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SRI LANKA, IRAQ, CECENIA, ISRAELE

Le controverse origini degli attentati suicidi


Un recente rapporto del dipartimento di stato americano indica che il numero degli attentati terroristici nel 2003 ha raggiunto il livello più basso dal 1969: 190, ossia otto meno del 2002 e 45 % in meno rispetto al 2001; il numero di morti è sceso a 307, a fronte dei 752 del 2002. Segno del fallimento delle altre forme di terrorismo, gli attentati suicidi sono anche l'espressione di situazioni locali di guerra e di oppressione.
Pierre Conesa
«Abbiamo solo questa opzione. Non abbiamo bombe, carri armati, missili, aerei, elicotteri», dichiarava lo sceicco Abdallah Sahmi, leader della Jihad islamica nella striscia di Gaza, spiegando gli attentati suicidi al telegiornale della rete Abc il 21 agosto 2001. Una tale dichiarazione di guerra asimmetrica può spiegare la crescita allarmante e quasi esponenziale degli attentati suicidi? Forse no. In pochi anni il kamikaze è diventato la bomba intelligente e a buon mercato del terrorismo di nuova generazione, il prodotto di un'ideologia e di una tecnica preparatoria facilmente trasportabile ed esportabile.
L'attentato suicida costituisce un atto pratico violento che è indifferente alle vittime civili e la cui riuscita è largamente condizionata dalla morte del o dei terroristi. Per tentare di comprendere la novità del fenomeno bisogna escludere il costante riferimento ai kamikaze giapponesi, che si reputavano combattenti e che miravano a obiettivi militari. L'originalità del fenomeno attuale riguarda più che altro l'inasprimento del attitudine sacrificale in contesti sempre più mitizzati.
A oggi, almeno trentaquattro paesi o zone di crisi (1) hanno subìto attentati suicidi. Quarantadue sono stati bersagliati da attentati contro i propri interessi all'estero (2). Con un ritmo medio di sedici attentati all'anno tra il 1982, data della comparsa di questo tipo di azione, e l'aprile del 2000, ora si è passati a trentanove l'anno.
L'attentato suicida era originariamente concepito come metodo di guerra contro l'occupante israeliano e poi sotto mandato Onu in Libano nel 1982 (3), in Sri Lanka nel 1987, in Palestina nel 1994 dopo il massacro della moschea di Hebron, in Turchia nel 1995, in Kashmir nel luglio 1999, in Cecenia nel 2000, per poi estendersi in Russia nel 2002 e in Iraq nel 2003. Diventa metodo terrorista «indiretto» contro gli Stati uniti in Kenya e Tanzania nel 2001, contro la Francia in Pakistan, contro l'Australia in Indonesia nel 2002, e in Maghreb nell'aprile e maggio 2002. Costituisce un metodo di guerra civile o interreligiosa in Arabia saudita e in Pakistan da molti anni e in Iraq dal 2003. Può anche essere usato per compiere «esecuzioni» come è accaduto con l'assassinio del comandante Massud. L'attacco suicida si è anche globalizzato: l'attentato al World Trade Center ha riunito kamikaze di sei nazionalità (più di una quindicina, se si conta la logistica) e le 3.052 vittime sono di un centinaio di nazionalità diverse.
I bersagli a cui si mira sono diventati incredibilmente eterogenei: uffici dell'Onu, turisti in albergo (Mombasa in Kenya) o locali notturni (Bali), sinagoghe (Buenos Aires o Gerba), un compound popolato da mediorientali (Arabia saudita), una banca (Istanbul), una nave da guerra (Uss Cole), una petroliera (Limbourg)... E soprattutto un numero enorme di vittime «collaterali».
Il luogo geografico dell'attentato si è esteso dal territorio del nemico militare (Israele o Sri Lanka) a quello di un regime disprezzato (Stati uniti) o di paesi musulmani (Tunisia, Marocco) se non addirittura islamisti (come l'attuale governo turco o l'Arabia saudita).
Il fenomeno è di origine musulmana, ma non solo. Dal 9 luglio 1987, con un attentato che uccise quaranta soldati dello Sri Lanka, le Tigri tamil (4) induiste perfezionarono la tecnica copiata dagli Hezbollah sciiti libanesi. Le Tigri tamil hanno rivendicato quasi duecento attentati suicidi, cioè molti di più dei palestinesi. Il Partito dei lavoratori kurdi (Pkk), sebbene laico e leninista, vi è ricorso nei periodi di indebolimento militare per richiamare alle armi le proprie truppe. Il processo è tanto imitativo quanto religioso.
Più di dieci anni sono passati tra gli attacchi suicidi degli Hezbollah libanesi (1982) e i primi kamikaze palestinesi (1994), dopo la deviazione in Sri Lanka.
Per quanto riguarda la personalità del candidato al suicidio, non è sempre quella del giovane esaltato, influenzabile, o addirittura drogato proveniente da un ambiente svantaggiato. Gli autori degli attacchi dell'11 settembre 2001 erano laureati, appartenenti alla classe media e senza storia né passato da militanti. Alcuni casi si possono spiegare con la motivazione personale, come quello di Hanadi Tayssir Jaradat, giovane avvocatessa palestinese che volle vendicare il fratello e il fidanzato nell'ottobre 2003 a Jenin; ma tale motivazione non esiste nel profilo dei kamikaze provenienti dalle madrasa pakistane che compiono attentati suicidi in Kashmir (5). Ed è ancora meno presente tra gli islamisti indonesiani che scelgono di uccidere turisti australiani a Bali.
La moltiplicazione di questo tipo di attentati trova innanzitutto spiegazione nel fallimento delle altre forme terroristiche. Pur rappresentando l'1% degli attentati palestinesi, gli attacchi suicidi hanno provocato, tra il 2000 e il 2002, il 44% delle vittime. Israele ne ha subiti cinquantanove nel 2002, quasi quanto nel corso degli otto anni precedenti (sessantadue). Benché il kamikaze rappresenti la forma più «efficace» della bomba terrorista, adatta a scegliere il momento migliore e il luogo migliore, il suo valore militare non è però sempre evidente.
L'attentato suicida costituisce più che altro un'opzione facile, perché non ha bisogno di piani di fuga, e in caso di fallimento il terrorista a volte è pronto a suicidarsi come fanno i Tamil, che portano con sé una capsula di cianuro. Secondo uno studio della Rand Corporation (6) l'attentato suicida provoca quattro volte più vittime degli attacchi terroristici classici. Infine permette di colpire direttamente i luoghi più sensibili del territorio avversario - New York, Washington, Tel Aviv, Mosca - mirando a personalità inaccessibili come primi ministri o presidenti.
Il costo dell'organizzazione è minimo, circa 150 dollari, secondo calcoli israeliani. Il rapporto costo organizzativo/danni degli attentati dell'11 settembre 2001, è impressionante poiché per una spesa inferiore a un milione di dollari, per gli Stati uniti le perdite economiche complessive sono state stimate a 40 miliardi di dollari.
In pochi anni si è passati dall'azione condotta da un solo terrorista ad attentati di gruppo: undici persone in Marocco, diciannove negli attacchi dell'11 settembre 2001 e quattordici kamikaze tamil contro la base aerea militare di Colombo il 24 luglio 2001.
Progressivamente l'attacco suicida è diventato una tecnica terroristica di una banalità spaventosa. Se ne possono distinguere due tipi: quelli legati a crisi di lunga durata e quelli legati a un nemico proclamato unilateralmente e globalizzato (l'Occidente, l'ebreo...) Il primo si è diffuso in zone di crisi, in risposta a contesti politici e culturali simili, frutto di un passato che è stato doloroso per più generazioni, come in Palestina, Sri Lanka, Kashmir e Cecenia: i ceceni deportati da Stalin per collaborazionismo, i palestinesi vittime del «disastro» (7) o i tamil in parte deportati dai britannici nelle piantagioni, naturalizzati cingalesi poi parzialmente «rinazionalizzati» indiani. Il kamikaze è figlio della seconda o terza generazione dopo il dramma originale, ovvero delle generazioni che non capiscono perché non ci sia ancora una speranza.
La cultura della violenza e della morte è molto marcata. La costruzione della figura del martire che soppianta progressivamente quella del combattente è essenziale per preparare il terreno. L'atmosfera pregna di morte prodotta dalla violenza delle truppe occupanti e dalla glorificazione di coloro che resistono, prepara al sacrificio supremo, che si suppone sia preferibile alla vita terrena. Lo studio fatto da Eyad Sarraj, psichiatra palestinese fondatore del Gaza Community Mental Health Programme (8), è sconvolgente. Un quarto dei giovani di Gaza aspira a immolarsi come martire, alcuni rifiutano di andare a scuola, temendo di ritrovare i genitori arrestati e la casa distrutta. «Nella prima Intifada, il pericolo era limitato ai luoghi in cui si affrontavano i soldati e i lanciatori di pietre - spiega (9). Oggi la morte viene dal cielo. Chiunque può essere colpito in qualsiasi momento e questo crea uno stato di panico cronico». Quelli che hanno visto umiliato il padre o il fratello preferiscono comportarsi alla stregua del soldato israeliano.
«Razionalità delirante». dice Jacques Semelin a proposito dei processi di genocidio (10), ma pur sempre razionalità. Il suicidio per vendetta appare altruista secondo la classificazione di Emile Durkheim. Il kamikaze fa dono della sua vita per una collettività identificata, strutturata politicamente secondo un ordine etno-nazionalista che rivendica un territorio. Il reclutamento risulta facilitato dal senso di tradimento delle giovani élite istruite che stanno per «farcela» a lasciare il territorio di violenza e di sofferenza ma che brutalmente tornano a sacrificarsi (11). L'obiettivo finale della lotta appartiene al campo politico, anche se racchiude una giustificazione religiosa.
Anche se il kamikaze si isola nella fase di preparazione dell'attentato, egli si rivolge alla propria famiglia, cosa che non fecero gli autori dell'11 settembre. «Voglio vendicare il sangue dei palestinesi, in particolare il sangue delle donne, dei vecchi e dei bambini. E ancora più in particolare quello del piccolo Himam Hejjo la cui morte mi ha colpito fino in fondo al cuore... Dedico il mio atto di umiltà ai fedeli dell'islam che ammirano i martiri e operano per la loro causa...», ha spiegato Mahmoud Ahmed Marmash (attentato suicida di Netanya maggio 2001).
Il senso di totale impasse nasce dopo numerose fasi di una negoziazione che non ha vie d'uscita o che viene considerata fuorviante. In Israele i primi attentati di Hamas compaiono dopo il processo di pace di Oslo, che il movimento islamico intendeva mandare a monte dopo la ripresa della colonizzazione israeliana su terre che dovevano invece tornare ai palestinesi, e la causa scatenante fu il massacro da parte del colono Baruch Goldstein di una trentina di fedeli alla moschea di Hebron nel febbraio 1994. Frequente è la crisi delle tradizionali rappresentazioni politiche, siano esse relative al clan (Cecenia), o partigiane (l'Organizzazione per la liberazione della Palestina, Olp o il Fronte di liberazione del Kashmir, Jklf) (12). Più in generale l'incapacità delle élite al potere di cambiare l'ordine del dissoluto mondo terreno spinge a scegliere una soluzione purificata dal martirio.
La rivalità tra partiti o gruppi tradizionali (come tra palestinesi o tra tamil), discredita ancora di più i partiti tradizionali. L'Ltte hanno così eliminato fisicamente i membri di due formazioni rivali: quelli dell'Organizzazione di liberazione dell'Eelam tamil (Telo) nel 1985, poi quelli del Fronte di liberazione rivoluzionaria popolare dell'Eelam (Eplrf) nel 1986-87.
L'uso dell'attentato suicida è anche emblematico di una vita senza via d'uscita. La legittimità religiosa o sacrificale è quindi vissuta come superiore alla legittimità patriarcale. «Il Corano contro il padre», il wahhabismo contro le confraternite sufi, fa notare la specialista Penelope Larzillière. La religione lo favorisce, ma può bastare anche un'atmosfera sacrificale di morte.
Le donne occupano un ruolo crescente tra i palestinesi, nel Pps siriano - che fece partecipare cinque donne a dodici attacchi suicidi - o nelle Ltte, che hanno costituito la propria brigata di donne volontarie, le Tigri nere. La decisione può a volte essere scatenata da uno stupro da parte dei soldati occupanti, poiché la giovane donna viene disonorata allo stesso tempo dall'occupante e di fronte alla propria società.
La motivazione personale sembra uno strano miscuglio di resistenza all'occupazione ma anche di reazione contro il machismo della società locale (13). Wafa Idriss, la prima donna kamikaze palestinese, ripudiata da suo marito per sterilità e costretta a tornare disonorata nella propria famiglia, non trovò che il sacrificio supremo, atto a rovesciare l'ordine sociale, come mezzo per lavare l'infamia. Caso non isolato, come dimostrano gli esempi di Ahlam Araf Tamimi, autrice di un attentato il 9 agosto 2001, e della tamil Dhanui che assassinò Rajiv Gandhi, entrambe avevano «peccato» e generato figli illegittimi. «Era un atto contro l'occupazione, ma anche un mezzo per provare alla mia famiglia che valevo quanto i miei fratelli, i quali avevano la possibilità di andare all'università mentre a me era proibito», dichiarò Fatma Al Said, arrestata dopo l'assassinio di due soldati israeliani (14).
La volontà di non colpire vittime innocenti dà almeno adito a un dibattito. Il presidente ceceno Aslan Maskhadov ha condannato gli attentati contro vittime civili, come il Gran mufti dell'Arabia saudita sheikh Abdelaziz al-Cheikh, o il mufti Mohammed Sayyid Al Tantawi, cheikh dell'università Al Azhar del Cairo.
Nonostante l'abito religioso, questi attentati entrano in generale in una logica fondamentalmente politica e solo un serio processo di negoziati può inaridirli. La violenza contro-terrorista fondata sulla punizione collettiva si rivela un fallimento. «Gli porteremo la guerra in casa. Così la guerra la devono fare nelle loro case e non nelle nostre. Se combattiamo sulle loro terre siamo avvantaggiati», assicura un ufficiale dell'esercito israeliano (15). A partire dalla seconda intifada le vittime palestinesi sono sì tre volte di più di quelle israeliane, ma la politica di forza di Ariel Sharon non protegge Israele poiché le vittime israeliane sono tre volte di più di quelle di venticinque anni fa.
Questi metodi nutrono l'humus su cui germoglia il candidato al suicidio.
È significativo che in Algeria non si abbiano attentati suicidi (16); la relativa giovane età del conflitto, nonostante la violenza della guerra civile iniziata nel 1991, non basta a spiegare questa assenza.
Ben più inquietante è la seconda categoria di attentati suicidi, quella che trova la propria consacrazione nell'attacco al World Trade Center. Il nemico è diventato una costruzione globalizzante e immaginaria «reificata»: «Gli ebrei, i crociati e gli ipocriti» citando Osama bin Laden, il quale riunisce così alla rinfusa tutti i bersagli eterocliti senza preoccuparsi in alcun modo della religione delle vittime indirette.
Il 21 maggio, il canale televisivo al Jazeera diffonde una registrazione in cui il numero due di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, chiama i musulmani a «combattere contro gli americani...», li esorta a «cacciare gli occidentali dalla penisola arabica"terra dell'islam"»: «I crociati e gli ebrei capiscono solo la lingua della morte, del sangue e delle torri che bruciano». E aggiunge, «o musulmani, prendete la vostra decisione e colpite le ambasciate degli Stati uniti, della Gran Bretagna, dell'Australia e della Norvegia (sic), le loro ditte e i loro impiegati».
Le reti a cui tradizionalmente si imputano questi attentati suicidi sono composte di tre strati generazionali: quello dei veterani, gli «afghani», che hanno lottato contro i russi come bin Laden, Adnan Ersoz il turco, o Abu Qatada di Londra; quello dei più giovani, i «bosno-ceceni», come Azad Ekings, il turco degli attentati di Istanbul, i fratelli David e Jérôme Courtailler o Menad Benchellali, il giovane lionese che preparava un attentato chimico contro l'ambasciata russa a Parigi. Affascinata dai vecchi combattenti si aggrega una terza generazione intorno ai vent'anni, come Richard Reid, l'uomo con le scarpe-minate, che accetta il sacrificio per una causa mitica: il trionfo dell'islam, il ristabilimento del califfato e una ritrovata unione dei musulmani. Questi giovani costituiscono «gruppuscoli senza nome», afferma Rusen Cakin, specialista turco dei movimenti islamisti, e sono uniti da una deriva sacrale che poggia su un'ideologia settaria e di sacrificio. Il tempo viene abolito da un riferimento mitologico legato all'età d'oro dell'islam (salafisti).
L'ideologia guerriera presenta il vantaggio di poter scegliere un nemico reificato a cui negare qualsiasi valore, una concentrazione di tutti i mali e di tutte le preoccupazione (americani, israeliani, francesi per i magrebini...) . Non c'è più la rivendicazione di una identità nazionale, ma una sorta di identità planetaria, la «umma» (comunità dei credenti). Come la moschea, l'internet café diventa il vero luogo di incontro. I candidati al suicidio, spesso provenienti da famiglie multiculturali o sradicate, a volte titolari di varie nazionalità, vivono una geografia simbolica: la terra d'islam è lì dove loro si trovano e dove possono «legittimamente» avvenire attentati.
La mitologia dell'islam martirizzato Si tratta di uno dei sorprendenti effetti della «glocalizzazione»: la solidarietà è locale e spesso è costituita a partire dallo stesso quartiere o dalla stessa città, come una banda, e gli agenti di collegamento «i connettori» come Jamel Beghal, sono planetari e mettono il massimo di frontiere tra i gruppi. Il gruppo islamista marocchino Assirat al Moustaqim (la retta via) da cui provenivano otto dei quattordici terroristi è un miscuglio tra una setta e una banda di quartiere del sobborgo popolare di Sidi Moumen, mentre l'imam veniva dalla Francia.
Gli occidentali convertiti o i reborn in Islam (17) possono diventare scopritori di futuri bersagli e fornitori di passaporti falsi dichiarati perduti e rinnovati all'infinito, come fece Zacarias Moussaoui. I pellegrinaggi in Pakistan, in Kashmir o in Afghanistan sono frequenti.
Il denaro si trova facilmente. Secondo Scotland Yard, la rete di 4.000 associazioni islamiche e di 50 banche permette ogni anno di ridistribuire i 3 milioni di lire della zakat al fitr (18). Questi spostamenti frequenti partecipano alla deterritorializzazione della lotta, così come i contatti via internet.
Il caso dei mujaheddin del popolo iraniani che si immolarono nel fuoco dopo la cattura di Maryam Radjavi da parte della Direzione della sorveglianza del territorio (Dst) francese costituisce un esempio interessante di queste atmosfere mitizzate che predispongono i militanti al sacrificio anche per un motivo futile. Fenomeni analoghi si ritrovano nei suicidi collettivi sia tra i prigionieri del Pkk che nelle sette apocalittiche, che si presentano come assediate da un mondo che non le comprende e le aggredisce (suicidio della Guyana con David Koresh o il Culto del Tempio solare in Francia).
Il posto centrale del Guru/Leader/ Emiro è essenziale per dar corpo alla promessa di un «dopo» migliore, che sia esso sulla terra grazie al trionfo della causa o in cielo. Spesso egli si autoproclama, come Richard Robert «l'imam dagli occhi blu» degli attentati in Marocco, originario di Saint Etienne. Il culto della personalità sviluppa l'attaccamento quasi religioso al capo a cui il sacrificio è dovuto, che sia per Maryam Radjavi, per bin Laden o per Abdullah Ocalan, il leader del Pkk, o Riduan Isamuddin, alias Hambali, il leader operativo della Jamaah islamiyah indonesiana. I bersagli sono universali (Nazioni unite, Croce Rossa, World Trade Center, banche...); i metodi sempre più ciechi; gli effetti collaterali indifferenti: la guerra contro altri musulmani non è proibita. La legittimazione viene dall'invettiva lanciata contro gli «ipocriti» che essi siano sciiti qualificati come «mezzi ebrei» o cattivi credenti accusati di vivere «all'occidentale», nella depravazione.
L'attentato contro il complesso residenziale Al Mohaya di Riyadh l'8 novembre 2003 ha provocato vittime di diciannove nazionalità principalmente mediorientali, nessun occidentale. L'attentato contro la sinagoga di Istanbul ha ucciso cinque ebrei turchi su diciannove vittime. Al Qaeda, di cui Washington vede la mano dappertutto, è diventata un «nemico mitologico», come fa notare giustamente Richard Labevière.
Gli attentati di Istanbul sono emblematici della rottura con l'islam politico tradizionale: il fondatore degli Hezbollah turchi è un «afghano», Adnan Ersoz. La seconda generazione, quella dei bosno-ceceni, si riunisce intorno ad Azad Ekings, che ha reclutato e formato i giovani kamikaze di vent'anni che frequentano assiduamente l'Internet cafè di Bingol. Gli attentati suicidi hanno colpito un paese che ha rifiutato di prestare aiuto all'America durante la guerra in Iraq e che è governato da un partito politico che si rivendica come appartenente all'islam politico, il Partito della Giustizia e dello sviluppo, il cui capo, primo ministro, ha dichiarato: «È un attacco alla Turchia e ai suoi cittadini ebrei!». Questi attentati segnano una frattura tra islamisti politici «costituzionalisti», coloro che hanno scelto la via elettorale come li abbiamo conosciuti negli anni '80, e piccoli gruppi sparsi in cui vengono reclutati i kamikaze di nuova generazione.
È evidente che i due tipi di kamikaze non sono indipendenti. I primi fanno da riferimento ai secondi in una mitologia dell'islam martirizzato.
Derivano però da elaborazioni diverse. Il concetto di «guerra globale contro il terrorismo» è un errore politico poiché assimila gruppi e azioni diversi. Un processo politico di negoziato è l'unica soluzione nei casi di comportamento suicida etno-nazionalista a sfondo religioso della Cecenia e della Palestina. In tal modo, il ritiro delle truppe israeliane dal Libano ha incoraggiato gli Hezbollah nella decisione presa a partire dagli ultimi anni dell'occupazione, di fermare gli attentati suicidi, che tra l'altro miravano a bersagli militari e non ai civili.
In generale la brutalità delle forze di occupazione indiane, russe, srilankesi o israeliane fa più vittime degli attentati. Essa legittima l'atto terroristico come arma asimmetrica e il rifiuto dello status di vittime innocenti alle popolazioni civili: sia perché esse sono armate (coloni israeliani) sia perché fingono di ignorare i massacri commessi (popolazione russa). Infine essa assicura il sostegno della popolazione e alimenta il vivaio in cui si reclutano i futuri kamikaze.
La seconda categoria di attentati kamikaze ha colpito il più grande numero di paesi e continua a estendersi. E nessun paese europeo può ritenersi al riparo da simili atti.
note:
*Alto funzionario, Parigi.
(1) Libano, Israele-Palestina, Argentina, Cecenia-Inguscezia-Ossezia e Russia, Kashmir, India, Sri Lanka, Tagikistan, Indonesia, Arabia saudita, Siria, Marocco, Afghanistan, Stati uniti, Turchia, Iraq nel sud sciita, nel triangolo sunnita e nel Kurdistan (iracheno), Yemen, India, Pakistan, Filippine, Tunisia, Egitto, Kenya, Tanzania, Kuwait, Croazia, Spagna, Uzbekistan e due progetti che miravano a Singapore e alla Malaysia.
(2) Oltre ai paesi già citati, ci sono la Gran Betragna, la Giordania, la Spagna, la Francia, la Germania, l'Italia, l'Australia e la Svizzera (attraverso la Croce rossa a Baghdad).
(3) Il primo attentato suicida, nel 1981, prende di mira l'ambasciata irachena a Beirut ed è condotto da un gruppo islamista, Al Da'wa, attualmente membro del consiglio di transizione.
(4) Tigri di liberazione dell'Eelam tamil - Ltte.
(5) Amélie Blom, «Les kamikazes du Cachemire:"martyrs" d'une cause perdue», Critique internationale, n° 20, luglio 2003.
(6) An alternative strategy for the war on terrorism,11 dicembre 2002.
(7) Il 1948 è stato segnato dall'esodo di circa 750.000-850 000 palestinesi.
La storiografia palestinese chiama questa diaspora «al Nakba», «la catastrofe».
(8) Gaza Community Mental Health Programme.Indirizzo Internet: http:/www.gcmhp.net.

(9) Dichiarazioni in occasione della 6a biennale del cinema arabo all'Institut du monde arabe, Parigi, 2002.
(10) « Les rationalités de la violence extrême », Critique internationale, n° 6, luglio 2000, pp 143-158.
(11) Cfr. sul Kashmir, Amélie Blom, op. cit.; sul martirio palestinese Penelope Larzillière in Diechkoff et Leveau, Israéliens et palestiniens ; la guerre en partage, Balland, Parigi 2003, p 105.
(12) Amélie Blom, «Les kamikazes du Cachemire,"martyrs" d'une cause perdue», Critique internationale, op. cit.
(13) Si veda Barbara Victor, Femmes kamikaze, Flammarion, Parigi, 2003.
(14) Citato da Barbara Victor, op. cit.
(15) Bruce Hoffman, The Logic of suicide terrorism, The Atlantic monthly, Boston, giugno 2003.
(16) Luis Martinez, «Le cheminement singulier de la violence islamiste en Algérie», Critique internationale, n° 20, op. cit.
(17) Olivier Roy, Global muslim, Feltrinelli, 2003.
(18) Elemosina rituale.
(Traduzione di P. B.)