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Una minaccia per le condizioni di vita Cuba, stretta tra pressioni esterne e blocchi interni Le nuove sanzioni decise da George Bush contro Cuba non mirano soltanto a conquistare la maggioranza dell'elettorato cubano della Florida alle prossime elezioni presidenziali, ma rispondono soprattutto all'ossessione della Casa bianca: estirpare il regime castrista, non facilitare la sua democratizzazione. Questo pericolo, assolutamente reale, non deve però impedire l'analisi delle contraddizioni interne e delle crepe che rendono fragile la società cubana.
Janette Habel
Una decina di anni fa, solo in pochi credevano nella sopravvivenza del regime cubano. L'Unione sovietica, il principale acquirente di zucchero e fornitore di petrolio dell'isola, era appena scomparsa.
È stato necessario ricostruire una strategia economica adatta ai nuovi rapporti di forza e questo nell'isolamento quasi totale, mentre l'ondata neoliberista dilagava in tutto il mondo. Gli anni '90 sono stati per Cuba anni bui e la popolazione ha dovuto sopportare enormi sofferenze. La nuova politica economica applicata nel 1993 e le riforme commerciali adottate (autorizzazione per il lavoro autonomo, libero mercato nell'agricoltura, legalizzazione del dollaro, moltiplicazione delle società a capitale misto, ecc.) hanno favorito la ripresa della crescita alla fine del decennio. Ma, al tempo stesso, hanno provocato un cambiamento sociale e un rovesciamento dei valori trasmessi dalla rivoluzione, a partire dalla doppia circolazione monetaria, che favorisce il divario dei redditi tra chi possiede dollari e chi non vi ha accesso. Anche se non si è ancora tornati al livello di vita del 1989, la crescita del prodotto interno lordo (Pil), che era stata dell'1,2% nel 2002, ha raggiunto il 2,6% nel 2003, ma la generazione che ha dovuto sopportare per quattordici anni il peso del «periodo speciale» è ormai allo stremo. Di fatto la politica di sostituzione delle importazioni adottata negli ultimi anni ha avuto un successo significativo. Con l'uso del petrolio nazionale, Cuba è quasi autosufficiente per la produzione di elettricità. L'approvvigionamento del settore turistico è garantito per il 70% da prodotti locali, un importante fattore di riduzione dei costi. Inoltre i progressi nel campo delle biotecnologie permetteranno di aiutare la Nigeria e la Namibia a produrre medicinali contro il virus Hiv. Tuttavia le incertezze persistono. Decisa nel 2002 di fronte alle oscillazioni dei prezzi mondiali dello zucchero, la ristrutturazione dell'industria saccarifera rimane una bomba a scoppio ritardato. Non potendo essere concorrenziali, metà delle centrali saccarifere sono state chiuse. Cinquecentomila posti di lavoro sono minacciati. Lo stato non è rimasto con le mani in mano: 100.000 di questi lavoratori hanno beneficiato di una formazione e conservano per intero il loro stipendio. Ma la prevista riconversione di decine di migliaia di operai nell'agricoltura si scontra con la mancanza di capitali per comprare le sementi, i fertilizzanti, le macchine - per non parlare poi del disorientamento creato dalla perdita di una tradizione storica. Nei bateys (1) si sopravvive con la libreta (tessera alimentare) e con qualche lavoro saltuario. «Sembra la siderurgia della Lorena negli anni Ottanta, ma senza l'Unione europea», osservava un imprenditore francese. Il mercato del lavoro è in difficoltà. Anche se la situazione è sembrata migliorare grazie alla crescita delle attività private e del turismo, gli investimenti esteri (Ide) si sono ridotti dopo il 2001 per effetto della legge Helms-Burton (2), ma anche a causa del controllo molto stretto imposto dall'Avana. Il numero di imprese miste è diminuito del 15% nel 2003. La crescita del turismo continua, ma non crea nuova occupazione e dopo l'11 settembre e la guerra in Iraq la fragilità dell'«industria senza fumo» è ormai evidente. Infine, la mancanza di valuta estera rende la situazione finanziaria preoccupante. Il debito in valuta estera ammontava nel 2001 a 10,89 miliardi di dollari, mentre la Russia reclamava 20 miliardi di dollari (secondo l'ex parità ufficiale, in realtà si tratta di rubli convertibili) (3). Il debito nei confronti del Venezuela avrebbe raggiunto 891 milioni di dollari alla fine del 2003 (4) - Caracas, grazie all'accordo di cooperazione firmato nel 2000, fornisce a Cuba petrolio greggio e prodotti derivati a condizioni molto favorevoli (5). L'Avana paga per lo più inviando medici, allenatori sportivi e insegnanti e accogliendo borsisti nelle sue università e malati venezuelani nei suoi ospedali. Questa vulnerabilità finanziaria spiega probabilmente la decisione presa nel 2003 di instaurare un controllo dei cambi per le imprese cubane. Una misura che non raccoglie consensi unanimi fra gli economisti cubani e c'è chi vi vede un nuovo intervento statale e un ripensamento sulle riforme adottate. L'attuale riassetto va, secondo loro, contro il necessario autofinanziamento delle imprese. Se si svuotano le casse per finanziare i progetti sociali, osservano questi economisti, come potranno queste imprese investire ed essere in attivo? Queste difficoltà hanno provocato numerosi interrogativi e un reale dibattito, al contrario dell'idea diffusa tra i media occidentali che vorrebbero fare dell'isola un luogo chiuso dove non c'è alcuna libertà di opinione. Diversi economisti considerano infatti che il potenziale delle riforme si sia esaurito e ritengono necessaria una nuova strategia di sviluppo. Pedro Monreal e Julio Carranza (6) partono da una constatazione: Cuba è entrata nel Ventunesimo secolo con lo status tradizionale di un'isola caraibica - il turismo e le remesas (7), lo zucchero e i minerali; le risorse naturali e la forza lavoro emigrata sono i vettori dell'inserimento del paese nell'economia mondiale. Mettendo in discussione lo schema tradizionale, questi economisti propongono una «transizione post-turistica». Per loro l'obiettivo deve essere «una reindustrializzazione esportatrice» che permetta l'uso di una forza lavoro molto qualificata. Il turismo deve costituire solo una «fase temporanea». Raccomandano «una strategia fondata su esportazioni tecnologicamente intensive (...), modificando radicalmente il modello di sviluppo attuale fondato sulla politica di sostituzione delle importazioni». In realtà il modello cinese affascina molti dirigenti. Il 13 febbraio 2004 il quotidiano Granma titolava in prima pagina: «L'esperienza cinese dimostra che vi sono delle alternative». L'articolo celebrava «la crescita della nazione asiatica», un successo ottenuto «senza privatizzazioni», «senza capitalismo», «con un sistema bancario controllato dallo stato», «con una direzione forte» e con uno «sviluppo sociale equilibrato». Monreal e Carranza criticano l'«ambivalenza», per non dire l'incoerenza, delle posizioni ufficiali fondate sulla possibilità «di una coesistenza stabile fra diverse alternative». Per loro è necessario effettuare una scelta. Ritengono, infatti, poco probabile una riconversione positiva delle strutture economiche del paese «senza trasformazioni significative delle istituzioni economiche e dei rapporti di proprietà». Considerano necessaria la presenza di «strutture di deliberazione politica al di fuori dell'apparato di stato» e «capaci di operare una mediazione efficace fra gli interessi delle diverse componenti della società». In compenso il governo ha riaffermato con forza la finalità sociale della sua politica economica. Ha fatto dell'istruzione una priorità nazionale e il suo bilancio è passato dal 6,3% del 1998 al 9,1% del 2003. Settecento scuole sono state completamente rinnovate e dotate di computer, migliaia di insegnanti sono stati formati per non superare i venti studenti per classe e 16.000 professori di belle arti si preparano in scuole specializzate. A queste riforme dovrebbe seguire il rinnovo degli ospedali. Ma nonostante questi sforzi, ai quali potrebbero ispirarsi la maggior parte dei paesi latino-americani cosiddetti «democratici», esiste una popolazione in situazione precaria la cui salute è minacciata. Alcune categorie sociali - le donne sole con figli piccoli, le persone anziane - soffrono della mancanza di generi alimentari di prima necessità. È risaputo infatti che la razione alimentare consegnata con la libreta, limitata ad alcuni prodotti di base, copre al massimo 10-15 giorni di provviste su un mese. Bisogna quindi completare gli acquisti negli agro-mercados, mercati agricoli dove i prezzi sono elevati. Secondo l'economista cubana Angela Ferriol, la popolazione urbana ai limiti della povertà arriva al 20% (8). Molte persone vivono alla giornata e l'arte di arrangiarsi, il mercato nero e i furti sono diventati frequenti. A questo proposito la sociologa cubana Mayra Espina sottolinea tre fattori che aggravano le disuguaglianze e accentuano la povertà: il divario crescente fra i redditi, il carattere territoriale delle disuguaglianze e la nuova gerarchia sociale legata alla ricchezza materiale, simbolo del successo (9). Con le riforme, i redditi da lavoro dipendente nel settore statale hanno perduto importanza in favore delle attività private legali o illegali. «Le disparità fra i redditi sono aumentate, i servizi sociali si sono deteriorati quantitativamente e qualitativamente», osserva Mayra Espina. Secondo questa sociologa, le riforme economiche e la complessità dei cambiamenti socioculturali hanno disgregato la coscienza sociale, emarginato le categorie più vulnerabili e alimentato le tensioni fra bianchi e neri. Anche le disuguaglianze fra regioni si sono aggravate: nella parte orientale dell'isola, la popolazione in situazione critica è stimata nel 22% tanto che alcuni comuni attraversano una situazione particolarmente difficile. In termini statistici questa evoluzione è particolarmente evidente: nel 1988 la percentuale dei lavoratori statali raggiungeva il 94%. Oggi dal 20 al 25% della popolazione non dipende più dallo stato per il suo lavoro. Mentre i redditi delle famiglie sono rimasti allo stesso livello o sono aumentati leggermente tra il 1991 e il 1999, «i redditi delle famiglie che vivono dell'economia sotterranea si sono quadruplicati», sottolinea Angela Ferriol. Secondo un servizio pubblicato in febbraio sul settimanale Bohemia (10), fra gennaio e ottobre del 2003 la polizia avrebbe scoperto 181 laboratori illegali, 525 fabbriche clandestine e 315 locali utilizzati come depositi. Un economista che lavora per lo stato ritiene che «con la crisi e tenuto conto del livello degli stipendi, non si può fare molto contro gli abusi e la corruzione». Oltre all'arricchimento dei piccoli contadini privati, dei lavoratori indipendenti, dei proprietari delle paladares (ristoranti privati) e degli addetti al turismo, la ricercatrice Juana Conejero parla delle «trasformazioni nella struttura di classe» e della «possibilità che nasca una nuova classe sociale di imprenditori associata al settore degli investimenti esteri» (11). Questa ipotesi era già stata analizzata dal sociologo Haroldo Dilla in un articolo molto contestato che parlava dei nuovi «compagni investitori», cioè dei direttori di imprese miste e degli amministratori di imprese di stato legate al mercato, che ne hanno adottato le esigenze se non l'ideologia. È infatti attraverso la fusione delle élite politiche e del «bizness», come si dice a Cuba, che potrebbe nascere questa nuova classe sociale. L'organizzazione del sistema misto e privato rende teoricamente impossibile l'accumulazione del capitale, se non attraverso la corruzione. Quest'ultima, anche se limitata, si è sviluppata grazie alla mancanza di beni, alla doppia moneta e all'autonomia delle imprese legate al turismo. Il governo ha lanciato una grande offensiva contro «questo cancro che corrompe la rivoluzione dall'interno e che è più pericoloso di una bomba americana». Grazie alla corruzione, infatti, può prosperare una base sociale molto più pericolosa per il regime di qualunque gruppo di dissidenti. I grandi operatori turistici rappresentano una forza commerciale e finanziaria considerevole. Gestiscono diverse centinaia di imprese. L'anno scorso Vega del Valle, presidente della compagnia alberghiera statale Cubanacán - il gruppo più importante con una quota di mercato del 40%, un fatturato valutato in 800 milioni di dollari, 15 compagnie, 23 imprese miste e 9 sedi all'estero - è stato destituito dalle sue funzioni insieme a diversi alti responsabili per «gravi errori di gestione»; le accuse di sottrazioni di fondi scoperte dopo il controllo dei cambi instaurati nel 2003 per le imprese cubane sono state smentite, ma anche il ministro del Turismo si è dovuto dimettere. Il loro posto è stato preso dai militari che dirigono l'impresa turistica Gaviota. Principale potenza economica dell'isola, le Forze armate rivoluzionarie (Far) sono sempre più coinvolte nel turismo, nell'agricoltura, nell'industria, nei trasporti, nelle comunicazioni, nell'elettronica. I militari occupano dei posti chiave nel governo e nella direzione del Partito comunista cubano (Pcc); oltre alla loro presenza nell'Ufficio politico, il dipartimento ideologico del Comitatoto centrale è diretto dal colonnello Rolando Alfonso e l'Istituto cubano di radio e televisione (Icrt) dal colonnello Ernesto López. Avendo beneficiato di una formazione economica e commerciale ispirata dalle norme di gestione capitalistiche, questi militari sono all'origine delle riforme commerciali e del «perfezionamento» delle imprese statali, una ristrutturazione diretta ad accrescere la loro redditività e la loro efficienza attraverso una maggiore autonomia. In questa società sempre più diversificata, l'omogeneità politica diventa un'illusione. Come coniugare il rispetto delle diversità e l'imperativo di uguaglianza, la tensione fra l'individuale e il collettivo? Tutti dibattiti latenti, ma ancora impossibili da realizzare pubblicamente. In un articolo redatto «per suscitare il dibattito con i suoi colleghi dell'Università di L'Avana», Armando Chaguaceda Noriega (12) rifiuta l'idea di un paese composto «da esseri geneticamente unanimisti». Constatando «il permanere di uno spirito di sinistra in numerosi settori della popolazione», l'accademico individua due distinte correnti: «Una sinistra epica internazionalista contraria al mercato, che reclama più libertà nella discussione e nel pensiero critico» e «una sinistra riformista che mette l'accento sullo sviluppo economico all'interno di un progetto pluriclassista». Per la prima corrente, egli vede il pericolo «di staccarsi dal vissuto dei cittadini» e per la seconda «di farsi promotrice dell'accumulazione capitalistica nel paese». E auspica un'alleanza fra le due per far fronte a ciò che egli definisce «la rimonta conservatrice nell'apparato statale». Adottato da 8.188.198 cubani (il 98% degli elettori) nel giugno 2002, un emendamento all'articolo 3 della Costituzione afferma che «il socialismo e il sistema politico e sociale rivoluzionario stabilito in questa Costituzione sono irrevocabili e (che) Cuba non tornerà mai al capitalismo». Questa è stata la risposta alla domanda di riforme economiche e politiche note con il nome di progetto Varela avanzato dal cristiano Oswaldo Paya. Il progetto, che ha raccolto 11.000 firme, chiede la libertà d'impresa, la legalizzazione delle attività private, un mercato del lavoro, elezioni generali e pluralismo politico. Decretando l'irrevocabilità del socialismo, si è voluto chiudere il dibattito ancora prima di aprirlo. Ma il fascino esercitato dal mercato su alcune classi sociali è sempre più forte. Da quattro anni, data del ritorno di Elián (13), la «battaglia di idee» - l'espressione è di Fidel Castro - le campagne politiche, le manifestazioni incessanti e il controllo delle organizzazioni sociali hanno sostituito un vero e proprio potere popolare. Ma il divario esistente fra gli ingranaggi burocratici delle organizzazioni sociali e le aspirazioni della popolazione aumenta, mentre i settori legati al mercato e agli strati più dinamici dell'economia (investitori stranieri e i loro referenti cubani, il settore privato ancora embrionario, ecc.) si rafforzano. Armando Chaguaceda Noriega evoca «l'esiguità degli spazi di partecipazione politica». A sua volta il Pcc, che rappresenta la spina dorsale dello stato e dell'amministrazione, è sempre più atrofizzato come partito politico. Il suo congresso, che avrebbe dovuto tenersi due anni fa, non è ancora programmato. L'esplosione della cultura La gravità delle contraddizioni sociopolitiche si manifesta in tutti gli ambienti. Il bisogno di rinnovamento del discorso e delle pratiche politiche è evidente nei giovani. «Per molti, compresi i figli dei dirigenti, l'unica scelta, il sogno, è abbandonare il paese», constata la chiesa cattolica. Infatti i giovani laureati, anche se hanno beneficiato degli sforzi considerevoli realizzati nel campo dell'istruzione, trovano raramente un lavoro corrispondente al loro livello di studi. Le informazioni filtrate dai media o le restrizioni all'accesso a internet sono sopportate con crescente difficoltà. Nonostante le smentite delle autorità, queste restrizioni «non sono solo di tipo tecnico» (14). È vero che il degrado delle reti e il numero ridotto di telefoni per abitanti (6,37 per 100 abitanti) rendono difficile l'accesso a Internet. È anche vero che l'amministrazione americana ha detto apertamente di voler utilizzare la rete per destabilizzare il regime. Ma è altrettanto vero che le connessioni sono comunque controllate e devono passare attraverso il vaglio delle istituzioni o dei centri di lavoro e «rispettare i regolamenti in vigore». Le autorità sono «decise ad agire con fermezza contro gli illegali» (chi utilizza mezzi vietati per connettersi), ha dichiarato il ministro dell'Informatica e delle comunicazioni (Mic). Anche gli ambienti artistici lasciano trasparire una certa delusione, sebbene l'esplosione culturale degli anni Novanta - letteraria, musicale, pittorica, cinematografica sotto la guida dell'Istituto cubano delle arti e delle industrie cinematografiche (Icaic) - abbia favorito una grande apertura da parte dell'Unione nazionale degli scrittori e degli artisti (Uneac). È nata così una nuova generazione letteraria di talento - Leonardo Padura, Senel Paz, Ena Lucia Portela, Abilio Estévez (15). Per Estévez, questa generazione guarda alla società, ma «questo sguardo è pieno di amarezza e di scetticismo». Evocando nelle sue opere la nostalgia del passato, lo scrittore spiega che la rivoluzione ha preso caratteristiche simili al cattolicesimo: «che sacrifica il presente in nome del cielo, del paradiso, così come la rivoluzione sacrifica il presente in nome di un futuro che non mi interessa. Quello che mi interessa è come vivo oggi» (16). Segno dei tempi, diversi scrittori o poeti che vivono nell'isola scrivono sulla rivista Encuentro de la cultura cubana di orientamento anticastrista. Il suo direttore, Rafael Rojas, cerca di farne un punto di incontro culturale fra gli esiliati e gli abitanti dell'isola alla ricerca di una nuova «cubanità». Per quanto riguarda invece gli intellettuali - economisti, sociologi, politologi, ricercatori - la loro libertà di espressione è molto più ridotta. Dopo lo scioglimento del gruppo dirigente del Centro di studi sull'America (Cea) nel 1996 (17), la rivista Temas cerca prudentemente di esplorare nuove strade di riflessione. È in questo contesto che si è scatenata l'ondata repressiva del 2003. «Mi ha addolorato condannare a morte quelle persone, ma era necessario», ha dichiarato un anno dopo Fidel Castro in un'intervista filmata da Oliver Stone (18), riconoscendo così la sua responsabilità personale e l'assenza di un potere giudiziario indipendente. Per salvare la rivoluzione, «per fermare l'ondata di terrorismo era necessario colpire il male alla radice». Questi processi hanno avuto anche un valore di avvertimento per l'amministrazione Bush, in un contesto internazionale molto preoccupante. Non si deve infatti sottovalutare le minacce che pesano su Cuba. Solo gli ingenui possono pensare che l'atteggiamento di Washington sia dettato dalla volontà di ristabilire la democrazia e non da interessi economici, politici e/o strategici, a Cuba come in Iraq o in Afghanistan (19). Indubbiamente le dichiarazioni minacciose nei confronti di Cuba, le manifestazioni a Miami al grido di «Oggi in Iraq, domani a Cuba!» sono state condotte in nome della «promozione mondiale della democrazia e della difesa dei diritti dell'uomo». Del resto lo stesso presidente Bush, in occasione del vertice delle Americhe a Monterrey nel gennaio 2004, ha chiesto una «transizione rapida e pacifica verso la democrazia a Cuba». In nome della democrazia, ha deciso, all'inizio di maggio, di limitare i viaggi degli esiliati nell'isola, di diminuire i trasferimenti dei loro fondi alle famiglie e di aumentare di 35 milioni di dollari gli aiuti alla dissidenza. Misure, queste, considerate un'ingerenza antidemocratica dal governo messicano e dagli stessi dissidenti cubani. L'argomento democratico è in effetti a geometria variabile. Mentre il governo francese ha tagliato i crediti di cooperazione con Cuba, Jacques Chirac e l'Assemblea nazionale hanno ricevuto in pompa magna il presidente cinese, e si sa quale attenzione egli abbia verso i diritti umani. Secondo Washington, Cuba è «l'unico paese non democratico dell'emisfero». Però è perfettamente lecito cercare di destabilizzare la democrazia in Venezuela, sparare sulla folla nella più completa impunità in Bolivia, nella Repubblica domenicana, ad Haiti, lasciare in libertà criminali come l'ex generale Augusto Pinochet o il carnefice ed ex dittatore guatemalteco Rios Montt, dal momento che la loro costituzione garantisce il pluralismo e la proprietà privata. La minaccia esterna contro Cuba non può certo essere considerata infondata. Tuttavia i processi a porte chiuse, gli avvocati d'ufficio, i giudizi sommari, le esecuzioni e le incarcerazioni sono serviti alla causa cubana o l'hanno indebolita? Il 3 maggio a Belgrado il premio mondiale per la libertà di stampa conferito dall'Unesco è stato assegnato a Raul Rivero, poeta e giornalista condannato a venti anni di prigione. La sua detenzione ha dato un'immagine minacciosa del regime e rafforzato la campagna di critiche nei confronti di Cuba. Non si possono identificare i diritti umani con i soli diritti sociali - le libertà reali - contrapponendoli alle libertà «formali», risultato di una visione esclusivamente giuridica dei diritti dell'uomo. La storia del Novecento ha dato una risposta a questo vecchio dibattito. Le libertà democratiche rappresentano al tempo stesso una necessità funzionale, una condizione dell'efficienza economica e un'arma contro la confisca del potere. Ma a Cuba questo argomento è tabù. Le difficoltà non sono solo economiche ma anche di ordine politico. Il dopo-Fidel in preparazione «Tutti vogliono dei cambiamenti economici tranne Fidel», spiega un alto funzionario cubano. E come molti altri responsabili, ritiene che gli errori del socialismo siano economici e che sarà sempre più difficile realizzare i cambiamenti necessari senza perdere il potere quando Fidel Castro non sarà più presente. Del resto le forze in campo si stanno preparando. All'interno del regime il cambio della guardia è pronto. Una direzione collettiva guidata da Raúl Castro dovrebbe assicurare la transizione con l'appoggio dell'esercito, che ha nella potenza economica e nella disciplina i suoi punti di forza. Ma la stabilità politica dipenderà dal miglioramento della situazione economica e sociale. All'interno dell'Ufficio politico del Pcc coesistono alti funzionari dello stato, membri permanenti del partito e militari che spingono verso un'apertura economica controllata. In assenza del fondatore della rivoluzione, chi arbitrerà il conflitto? Tra gli oppositori, osserva Martha Frayde, un'esponente dell'esilio, «il paese manca di una forza di opposizione unita; la dissidenza è divisa» (20). Nella fase attuale la Chiesa non vuole assumere un ruolo politico e per questo motivo preferisce non sostenere apertamente un cattolico impegnato come Oswaldo Paya. In ogni modo la gerarchia ecclesiastica potrebbe svolgere un ruolo importante nella fase di riconciliazione nazionale. Che faranno gli Stati uniti? Una volta scomparso Castro, punteranno sul riciclaggio delle élite per preservare la stabilità nella regione. Non hanno interesse a fomentare il caos: l'arrivo di centinaia di migliaia di profughi sulle loro coste meridionali costituirebbe un problema di sicurezza nazionale. Inoltre la lobby americana dell'agrobusiness, principale beneficiaria degli acquisti cubani (21), spinge da tempo per togliere l'embargo. Ma l'ala radicale degli esiliati a Miami chiederà il suo «diritto al ritorno» e pretenderà una rivincita politica. Per il popolo cubano gli obiettivi sono diversi: salvare le conquiste sociali della rivoluzione, difendere l'indipendenza e la cultura nazionale assicurando al tempo stesso il passaggio dalla legittimità rivoluzionaria a una nuova legalità istituzionale (22). note:
* Professoressa presso l'Institut des hautes études d'Amérique latine (Iheal), Parigi. (1) Luogo in cui vivono i lavoratori nelle centrali dello zucchero. (2) Il 12 marzo 1996, il Congresso degli Stati uniti ha adottato una legge che sanziona chiunque nel mondo abbia relazioni commerciali con Cuba. (3) Economist intelligence unit (Eiu), Country Profile, Cuba, Londra, 2003. (4) La Lettre de la Havane, n. 33, gennaio 2004, missione economica de L'Avana. (5) Queste condizioni non sono diverse da quelle che Caracas consente ad altri piccoli paesi dei Caraibi e dell'America centrale. Unica novità: L'Avana, che era stata esclusa da questo accordo per le pressioni di Washington, ora ne beneficia. (6) Pedro Monreal, Julio Carranza, Hacia una nueva agenda de desarrollo en Cuba, Mimeo, L'Avana, 2002. (7) Invii di denaro dei cubani che vivono negli Stati uniti. (8) Angela Ferriol, Explorando nuevas estrategias para reducir la pobreza en el actual contexto internacional. Experiencias de Cuba, Mimeo, L'Avana, 2002. (9) Mayra Espina, «Efectos sociales del reajuste economico: igualdad, desigualdad y procesos de complejizacion en la sociedad cubana», Cips, Mimeo, L'Avana, marzo 2003. (10) El Pais, Madrid, 7 marzo 2004. (11) Juana Conejero, Una nueva clase social en Cuba?, tesi di sociologia, Università cattolica di Lovanio, 2001. (12) «Cuba, el proyecto y la izquierdas». Sito di Rebelion, gennaio 2004 e pubblicato da Cuba Si, n. 153, gennaio-marzo 2004, Parigi. (13) Elian Gonzales, il bambino salvato dal naufragio in cui ha perso la vita sua madre che cercava di raggiungere clandestinamente gli Stati uniti, è stato rimpatriato a Cuba il 29 giugno 2000. (14) Pedro Monreal, Julio Carranza, pag. 80-81. (15) Premio al miglior romanzo straniero in Francia nel 2000 con Ce royaume t'appartient, Grasset/Bourgois, Parigi, 1999 (16) Encuentro de la cultura cubana, n. 26-27, inverno 2002-2003, Madrid. (17) Cfr. «Fidel Castro gioca la carta della Chiesa», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 1997. (18) Intervista concessa a Oliver Stone, Paris Match, Parigi n. 2.836, 25 settembre 2003. (19) Si legga Gianni Minà «Le syndrome de l'ile assiegée», Le Monde diplomatique, giugno 2003. (20) Conversazione con Martha Frayde, Politique internationale, Parigi, inverno 2003-2004. (21) Dal 2001, Cuba ha versato 500 milioni di dollari per pagare le importazioni dei prodotti alimentari americani (Country Report, Eiu, Londra, novembre 2003) (22) Armando Chaguaceda Noriega, op. cit. (Traduzione di A.D.R.) |