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Tensioni fra l'Afghanistan, l'India e il Pakistan

Relazioni pericolose nell'Asia del sud


«Siamo il gigante malato dell'Asia» ha dichiarato nel dicembre 2008 il nuovo presidente pachistano Asif Ali Zardari, nel chiedere aiuto. Il presidente si è impegnato a eliminare il movimento islamista Lashkar-e-Taiba (LeT) e i suoi satelliti, accusati dall'India di aver compiuto gli attacchi del 26 novembre a Mumbay. Riuscirà Zardari a portare a termine questo progetto? Tutto dipende dall'esercito, che teme un'alleanza fra New Delhi, Kabul e Washington contro Islamabad.


di Graham Usher*

Il 7 dicembre 2008, nell'Azad Kashmir (parte del Kashmir occupata dal Pakistan), le forze di sicurezza hanno chiuso un campo di addestramento legato al gruppo islamista pachistano Lashkar-e-Taiba (LeT), accusato dall'India di aver compiuto gli attacchi del 26 novembre 2008 a Bombay.
Il governo pachistano ha anche sciolto la Jamaat-ud-Dawa (JuD), la «fondazione caritatevole» del LeT inserita dalle Nazioni unite nell'elenco dei gruppi terroristici. Cento uffici sono stati chiusi e cinquanta dirigenti arrestati fra cui i capi del gruppo islamista, Zaki-ur-Rehman Lakhvi e Zarrar Shah, oltre a Hafiz Saeed, fondatore di questo movimento ed «emiro» della JuD.
Prima del suo arresto Saeed aveva respinto tutte le accuse, definite semplice «propaganda indiana», e aveva promesso di portare il caso di fronte alla Corte suprema del Pakistan. Ma non ha fatto appello a manifestare né a fare ricorso ad atti di violenza. «Non vogliamo lo scontro - ha dichiarato un membro della JuD. Ci rendiamo conto che il governo vuole mantenere delle buone relazioni con l'India».
Nel 2002 il LeT e altri gruppi radicali pachistani erano stati vietati e duemila membri arrestati, accusati dall'India di aver attaccato il suo parlamento. La maggior parte dei suoi attivisti è stata rilasciata nel corso dell'anno. Ancora una volta l'esercito pachistano - che decide in assoluta autonomia la politica da condurre contro i gruppi «vietati» - può credere che il peggio sia ormai alle spalle. Ma la situazione è tutt'altro che facile. Infatti nei confronti di Islamabad l'India e gli Stati uniti hanno adottato una sorta di «diplomazia dell'obbligo». Questi due paesi sono determinati nel rompere i collegamenti che sussistono fra l'Inter-Services Intelligence (Isi, servizi segreti pachistani) e i gruppi come il LeT. In definitiva tutto dipenderà dalle risposte dell'esercito.
Il LeT è stato creato nel 1989 per lottare contro quelle che sono state chiamate le «guerre per procura» del Pakistan in Afghanistan e nel Kashmir - questo territorio himalayano rivendicato dai due stati dopo la divisione e all'origine di tre guerre fra New Delhi e Islamabad. L'obiettivo del LeT? La creazione di uno «stato islamico puro» in una vasta area dell'Asia meridionale che comprenda anche l'India. L'obiettivo dell'Isi? Utilizzare degli intermediari per «spargere sangue» in India e costringerla ad abbandonare la parte del Kashmir sotto il suo controllo (Jammu e Kashmir).
Negli anni '90 il legame fra i servizi segreti e l'organizzazione era evidente. Il LeT reclutava combattenti in tutto il Pakistan e in particolare nel Punjab (da dove si ritiene provenga la maggior parte degli autori degli attentati di Mombai). Nel 1999 entrambe le organizzazioni si sono battute a fianco dei soldati pachistani a Kargil (nel Jammu e Kashmir) nella terza e ultima occasione in cui gli eserciti indiano e pachistano si sono scontrati. Ma le cose sono cambiate - almeno in apparenza - dopo l'assalto nel 2001 contro il parlamento indiano. Dopo aver rischiato di riprendere le armi, il Pakistan e l'India hanno firmato un cessate il fuoco. E nel 2004 è stato addirittura avviato un processo di pace.
L'Isi ha smobilitato 12 mila soldati nell'Azad Kashmir. Sei divisioni sono state spostate dalla frontiera orientale con l'India verso la frontiera occidentale con l'Afghanistan, dove Islamabad lottava contro un'insurrezione dei taleban pachistani. L'infiltrazione di elementi filopachistani nel Jammu e Kashmir non si è più ripetuta.
Tuttavia la «guerra per procura» non è stata abbandonata, in particolare dai gruppi vicini al Pakistan come il LeT. I loro campi sono stati spostati all'interno del territorio o alla frontiera dell'Azad Kashmir, e mascherati in «centri» della JuD. In seguito all'intervento di questi combattenti per prestare soccorso in occasione dei terremoti del 2005 in Kashmir, si è fatto notare a un generale pachistano che questa era la prova che gli jihadisti non erano stati «smobilitati».
Ma quest'ultimo ha ribadito: «Non li smantelleremo, se lo facessimo il Kashmir rischierebbe di perdere il suo interesse e l'India controllerebbe definitivamente questa regione» (1).
Così nel 2008 un grande numero di combattenti ha oltrepassato la Linea di controllo che separa il Kashmir, provocando regolarmente degli scontri a fuoco. Nel Punjab sono riapparsi dei «reclutatori» del LeT-JuD, sempre pronti a parlare di guerra santa. Durante i funerali a Bahawalpur l'estate scorsa, un predicatore della JuD ha elogiato i «sessanta martiri» originari di questa regione, per lo più uccisi in Kashmir.
La nuova linea politica, probabilmente dettata dall'Isi, è apparsa durante il periodo di transizione tra la fine del regime militare del generale Pervez Musharraf e la creazione di un nuovo governo civile nel febbraio 2008 (2). Ma questo non spiega le manifestazioni di massa per l'indipendenza che hanno scosso il Jammu e Kashmir nel corso dell'estate scorsa. Manifestazioni che derivano soprattutto dalla disaffezione delle comunità autoctone musulmane nei confronti dell'India.
La piaga aperta del Kashmir Di fatto l'Isi non ha più il controllo del LeT a causa dell'Afghanistan.
Infatti nel corso degli ultimi due anni i combattimenti dell'esercito pachistano contro i militanti islamisti sul fronte afghano hanno provocato la morte di oltre mille soldati. L'epicentro dell'insurrezione si trova nelle zone tribali pashtun che si estendono da una parte e dall'altra della famosa linea Durand. Definita dagli inglesi nel diciannovesimo secolo e considerata come la frontiera occidentale del Pakistan in occasione della divisione, questa linea non è stata riconosciuta da alcun governo afghano. Una sconfitta in queste zone significherebbe quindi l'affermazione di uno «stato» islamico pashtun «indipendente», ci spiega un ufficiale pachistano.
Di fatto l'azione dell'esercito pachistano non è affatto uniforme.
Nella zona tribale di Bajaur i bombardamenti aerei punitivi associati a offensive terrestri mirano a recuperare territori conquistati dal «nemico». Al contrario nel Waziristan nord e nel Waziristan sud sono stati conclusi alcuni cessate-il-fuoco con i membri di tribù filotaleban, spesso grazie alla mediazione dei comandanti talebani sotto il controllo di Jalaluddin Haqqani e del figlio Sirajuddin. L'esercito afferma di non avere la capacità di poter «trattare contemporaneamente con tutti i gruppi taleban. Se dovessimo arrivare a uno scontro con tutti i gruppi, perderemmo il controllo che abbiamo ottenuto». Inoltre a Bajaur l'esercito ritiene che si tratti di una rivolta antipachistana, diretta dai taleban pachistani e da elementi di al Qaeda e sostenuta dall'India e dall'Afghanistan. Nei due Waziristan le tribù sostengono i taleban afghani ma, al contrario dei militanti di Bajaur, non sono considerate ostili al Pakistan. «Siamo uno stesso popolo», afferma un ufficiale.
Nel frattempo New Delhi nega qualunque coinvolgimento nelle regione tribali. «In Afghanistan ci limitiamo a costruire delle strade», riferisce un diplomatico indiano. In effetti l'India insieme all'Iran costruisce una rete stradale. Inoltre New Delhi partecipa anche all'addestramento dell'esercito afghano e fornisce a Kabul un aiuto di 2,1 miliardi di dollari.
Per alcuni rappresentanti militari il governo indiano esercita un'influenza eccessiva sulla politica afghana degli Stati uniti. Si citano in particolare due esempi. In primo luogo l'adesione di Washington alla tesi dell'India sul «coinvolgimento» dell'Isi nelle esplosioni del luglio 2008 contro la sua ambasciata di Kabul, dove sono morte cinquanta persone. Da allora la Central Intelligence Agency (Cia) ha deciso di non condividere più le sue informazioni con l'Isi. Secondo esempio, nel luglio scorso il presidente George W. Bush ha autorizzato le forze speciali americane in Afghanistan a penetrare in territorio pachistano, soprattutto nei due Waziristan. Secondo la Cia questi due territori rappresenterebbero dei posti sicuri per al Qaeda e per i taleban, una regione dove reclutare nuovi jihadisti. Ma queste regioni fanno anche parte dei pochi luoghi in cui l'esercito pachistano e i taleban non si scontrano.
Washington afferma che il governo pachistano ha dato un «tacito» appoggio ai raid. Islamabad nega. L'esercito sostiene che si tratta di violazioni della sovranità del paese, che per di più si rivelano «controproducenti». Inoltre vi vede lo zampino di New Delhi. «Gli americani vogliono che l'India imponga la sua egemonia nella regione», assicura uno dei rappresenti delle forze di sicurezza. Del resto un gran numero di «militanti delle zone tribali è finanziato dall'India e dall'Afghanistan».
A quale scopo? Secondo l'esercito due scenari possono spiegare queste ingerenze. Nell'ipotesi più moderata, si tratterebbe di creare una rivolta nelle zone tribali per fare in modo che la Cia, le forze della Nato e l'esercito afghano occupino e recuperino delle terre pashtun a lungo rivendicate da Kabul. Secondo l'altro scenario (il peggiore) lo scopo sarebbe quello di indebolire la capacità nucleare dell'unico stato musulmano del mondo in possesso dell'arma atomica.
«L'India è convinta che un Pakistan diviso possa essere meno pericoloso», sostiene un altro membro delle forze di sicurezza. «Più parlo alle autorità [militari], più sono convinto che la paura e l'odio nei confronti dell'India siano in continuo aumento», afferma un esperto pachistano che preferisce mantenere l'anonimato. «E ormai all'India si è unita l'America».
Questo significa forse che l'Isi è coinvolto negli attacchi a Mombai e a Kabul? Non necessariamente. Questo dimostra solo l'imprudenza di avere degli intermediari o delle alleanze nascoste che Islamabad non può controllare completamente. Solo i sostenitori della teoria del complotto possono credere che queste atrocità siano in grado di favorire gli obiettivi regionali del Pakistan, anche se questi attentati non sono in contraddizione con gli scopi perseguiti dai sostenitori di un'«attività indipendente» nelle zone tribali (taleban e al Qaeda) o di uno «scontro di civiltà» fra indù e musulmani in Asia meridionale (il LeT).
Per questo motivo l'imminente eliminazione del LeT-JuD da parte del governo pachistano potrebbe questa volta essere effettiva. Tuttavia la «diplomazia dell'obbligo» non aiuterà di certo le autorità di Islamabad. Inoltre Londra e Washington devono fare attenzione a cospirare con il nuovo governo civile, già debole, per cercare di togliere la politica di difesa nazionale pachistane dalle mani dell'esercito e dell'Isi: per trent'anni l'Afghanistan, l'India e le armi nucleari sono stati elementi sotto il suo totale controllo, e adesso che le frontiere si infiammano a ovest e che ridiventano calde a est, non le abbandoneranno di certo. Per permettere all'esercito di cedere il controllo su questi settori si dovrà dare una risposta alle sue preoccupazioni regionali. Con l'Afghanistan questo significa che Kabul e gli Stati uniti dovranno riconoscere la linea Durand come frontiera legittima del Pakistan e che tutte le operazioni di controinsurrezione in territorio pachistano ridiventino di esclusiva competenza del suo esercito. Con l'India questo significa la soluzione della questione del Kashmir. I due problemi sono interdipendenti, come spiega un esperto che vuole mantenere l'anonimato: «La recente esperienza dell'esercito pachistano con l'India è molto amara. Dopo il 2004 l'esercito ha ridotto del 95% le penetrazioni di combattenti islamici nel Kashmir. La risposta dell'India è stata quella di non parlare del Kashmir e di dire che la questione era ormai risolta. L'esercito teme che possa verificarsi lo stesso in Afghanistan se fosse scelta la linea di abbandonare i taleban afghani». Prima degli attentati di Mumbai, gli specialisti non erano gli unici a fare questo collegamento. L'anno scorso il futuro presidente degli Stati uniti, Barack Obama scriveva: «Se il Pakistan potrà guardare a est con fiducia, avrà meno tendenza a credere che la promozione dei suoi interessi debba passare per una cooperazione con i taleban» (3). In seguito Obama ha precisato che la pace fra l'India e il Pakistan era fondamentale. La fine di questo legame potrebbe diventare una delle conseguenze più drammatiche e sanguinose della strage di Mumbai.


note:
* Scrittore, giornalista a Islamabad e autore fra l'altro di Dispatches From Palestine: The Rise and Fall of the Oslo Peace Process, Pluto, Londra, 1998.

(1) Questa citazione, come quelle degli altri militari e rappresentanti delle forze di sicurezza sono il frutto di incontri fatti a Islamabad nel settembre 2008.

(2) Si legga Jean-Luc Racine, «Pakistan, un presidente dimezzato», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2008.

(4) Barack Obama, «Renewing American Leadership», Foreign Affairs, New York, luglio-agosto 2007.
(Traduzione di A. D. R.)