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Media in crisi Ignacio Ramonet
Nulla simboleggia meglio lo spaesamento della stampa francese, messa di fronte al calo allarmante della sua diffusione, della recente disponibilità del quotidiano Libération, un tempo maoista, a favorire l'assunzione del controllo sul 37% del suo capitale da parte del banchiere Edouard de Rotschild. E recentemente il gruppo Socpresse, editore di una settantina di testate tra cui Le Figaro, L'Express, L'Expansion, e di decine di giornali regionali, è stato a sua volta acquistato da un fabbricante d'armi, Serge Dassault. Com'è noto, un altro industriale degli armamenti, Arnaud Lagardère, è già proprietario del gruppo Hachette (1) che possiede circa 47 riviste (tra cui Elle, Parents, Première) e vari quotidiani quali La Provence, Nice Matin o Corse Presse. Se i dati della diffusione dovessero continuare a scendere, la stampa scritta indipendente rischierebbe di cadere a poco a poco sotto il controllo di un ristretto numero di industriali - Bouygues, Dassault, Lagardère, Pinault, Arnault, Bolloré, Bertelsmann...
- che moltiplicando le reciproche alleanze mettono a repentaglio il pluralismo. Anche il principale gruppo indipendente nel campo della stampa scritta, La Vie-Le Monde, ha subito recentemente notevoli scosse, in particolare le dimissioni del direttore della redazione di Le Monde. Per via del ruolo fondamentale che questo giornale occupa nella vita intellettuale francese, c'è da augurarsi che resti al riparo dai predatori che lo accerchiano; e che - come ha scritto Jean-Marie Colombani su Le Monde del 16 dicembre 2004 - la nuova tappa che comincia si caratterizzi meno per la messa in scena e più per «la ricerca dell'esattezza», utile ai lettori per «trovare un riferimento, una risposta sicura, una convalida»: in breve, «un giornale in cui la competenza prevalga su ogni connivenza». La recessione colpisce ormai anche la stampa di riferimento, e per la prima volta da oltre quindici anni non risparmia neppure Le Monde diplomatique. Il nostro giornale, che dal 1990 aveva registrato una crescita costante della sua diffusione, raggiungendo tra il 2001 e il 2003 un aumento record delle vendite (oltre il 25%!) nel 2004 dovrà constatare (sebbene i risultati definitivi non siano ancora disponibili) una diminuzione del 12% circa (2). Anche i grandi quotidiani della stampa nazionale registreranno per lo più un calo preoccupante, che andrà spesso ad aggiungersi a quello già subìto nel 2003. Il fenomeno non è circoscritto alla Francia. Ad esempio, il quotidiano americano International Herald Tribune è arretrato nel 2003 del 4,15%; e nel Regno unito, il Financial Times ha venduto il 6,6% in meno. In Germania, nel corso degli ultimi 5 anni la diffusione è complessivamente calata del 7,7%, in Danimarca del 9,5%, in Austria del 9,9%, in Belgio del 6,9%. Persino il Giappone, la cui popolazione è sempre stata grande consumatrice di giornali, ha registrato un calo delle vendite del 2,2%. In seno all'Unione europea, nel corso degli ultimi otto anni il numero dei quotidiani venduti è diminuito di 7 milioni di esemplari. Su scala mondiale, la diffusione dei giornali a pagamento cala mediamente del 2% l'anno. E molti ormai si chiedono se la stampa scritta non faccia ormai parte del passato, se non sia un mezzo di comunicazione dell'era industriale, in via di estinzione. Qua e là si assiste alla scomparsa di varie testate. In Ungheria, il 5 novembre 2004 il quotidiano Magyar Hirlap (proprietà del gruppo svizzero Ringier) ha gettato la spugna. E il giorno prima, il 4 novembre a Hong Kong, chiudeva i battenti il settimanale di riferimento sulle questioni asiatiche Far Eastern Economic Review (proprietà del gruppo americano Dow Jones). In Francia, il 7 dicembre 2004, ha sospeso le pubblicazioni il mensile Nova Magazine. Negli Stati uniti, tra il 2000 e il 2004, più di 2.000 posti di lavoro sono stati soppressi nella stampa scritta, ossia il 4% del totale. La recessione colpisce anche le agenzie di stampa che forniscono le notizie ai giornali. Reuters, la più importante, ha appena annunciato che ridurrà il suo personale a 4.500 dipendenti. Le cause esterne di questa crisi sono ben note. Da un lato, la devastante offensiva dei quotidiani gratuiti. In Francia, in termini di audience 20 Minutes è già largamente in testa, e raggiunge in media 2 milioni di lettori al giorno, distanziando abbondantemente Le Parisien (1,7 milioni) e un altro giornale gratuito, Métro, letto ogni giorno da 1,6 milioni di persone. Queste testate attirano a sé importanti flussi pubblicitari, dato che gli inserzionisti non fanno distinzioni tra chi compra il giornale e chi lo riceve gratuitamente. Per resistere a questa concorrenza, alcune testate, soprattutto in Italia e in Spagna, in Grecia e in Turchia, propongono ogni giorno, contro un piccolo supplemento di prezzo, dvd, cd, libri, enciclopedie, ma anche collezioni di francobolli o di vecchie banconote, o ancora bicchieri, scacchiere, eccetera. Cresce così la confusione tra informazione e merce, col pericolo che i lettori non sappiano più cosa comprano. In questo modo, i giornali annacquano la propria identità, svalutano la testata e innescano un ingranaggio diabolico dagli esiti imprevedibili. L'altra causa esterna è ovviamente Internet, che prosegue la sua favolosa espansione. Nel solo primo trimestre del 2004, sono stati creati più di 4,7 milioni di nuovi siti web. Nel mondo ne esistono attualmente circa 70 milioni, e gli utenti superano ormai i 700 milioni. Nei paesi sviluppati, molti si disinteressano alla stampa scritta e persino alla Tv per ripiegare sullo schermo del computer. A incidere su questo sviluppo è in particolare l'Adsl (Asymetric Digital Subscriber Line). Per un costo che varia dai 10 ai 30 euro al mese, ci si può abbonare alla connessione veloce con Internet. Già oggi in Francia sono abbonate più di 5,5 milioni di famiglie, che hanno quindi accesso alla stampa on line al altissima velocità (in tutto il mondo, il 79% dei giornali possiedono edizioni on line), oltre a ogni sorta di testi, alla corrispondenza, a fotografie, musica, trasmissioni televisive o radiofoniche, film, videogiochi ecc. C'è poi il fenomeno dei blog, così tipico della cultura del web, esploso un po' dovunque nel corso del secondo semestre 2004: con il tono del diario intimo vi si mescolano senza complessi informazioni e opinioni, fatti accertati e dicerie tutte da verificare, analisi documentate e impressioni fantasiose. Il loro successo è tale che si possono trovare ormai nella maggior parte dei giornali on line. Quest'infatuazione dimostra che molti lettori preferiscono la soggettività e la parzialità rivendicata dal blogger alla falsa obiettività, alla parvenza ipocrita di imparzialità della grande stampa. E la connessione alla galassia Internet attraverso il cellulare tuttofare potrebbe dare un ulteriore colpo di acceleratore a questa tendenza. L'informazione diventa ancora più mobile e nomade. Si può sapere in ogni momento quel che accade nel mondo. In India, la società Times Internet, filiale multimediale del quotidiano Times of India, ogni mese diffonde via cellulare oltre 30 milioni di notizie in forma di Sms (Short Message Service), una tecnologia che offre una comunicazione rapida, breve e poco cara. In Giappone o in Corea del Sud, un numero sempre maggiore di persone ascolta le notizie attraverso il cellulare. Risultato: la concorrenza sempre più accanita tra i media miete le sue vittime in tutti i settori dell'informazione - ad eccezione di Internet (3). Ma questa crisi ha anche le sue cause interne, dovute in primo luogo alla perdita di credibilità della stampa scritta. Innanzitutto perché come abbiamo visto, quest'ultima fa sempre più parte della proprietà di gruppi industriali che controllano il potere economico e sono in connivenza con quello politico. E perché la parzialità, la mancanza di obiettività, le bugie, le manipolazioni, o anche le vere e proprie bufale sono in continuo aumento. Come sappiamo, non c'è mai stata un'età dell'oro dell'informazione. Ma l'attuale deriva sta investendo anche i quotidiani di qualità. Negli Stati uniti, il caso Jayson Blair, il giornalista-divo autore di numerosi falsi, che ha copiato articoli da Internet e si è inventato decine di storie, ha causato un danno enorme al New York Times, che aveva dedicato spesso la prima pagina alle sue affabulazioni (4). Questo giornale, considerato dai professionisti come un punto di riferimento, ha vissuto in quella occasione un vero terremoto: i due redattori-capo, Howell Raines e Gerald Boyd, sono stati costretti a dimettersi, e per la prima volta è stata creata la carica dell'ombudsman (difensore civico), affidata a Daniel Okrent, saggista ed ex redattore capo della rivista Time. Alcuni mesi dopo esplode un altro scandalo ancora più clamoroso che coinvolge il primo quotidiano degli Stati uniti, Usa Today. I suoi lettori scoprono con stupore che il più celebre dei suoi reporter, Jack Kelley, un divo internazionale che ha intervistato 36 capi di stato, coperto una decina di guerre e da dieci anni percorre il pianeta in lungo e in largo è un vero vizioso della panzana, un «serial-bidonista». Tra il 1993 e il 2003, Kelley aveva inventato centinaia di storie sensazionali. Ad ogni evento si trovava, come per caso, sempre nel posto giusto per poter raccontare episodi straordinari e appassionanti. Una volta sostenne di essere stato testimone di un attentato in una pizzeria di Gerusalemme, e descrisse i tre uomini a cena a un tavolo accanto a lui, e poi l'esplosione che avrebbe lanciato in aria i loro corpi staccandone le teste e mandandole a rotolare in mezzo alla strada ... L'intossicazione irachena Il più grossolano dei suoi servizi, apparso il 10 marzo 2000, riguardava un episodio ambientato a Cuba. Kelly aveva fotografato una certa «Jacqueline», dipendente di un albergo, e raccontato con profusione di dettagli la sua fuga clandestina a bordo di un fragile scafo e la sua tragica fine, nelle acque dello Stretto di Florida. Ma quella ragazza, che in realtà si chiama Yamilet Fernández, è viva e vegeta e non ha mai vissuto un'avventura del genere. Un altro giornalista di Usa Today, Blake Morrison, ha avuto modo di incontrarla e di accertare che Kelley si era inventato tutto (5). Le rivelazioni di queste frodi, considerate tra i maggiori scandali del giornalismo americano, sono costate il posto alla direttrice della redazione, Karen Jurgensen, e ad altri due importanti dirigenti: Brian Gallagher, il suo vice, e Hal Ritter, responsabile dell'informazione (6). Più recentemente, in piena campagna elettorale, un nuovo sisma deontologico ha scosso l'universo dei media. Il divo del telegiornale della Cbs Dan Rather, presentatore della prestigiosa trasmissione «Sixty Minutes», ha ammesso di aver diffuso, senza prima verificarli, alcuni documenti falsi per dimostrare che il presidente Bush aveva beneficiato di appoggi per sottrarsi alla guerra del Vietnam (7). Dan Rather ha dichiarato che si sarebbe dimesso e che avrebbe abbandonato il mestiere. A tutti questi disastri va inoltre aggiunta la diffusione da parte dei grandi media trasformati in organi di propaganda - e in particolare della Fox News (8) - delle bugie della Casa bianca a proposito dell'Iraq. I giornali non hanno né verificato, né messo in dubbio le affermazioni dell'amministrazione Bush. Se lo avessero fatto, un documentario come Farenheit 9/11 di Michael Moore non avrebbe riportato un così grande successo, dato che le informazioni contenute nel film erano disponibili da tempo. Ma occultate dai media. Anche il Washington Post e il New York Times hanno partecipato al «lavaggio dei cervelli», come è stato ampiamente dimostrato da uno specialista dei media quale John Pilger: «Molto prima dell'invasione, questi due quotidiani gridavano 'al lupo' per conto della Casa bianca. Sulla prima pagina del New York Times si potevano leggere titoli quali: 'Arsenale segreto [dell'Iraq]: caccia ai batteri da guerra', 'Un disertore descrive i progressi della bomba atomica in Iraq', 'un iracheno parla dell'ammodernamento dei siti delle armi chimiche e nucleari', o 'Disertori avallano i dati americani contro l'Iraq: i funzionari confermano'. Tutti questi articoli si sono rivelati pura e semplice propaganda. In una comunicazione interna via e-mail (pubblicata dal Washington Post) Judith Miller, giornalista-diva del New York Times, ammette che la sua fonte principale era Ahmed Chalabi, un iracheno prevaricatore, esiliato e condannato dai tribunali, già leader del Congresso nazionale iracheno (Cni) con sede a Washington, finanziato dalla Cia. Un'inchiesta del Congresso Usa ha concluso in seguito che quasi tutte le informazioni fornite da Chalabi e da altri esiliati del Cni erano del tutto prive di valore (9)» . Un funzionario della Cia, Robert Baer, ha spiegato il funzionamento di questo sistema di «intossicazione» dell'informazione. «Il Congresso nazionale iracheno (Cin) riceveva le sue informazioni da finti disertori e le rifilava al Pentagono; dopo di che lo stesso Congresso nazionale iracheno passava quelle informazioni ai giornalisti dicendo: 'Se non credete a noi, chiamate il Pentagono'. In altri termini, quelle informazioni seguivano un percorso a circuito chiuso. Così sia il New York Times che il Washington Post potevano dire di disporre di due fonti per le loro notizie sulle armi di distruzione di massa in Iraq. E i giornalisti non cercavano di saperne di più, anche perché spesso la direzione del giornale chiedeva loro di sostenere il governo per spirito patriottico (10)». Il redattore capo del Washington Post, Steve Coll, è stato costretto a dimettersi il 25 agosto 2004, dopo un'inchiesta in cui si denunciava il rifiuto di concedere sufficiente spazio agli articoli che contestavano le tesi governative nel periodo precedente l'invasione dell'Iraq (11). Anche il New York Times ha fatto il suo mea culpa: in un editoriale pubblicato il 26 maggio 2004 ha riconosciuto di aver mancato di rigore nel presentare gli eventi che hanno condotto alla guerra, e a espresso rammarico per aver pubblicato «informazioni erronee». In Francia, i disastri mediatici non sono da meno. Lo dimostra ad esempio il modo in cui i principali media hanno trattato i casi di Patrice Alègre, dell'addetto ai bagagli di Orly, dei pedofili di Outreau e di Marie L., che sosteneva di aver subito un'aggressione di segno antisemita nella metropolitana Rre D (12). Il fenomeno è identico anche in altri paesi. In Spagna, per esempio, dopo gli attentati dell'11 marzo 2004, i media controllati dal governo di José Maria Aznar si sono prestati a una manipolazione che tentava di imporre una «verità ufficiale» per fini elettorali, e cercava di occultare le responsabilità delle rete al Qaeda attribuendo invece il crimine all'organizzazione basca Eta. Tutti questi episodi, così come l'alleanza sempre più stretta con i poteri economico e politico, hanno inferto un colpo terribile alla credibilità dei media. E rivelano un preoccupante deficit democratico. A dominare è il giornalismo compiacente, mentre quello critico perde colpi. C'è persino da chiedersi se ai tempi della globalizzazione e dei megagruppi mediatici la nozione di stampa libera non si stia perdendo. In questo senso, le dichiarazioni di Serge Dassault confermano ogni timore. Appena assunta funzione, il nuovo proprietario del Figaro ha detto ai redattori: «Auspicherei, per quanto possibile, che il giornale valorizzi le nostre imprese. Reputo che certe informazioni necessitano di molte precauzioni. È il caso di articoli sui contratti in corso di negoziato. Vi sono informazioni che fanno più male che bene. Si rischia di mettere in pericolo gli interessi commerciali o industriali del nostro paese (13)». Ciò che Dassault chiama «nostro paese», lo si sarà capito, è la sua fabbrica d'armi, Dassault Aviation. È senza dubbio per proteggerla che ha censurato un'intervista sulla vendita fraudolenta di aerei Mirage a Taiwan. E stessa sorte è toccata a una notizia su alcune conversazioni intercorse tra Jacques Chirac e Abdelaziz Bouteflika a proposito di un progetto di vendita d'aerei Rafale all'Algeria (14). Le recenti spiegazioni di Dassault in merito alle ragioni che lo hanno indotto a comprare L'Express e Le Figaro - «un giornale - ha dichiarato - permette di far passare un certo numero di idee sane» - hanno ulteriormente preoccupato i giornalisti (15). Confrontando i propositi di Dassault con quelli di Patrick Le Lay, padrone di Tf1, circa la vera funzione della sua rete, gigante dei media francesi - «Il mestiere di Tf1 - aveva dichiarato Le Lay - è quello di aiutare Coca Cola a vendere il suo prodotto. Ciò che vendiamo a Coca Cola è un tempo disponibile di cervello umano (16)» - , l'ossessione commerciale e l'etica dell'informazione appaiono così in contraddizione da evidenziare il pericolo insito nel miscuglio dei generi. Il miscuglio dei generi può andare molto lontano e all'insaputa dei lettori. Così Walter Wells, direttore dell'International Herald Tribune (che appartiene al gruppo New York Times, quotato a Wall Street), ha recentemente messo in guardia sulle conseguenze dell'entrata in Borsa delle imprese di stampa: «Spesso, chi deve prendere una decisione giornalistica si chiede se ciò farà abbassare o aumentare di qualche centesimo il valore borsistico delle azioni dell'impresa editrice. Un genere di considerazioni diventato talmente importante che i direttori dei quotidiani ricevono costantemente direttive in merito da parte dei proprietari che finanziano il giornale. È un fatto nuovo nel giornalismo contemporaneo, non era così prima (17)». Le opinioni sono sacre, i fatti meno Su Internet, questa confusione che finisce per intrappolare i lettori può andare ancora più lontano. E così, il sito di Forbes, rivista americana di economia (Forbes.com), utilizza una nuova procedura pubblicitaria: integra direttamente nel contenuto degli articoli i link promozionali. Gli inserzionisti comprano delle parole-chiave, e quando il mouse dell'internauta ci passa sopra, si apre una finestra in cui compare un messaggio pubblicitario. Ai giornalisti non vengono dette le parole-chiave acquistate dagli inserzionisti, ma già alcuni si chiedono se non verrà loro domandato di scrivere degli articoli che contengano determinate parole, potenziali fonti di business per l'impresa di stampa. Un numero sempre maggiore di cittadini sta prendendo coscienza di questi pericoli. Essi danno prova di un'estrema sensibilità nei confronti delle manipolazioni mediatiche, e sembrano convinti che nelle nostre società pullulanti di media, l'informazione sia paradossalmente più insicura che mai. Le notizie proliferano ma le garanzie di affidabilità sono inesistenti. Riceviamo informazioni, ma senza la minima certezza quanto alla loro attendibilità; e spesso queste informazioni finiscono per essere smentite. Assistiamo al trionfo del giornalismo speculativo e spettacolare, a scapito di un giornalismo di informazione vera. La messinscena (l'imballaggio) prevale sulla verifica dei fatti. Molti quotidiani della stampa scritta, anziché erigersi a ultimo baluardo contro questa deriva legata all'accelerazione e all'immediatezza, hanno mancato alla loro missione, e in nome della pigrizia o di una concezione poliziesca (18) del giornalismo d'inchiesta hanno contribuito a volte a screditare quello che a suo tempo venne definito il «quarto potere». Il nostro fondatore, Hubert Beuve-Méry, ricordava sempre: «I fatti sono sacri, l'opinione è libera». Ma l'atteggiamento che si diffonde nei media sembra capovolgere questa formula. Sono sempre di più i giornalisti che considerano sacre le loro opinioni, raramente supportate da riscontri oggettivi, e che deformano i fatti per giustificare le loro opinioni. In un contesto in cui si diffonde una visione pessimistica del futuro a scapito dell'entusiasmo militante, la redazione di Le Monde diplomatique si appresta a migliorare l'offerta editoriale, nella convinzione che non vi sia nulla di più importante dell'impegno a non tradire la fiducia dei suoi lettori. Contiamo sulla loro mobilitazione e solidarietà per difendere l'indipendenza del nostro giornale, garanzia della nostra libertà. Il modo migliore per sostenerci è quello di non tardare ad abbonarsi e a offrire abbonamenti agli amici. Desideriamo essere il giornale della società in movimento, il giornale di chi vuole che il mondo cambi.Ci sforziamo di rimanere fedeli ai principi fondamentali che caratterizzano il nostro modo di informare: frenando l'accelerazione mediatica; scommettendo su un giornalismo illuminista, per fare chiarezza sulle zone d'ombra dell'attualità; interessandoci a situazioni che non sono sotto i riflettori delle notizie dell'ultima ora, ma aiutano a comprendere meglio il contesto internazionale; proponendo dossier ancora più completi, approfonditi e documentati sulle grandi questioni contemporanee; andando al fondo dei problemi con metodo, rigore e serietà; presentando informazioni e analisi inedite, spesso occultate; non temendo di andare contro corrente rispetto ai media dominanti. Rimaniamo convinti che dalla qualità dell'informazione dipenda il livello del dibattito nella società civile. È la natura di questo dibattito a determinare in ultima istanza la ricchezza della democrazia. note:
(1) Hachette Filipacchi Médias, filiale di Lagardère Media, è il primo editore di periodici al mondo, con 245 titoli pubblicati in 36 paesi. Si veda il sito: www.observatoire-medias.info. Nel gruppo Le Monde SA - azionista principale (51%) di Le Monde diplomatique SA - , il gruppo Lagardère è azionista (10%) di Midi libre e di Monde interactif. (2) In compenso, il numero degli articoli letti ogni giorno sul nostro sito nazionale (gratuito) continua a crescere; le nostre edizioni estere (in una ventina di lingue) sono attualmente 45 e, in totale, la loro diffusione supera 1,1 milioni d'esemplari. (3) Negli Stati uniti, l'indice di ascolto dei telegiornali delle grandi reti ogni sera è passata, in media, da 36,3 milioni nel 1994 a 26,3 milioni nel 2004. (4) Si legga Le Monde del 21 maggio 2003, e Time del 16 giugno 2003. (5) www.usatoday.com/news/2004-03-19-2004-03-19-kelley-cuba_x.htm. (6) Le Monde, 30 aprile 2004. (7) Le Monde, 28 settembre 2004. (8) Si veda il documentario di Robert Greenwald, Outfoxed (2004). (9) John Pilger «Fabriquer des citoyens consommateurs mal informés et bien-pensants» Le Monde diplomatique, ottobre 2004. (10) Nel documentario di Robert Greenwald, Uncovered (2003). (11) The Washington Post, 12 agosto 2004. (12) Si legga Gilles Balbastre,«Les faits divers, ou le tribunal implacable des médias» Le Monde diplomatique, dicembre 2004. (13) Le Monde, 9 settembre 2004. (14) Le Canard enchaîné, 8 settembre 2004. (15) Dopo che Dassault ebbe preso possesso della Socpresse. 268 giornalisti del gruppo, ossia circa il 10% degli effettivi, si sono appellati alla clausola di cessione e se ne sono andati. (16) Nel libro Les Dirigéants face au changement, Editions du Huitième Jour, Parigi, 2004. (17) El Mundo, Madrid, 12 novembre 2004. (18) Dove troppo spesso si fa confusione tra informatori e confidenti di polizia, inchieste vere e registrazione di fonti anonime. (Traduzione di E.H.) |