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Il mondo visto dal paese di lula
Brasilia si lascia
alle spalle il «complesso
del bastardo»
Potenza politica ed economica, il Brasile ambisce a un seggio di membro
permanente al Consiglio di sicurezza dell'Organizzazione delle Nazioni
unite. Pragmatico, Luiz Inácio Lula da Silva ha stretti contatti
con i presidenti «radicali» dell'America latina, difende il diritto
dell'Iran di sviluppare un programma nucleare, e al tempo stesso
riesce a mantenere buone relazioni con gli Stati uniti.
di Lamia Oualalou*
«Il fatto che il Brasile riceva il capo di un regime dittatoriale
e repressivo desta non poco imbarazzo. Una cosa è mantenere delle
relazioni diplomatiche con le dittature, un'altra è accogliere i
loro capi di stato a casa nostra» (1). Il governatore dello stato
di San Paolo, José Serra, una delle principali figure dell'opposizione
al presidente Luiz Inácio Lula da Silva, ha commentato in questi
termini la visita del capo di stato iraniano Mahmud Ahmadinejad in
Brasile il 23 novembre scorso. Difficilmente Serra si lascia andare
ad affermazioni così aggressive nei confronti di Lula da Silva, che
continua a godere in Brasile di un'impressionante popolarità.
Di fatto la politica estera, insieme ai programmi sociali, rappresenta la principale novità del leader del Partito dei lavoratori (Pt). Anche se ha ceduto al capitale finanziario e ha abbandonato parte del suo programma economico - parzialmente ripresa nel corso del suo secondo mandato - il presidente ha rotto con una classe dirigente che, dopo aver seguito gli insegnamenti di un'Inghilterra imperiale nel XIX secolo, si è schierata sotto tutela americana nella battaglia per la vittoria del «mondo libero». Non bisogna vedere in questo cambiamento di rotta una posizione ideologica di Lula da Silva - anche se i suoi principali collaboratori, il ministro degli Esteri Celso Amorim e il consigliere speciale per le questioni internazionali Marco Aurelio Garcia, si dichiarano apertamente «di sinistra». Quanto piuttosto un solido pragmatismo economico, una preferenza per i governi popolari, la convinzione che il paese ha un debito storico con l'Africa a causa del suo passato di schiavista, e la certezza che il Brasile debba disfarsi del suo complesso del vira-lata, letteralmente «complesso del cane bastardo» - che caratterizza l'atteggiamento di chi pensa di non avere voce in capitolo. Il 1° gennaio 2003, in occasione della sua cerimonia di investitura, Lula da Silva ha riservato l'accoglienza più calorosa al presidente cubano Fidel Castro, mentre nei mesi successivi ha mostrato una chiara intesa con il suo collega americano George W. Bush, con grande dispiacere dei militanti del Pt. Non bisogna dimenticare che il presidente è prima di tutto un sindacalista, convinto della necessità di dialogare con tutti e che un buon accordo implica la soddisfazione delle due parti, anche alla fine di un lungo braccio di ferro. E come ai tempi degli scioperi degli anni '70, nulla impedisce fra un conflitto e l'altro di conversare con il padrone davanti a un bottiglia di whisky. Agli occhi del mondo tutto comincia nel settembre 2003, quando il Brasile sconvolge la tranquilla agenda del vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) di Cancún guidando la rivolta di una ventina di paese emergenti - il G20. Per la prima volta questi paesi esigono delle contropartite dai paesi ricchi - riuniti nel G8 - in cambio dell'apertura dei loro mercati. «Là dove qualcuno vuole comprare qualcosa, il Brasile deve essere presente per venderglielo», ripete con insistenza Lula da Silva. Dall'inizio del suo primo mandato, il presidente brasiliano ha passato 399 giorni all'estero (2), accompagnato il più delle volte da uno folto seguito di imprenditori. Fra i paesi visitati l'America latina, diventata la priorità assoluta del presidente, i grandi paesi emergenti del sud - il Sudafrica, l'India, la Cina, la Russia e così via - ma anche le zone tradizionalmente ignorate dalla classe dirigente, come l'America centrale, l'Africa e il Medioriente. Nel maggio 2005 Brasilia ha accolto per la prima volta un vertice America latina/Medioriente - escludendo gli Stati uniti, che reclamavano un posto da osservatori - per poi ritrovarsi, l'anno successivo, con i paesi africani ad Abuja (Nigeria). Palazzo Itamaraty, che accoglie il ministero degli Esteri brasiliano, ha in un primo tempo fatto fatica ad accettare questo nuovo orientamento. Conservatori, per lo più provenienti dall'élite, i diplomatici avevano una forte preferenza per quella che in Brasile viene definito «il circuito Elisabeth Arden», che comprende le capitali «glamour»: Roma, Parigi, Londra e Washington. I grandi imprenditori invece sembrano molto soddisfatti di questa nuova scelta, una politica che va a braccetto con l'espansione delle multinazionali brasiliane: la compagnia di idrocarburi Petrobras, la società mineraria Vale, le imprese leader del settore edilizio Odebrecht e Camargo Correa, il rappresentante della carne Jbs Friboi e del pollo Brf, l'azienda aeronautica Ebraer, la banca Itau, per non parlare poi delle centinaia di produttori di etanolo, di soia e così via, che hanno visto esplodere le loro esportazioni e i loro investimenti all'estero. Nel frattempo con la scoperta di considerevoli giacimenti di petrolio al largo del paese, la vocazione esportatrice del Brasile continua a crescere. Pechino ha prestato dieci miliardi di dollari a Petrobras per garantire il suo futuro accesso agli idrocarburi. Quest'anno per la prima volta la Cina è diventata la principale destinazione dei prodotti brasiliani, sostituendo gli Stati uniti. In nome dell'integrazione regionale Ma la politica e gli affari sono ancora più dinamici in America latina. I brasiliani sono i primi ad approfittare dell'esplosione della domanda nel vicino Venezuela. Mentre i più poveri cominciano a scoprire il consumismo (carne, latte, piccoli elettrodomestici e così via), Caracas è costretta, in mancanza di un vero settore agricolo e industriale, a importare dalla Colombia e - con il progressivo peggiorare delle relazioni con Bogotà - dal Brasile. In Argentina la brasiliana AmBev cerca di nascondere alla popolazione l'acquisto della mitica birra Quilmes. I principali produttori locali di carne sono passati sotto bandiera brasiliana, così come in Uruguay, dove anche il settore del riso è in mano ai brasiliani. In Bolivia le imprese brasiliane controllano più di un quinto dell'economia attraverso la soia e i giacimenti di gas. In Paraguay le terre fertili dei dipartimenti dell'Alto Paranà, San Pedro, Concepción, Amambay e Canindeyú sono tutte coltivate con soia brasiliana. Ovunque le imprese brasiliane sono accompagnate dai finanziamenti della Banca nazionale di sviluppo (Bndes) (3). Per Matias Spektor, professore di relazioni internazionali alla fondazione Getulio Vargas a Rio de Janeiro, «la politica commerciale del Brasile non ha solo l'obiettivo di farne una nazione più ricca, ma anche una nazione più potente». Questa potenza genera ovviamente anche delle tensioni. Abituato a presentarsi come un «gigante buono», il Brasile deve adesso fare i conti con delle accuse di imperialismo. Da parte dell'Argentina, che si lamenta dell'invasione di prodotti industriali; dell'Ecuador, dove Odebrecht è accusata di costruire immobili scadenti; della Bolivia, dove i grandi proprietari brasiliani presenti nelle terre orientali, non nascondono le loro simpatie con l'opposizione contro il governo di Evo Morales. Attento a conciliare affari e buon vicinato, in molte occasioni Lula da Silva ha dovuto prendere una posizione netta, e il più delle volte lo ha fatto in nome dell'integrazione regionale, vietando al suo governo di adottare le misure di rappresaglia richieste dalla stampa. Dopo la rinuncia al progetto caro a Washington della Zona di libero scambio delle Americhe (Alca), l'integrazione latino-americana è diventata una delle direttrici principali della politica brasiliana. «Il Brasile ha tutto l'interesse ad avere dei vicini solidi e non indeboliti dalle crisi sociali e politiche», ripete Lula da Silva. E lo ha dimostrato nel maggio 2006, definendo «sovrana» la decisione di Morales di nazionalizzare i giacimenti di gas boliviani sfruttati da Petrobras, mentre c'era chi chiedeva l'invio di truppe brasiliane per rispondere «all'imbecillità del governo boliviano»(4). Il Brasile ha anche messo fine all'eterna disputa con il Paraguay, l'altro vicino debole del paese, accettando nel luglio scorso di rivedere i termini - molto sfavorevoli per Asunción - dello sfruttamento di Itaipu, la gigantesca diga idroelettrica alla frontiera fra i due paesi. Un gesto fondamentale per la stabilità del governo di Fernando Lugo, che ha potuto rivendicare una vittoria di fronte al suo potente vicino. Lugo e Morales irritano la classe dirigente brasiliana e Washington, ma mai quanto il venezuelano Hugo Chávez, con il quale «Lula» ha concluso una solida alleanza. Entrambi hanno rifiutato di lasciarsi chiudere nella retorica delle «due sinistre»: da un lato la sinistra responsabile e moderna, attenta agli equilibri finanziari - sotto la leadership del Brasile e che comprende anche il Cile e l'Uruguay; dall'altro la sinistra radicale, populista e antiamericana, che sotto la guida del Venezuela e di Cuba comprende la Bolivia, l'Ecuador e il Nicaragua. Non appena la stampa parla delle contraddizioni fra i due paesi, Lula da Silva e Chávez si affrettano a organizzare un vertice per inaugurare un ponte o mettere la prima pietra di una fabbrica, un pretesto per mostrare le loro ottime relazioni, filmate dalle telecamere di tutto il mondo. E quando Chávez è accusato di autoritarismo, Brasilia risponde sostenendo l'adesione del Venezuela al Mercato comune del sud (Mercosur). L'alleanza fra i due paesi è un elemento fondamentale delle principali istituzioni latino-americane che hanno visto la luce in questi ultimi anni. La più importante, l'Unione dell'America del sud (Unasur) creata nel maggio 2008 a Brasilia, riunisce dodici paesi della regione e ha l'obiettivo di sostituirsi all'Organizzazione degli stati americani (Oas), la cui sede a Washington dimostra la dipendenza nei confronti della Casa bianca. Dotata di un consiglio di difesa, l'Unasur è ancora debole, ma è riuscito a calmare le tensioni fra Ecuador e Colombia(5) e ha messo fine al tentativo di destabilizzazione organizzato dall'opposizione boliviana riaffermando nel settembre 2008 la legittimità di Morales. In entrambi i casi, questi risultati sono stati raggiunti senza l'intervento di Washington. Ed è sempre attraverso l'Unasur che il Brasile ha violentemente contestato l'installazione di sette basi militari americane in Colombia. Per Brasilia gli eventuali conflitti della regione devono essere risolti senza un intervento esterno. Per lo stesso motivo Lula da Silva ha denunciato nell'aprile 2008 il nuovo attivismo della IV flotta della marina americana nelle acque dell'America del sud e dei Caraibi. Ma è sul caso dell'Honduras che la discordia fra il Brasile e gli Stati Uniti è apparsa in modo più evidente. Dopo il colpo di stato del 28 giugno, l'Unasur ha chiesto il ritorno di Manuel Zelaya alla presidenza fino alla fine del suo mandato. Con il rientro nel paese del capo dello stato destituito il 21 settembre 2009, ospitato nell'ambasciata brasiliana, Lula da Silva si è ritrovato in prima linea. Per Aurelio Garcia, «il Brasile ha fatto ricorso a tutte le sanzioni e le pressioni a sua disposizione, ma è poco rispetto a quello che avrebbero potuto fare gli Stati uniti. E se avessimo avuto a disposizione i loro strumenti di pressione, li avremmo utilizzati». La tensione è salita ancora a fine novembre, quando Barack Obama ha inviato al suo collega brasiliano una lettere nella quale giustificava la sua decisione di riconoscere l'elezione organizzata dal governo golpista il 29 novembre e la sua posizione sui negoziati del Wto e sul vertice di Copenaghen, apertamente criticati dal Brasile. Inviata alla vigilia della visita di Ahmadinejad in Brasile, la lettera ricordava anche al presidente brasiliano le violazioni dei diritti dell'uomo compiuti in Iran e i rischi del suo programma nucleare. Lula da Silva ha dimostrato grande irritazione di fronte a quella che definisce l'ipocrisia dei paesi dotati di armi nucleari. «Per avere l'autorità morale di esigere che altri [non ne abbiano], sarebbe necessario che questi paesi rinunciassero a loro volta a queste bombe», ha dichiarato a inizio dicembre, ricordando che la costituzione brasiliana vieta esplicitamente lo sviluppo di questo tipo di ordigni. I collaboratori del presidente affermano che per Brasilia è necessario che l'Iran sviluppi una tecnologia nucleare civile. Un divieto in questo senso potrebbe costituire un precedente pericoloso per il Brasile. Infatti una delle ambizioni principali di Lula da Silva è l'entrata del suo paese come membro permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Organizzazione delle Nazioni unite (Onu)e la riforma del Fondo monetario internazionale (Fmi), nel quale i grandi paesi emergenti hanno poco potere rispetto al loro contributo economico. Tutto ciò lo ha spinto nel 2004 ad accettare di assumere la guida del contingente militare della missione di pace dell'Onu ad Haiti, all'indomani della destituzione del presidente Jean-Bertrand Aristide, entrando così nel «cortile dei grandi». L'Onu lo sollecita a inviare più truppe in altre missioni di pace. Ma senza una riforma dell'istituzione che permetta di farsi realmente sentire, i militari brasiliani rifiutano di essere coinvolti in missioni come il Darfur o il Congo, sulle quali non hanno alcun controllo. L'ultima carta del presidente brasiliano è l'entrata del suo paese nei negoziati di pace in Medioriente. A fine novembre Lula da Silva ha ricevuto non solo Ahmadinejad, ma anche il presidente israeliano Shimon Perez e il capo dell'autorità palestinese Abu Mazen. «Avendo dimostrato di non essere completamente allineato sulla posizione degli Stati uniti, il Brasile può essere visto come un interlocutore onesto», osserva Thomas Trebat, direttore dell'Istituto di studi latino-americani della Columbia University di New York. Ancora una volta «Lula» il seduttore spera che le sue capacità di negoziatore apriranno nuove porte per fare del Brasile una grande potenza. note:
* Giornalista, Rio de Janeiro. (1) José Serra, «Visita indesejável», Folha de São Paulo, 23 novembre 2009. (2) «Como o Brasil é visto lá fora», Zero Hora, n. 16121, Porto Alegre, 11 ottobre 2009. (3) Banca legata ai ministeri dello Sviluppo, dell'Industria e del Commercio con l'estero. (4) Si veda in particolare «A inépcia do governo boliviano», Estado de São Paulo, 16 maggio 2006 e il numero della rivista Veja (San Paolo) del 10 maggio 2006; «Essa doeu», che mostra Lula da Silva con l'impronta di un calcio sul sedere. (5) Nel marzo 2008 la Colombia aveva violato le regole fondamentali della sovranità nazionale bombardando un campo di guerriglieri in territorio ecuadoriano. (Traduzione di A. D. R.) |