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Dall'FMI al Vaticano L'astutissimo signor Camdessus In Germania, il ricatto della delocalizzazione ha permesso a Volkswagen di congelare i salari e non pagare una parte degli straordinari. E già Peter Hartz, direttore delle risorse umane nel gruppo, era riuscito a far passare un piano di riduzione delle indennità di disoccupazione approvato dal governo di Gerhard Schröder per il 1° gennaio. Un programma simile a quello di Jean-Pierre Raffarin in merito alle disposizioni sulle 35 ore e ai licenziamenti. Non c'è un direttore d'orchestra, ma la pressione delle multinazionali e delle istituzioni internazionali. Esse sanno di poter contare sulla garanzia di esperti come Michel Camdessus - in passato governatore della Banca di Francia e poi direttore generale del Fondo monetario internazionale - , la cui capacità di valorizzare misure di regresso sociale non è diminuita nonostante i ripetuti fallimenti.
Martine Bulard
«Osservo con soddisfazione che i russi hanno ottemperato ai criteri macroeconomici in materia di disinflazione e di bilancio». Chi lo ha detto? Michel Camdessus, all'epoca direttore dell'Fmi (Fondo monetario internazionale). Era il gennaio 2001 (1). Nello stesso momento, le statistiche ufficiali confermavano che in Russia, tra il 1989 e il 2000, il prodotto interno lordo era crollato di un terzo, e l'aspettativa di vita aveva fatto registrare un calo senza precedenti (3,7 anni) (2), per non parlare della creazione di una mafia...
E chi ha detto: «L'Argentina ha una storia da raccontare al mondo: una storia sull'importanza della disciplina fiscale, dei cambiamenti strutturali e di una politica monetaria rigorosamente osservata»? Sempre Michel Camdessus, presso la sede dell'Fmi, il 1° ottobre 1998. Il seguito è noto: il tracollo industriale, l'esplosione della miseria (3). Queste e decine di altre dichiarazioni dello stesso tipo sono state largamente ignorate quando, nell'ottobre scorso, Michel Camdessus ha presentato la sua relazione sulla Francia (4). Nicolas Sarkozy, allora ministro dell'economia e della finanza e destinatario del suddetto esercizio, ha dichiarato immediatamente che ne farà la sua lettura preferita, il libro da tenere sul comodino (si legga l'articolo di Serge Halimi a pagina 18). È la fonte di ispirazione del governo, e il Medef (Mouvement des entreprises de France) ne ha fatto la sua bibbia. I media lo hanno incensato. Nessun telegiornale o dibattito politico, nessuna trasmissione letteraria (no, non è una battuta...) ha potuto sottrarsi all'apparizione di Michel Camdessus . Eppure l'ex maître à penser dell'Fmi, consigliere di nuova nomina di Giovanni Paolo II, ha come segno particolare quello di essere un esperto che non ne azzecca una. Dovunque, il passaggio di Michel Camdessus ha segnato il trapasso delle economie emergenti. Tanto che le contestazioni della sua politica ultraliberista hanno finito per indurlo, il 14 febbraio 2000, a dimettersi dalla direzione dell'istituzione internazionale un anno prima della scadenza del suo mandato. Nei suoi tredici anni di regno all'Fmi, Camdessus ha potuto dare applicazione al suo programma. Risultato: una decina di crisi finanziarie di vasta portata. E ogni volta le soluzioni imposte hanno aggravato lo stato di crisi - quando addirittura non lo hanno prodotto. È accaduto in Messico (1994), in Thailandia (1997), nel complesso delle economie del Sudest asiatico (1997-1998), in Russia (1998), in Brasile (1999). L'esperto si è allontanato dai luoghi prima di constatare i guasti della sua politica in Turchia (2001) e soprattutto in Argentina (2001-2002). «Avevo l'illusione di poter essere un architetto - ha spiegato il 19 giugno 2000 a Parigi, davanti all'Assemblea della Compagnia francese di assicurazioni per il commercio estero (Coface) - ma ho dovuto limitarmi a fare il pompiere». Un pompiere piromane. Il caso della crisi indonesiana basterebbe da solo a riassumere il metodo Camdessus. Coinvolta nel «miracolo asiatico», nell'estate 1997 l'Indonesia subisce l'ondata di speculazioni che ha colpito la Thailandia, prima di propagarsi alla Malaysia e a Hong Kong, senza risparmiare il Giappone. I miliardi di dollari investiti nell'immobiliare e in borsa - cosa che gli esperti dell'Fmi avevano scambiato per una prova del successo della liberalizzazione dei mercati finanziari indonesiani - disertano il paese; la rupia perde l'80% del suo valore, il mercato immobiliare crolla e lo stato si indebita per cercare di arginare il disastro. Ma inutilmente. Il governo allora fa appello all'Fmi e alla Banca mondiale, che concedono prestiti per circa 25 miliardi di dollari, a condizione che venga applicato un «programma di aggiustamento strutturale» apparentemente tecnico: «migliorare l'efficienza dei mercati (5)», «imporre una stretta alla politica monetaria e di bilancio»... Ma si tratta di misure che nella vita reale comportano la fine del sostegno ai consumi di prima necessità e l'impennata dei prezzi: aumenti del 200% per l'elettricità, del 50% per il latte, del 36% per il riso tra l'agosto 1997 e il gennaio 1998 (6). I tassi d'interesse vanno alle stelle (il 40%, a fronte di un'inflazione del 12%) facendo esplodere i debiti. I fallimenti non si contano più, molte banche chiudono, l'occupazione e i salari crollano. Nel tentativo di reprimere le sommosse nate dalla fame, il governo ordina di sparare sulla folla: 5 morti. Nel caos totale rinascono i conflitti etnici. L'Indonesia non è ancora riuscita a riprendersi. «La critica contro l'Fmi, tuttavia, va oltre. Esso, infatti - scrive Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l'economia - , non si è limitato a insistere affinché venissero adottate le politiche che hanno poi condotto alla crisi, ma ha continuato a portarle avanti anche se non c'era nessuna prova certa che potessero favorire la crescita, mentre , questo era sicuro, ponevano i paesi in via di sviluppo di fronte a rischi enormi (7)». La controprova è il caso della Malaysia, che pure, durante lo stesso periodo (1997-1998), si è trovata alle prese con i movimenti speculativi, ma ha rifiutato il programma di aggiustamento architettato da Camdessus e dalla sua banda di esperti. Il governo impone una serie di regole alle banche, mantiene il controllo dei cambi, e riesce così a far rimanere il tasso d'interesse relativamente basso (6,4% alla fine del 1998). Il capo dell'Fmi lo redarguisce aspramente, rinfacciandogli «l'illusione di potersi mantenere al riparo da una crisi internazionale grazie al controllo dei cambi (8)». Ma la Malaysia esce dalla tormenta meno malconcia dei suoi vicini, e riesce a riprendere quota più rapidamente. Lo sconcerto è tale che lo stesso presidente della Banca mondiale, James D. Wolfensohn, è chiamato a dare spiegazioni. Il 6 ottobre 1998, davanti al Consiglio dei governatori a Washington, ammette: «Quando poniamo mano al raddrizzamento degli equilibri di bilancio, dobbiamo sapere che forse saranno soppresse le cure mediche per i meno abbienti, o i programmi che consentono ai bambini di andare a scuola». E ha poi aggiunto: «Dobbiamo condurre un dibattito in cui le cifre non abbiano più peso degli esseri umani». È un vero peccato che tre anni dopo la Banca mondiale abbia dimenticato queste buone intenzioni, e imposto all'Argentina un programma di austerità che ha fatto implodere il paese... ma ha contribuito a far rimborsare i creditori (9). È un principio: banche, multinazionali e governanti corrotti escono vincenti da ogni crisi, grazie ai fondi pubblici e ai prestiti dell'Fmi. A detta degli esperti, si tratterebbe di un male necessario, al quale peraltro hanno trovato un nome: il «rischio morale». Ma i problemi etici non sembrano turbare Michel Camdessus. In barba alle critiche che dal 1998 incominciano a salire di tono, assicura che la crisi va ascritta «ai leader politici restii ad accettare i consigli discreti (dell'Fmi) per la riforma dei loro sistemi finanziari e a correggere le deficienze del governo della cosa pubblica (10)». In sostanza, il rimedio va bene, e tutto il male viene dai governi (e dai popoli). Non una parola di rammarico per le vittime indonesiane della sua politica: «Non avevo previsto che i soldati avrebbero sparato sulla folla (11)». Tuttavia Camdessus si premura di precisare: «La liberalizzazione finanziaria ha una cattiva reputazione, ma rimane l'obiettivo finale corretto». Da allora, l'Fmi ha un suo programma di lotta contro la povertà; ma l'«obiettivo finale» resta immutato. «Più l'apertura di un'economia è rapida e meglio è - afferma tuttora Anne O. Krueger, prima direttrice generale aggiunta - . Per ragioni economiche (...). E perché quanto più un'economia è aperta, tanto più è difficile fare marcia indietro in materia di riforme (12)». I popoli hanno il diritto di votare, non quello di cambiare politica. La Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (Cnuced) (13) ha tratto da tutte queste esperienze la seguente conclusione: se la liberalizzazione dei mercati «ha provocato il caos in Estremo oriente e in Russia e neutralizzato i progressi compiuti in America latina», l'India e la Cina, che hanno «resistito alla tentazione di perseguire una liberalizzazione prematura del commercio e una rapida integrazione nel sistema finanziario (...) costituiscono eccezioni notevoli». All'Fmi, una diagnosi del genere sarebbe considerata come una dichiarazione di guerra (ideologica). Appena uscito dalla finanza internazionale, Michel Camdessus si è tuffato nelle torbide acque di varie organizzazioni mondiali, consulenti ufficiali e ufficiose dell'Onu. Alla testa di un «panel mondiale (14)», è incaricato di prefigurare i finanziamenti delle infrastrutture necessarie per ridurre della metà il numero di coloro che non hanno accesso all'acqua (1,4 miliardi di persone) entro il 2015. Non può destare sorpresa il fatto che al centro del dispositivo immaginato da Michel Camdessus figuri, in un sistema che su scala planetaria dipende al 90- 95% dal settore pubblico, l'introduzione del privato. Allargare la breccia e accaparrarsi dal 10 al 15% del mercato (500- 600 milioni di consumatori): ecco un'idea che non può dispiacere ai cinque giganti mondiali (di cui tre francesi: Veolia-Environnement - ex Vivendi - , Suez e Bouygues via Saur). Ma dato che «gli investimenti sono gravosi e i tempi di ammortamento prolungati», Camdessus propone un «partenariato pubblico-privato». La formula sembra seducente, ma ogni volta che un connubio del genere è stato sperimentato, il solo ad approfittarne è stato il partner privato. In Francia questa formula, battezzata «concessione di servizio pubblico», ha conosciuto un certo successo presso i comuni nel corso del decennio 1990. Per le amministrazioni comunali, non di rado indebitate, l'apporto di un finanziamento privato sembrava rappresentare una soluzione. Ma il bilancio tratto della Corte dei conti e dal parlamento è senza appello: malversazioni di fondi in favore di eletti o di partiti politici, infrastrutture neglette, mancanza di trasparenza nella fatturazione, prezzi in aumento...«Quando il servizio pubblico dell'erogazione dell'acqua è affidato a un'impresa privata, la bolletta aumenta del 30-40%», ha constatato Marc Lemé, autore di un'inchiesta a lungo termine sull'argomento (15). Frattanto vari eletti hanno voltato pagina, decidendo di riportare nell'alveo del settore pubblico i servizi di erogazione dell'acqua e/o quelli di bonifica e igiene delle rispettive città. All'estero, gli insuccessi non sono meno flagranti, e le conseguenze ancora più gravose. In Ghana, la Banca mondiale ha posto come condizione per sbloccare un prestito di 110 milioni di dollari «l'aumento dei prezzi per coprire i costi operativi». In pochi mesi le tariffe sono raddoppiate. A Manila (Filippine), Suez e l'americana Bechtel si sono spartite il mercato, ciascuna in alleanza con un'impresa locale, e tra il 1997 e il 2002 hanno sestuplicato le tariffe. Oggi la bolletta dell'acqua assorbe il 10% circa del reddito di una famiglie della fascia media. Le altre, di gran lunga più numerose, si arrangiano come possono - anche comprando sottobanco acqua inquinata. Non c'è quindi da stupirsi della ricomparsa di molte malattie infettive. Ma a volte, chi troppo vuole nulla stringe. Nonostante l'afflusso di capitali pubblici (si parla di un rifinanziamento di 120 milioni di dollari) Suez ha finito per ritirarsi da Manila, considerando l'affare non sufficientemente redditizio. Allo stesso modo, il duo Bechtel-Edison ha lasciato Cochabamba (Bolivia) e Veolia se n'è andata da La Paz... Un fanatico del mercato Questo fuoco di fila di insuccessi non ha però minimamente scosso le convinzioni di Michel Camdessus. Semplicemente, l'ex capo dell'Fmi postula un nuovo spartiacque. In effetti, assicura nella sua relazione, «non si può sperare che le imprese internazionali giochino un ruolo significativo nel settore rurale, o presso comunità isolate», [mentre nelle zone] «di urbanizzazione galoppante il loro ruolo può essere decisivo». Morale: il pubblico ai poveri, ai privati i mercati solvibili... Con buona pace della perequazione, che è alla base stessa dell'uguaglianza e dell'accesso all'acqua per tutti. Da buon fanatico del mercato, Camdessus esige inoltre per i capitali garanzie granitiche, affinché Suez, Veolia e Bechtel non abbiano a deplorare i rovesci di questi ultimi anni. «Per far fronte del rischio legato ai tassi di cambio» propone di istituire una garanzia collettiva, a carico segnatamente dei finanziatori internazionali. E a fronte dei «rischi di pressione politica» postula la creazione di «un nuovo quadro regolamentare» internazionale che impedisca qualsiasi revisione o rescissione dei contratti, una volta stipulati. Infine, la relazione insiste sulla necessaria «indicizzazione del prezzo dell'acqua, a protezione (...) dal rischio legato alla legislazione ambientalista». Regolamentazione, protezione, indicizzazione: ecco il nuovo trittico. E se lo si applicasse ai salari e all'occupazione? Che ne direbbe Michel Camdessus? Il suo motto è chiaro: sicurezza per i capitali, insicurezza per gli esseri umani. Lo si ritrova nella sua relazione sulla situazione francese. Fine della sicurezza (relativa) data dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, in quanto impedisce alle imprese di «separarsi da un dipendente quando la sua presenza cessa di essere conveniente per l'impresa» (si conoscevano i licenziamenti per convenienza legata alla borsa; ora siamo ai licenziamenti per convenienza e basta). Fine del ricorso in giudizio in caso di licenziamento senza giusta causa, o senza un piano sociale, che farebbe gravare sul padronato un'insopportabile «insicurezza giuridica». Quanto al «sostegno al salario minimo» (0,42 euro l'ora il 1° luglio 2004!) è troppo oneroso per poter essere mantenuto. E la cosa più inquietante è che queste raccomandazioni assumono forza di legge. Ma questa battaglia per il profitto si presenta ammantata di orpelli umanitari. È in nome del «valore lavoro riabilitato» che si costringono gli uni a lavorare più intensamente, mentre gli altri restano fuori dai cancelli. Quanto al «valore capitale», è scomparso dalla scena. Anche se nel settembre 2004, nell'ambito di uno studio interno, Patric Artus, capo del settore studi alla Caisse des dépôts et consignations e membro della Commissione Camdessus, si era preoccupato «del calo della componente salariati a vantaggio dei redditi da capitale (...) che pone una questione di equità tra salariati e azionisti, e una questione di efficacia (in quanto) la riduzione dei salari comporta anche il calo dei consumi (16)». Ma di queste osservazioni quanto mai pertinenti non si ritrova traccia nella relazione. Come ben sappiamo, esistono verità che è meglio non dire. note:
(1) Les Echos, Parigi, 7 gennaio 2000. (2) Cifre fornite dalla Banca mondiale, citate da Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, 2002. (3) Documentati dal film di Fernando Solanas, Memorie del saccheggio, Orso d'oro a Berlino, 2004. (4) Michel Camdessus, Le Sursaut. Vers une nouvelle croissance pour la France, La Documentation française, Parigi ottobre 2004. (5) Rapporto annuale dell' Fmi 1998. Leggere John Evans, «L'impatto sociale della crisi asiatica», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1998. (6) Amandine Giraud, «La crise indonésienne et le rôle du Fmi», Etude du Haut Conseil de la coopération internationale, Parigi, giugno 2001 (7) La globalizzazione e i suoi oppositori, op.cit. (8) Les Echos, 14 settembre 1998. (9) Si legga Clara Augé, «I sogni infranti di Buenos Aires» e Jorge Beinstein, «Come nasce un'economia di miseria», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2002. (10) Michel Camdessus, «The Imf and Its Critics» Wahington Post, 10 novembre 1998 . (11) La Tribune, Parigi, 26 giugno 1998. (12) Conferenza sull'economia mondiale all'Università di Nottingham (Gran Bretagna), settembre 2004. (13) Rubens Ricuperao, segretario generale della Cnuced, Rapporto sul commercio e lo sviluppo , 1999. www.unctad.org. (14) Ne fanno parte il direttore generale della Suez, quello della Banca Lazard & et frères, il vice-presidente della Citibank... Il rapporto « Financer l'eau pour tous « è pubblicato nel marzo 2003, www.worldwatercouncil.org/ (15) Le Dossier de l'eau. Pénurie, pollution, corruption, Le Seuil, marzo 2003. (16) Citato da Eric Le Boucher, Le Monde, 6 settembre 2004, e da L'Humanité, il 9 settembre 2004. (Traduzione di E. H. ) |