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GORée
L'isola degli schiavi
geraldina colotti
Di fronte a Dakar, la capitale del Senegal, c'è un'isoletta nell'Oceano
Atlantico coperta di buganvillee, Gorée. Al suo interno, un'antica
casa a due piani con le colonne rosse - rimasta intatta dal 1776
- ricorda che Gorée è stata l'isola degli schiavi. Al piano superiore
della casa - oggi diventata museo - , alloggiavano i mercanti europei,
al pianoterra veniva stoccata la merce umana in attesa di essere
venduta. Per la sua posizione strategica, l'isola - che prima dell'arrivo
dei bianchi si chiamava Bir (il ventre) - è stata un punto di snodo
dell'infame commercio per oltre tre secoli. Per primi, vennero a
cercare schiavi i portoghesi, sbarcati con una caravella nel 1444.
E qualche mese dopo, nel sud del Portogallo furono venduti 240 neri. Da allora, che fosse possedimento portoghese, olandese, francese, oppure britannico e poi ancora francese, la piccola isola rocciosa fu sempre al centro di un traffico triangolare tra l'Europa, l'Africa e le Americhe. Arrivando a Gorée, i velieri diretti alla costa sparavano una salva di cannone in segno di rispetto per il capo locale. Il giorno dopo, europei e africani discutevano il numero dei prigionieri da prelevare, poi iniziavano le contrattazioni. In cambio di gioielli falsi, armi o balle di cotone, i negrieri riempivano le stive dei velieri con merce umana - l'«oro nero» - e partivano per una traversata che poteva durare anche tre mesi. Dopo aver venduto i prigionieri sopravvissuti a quei viaggi infernali, la nave tornava a salpare per l'ultima tappa, diretta in Europa: trasportava sigari, caffè o prodotti esotici per chi poteva permetterseli. Oggi l'isola di Gorée è parte di un progetto dell'Unesco che si chiama La route de l'Esclave, la Rotta dello Schiavo, inaugurato nel 1994 a Ouidah, nel Benin, uno dei fulcri della tratta negriera. A Gorée, l'antica casa-prigione è diventata un museo di cui si occupa un anziano signore, Boubacar Joseph N'Diaye. «La tratta negriera - spiega ai visitatori il conservatore del museo - è uno dei più grandi genocidi, uno dei più grandi processi di disumanizzazione mai compiuto. Per più di tre secoli, milioni di africani sono stati deportati nelle Americhe e nelle Antille per lavorare fino allo stremo nelle piantagioni di cotone, di zucchero, di tabacco, di caffè. Uomini, donne e bambini sacrificati per la ricchezza dei coloni e gli agi delle società europee e americane». Ma perché tanta ferocia, e come ha avuto inizio? Perché dei bravi padri di famiglia che andavano in chiesa la domenica e rispettavano le autorità costituite commettevano atrocità simili? Le domande dei bambini in visita al museo, obbligano il conservatore a cercare le parole giuste. Così, dalle domande di Rachida, Birago, ed Elisabeth prende avvio il libro di Joseph N'Diaye, La schiavitù spiegata ai nostri figli (1). Un libro misurato e propedeutico, capace però di evidenziare ragioni storiche e interessi coloniali di quel processo di mondializzazione ante litteram che fu la tratta negriera. Al racconto di N'Diaye s'intreccia quello immaginario di una schiava africana, Ndioba, rapita e deportata da bambina e ribattezzata dai padroni Maria. Perché separavano i figli dalle madri? Chiedono i piccoli visitatori davanti al corridoio stretto e scuro destinato ai prigionieri più giovani. Per ricattare le madri - risponde il conservatore - e mostra la cella dove venivano «immagazzinate» le ragazze. Quando venivano stuprate dal padrone e rimanevano incinte, capitava che fossero affrancate, e dopo venivano chiamate «signare», un termine derivato da senhora, signora in protoghese. A palpare i muscoli dell'uomo in vendita, a verificarne la dentatura come si fa per gli animali - spiega ancora N'Diaye - , erano spesso proprio gli schiavi affrancati, che rimanevano con gli antichi padroni. Ma gli schiavi non si ribellavano? Chiedono ancora i bambini. Sì - risponde N'Diaye - a prezzo della vita. Nel 1750, cinquecento neri prigionieri a Gorée progettarono una rivolta contro gli schiavisti francesi. Si divisero in tre gruppi. Il primo aveva il compito di attaccare i soldati e di impadronirsi delle loro armi. Il secondo doveva rubare la polvere da sparo e al terzo toccava invadere il villaggio ed eliminare quanti più bianchi poteva. Ma un bambino avvertì le guardie della rivolta e i ribelli vennero trucidati. Prima di morire, rivendicarono però il loro gesto. Nel 1751, si ribellarono altri 500 guerrieri arrivati sull'isola dal Senegal, ma vennero sconfitti a colpi di cannone. Ma allora non vincono mai? Chiede il piccolo Birago. «La libertà s'impara nel dolore» dice allora N'Diaye. E racconta delle grandi comunità fuggiasche costituite in Brasile dai «negri marron», chiamati così dal termine spagnolo cimarron, che in origine indicava gli animali domestici tornati allo stato brado. Parla della Rivoluzione francese, delle promesse di fratellanza universale del 1789. Racconta il grido di rivolta di Toussaint l'Ouverture che, nel 1791, diede fuoco alle polveri con centomila neri nella futura Haiti. E spiega poi le tappe successive, la svolta decisiva per la rivolta nera che avverrà con il XIX secolo. Allora i bambini ascoltano rapiti le gesta della schiava fuggiasca Harriet Tubman che, nell'America del 1815, ideò un sistema di evasione per gli schiavi in fuga chiamato underground railroad, ferrovia clandestina. La «ferrovia» permetteva ai fuggiaschi di passare dal sud al nord degli Stati uniti, a volte fino al Canada. Andando a sud, potevano rifugiarsi anche in Messico o a New Orleans, dove riuscivano a confondersi fra la popolazione dei neri liberati. Per riconoscere le case degli amici disposti ad ospitarli, le donne esponevano coperte fatte di quadratini di tessuto a colori diversi, un patchwork che oggi è un arredo tradizionale. Si dice che Harriet Tubman, nata schiava nel 1820, abbia organizzato la fuga di trecento schiavi, rischiando numerose volte la propria vita. Per questo, i neri d'America l'hanno soprannominata «la Mosé del suo popolo», alludendo al Mosé biblico che aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù in Egitto. Ma la Bibbia - ammonisce N'Diaye - dice di continuo ai fedeli: «Ricordati che sei stato schiavo in Egitto», ovvero non fare agli altri quello che non vorresti venga fatto a te. Un principio che ripete spesso anche Olaudah Equiano (1745-1797), uno dei primi schiavi neri ad aver scritto la propria autobiografia (1). Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1789 grazie al contributo finanziario di oltre trecento persone, il volume fu per l'epoca un successo editoriale, e viene ora proposto ai lettori italiani sempre nel quadro del progetto La route de l'Esclave a cui aderisce la casa editrice epoché. Nato nel villaggio di Essaka, nell'attuale Nigeria, Equiano viene rapito a undici anni e fino ai 21, quando riuscirà a riscattarsi, subisce tutti i patimenti della tratta negriera. Nel libro li racconta rivolgendosi direttamente al lettore, con un linguaggio semplice non privo di ironia. La sua non è una storia di rivolta ma di riscatto, in un periodo di passaggio fra schiavitù ed emancipazione, eppure dal racconto emergono questioni di fondo: l'ipocrisia di leggi di facciata contro la tratta, facilmente aggirate o rese inoperanti dai latifondisti, gli interessi della Chiesa cattolica nello schiavismo, il paternalismo interessato dei nuovi padroni, la vita misera degli schiavi affrancati costretti a restare dov'erano per mancanza di mezzi e tutele reali. Perché, si chiede Equiano, per abolire la tratta e la schiavitù i governi hanno dovuto ripagare gli schiavisti per la perdita del loro «capitale» invece di risarcire gli schiavi? Una domanda che riassume la complessità di tutto un secolo e ancora chiede risposta. |