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palestina

Sensi Adania Shibli Argo Editrice, 2007, 11 euro


sonya orfalian

Il titolo originale del bel libro di Adania Shibli in arabo suona «Masas», un termine intraducibile che indica il «toccare l'anima».
E un toccare, o meglio, un sentire profondo, interiore, avvolge questa vicenda ambientata in un villaggio palestinese, bello come sono belli certi luoghi pieni di sole e di luce. È la storia di una bambina alla ricerca di uno spiraglio per accedere al mondo degli altri.
La bambina - innominata, al pari del suo villaggio, e circondata da una famiglia numerosa - vive osservando quanto accade intorno a lei con sguardo attento, senza tralasciare alcun dettaglio, attivando tutti e cinque i sensi, fino a quando una brutta otite le comprometterà l'udito permettendole di partecipare solo a tratti alla vita in comune.
Cinque sono anche le parti in cui è diviso il libro, quasi un pentagramma dei nostri sensi: Colori, Silenzio, Movimento, Lingua, Muro. L'assenza di dialoghi nel testo è l'elemento cruciale nella costruzione di questo racconto, premiato nel 2001 dalla fondazione londinese Qattan come migliore opera prima: un tratto stilistico che la Shibli impiega felicemente per la sua storia. L'apparente afasia si trasforma in una risorsa per osservare la realtà: è anche questo che la guerra produce nei piccoli esseri viventi. I bambini ci guardano, verrebbe da pensare. La protagonista si muove nel mondo senza la necessità di una riflessione. Non c'è posto per il pensiero. La sua solitudine, come può essere la solitudine dei bambini in guerra, è raccontata nel suo evolversi: accompagna ogni fase, ogni intermittenza della vita. La descrizione di una lotta tra sorelle avviene nel silenzio assoluto: si battono come due mimi nel candore delle loro divise.
Ma è tutto il racconto ad apparirci come una pellicola piena di immagini, una scarna sceneggiatura di grande chiarezza descrittiva, in una scrittura apparentemente distaccata, minimalista. È la stessa Adania, nata nel 1974 in un piccolo villaggio palestinese oggi situato entro i confini di Israele, a definire la sua scrittura come pervasa da una sorta di autismo (al-tawahhud, in arabo), a voler segnalare l'indifferenza emotiva come risorsa per difendersi dall'orrore della guerra. Gli scrittori palestinesi della sua generazione hanno vissuto la prima e la seconda intifada, oltre al fallimento degli accordi di Oslo; hanno visto aumentare progressivamente la violenza e il numero dei check point, e sono stati infine testimoni della costruzione del Muro. Una condizione intollerabilmente grave in cui tutti sono costretti a vivere. Compresi i bambini: secondo le stime della sezione palestinese di Defence of Children (www.dci-pal.org) tra il settembre 2000 e il dicembre 2007 sono novecento i bimbi uccisi e oltre trecento i minori in stato di detenzione. La bambina senza nome - che proprio per questo li rappresenta tutti - prima di riporre il piccolo Corano, avvolta dal buio della notte, legge in silenzio: «e un Segno per loro è la notte, che noi spogliamo del giorno ed ecco essi son nelle tenebre». È l'indicibile dolore della guerra.