'opera coloniale, altri ricordarono che in queste ex colonie tedesche la cui tutela, dopo la prima guerra mondiale, era stata affidata al Belgio dalla Società delle nazioni (Sdn), Bruxelles aveva contribuito non poco a dividere le due grandi etnie del paese (hutu e tutsi), seminando i germi di quell'odio etnico che sarebbe sfociato nel genocidio del 1994. Per decenni, i colonizzatori tedeschi, e in seguito i belgi, si erano appoggiati ai tutsi - allevatori che si presentavano come una casta più che come una etnia - per amministrare il paese e dominare gli agricoltori hutu, largamente maggioritari. Ma, alla fine degli anni '50, quando l'élite tutsi cominciò a rivendicare l'indipendenza e il mwami (re) pensò di appellarsi alle Nazioni unite, il Belgio e la Chiesa scelsero di difendere i diritti «democratici» della maggioranza hutu, impersonata dal fondatore del partito per la promozione del popolo hutu (Parmehutu), Gregoire Kayibanda, ex segretario del vescovo di Kapgayi. L'avventura del Congo Dopo che un referendum, attentamente teleguidato dai belgi, ebbe optato per la Repubblica, condannando il re Kigeri all'esilio, i tutsi furono privati del loro potere, cacciati dalle loro terre e minacciati fisicamente. A centinaia di migliaia si rifugiarono allora nei paesi vicini, in particolare in Uganda, dove è sorta la ribellione del Fronte patriotico ruandese (Fpr). Per trent'anni, perfettamente al corrente delle violazioni dei diritti umani, il Belgio accettò i governi hutu. Negli anni che precedettero il genocidio, il regime etnista e prevaricatore del presidente Habyarimana ha potuto contare sull'appoggio incondizionato della Francia e del Belgio. Bruxelles è apparsa tuttavia più impegnata di Parigi nell'applicazione degli accordi di pace di Arusha dell'agosto 1993, proponendo la partecipazione di 450 suoi soldati al contingente della Minuar. Ma i rischi di questo impegno furono totalmente sottovalutati: «È come partire con il Club Med», ripetevano gli istruttori... Nonostante si moltiplicassero i segnali preoccupanti, Bruxelles mantenne un atteggiamento miope e si accontentò di proteste diplomatiche (2), poiché il regime ruandese disponeva sempre di appoggi potenti nella ex metropoli. Lo stupore e la prostrazione suscitati dal genocidio del 1994 determinarono un cambiamento di atteggiamento: il paese tentò di prescindere dal suo passato coloniale. Ma, alla fine, fu la pressione dell'opinione pubblica e la mobilitazione delle famiglie dei caschi blu assassinati a costringere le autorità a istituire una commissione parlamentare d'inchiesta i cui lavori, condotti con grande onestà intellettuale, ebbero un vero e proprio effetto catartico. Il pentimento di Verhofstadt a Kigali venne approvato dalla maggioranza della gente: finalmente i belgi avevano accettato di guardare in faccia il passato coloniale del proprio paese. Di fronte ai ruandesi stupefatti, il primo ministro era andato addirittura oltre, impegnandosi a fare in modo che i colpevoli del genocidio che si trovavano in Belgio non sfuggissero alla giustizia.
Il premier avrebbe infatti controllato che fosse applicata la legge del 1993, detta di «competenza universale», secondo cui i tribunali belgi hanno la facoltà di giudicare crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi all'estero. Nel giugno scorso, due religiose, un accademico e un intellettuale sono stati condannati dalla corte d'assise di Bruxelles per aver partecipato al genocidio. Questo processo offrì di nuovo l'occasione di ricordare le responsabilità storiche del Belgio in Ruanda (3). Avendo bevuto fino in fondo l'amaro calice, il paese ha avviato l'esame di un altro versante del suo passato coloniale, se possibile ancora più pesante: il Congo.
Lo storico Jean Stengers ricorda che la creazione del Congo è stata «l'avventura personale di un solo uomo (4)». Inizialmente proprietà privata di re Leopoldo II, questo paese fu ceduto al governo nel 1908 e divenne indipendente nel 1960. Il re, che non lo visitò mai, riteneva che la colonia potesse rimborsare il suo investimento iniziale, in modo da realizzare benefici che gli avrebbero consentito di avviare nella metropoli grandi opere di abbellimento (gli archi del Cinquantenario, le terme di Ostenda). Perciò reclutò militari in tutta Europa e li incaricò di costringere i contadini a consegnare una certa quota di caucciù. Siccome bisognava risparmiare le munizioni, gli ufficiali della forza pubblica esigevano che gli uomini fornissero una prova del «buon uso» delle loro pallottole portando loro le mani, tagliate, delle loro vittime! È nata così l'orrenda accusa che ha perseguitato Leopoldo II: di aver organizzato un lento sterminio conclusosi con dieci milioni di morti. Questa estrapolazione piuttosto azzardata avrebbe persino indotto alcuni partecipanti alla conferenza di Durban sul razzismo, nell'agosto 2001, ad accusare il Belgio di essere responsabile del primo genocidio del secolo. Già nel 1904, una commissione internazionale d'inchiesta aveva esaminato la sorte del Congo. Bersaglio di violente campagne da parte della stampa britannica - non del tutto disinteressate, vista la concorrenza coloniale - , il re aveva finito, come si è visto, per cedere il «suo» stato al Belgio. Se c'è stata violenza, questa fu dovuta non tanto all'occupazione del territorio (Stanley aveva avuto cura di evitare di ricorrere alla forza) quanto al suo sfruttamento economico (5). Chiamato con pudore «valorizzazione», questo sfruttamento perdurò fino all'indomani della seconda guerra mondiale, durante la quale il Belgio aveva tratto il massimo profitto dalle miniere di rame e di uranio. Dopo la guerra fu compiuto un grande sforzo nel sociale e nei settori della salute, dell'educazione, degli alloggi, delle infrastrutture, anche se la differenza di status tra bianchi e neri restava rilevante.
Il riesame delle vicende coloniali non ha ancora mobilitato i belgi.
La maggior parte di essi considera la colonizzazione in modo positivo, ricordando che se nel 1960 il Congo contava meno di dieci professori universitari, la rete dell'insegnamento elementare copriva praticamente l'intero paese. Per ora, i belgi preferiscono citare le derive dello Zaire del maresciallo Mobutu. Sono pochi i ricercatori e gli scrittori che, come Jules Marchal, hanno denunciato le iniquità della colonizzazione (6).
In questo quadro, la commissione parlamentare d'inchiesta sulla responsabilità delle autorità nell'assassinio di Patrice Lumumba ha avuto l'effetto di una doccia fredda. Fin dal 1958, il primo ministro del Congo indipendente, che godeva di una incontestabile popolarità, era stato oggetto di una campagna di ostracismo orchestrata dai belgi. E non a caso: il 30 giugno 1960, nel corso delle cerimonie per l'indipendenza, Lumumba dichiarò senza mezzi termini a re Baldovino che la legge non era mai uguale per bianchi e neri. Dopo questo discorso, ritenuto un insulto dal discendente di Leopoldo II, Bruxelles decise di fare di tutto per allontanarlo dal potere. È stato un ricercatore e sociologo fiammingo, Ludo De Witte, a suscitare lo scandalo: il suo libro, L'Assassinat de Lumumba (7), è stato la prima confutazione sistematica della storia ufficiale. Per De Witte, Patrice Lumumba, sentito come una minaccia per gli interessi economici belgi e odiato dalla Chiesa cattolica per le sue amicizie laiche, fu puramente e semplicemente vittima di un crimine di stato, fomentato dalle autorità e coperto dalle più alte istanze. Questa tesi ha portato alla creazione di una commissione parlamentare d'inchiesta che, assistita da esperti, ha ascoltato decine di testimoni, spulciato gli archivi del ministero degli esteri e del palazzo e ordinato perquisizioni e sequestri di documenti. Il 16 novembre scorso, la commissione ha prodotto un rapporto agghiacciante.
Fin dal luglio 1960, il governo belga, senza rispetto per la sovranità del Congo, si è fortemente impegnato nell'eliminazione politica di Lumumba. Bruxelles ha incoraggiato le secessioni del Katanga e del Kasai, il cui scopo era l'indebolimento dello stato unitario, mentre le grandi società (l'Union minière nel Katanga, la Forminière nel Kasai) pagavano le tasse alle autorità secessioniste. Il governo belga ottenne che il Parlamento votasse fondi segreti per l'equivalente di 270 milioni di franchi belgi attuali (6.7 milioni di euro). Questa somma rilevante, cui si aggiunsero contributi privati, gli permise di sovvenzionare una campagna di destabilizzazione e di azioni segrete: consegna di armi, appoggio all'arresto di Lumumba, tentativo di sequestro, preparazione di un attentato... Implacabile, il rapporto ricorda le parole del ministro degli esteri del tempo, Pierre Vigny («occorre mettere Lumumba in condizioni di non nuocere»), e quelle del ministro degli affari africani Harold d'Aspremont Lynden, il quale, in un telex del 6 ottobre 1960, auspicava «l'eliminazione definitiva» di un Lumumba ormai destituito e prigioniero. Quando, nel novembre 1960, Lumumba è ripreso mentre tenta di fuggire per raggiungere i suoi amici a Stanleyville (Kisangani), le autorità belghe insistono per farlo trasferire nel Katanga, dove i suoi peggiori nemici hanno giurato di eliminarlo. Come da copione, cinque ore dopo l'arrivo, Lumumba e i suoi due compagni Joseph M'Polo e Maurice Okito vengono uccisi da gendarmi e poliziotti katanghesi, alla presenza di un commissario di polizia e di tre ufficiali di nazionalità belga.
Se l'elenco dei fatti rilevati è implacabile, la conclusione del rapporto è meno dura: la commissione constata che in nessun momento il governo belga né alcuno dei suoi componenti ha dato l'ordine di eliminare fisicamente il primo ministro congolese. In conclusione, dunque, certi membri del governo belga del tempo hanno una semplice «responsabilità morale» nelle circostanze che hanno portato all'assassinio di Lumumba. La commissione lascia al Parlamento la cura di pronunciarsi su una qualificazione più circostanziata degli indizi e su eventuali riparazioni. Anche se i deputati, in cerca di consenso, non si sono pronunciati sulla responsabilità politica delle autorità del tempo, il loro operato è di una grande onestà intellettuale e continuerà senza dubbio a far discutere.
Le accuse a re Baldovino Una delle conclusioni della commissione d'inchiesta colpisce infatti direttamente l'immagine di un uomo a cui molti belgi consacrano un vero e proprio culto: re Baldovino. Quest'ultimo, molto ostile a Lumumba e molto favorevole a Moise Tschombe, il leader secessionista del Katanga, ha condotto nel Congo una propria politica personale.
Sebbene fosse a conoscienza delle minacce che pesavano sulla vita del primo ministro congolese, non ne ha informato il governo. Rivolgendo un biasimo discreto all'istituzione monarchica, la commissione ricorda che «ogni atto del capo dello stato suscettibile di avere direttamente o indirettamente una influenza politica deve essere coperto da un ministro». Gli archivi spulciati dagli esperti portano alla luce anche la politica belga nel Ruanda e nel Burundi: certi documenti ricordano che nel 1960 Bruxelles aveva messo agli arresti domiciliari il figlio del mwami (re) del Burundi, il principe Louis Rwagasore, e prevedeva una sua eventuale liberazione solo se avesse rinunciato a ogni attività politica. Un anno dopo, Rwagasore, diventato primo ministro, veniva assassinato da un killer greco assoldato dal Partito democratico cristiano (Pdc), vicino al Belgio e alla Chiesa. Congo, Ruanda, Burundi: le autorità belghe, una nuova generazione politica in uno stato diventato federale, si sono impegnati a portare a termine la ricerca della verità sulla politica africana condotta in passato dallo stato unitario. Esse sperano che questo lavoro consenta di voltare la pagina di un passato poco glorioso e di ricostruire nuove relazioni con l'Africa. In particolare, il Belgio conta di contribuire al ripristino della pace in un Congo che non si è mai rimesso dal crimine di stato perpetrato nel 1960 (8).
note:
*Giornalista, Le Soir (Bruxelles).
(1) Le Soir, Bruxelles, 8 aprile 2000.
(2) Si legga Colette Braeckman, «Ruanda, autopsia di un genocidio pianificato» , Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 1995.
(3) Si legga la testimonianza di Monique Bernier, La Honte e Le Silence des collines, Les Éperonniers, Bruxelles, 2000 e 2001.
(4) Congo, mythes et réalités, 100 ans d'histoire, Duculot, Lovanio, 1989.
(5) Si legga Adam Hochschild, Les Fantômes du Roi Léopold, un holocauste oublié, Belfond, Parigi, 1998.
(6) Jules Marchal, L'Histoire du Congo 1910-1945, tomo 1, 1999, tomo 2, 2000, tomo 3, 2001, ed. Paula Bellings, Borgilon.
(7) Karthala, Parigi, 2000.
(8) Si legga Colette Braeckman, «Guerra senza vincitori nella Repubblica democratica del Congo», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2001.
(Traduzione di M. G. G.)