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Una grande democrazia alla ricerca di stabilità
L'India nelle mani del nazionalismo indù
I test nucleari indiani e pakistani, susseguitisi a breve distanza gli uni dagli altri nel mese di maggio, hanno messo in luce l'instabilità di tutta questa zona dell'Asia, dominata dalla rivalità tra Nuova Delhi e Islamabad soprattutto per quanto riguarda la questione del Kashmir. Il governo indiano ha decretato una moratoria sui nuovi test e ha fatto sapere che è pronto a intraprendere una discussione sulla definitiva cessazione degli esperimenti. Ma le condanne e le sanzioni che hanno fatto seguito alle sperimentazioni, mostrano in tutta la sua evidenza l'ipocrisia dell'attuale ordine nucleare mondiale. Il Trattato di non proliferazione nucleare, che nel 1995 è stato prorogato per una durata illimitata, provvede infatti soltanto a congelare la situazione attuale, in cui il possesso di armi atomiche è consentito solo ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu ed è proibito a tutte le alte potenze. I cinque, è vero, si sono impegnati a ridurre i loro arsenali nucleari, ma per il momento non sembrano voler mantenere le loro promesse. Come stupirsi allora che paesi tanto diversi come l'India, il Pakistan o Israele non riconoscano il Trattato e che altri cerchino, più o meno clandestinamente, di acquisire le tecnologie e le competenze necessarie a raggiungere la soglia nucleare? Non sono forse gli Stati uniti, nonostante la loro superiorità schiacciante nel settore delle armi convenzionali, i primi che rifiutano di rinunciare al loro arsenale atomico? Ma i test di maggio hanno reso ancor più pressante una soluzione chiara e definitiva di questo nodo. La tensione nell'area è altissima. La Cina, che continua a rafforzare il suo potenziale militare e che ha fornito al Pakistan la tecnologia che lo ha portato ad avere la sua bomba atomica, è stata indicata dal ministro della difesa indiano come il principale nemico del suo paese. La crescita dei nazionalismi, inoltre, esaspera i vecchi conflitti, come è confermato dall'arrivo al potere in India del Partito del popolo indiano (Bjp).
di CRISTOPHE JAFFRELOT*
La ricerca della stabilità politica: questo il tema che ha dominato le dodicesime elezioni generali della storia dell'India, tenutesi dal 23 febbraio al 7 marzo scorso. Si è trattato in effetti di un voto anticipato. Del resto, non restava altro che andare alle urne, dopo la decisione del Partito del Congresso, nel novembre del '97, di ritirare l'appoggio parlamentare che, dalla primavera del 1996, forniva alla coalizione di governo del Fronte unito un'alleanza alquanto eterogenea comprendente 14 partiti, dai comunisti ai socialisti del Janata Del, passando per una miriade di formazioni regionali. Già nel '96, nessun partito e nessuna coalizione avevano ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi.
Fino a oggi, tutte le elezioni anticipate tenute in India ogni volta che i numeri in parlamento sono venuti a mancare, hanno avuto un unico effetto: ridare un mandato chiaro al partito del Congresso. Così è stato nel 1980, con il governo di Indira Gandhi. Così è avvenuto nel 1991, quando Narasimha Rao è giunto al potere dopo la breve parentesi di governo di Vishwanath Pratap Singh (1989-91). Questa volta, tuttavia, gli elettori non hanno rispettato il copione: era piuttosto difficile per loro riconoscersi in un Congresso smembrato, logorato dalle lotte interne, dalla corruzione e da una crisi che ha investito la sua leadership fin dalla scomparsa di Rajiv Gandhi nel 1991.
Subito dopo l'annuncio delle elezioni, decine di membri del Congresso sono passati al Partito del popolo indiano (Bharatiya Janata Party Bjp), la principale formazione nazionalista indù, che sembrava avere maggiori chances di vittoria. Questa emorragia non solo ha indebolito il Congresso, ma ha anche rafforzato la sua immagine opportunista. L'entrata in scena di Sonia Gandhi, vedova di Rajiv, ha in parte rimobilitato le forze del partito, ma è avvenuta troppo tardivamente perché quest'ultimo potesse realmente trarre vantaggio dalla sua popolarità. In alcune zone, come l'Uttar Pradesh, il più grande stato dell'India, il Congresso non ha ottenuto neanche un seggio ed è ormai un partito da ricostruire. Il Fronte unito ha subito una sconfitta clamorosa: è passato da 174 a 98 seggi. In tutti gli stati, i partiti al potere hanno perso consensi o, in rari casi, si sono mantenuti stabili. I rovesci più clamorosi li hanno subiti il Janata Dal nel Karnataka, il Dravida Munnetra Kazhagam nel Tamil Nadu, lo Shiv Sena nel Maharashtra e il Bjp nel Rajasthan. Questa volontà di"bocciare i potenti" è sintomo della vitalità di cui gode la democrazia, ma allo stesso tempo rivela la crescente disaffezione del popolo nei confronti della classe politica.
Questo riflesso di rifiuto dei governanti (anti-incumbency reflex) ha fatto sì che l'India, per la seconda volta consecutiva, si trovi con una Camera priva di maggioranza.
Unico vincitore, il Bjp che, con il 25% delle preferenze e 178 seggi, resta comunque a circa 100 seggi dalla maggioranza assoluta. Il suo successo era prevedibile: esso rappresentava ormai l'unica soluzione di ricambio al potere. Era dall'inizio degli anni 90 che il partito appariva bloccato sulla soglia del 20% dei consensi: il suo sostegno era limitato ai ceti medi urbani delle caste elevate e non riusciva ad allargarsi oltre il nord di lingua hindi e le zone occidentali. Quest'anno il Bjp sembra aver rimosso queste due ipoteche, anche se la portata del suo successo va comunque ridimensionata, se non altro per le sconfitte subite nei due stati dove, da solo o in coalizione, era forza di governo, l'Haryana e il Rajasthan (dove è passato da 12 a 5 seggi): neanche i nazionalisti indù si sono sottratti all'anti-incumbency reflex Il movimento nazionalista si è costituito a partire dagli anni 20, intorno all'associazione dei volontari nazionali (Rashtriya Swayamsevak Sangh, Rss), un'organizzazione la cui preoccupazione principale era il"rafforzamento" degli indù nei confronti dei musulmani, minoranza considerata piuttosto pericolosa in ragione dei suoi legami con il movimento panislamico. Il Rss ha poco a poco costruito un circuito di sezioni locali in cui i militanti si riuniscono quotidianamente per sedute di addestramento più o meno ispirate alle arti marziali tradizionali, alle quali si aggiungono sermoni ideologici nei quali l'identità indiana è ridotta alla cultura indù, a partire dal tema"Hindu, hindi, hindustan" ("Un popolo, una lingua, una cultura"). Queste sezioni sarebbero 25.000 con circa 2,5 milioni di membri. Ma l'influenza del Rss è ancora più vasta: i suoi uomini hanno, fin dagli anni 50, creato una fitta rete di relazioni, arrivando ad assumere il controllo, tra l'altro, di uno dei principali sindacati studenteschi, del maggior sindacato operaio, di una serie di scuole molto apprezzate dal ceto medio e di alcune associazioni specializzate in"lavori socialmente utili" nelle zone tribali o nelle baraccopoli.
In occasione delle prime elezioni generali del 1951-52, il Rss creava un partito, l'Associazione del popolo indiano (Bharatiya Jana Sangh Bjs), il cui nome traduceva a quel tempo la volontà di non chiudersi in una connotazione puramente indù. Da allora il partito ha oscillato tra una strategia moderata"piglia-tutto", e una politica di mobilitazione etnico-religiosa mirante ad attirare i consensi della comunità di maggioranza.
Così, prima delle elezioni del 1967, organizzava una serie di manifestazioni di strada per la protezione della vacca animale sacro all'induismo , che gli portavano comunque un magro bottino in termini di voti: il 10% dei suffragi. A quel punto, decideva di ripiegare su una politica di alleanze ad ampio raggio, che portava alla fondazione del Janata Party, una formazione che, raggruppando le principali forze d'opposizione, riusciva a sconfiggere Indira Gandhi nel 1977. Atal Bihari Vajpayee, attuale primo ministro, si era allora distinto come ministro degli esteri, soprattutto per le sue aperture nei confronti del Pakistan, nemico pubblico numero uno dei nazionalisti indù.
La strategia moderata falliva non appena i partner del Bjs, che gli rinfacciavano i suoi legami con il Rss, provocavano la scissione del Janata party. Il Bjs, ribattezzato Bharatiya Janata Party, suo nome attuale, manteneva la sua linea moderata finché, alla fine degli anni 80, non ha deciso di aderire alla mobilitazione orchestrata dal Rss per la"riconquista" del presunto luogo di nascita del dio Rama a Ayodhya, città dell'Uttar Pradesh, dove nel XVI secolo era stata costruita una moschea. Questa campagna di mobilitazione ha conosciuto il suo apogeo all'inizio degli anni 90 e si è poi conclusa nel 1992 con la demolizione della moschea da parte di militanti nazionalisti indù (1).
I violenti scontri intercomunitari che ne sono seguiti hanno offuscato l'immagine del Bjp. Nel 1993, il partito ha subito una serie di pesanti sconfitte ed ha così deciso di tornare a una linea politica più moderata, benché fossero state proprio le vicende di Ayodhya la causa principale della sua crescita elettorale 2 seggi nel 1984; 86 seggi nel 1989; 120 nel 1991.
Grazie alla capacità dei suoi dirigenti di conciliare la mobilitazione religiosa con un discorso pacifista, il Bjp è diventato, nel 1996, il partito di maggioranza relativa, con 161 seggi in parlamento. I suoi capi si sono spinti fino a chiedere il voto ai musulmani. All'interno del partito si è definita una perfetta divisione dei compiti, che ha consentito di rastrellare voti in più direzioni: mentre Lal Krishan Advani attuale ministro degli interni rappresenta l'ala più militante del partito, Vajpayee è l'esponente di spicco della corrente più ecumenica.
Alle ultimi elezioni, il partito ha continuato la sua marcia in avanti, senza tuttavia riuscire a distanziare di molto il Congresso. Il Bjp ha guadagnato posizioni al sud (soprattutto nel Karnataka, nel Tamil Nadu e nell'Andhra Pradesh) e all'est (soprattutto nell'Orissa e nel Bengala occidentale), ma, in termini di voti, ha registrato un aumento solo del 5% (2). Resta comunque un partito prevalentemente urbano (il 41% degli abitanti delle città e il 35% di quelli delle campagne hanno votato per lui o i suoi alleati) e rappresenta soprattutto le caste più alte (il 56% dei loro membri gli hanno accordato il voto).
Baluardo contro l'ascesa degli intoccabili Ma la coalizione che guida è riuscita anche a progredire tra le"altre classi arretrate" (other backward classes, Obc), una categoria amministrativa che designa le basse caste, come quella dei coltivatori che, nel sistema, si colloca tra i contadini dominanti e gli intoccabili. Tra queste basse caste, che includono la metà della popolazione indiana, il Bjp e i suoi alleati hanno raccolto il 42% dei suffragi, contro il 21% ottenuto dal Congresso e dal Fronte unito. La ragione principale di questo successo si può individuare nel fatto che il Bjp ha presentato molti candidati provenienti dalle caste più basse. Tattica che si è rivelata vincente, dimostrando che gli elettori votano più per la persona che per il partito.
A ogni modo, il successo tra le Obc è stato determinato anche dal decisivo apporto dei vari alleati, in particolare dello Shiv Sena una formazione, con una base sociale popolare, che difende allo stesso tempo i principi del nazionalismo indù e gli interessi regionali del Maharashtra e del Samta Party (12 seggi). Quest'ultimo ha ottenuto notevoli consensi tra i Kurmis, una delle grandi caste di coltivatori agricoli del Bihar. In compenso, il Bjp non riesce a far presa tra gli"intoccabili", che la costituzione indiana designa con la formula eufemistica di"caste schedate" (scheduled castes).
La base dell'elettorato nazionalista indù è infatti costituita dai ceti medi urbani. Il Bjp ha sempre goduto dell'appoggio di numerosi commercianti e professionisti delle cittadine del nord di lingua hindi, che vedevano di buon occhio la sua avversione alla"statalizzazione dell'economia" e il suo senso di disciplina. A questo nocciolo duro, si sono poi via via aggregati dirigenti del settore privato, impiegati, militari in pensione e funzionari, anche con alte funzioni pubbliche, che apprezzavano il nazionalismo e la disciplina del Bjp e lo consideravano probabilmente non a torto, vista la sua lontananza dal potere"più pulito" del Congresso. Il fatto che il suo discorso nazionalista sia ammantato di accenti indù non indispone le classe medie: il nemico principale rimane infatti il Pakistan.
Non c'è alcun dubbio, poi, che le caste elevate considerano il Bjp un baluardo contro l'inesorabile ascesa delle basse caste, che si fanno via via più esigenti. Nel 1990, esse hanno infine ottenuto che una quota fissa del 27% dei posti nell'amministrazione pubblica fosse loro riservata, con una conseguente diminuzione degli sbocchi lavorativi per i rappresentanti dell'élite (3). Riguardo alla questione delle quote, i nazionalisti indù mantengono il riserbo: da una parte, infatti, esse contribuiscono a ribadire le divisioni di casta (elemento di fragilità nazionale, secondo loro) e penalizzano la loro clientela elettorale, dall'altra ogni protesta pubblica è comunque impossibile, visto che i tre quarti della popolazione indù appartengono alle caste inferiori. E' anche per questo che, alla fine, hanno deciso di candidare un numero considerevole di rappresentanti della"plebe".
Fatta eccezione per il Karnataka, dove ha un forte radicamento, il Bjp non ha grande seguito nella vasta cintura costiera che va dal Kerala al Bengala occidentale ed è qui di fatto rappresentato da una serie di partiti regionali alleati (4).
Queste alleanze realizzate al sud e all'est costituiscono la grande novità delle ultime elezioni: fino a oggi il partito era talmente assimilato al nord di lingua hindi, che tali alleanze erano considerate impossibili. Si tratta di un successo spettacolare, ma dalle fragili basi: al di là del comune avversario, questi partiti sembrano avere ben poco in comune.
Oltre ai 178 seggi del Bjp, i 140 seggi del Congresso, i 41 seggi dei due partiti comunisti, i restanti 144 seggi, cioè più di un quarto dei circa 543 seggi del Lok Sabha (Camera bassa del Parlamento), sono stati conquistati da alcuni partiti regionali. Questa avanzata si spiega con lo smembramento, a livello regionale, dei partiti nazionali, intendendo come tali tutte quelle formazioni che rivendicano, fin dal nome, l'identità linguistica o etnica, se non addirittura religiosa, di un determinato stato dell'unione (5).
Al di là delle formazioni propriamente regionaliste, negli anni 90 si sono moltiplicati i partiti"regionali", in conseguenza delle ripetute scissioni del Janata Dal, del Congresso e anche del Bjp. Queste scissioni non vengono proclamate in nome di identità regionali. Anzi. I nuovi partiti si dotano spesso di nomi altisonanti, che proclamano solennemente la loro ideologia nazionalista e sono piuttosto il frutto dell'iniziativa di un dirigente regionale che, falliti i suoi tentativi di assumere il controllo della sezione locale del partito, preferisce (ri)mettersi in proprio. Ritroviamo qui alcuni elementi strutturali della politica indiana: di fronte al malfunzionamento dello stato centralizzato, si è dovuto mettere in piedi un sistema di"feudi" gestiti da satrapi locali. Accanto al"sistema congressista" realizzato durante l'era Nehru, si è venuta definendo una piramide di notabili locali dotati di una certa autonomia, che faceva presa su elettori spesso legati al particolarismo regionale. Questa costruzione è andata smembrandosi, man mano che la scomparsa dei dirigenti più prestigiosi del movimento d'indipendenza e della stirpe Nehru-Gandhi ha lasciato il campo libero alle forze centrifughe e alle lotte tra fazioni. La fioritura dei partiti regionali, o addirittura regionalisti, è fattore di pluralismo, e quindi di democrazia, ma le inevitabili coalizioni a cui essa porta si rivelano spesso fragili o instabili.
Con le alleanze realizzate al sud e all'est, il Bjp si pone come successore del Congresso. Già prima delle elezioni, i suoi dirigenti avevano ammesso che in alcune regioni il partito non poteva sussistere senza l'appoggio delle formazioni regionali.
La coalizione che si è presentata alla battaglia elettorale ne contava dodici e, dopo le elezioni, è stato necessario assicurarsi anche l'appoggio di altri tre gruppi, il Telegu Desam Party, la National Conference e l'Haryana Lok, perché il governo ottenesse la fiducia in Parlamento, il 27 marzo scorso. Ma i nazionalisti indù sono, rispetto ai congressisti, meno portati per il mercanteggiamento e il compromesso. Il pragmatismo del Congresso, che va di pari passo con un'ideologia dai contorni vaghi e imprecisi, permette una grande flessibilità nelle trattative politiche. Quasi sicuramente, il Bjp non potrà avvalersi degli stessi metodi: Vajpayee, nuovo primo ministro, non potrà condurre le trattative con i partiti alleati senza tener conto di un vincolo che il Congresso ignorava: il Rashitriya Swayamsevak Sangh (Rss) e i dirigenti di partito provenienti da questa organizzazione. Il Rss continua infatti a essere la matrice del Bjp: da esso proviene il vertice del partito e a esso sono legati anche molti dirigenti di secondo piano, funzionari regionali o locali.
Questo movimento e i dirigenti del Bjp che vi sono più legati non accetteranno di buon grado il ridimensionamento dell'ideologia nazionalista indù, considerato dagli alleati una conditio sine qua non per il loro appoggio al governo Vajpayee. Tant'è vero che la piattaforma base negoziata dal primo ministro con i partner della coalizione ribadisce tre delle principali promesse elettorali del Bjp: la costruzione di un tempio sulle macerie della moschea di Ayodhya; l'adozione di un codice civile uniforme, che mira soprattutto all'abolizione della sharia come fonte di diritto personale per i musulmani; l'abrogazione dell'articolo 370 della costituzione, che concede al Jammu e al Kashmir l'autonomia, considerata dai nazionalisti indù la causa principale dell'attuale movimento separatista.
Possiamo rallegrarci che il Bjp abbia bisogno dei voti di alleati dagli interessi difformi e che non possa quindi realizzare il suo programma. Ma Vajpayee riuscirà a placare il Rss? Probabilmente sì: innanzitutto nominando alcuni dei suoi membri a capo di istituzioni pubbliche, in conformità con lo spoil system (sistema di attribuzione delle cariche ai seguaci del partito vincente), e mettendo quindi a capo delle imprese pubbliche, degli stati con i governatori delle ambasciate e delle università un numero sempre maggiore di affiliati all'area nazionalista indù. Per il Rss è importante avere uomini in posizioni strategiche per poter operare più liberamente: nel sistema educativo, ad esempio, una volta stabilita una rete di intermediari fedeli, potrà facilmente promuovere la revisione dei manuali scolastici e riscrivere la storia nazionale, dipingendo i musulmani come violenti invasori e eroicizzando i propri padri fondatori. Parzialmente emancipatosi dalla tutela del Rss, Vajpayee ha portato avanti, fin dalla sua entrata in carica, una politica decisamente pragmatica. Ciò vale soprattutto per il settore economico, in cui si è impegnato a rassicurare gli investitori esteri, preoccupati dal tradizionale protezionismo dei nazionalisti indù, e si è premurato di facilitare l'importazione dei beni di consumo occidentali, sempre più richiesti dalle classi medie. Molto probabilmente questi segnali di flessibilità saranno compensati da un inasprimento della politica di difesa, come testimonia il rilancio del programma nucleare e i cinque test effettuati nel maggio scorso , che riscuote il consenso nazionale.
Se, a forza di concessioni e compromessi, il governo di Vajpayee regge, sarà riuscito ad assicurare una fase di stabilità alla democrazia indiana. Non si tratta di un problema di secondo piano: probabilmente, una nuova consultazione elettorale anticipata, preceduta dalle inevitabili effimere riappacificazioni, metterebbe al centro del dibattito politico la questione della riforma delle istituzioni. E' significativo a questo proposito che, nel programma minimo negoziato dal Bjp con i suoi alleati, venga sottolineato che la Costituzione ha ormai cinquant'anni e che forse andrebbe riscritta. Il Bjp è piuttosto favorevole a una riforma in senso presidenzialista del sistema politico, ma ha bisogno in parlamento di una maggioranza dei due terzi per procedere a riforme costituzionali profonde.
note:
* Ricercatore, Centre d'études et de recherches internationales, Cnrs, autore di La Democratie en Inde. Religion, caste et politique, Parigi, Fayard, 1998
(1) Si legga Vijay Singh,"Tuer et mourir pour un temple", le Monde diplomatique, aprile 1991.
(2) Questo dato, come i seguenti, proviene dai sondaggi condotti all'uscita dei seggi da India Today, New Delhi, 16 marzo 1998.
(3) Dal 1947, le quote riservate agli ex-intoccabili e agli aborigeni (popolazioni tribali) erano, rispettivamente, del 15 e del 7%.
(4) Il All India Anna Dravida Munnetra Kazhagam (Aiadmk) nel Tamil Nadu (17 seggi), il Bijnu Janata Dal en Orissa (9 seggi) o il Trinamool Congress, creato da una dissidente del Congresso, Mamata Banerjee, nel Bengala occidentale (7 seggi).
(5) I partiti dravidici del Tamil Nadu (il Dravida Munnetra Kazhagam e i partiti nati da scissioni successive, l'Aiadmk, il Pmk e il Mdmk) o dell'Andhra Pradesh (Telugu Desham Party Partito del popolo telugu), la Shiv Sena (esercito di Shivaji, eroe maratto) nel Maharashtra, l'Akali Dal (partito dei sikh puri) nel Punjab, l'Asom Gana Parishad (Associazione del popolo assamita) nell'Assam e l'Haryana Lok Dal (Partito del popolo dell'Haryana). Questi ed alcuni altri partiti di minore importanza contano 90 deputati.
(Traduzione di S.L.)