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Il barile di petrolio e la polveriera mediorientale In previsione dell'incontro del 20 e 21 giugno 2002 tra l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) e i produttori non-Opec, Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve americana, moltiplica le pressioni per impedire un rialzo dei prezzi. La Russia ha già deciso di aumentare la sua produzione
di NICOLAS SARKIS *
L'industria petrolifera mondiale è entrata in una nuova fase di crisi dopo gli attentati negli Stati uniti dell'11 settembre 2001, la cui onda lunga si è rapidamente propagata su tutta la scena politica ed economica internazionale. È soprattutto il Medioriente ad essere ormai nell'occhio del ciclone. I paesi della regione, che detengono i due terzi delle riserve accertate e controllano il 44,5% delle esportazioni petrolifere mondiali, figurano ai primi posti nella lista delle nazioni sotto tiro nella «guerra contro il terrorismo» dichiarata dal presidente americano George W. Bush. Sono la culla di al Qaeda di Osama Bin Laden e di quasi tutti gli altri movimenti islamisti. Iraq e Iran, insieme alla Corea del Nord, fanno parte di quello che il presidente ha definito «l'asse del male».
La stessa Arabia saudita, primo paese produttore ed esportatore di petrolio a livello mondiale, nonché principale alleato degli Stati uniti in Medio Oriente, è fatta segno di pressioni e accuse per il suo sostegno ai movimenti islamisti. Neppure Siria e Yemen vengono risparmiati, né l'Hezbollah libanese, l'Hamas palestinese e alcuni emirati del Golfo, accusati di aver chiuso gli occhi sulle attività e i finanziamenti di organizzazioni di beneficenza che si sarebbero dedicate ad attività poco caritatevoli. Gli ultimi massacri nei territori palestinesi, l'esasperarsi del conflitto arabo-israeliano e il rischio di un'azione militare americana in Iraq, forniscono poi tutti gli ingredienti per una possibile esplosione che travolgerebbe più di un regime arabo. In tali condizioni, la compresenza di barili di petrolio e di barili di polvere da sparo in questa parte del pianeta si annuncia particolarmente esplosiva. Fino a questo momento, l'impatto degli attentati dell'11 settembre sul mercato petrolifero si è limitato a brusche variazioni dei prezzi. Nello spazio di quattro mesi il prezzo medio del paniere di petroli Opec (1) è diminuito del 28,3% passando da 24,46 dollari a barile nell'agosto 2001, a 17,53 dollari nel dicembre dello stesso anno. Il sensibile ribasso è stato provocato sia dal rallentamento della domanda e dal timore di una recessione economica mondiale, che dal persistere di un eccesso di offerta da parte dei paesi Opec (2) e non Opec. Dal gennaio 2002, il rialzo dei prezzi è stato particolarmente brusco; a metà maggio il paniere Opec ha raggiunto i 24,48 dollari a barile, con un aumento del 39,6% rispetto alla media di dicembre. L'inversione è dovuta ai segni di ripresa dell'economia americana, alla diminuzione delle riserve nei paesi industrializzati e alle speculazioni sull'eventuale intervento militare americano in Iraq. Nei prossimi mesi, i prezzi del petrolio continueranno probabilmente a subire questi alti e bassi, a seconda del rapporto domanda / offerta, del grado di rispetto delle quote di produzione da parte dei paesi Opec e dell'evoluzione del braccio di ferro tra Washington e Baghdad. In ogni caso, tuttavia, appare improbabile che il prezzo del barile si attesti in modo stabile al di sopra dei 25 dollari. Grazie ad una capacità di produzione non utilizzata, calcolata in quasi 6,5 milioni di barili al giorno (b/g), di cui oltre la metà in Arabia saudita, i paesi membri dell'Opec non esiterebbero ad aumentare la loro produzione nel caso in cui un attacco all'Iraq bloccasse le esportazioni da questo paese o se, per altri motivi, l'offerta mondiale si mostrasse insufficiente a coprire la domanda. Benché abbiano un gran bisogno di aumentare i prezzi del petrolio per fare fronte alle difficoltà economiche, questi paesi mantengono fermo l'obiettivo di una forbice da 22 a 28 dollari al barile. Alcuni regimi arabi, soprattutto del Golfo, sono stati duramente colpiti dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre e non chiedono altro che comprare sicurezza e sopravvivenza aumentando la produzione di alcune centinaia di migliaia di barili di petrolio al giorno. A più lungo termine, le ricadute della tragedia dell'11 settembre sull'industria petrolifera potrebbero essere più pesanti delle brusche variazioni di prezzo. La lotta contro il terrorismo internazionale rinnova le preoccupazioni sulla sicurezza degli approvvigionamenti dei paesi consumatori e rimette in discussione il ruolo del Medioriente come primo produttore ed esportatore di petrolio a livello mondiale. È già iniziata una ridefinizione del panorama petrolifero mondiale, in particolare grazie al riavvicinamento tra Stati uniti e Russia e al rinnovato interesse per altre aree petrolifere come l'Asia centrale e l'Africa occidentale. Basterà questo a ridurre, in maniera almeno parzialmente significativa, la dipendenza nei confronti del petrolio del Medioriente e a evitare nuove crisi energetiche. È poco probabile. Il ruolo dominante del golfo persico Prima di tutto perché rischiamo di assistere ad un inasprimento delle sanzioni americane. La mobilitazione, volenti o nolenti, dei paesi industrializzati sotto la bandiera americana nella lotta contro il terrorismo rende improponibili le divergenze tra Stati uniti e Unione europea sulle «sanzioni secondarie» contro Iran e Libia (3). È difficilmente concepibile, nel prossimo futuro, che le società europee, giapponesi o altre, continuino ad ignorare le sanzioni americane contro paesi terzi, firmando nuovi accordi di sfruttamento-produzione con questi due paesi. Riguardo all'Iraq, il meglio che si possa sperare è il mantenimento, in condizioni ancora più costrittive per questo paese, del cosiddetto programma Petrolio contro cibo, nel quadro del piano americano curiosamente definito «sanzioni intelligenti». Tutto ciò non può che rallentare gli investimenti in questi tre paesi, che possiedono quasi un quarto delle riserve petrolifere mondiali. Il blocco degli investimenti petroliferi, già insufficienti, porta le società internazionali a rivolgersi ad altre zone, come l'Africa occidentale - in particolare l'Angola - , la Russia o i paesi del Mar Caspio, dove si calcola che le riserve nel solo giacimento di Kashagan, nel Kazakistan, siano il doppio delle riserve del settore britannico del mare del Nord. Per riportare le cose alle loro giuste proporzioni, è tuttavia opportuno non dimenticare che tutte le riserve petrolifere dei paesi del golfo di Guinea, inclusa la Nigeria, sono attualmente stimate a 39 miliardi di barili, il che vuol dire il 5,2% del totale mondiale, mentre quelle dei paesi dell'Asia centrale non superano l'1,6% delle riserve mondiali, percentuale da mettere a confronto con il 66% posseduto dai paesi del Medioriente. Altre conseguenze degli attentati dell'11 settembre sono state il rinsaldarsi delle relazioni russo-americane e un maggiore coinvolgimento delle società statunitensi nei progetti di sviluppo dei settori del petrolio e del gas in Russia. Alla fine degli anni '80, questo paese era il primo produttore di petrolio al mondo con una produzione che è culminata in 11,4 milioni di b/g nel 1987-1988, prima di crollare a soli 6,2 milioni di b/g nel 1996. Nel corso degli ultimi cinque anni, la produzione è risalita a 7,3 milioni di b/g in seguito all'aumento dei prezzi nel 1999-2000, alla riorganizzazione del settore degli idrocarburi lanciata nel 1992-1993 e alla svalutazione del rublo dopo la crisi finanziaria dell'agosto 1998. Nel corso dei prossimi anni, il paese intende aumentare produzione ed esportazioni. Dato che le sue riserve sono valutate a 48,6 miliardi di barili, cioè il 4,6% del totale mondiale, la Russia ha i mezzi per sostenere tali ambizioni. Ma, considerato che aumenteranno anche le sue necessità, la quota per le esportazioni mondiali, attualmente al 6,3%, difficilmente potrà superare il 7-8% entro il 2010. Anche se il contributo atteso da Africa, Asia centrale e Russia alla copertura dei bisogni petroliferi mondiali non è certo trascurabile, l'aumento della domanda è tale che esso non potrà sostituire o minacciare il ruolo dominante del golfo arabo-persico. Tutte le previsioni energetiche disponibili a livello mondiale sono concordi, salvo sfumature diverse, sul fatto che il Medioriente resterà per molto tempo ancora il deus ex machina dell'industria petrolifera. Grazie alle enormi riserve provate, ai giganteschi giacimenti scoperti e non ancora sfruttati (in particolare in Iraq e in Iran) e al basso costo di produzione, questa regione dovrebbe coprire la maggior parte del previsto aumento del consumo mondiale. Il rapporto sulle «Prospettive energetiche mondiali» che l'Agenzia internazionale dell'energia (Aie) ha pubblicato nel novembre 2001, due mesi dopo gli attentati a New York e a Washington, ha giustamente ricordato questa realtà. Per quanto riguarda il petrolio, l'Aie mantiene immutate, rispetto all'anno precedente, le sue stime su domanda e offerta mondiali nel corso dei prossimi vent'anni, con una crescita media della domanda dell'1,9% all'anno che condurrebbe ad una domanda mondiale di 95,8 milioni di b/g (mbg) nel 2010 e di 114,4 mbg nel 2020. Ci si troverebbe dunque di fronte ad una domanda supplementare di 20 mbg da oggi al 2010 e di oltre 40 mbg entro il 2020. In altri termini, bisognerebbe sviluppare nuove capacità produttive equivalenti, da qui al 2010, al doppio dell'attuale capacità produttiva dell'Arabia saudita e, entro il 2020, al 130% del totale delle attuali capacità di tutti i paesi dell'Opec messi insieme. Si tratta di una sfida colossale che nessuno sa dire, per ora, se e come potrà essere affrontata. Di fatto, le stime a lungo termine della domanda sono più facili di quelle dell'offerta, perché si basano su parametri più facilmente individuabili, come la crescita economica, l'aumento demografico, l'elasticità rispetto ai prezzi o le estrapolazioni a partire dal passato. Il compito è ben più arduo per quanto riguarda le prospettive dell'offerta: gli interrogativi sono molto più preoccupanti, riguardando le incertezze che incombono sugli investimenti, la stabilità politica nella maggior parte dei paesi produttori, le sanzioni che colpiscono paesi come Iraq, Iran e Libia o le politiche petrolifere dei paesi esportatori. Tenuto conto di queste incertezze, l'Aie valuta che le forniture non-Opec dovrebbero stabilizzarsi attorno a 46-47 mbg fino al 2010, prima di cominciare a diminuire. Per coprire l'enorme aumento del fabbisogno mondiale la produzione Opec, in compenso, dovrebbe salire alle stelle per raggiungere i 44,1 mbg nel 2010 e i 61,8 mbg nel 2020, cioè dovrebbe più che raddoppiare nei prossimi vent'anni. Sono soprattutto cinque i paesi del Medioriente membri dell'Opec - Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Kuwait, Iran e Iraq - che dovrebbero portare la loro produzione dai 19,5 mbg del 1997 (anno di riferimento) ai 30,5 mbg del 2010 e ai 46,7 del 2020. La quota di produzione mondiale di questi ultimi paesi passerebbe quindi dal 26% del 1997 al 32% del 2010 e al 41% del 2020. Così, la dipendenza dei principali paesi consumatori dal petrolio importato, in particolare proveniente dal Medioriente, avrebbe un andamento crescente. Tra il 1997 e il 2020, passerebbe dal 44,6% al 58% per il Nordamerica, dal 52,5% al 79% per l'Europa e dall'88,8% al 92,4% per la regione del Pacifico. Come per il petrolio, anche la produzione del gas naturale in Medioriente dovrebbe presentare una crescita eccezionale passando dai 223 miliardi di metri cubi (Gm3) del 2000 a 524 Gm3 del 2020. Si pone il problema dei colossali investimenti richiesti per compensare il declino naturale della produttività dei giacimenti e per sviluppare nuove capacità produttive. Secondo varie stime, nel periodo 2001-2010 questi investimenti richiederebbero più di 300 miliardi di dollari nei principali paesi del Medioriente e di 1.000 miliardi di dollari nei paesi non-Opec. Al momento, soprattutto tenendo conto delle nuove incertezze create dagli avvenimenti dell'11 settembre, nulla indica che investimenti così consistenti possano essere realisticamente previsti. Le difficoltà non provengono tanto dalle scelte politiche dei paesi esportatori interessati, quanto dal livello dei prezzi e dal contesto politico internazionale. La rivoluzione libica del 1969, la rivoluzione islamica del 1979 in Iran e la guerra contro l'Iraq nel 1991 dimostrano chiaramente che, quale che sia il regime in essere, questi paesi aspirano a sviluppare produzione ed esportazioni per la semplice e buona ragione che hanno bisogno di accrescere i loro redditi da petrolio e da gas. Ma è necessario che non siano oggetto di sanzioni, che godano della stabilità necessaria ad attirare investimenti esteri e che i prezzi del petrolio siano ad un livello adeguato. Anche a 25 dollari il barile, il prezzo del petrolio equivale a soli 7,2 dollari in moneta del 1973 e a meno della metà del livello di inizio anni '80. Si evidenzia così che il vero problema non è quello delle risorse, ma dei prezzi e della stabilità politica in Medioriente, una regione che nei prossimi decenni resterà, lo si voglia o meno, il centro nevralgico dell'industria petrolifera mondiale. note:
* Direttore del Centro arabo di studi petroliferi (Parigi) e della rivista Le Pétrole et le gaz arabes. (1) Il prezzo del paniere di petroli Opec comprende i prezzi medi dei seguenti petroli lordi: saharan blend, arabian light, minas, bonny light, dubai, tia juana light e isthmus. (2) L'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) comprende undici paesi: Arabia saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Qatar, Emirati arabi uniti, Algeria, Libia, Nigeria, Venezuela e Indonesia. (3) Le sanzioni secondarie sono le sanzioni americane previste dal Lybian-Iran Sanctions Act (Ilsa) che colpiscono le società che investono più di 40 milioni di dollari in progetti energetici in Libia e in Iran. (Traduzione di G. P.) |