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Minacce terroristiche, alleanza con gli Stati uniti, forza crescente dell'India L'angusta strada del Pakistan La sconfitta a sorpresa del partito nazionalista Bharatiya Janata Party alle elezioni legislative di maggio, in India, faciliterà i negoziati con il Pakistan? Il partito del Congresso di Sonia Gandhi ha subito precisato che porterà avanti il dialogo con il paese vicino, in particolare sul problema del Kashmir. La stessa volontà è stata espressa dal presidente pakistano Pervez Musharraf, che cerca di mantenere un equilibrio instabile tra le esigenze americane e la sua volontà di tranquillizzare gli islamisti.
Jean Luc Racine
L'onda d'urto dell'11 settembre 2001 continua a destabilizzare il Pakistan. Il presidente Pervez Musharraf si trova a dover cedere alle pressioni americane cambiando linea di condotta su tre punti che Washington ritiene basilari: la «guerra contro il terrorismo» e contro al Qaeda, condotta in Afghanistan e ravvivata dal rafforzamento dei neo-taleban (1); i rapporti indo-pakistani, per calmare le acque in Kashmir, riprendere il dialogo con New Delhi e allontanare i rischi di guerra tra paesi nuclearizzati; e, in sordina, la proliferazione nucleare.
D'altra parte, il generale Musharraf ha tentato di salvare quel che poteva: mantenendo la pressione in Kashmir fino al 2003; conducendo un'azione non trascurabile ma incompiuta contro i taleban e al Qaeda; rinsaldando il proprio potere grazie a trattative con i partiti politici islamisti; e difendendo gli interessi della casta che domina il paese: l'esercito. Equilibrista notevole che si muove con maestria nonostante uno stretto margine di manovra, il presidente-generale naviga tra due acque, portando avanti una politica che gli vale contemporaneamente i visibili favori dell'amministrazione Bush, la collera dei gruppi terroristici che hanno tentato di ucciderlo due volte nel dicembre 2003, la perplessità di una popolazione che si interroga sul proprio futuro, e i dubbi del proprio vicino indiano. Avallando il colpo di stato dell'ottobre 1999, la Corte suprema pakistana impone al generale Musharraf, diventato presidente grazie a un referendum nel 2001, di organizzare elezioni generali prima della fine del 2002. Il generale vi si piega cercando però in tutti i modi di indebolire le forze parlamentari, già menomate dall'esilio dei loro capi, Nawaz Sharif della Lega Musulmana e Benazir Bhutto del Partito del popolo pakistano (Ppp). Egli gioca la carta di una fazione della Lega musulmana che si è ricomposta e incoraggia l'inedita unione dei partiti islamisti, battezzata per l'occasione Muttahida Mjlis-e-Amal (Mma). Alle elezioni dell'ottobre 2002 vince il Ppp, seguito a breve distanza da una fazione pro-Musharraf della Lega, poi dal Mma, forte di circa sessanta deputati su 342, successo notevole per gli islamisti. Dopo un mese di trattative, Zafarollah Jamali Khan viene nominato primo ministro di un governo capeggiato dalla fazione pro-Musharraf della Lega musulmana, impinguata da transfughi del Ppp. Tra Musharraf e i partiti islamici, che hanno nel frattempo conquistato la sensibile Provincia di frontiera del Nord ovest, vicina all'Afghanistan, nasce un confronto che nasconde però un gioco più sottile. I principali leader islamisti, Qazi Hussain Ahmed, emiro della Jamaat-e-islami, e Fazlur Rehman, capo di una fazione della Jamaat-e-Ulema-e Islam, denunciano la linea pro-americana di colui che chiamano «Busharraf» e il suo ruolo di capo dello stato maggiore. Fanno però anche il gioco del potere, partecipando alle strutture politiche. Del resto il Mma si è alleato alla Lega pro-Musharraf per governare il Baluchistan, anch'esso provincia vicina all'Afghanistan, e un anno più tardi ratifica lo statuto presidenziale di Musharraf. L'ambiguità tattica del Mma è la norma. L'esercito invece rimane agli ordini. Dopo l'11 settembre 2001, il generale Musharraf capisce l'assoluta necessità di cambiare rotta riguardo all'Afghanistan e si unisce alla «guerra contro il terrorismo». Il Pakistan torna a essere uno «stato di frontiera» che sostiene le forze americane impegnate contro i taleban. Gli islamisti protestano ma senza grande effetto. La presa di Kabul da parte dell'Alleanza del Nord, tradizionalmente anti-pakistana, e poi il notevole peso di essa all'interno del governo di Hamid Karzai sostenuto con grande sforzo dall'amministrazione americana irritano Islamabad che spera in una rappresentazione migliore dei Pashtun e teme un silenzioso ritorno dell'influenza dell'India in Afghanistan. Alleato degli Stati uniti, il Pakistan si impegna nella caccia ad al Qaeda facendo un gioco ambiguo nelle zone tribali della Provincia di frontiera del Nord-ovest, tradizionalmente chiuse all'esercito pakistano e rifugio d'eccezione per coloro che fuggono dall'Afghanistan. La maggior parte degli arresti dei membri di al Qaeda, a volte eminenti, avviene di fatto nelle città pakistane e non nelle zone tribali, sebbene le forze armate vi comincino a entrare cercando di far aderire i capi tribali alla nuova linea. Mentre i neo-taleban tornano nell'Afghanistan orientale nel 2003, Washington informa il Pakistan, definito «fedele alleato», che ormai sono necessarie misure più efficaci. Il Kashmir tra Islamabad e New Delhi Anche le relazioni indo-pakistane, degenerate dall'arrivo al potere di Musharraf, subiscono un'evoluzione. Nel 1999, prima del colpo di stato, il generale aveva promosso un'infiltrazione di forze pakistane a Kargil, nel Kashmir indiano. Distruggendo le speranze di normalizzazione (2), la «guerra di Kargil», per quanto moderata, spinge l'India a teorizzare il concetto di guerra limitata dal riparo nucleare. Dopo l'attentato del 13 dicembre 2001 a New Delhi contro il parlamento, l'India mobilita le proprie truppe lungo la frontiera indo-pakistana. Questa «operazione Parakram», durata dieci mesi, non degenera tuttavia in un conflitto aperto nonostante fasi di forte tensione che mettono in allarme la comunità internazionale, molto attenta alla questione. Il 12 gennaio 2002, Musharraf dichiara che il Pakistan non deve sostenere il jihad, sia in Kashmir sia altrove. Un proposito che New Delhi accoglie con scetticismo. L'India non intende riprendere il dialogo con Islamabad finché durano le infiltrazioni di combattenti in Kashmir. Alla fine del 2002, le elezioni nel Jammu e nel Kashmir indiano vedono la vittoria di una forza politica nuova, il Partito democratico del popolo, che governa alleandosi con il partito del Congresso e invita al dialogo su tutti i fronti, compreso quello separatista. La strategia della tensione voluta da New Delhi si allenta leggermente finché, il 18 aprile 2003, in un discorso a Srinagar, il primo ministro Atal Bihari Vajpayee decide di «tendere la mano dell'amicizia» al Pakistan «per la terza e ultima volta». La risposta pakistana è incoraggiante - l'ombra della guerra preventiva lanciata da Washington in Iraq pesa sugli animi. Comincia allora una lunga fase di contatti riservati, poi di segnali più visibili, tra cui il ritorno degli ambasciatori nell'una e nell'altra capitale. Misure di fiducia e brevi battute vengono scambiate nel corso dei mesi, fino a che il 23 novembre Islamabad propone un cessate il fuoco incondizionato lungo la linea di controllo e New Delhi accetta. Il 6 gennaio 2004, l'incontro tra Vajpayee e Musharraf (3) porta a un comunicato congiunto (4) che annuncia la ripresa di un «dialogo composito» bilaterale che si occupi di tutti i contenziosi, compreso il Kashmir. Musharraf vi dichiara di «non permettere ad alcun territorio sotto il controllo pakistano di venire usato per qualsivoglia attività terroristica». Quindici giorni prima aveva annunciato che il suo paese avrebbe potuto «mettere da parte» le vecchie risoluzioni delle Nazioni unite che chiedevano un referendum sul Kashmir. Due fattori essenziali per l'India. Come convenuto, il dialogo annunciato comincia nel febbraio 2004 su questioni secondarie ma gravide di speranza. L'ottimismo viene tuttavia stemperato da qualche nota stonata (5). Il problema del futuro del Kashmir verrà più in là: Islamabad rifiuta che venga in qualsiasi modo resa ufficiale una divisione de facto raccomandata da New Delhi, che in parallelo inaugura colloqui ad alto livello con una frazione di separatisti del Kashmir, divisi dal 2003. Proprio mentre riprende il dialogo indo-pakistano, emerge un altro argomento sensibile: la proliferazione nucleare. Messe in causa dalle autorità iraniane che avevano accettato la visita di esperti dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica, le autorità pakistane ammettono, all'inizio di febbraio, quel che avevano sempre negato: il Pakistan ha effettivamente contribuito alla proliferazione nucleare in Libia, Iran e Corea del Nord. Il regime trova una via d'uscita ottenendo una confessione pubblica del principale responsabile: Abdul Qadir Khan, eroe nazionale e padre della bomba. Quest'ultimo afferma che la proliferazione veniva condotta senza l'avallo delle autorità, che dal canto loro denunciano questa «iniziativa privata» motivata dalla sete di guadagno e «perdonano» il colpevole. Che l'amministrazione americana abbia accettato questa storiella e abbia conferito al generale Musharraf un certificato di buona condotta, prova quanto Washington riesca a usare modi morbidi a seconda degli interessi del momento. L'India fa lo stesso, mantenendo un'ampia discrezione sull'argomento in nome della normalizzazione in corso. Come per dare migliori garanzie di serietà dopo le fastidiose confessioni di Abdul Qadir Khan, Islamabad a metà febbraio lancia contro al Qaeda la prima pesante offensiva che implichi l'uso delle forze armate nella zona tribale del Waziristan. Con una grande eco mediatica, l'offensiva culmina nei pressi di Wana dopo dodici giorni di combattimenti e di trattative in cui vengono coinvolti i capi tribali. L'annuncio anticipato della presa del numero due di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, non ha seguito. Il 30 marzo, l'esercito sospende le operazioni. Il numero delle perdite è di quarantasei uomini. Il bilancio sul campo è piuttosto magro. Ma dal 18 marzo il segretario di stato Colin Powell a Islamabad offende Delhi annunciando che chiederà al Congresso americano di ammettere il Pakistan al livello dei «maggiori alleati al di fuori della Nato» degli Stati uniti (6); una qualifica che permette di aumentare la vendita di armi consentita, togliendo le ultime sanzioni imposte durante i test nucleari del 1998 e il colpo di stato del 1999. Rafforzando a poco a poco il proprio potere, pur essendo costretto a mettere in atto un governo civile, il generale Musharraf sta davvero uscendo da un'ambiguità che ha coltivato così a lungo? L'occupazione sovietica dell'Afghanistan e l'alleanza con Washington aveva permesso al generale Zia ul Haq, negli anni '80 di strumentalizzare la causa dell'islam e dei mujahidin al servizio degli interessi strategici pakistani, in particolare alla volontà di controllo dell'Afghanistan, dotandosi dell'arma nucleare. Nel 1989, l'insurrezione anti-indiana in Kashmir aveva aperto un secondo fronte all'avventurismo pakistano. Si trattava di usare alcuni gruppi kashmiri per estendere l'influenza di Islamabad nella regione. Difficile partita di Musharraf Per molteplici ragioni che vanno al di là della caduta del regime dei taleban non è più possibile mantenere questa linea. L'aumento del potere economico e militare dell'India, che si avvicina agli Stati uniti, rende effimera l'idea di una relativa parità a dispetto del potere equilibratore della dissuasione nucleare. Dopo l'undici settembre, le contraddizioni pakistane si sono acuite di fronte all'impazienza di un'India che denuncia il grande scarto tra i discorsi ufficiali di un Pakistan alleato degli Stati uniti nella lotta ad al Qaeda, ma che difende anche i gruppi islamisti armati che operano in Kashmir. Al di là dei conflitti che oppongono sunniti e sciiti, gli attacchi contro gli stranieri e poi, alla fine del 2003, gli attentati contro Musharraf stesso, rendono evidenti i limiti di una politica poco convinta che mette fuori legge i gruppi estremisti all'inizio del 2002 lasciando poi che si ricostituiscano. Una frazione di questi gruppi punta ormai la spada del terrorismo al cuore del potere. Questa deriva non fa che amplificare le voci che, anche in Pakistan, invitano il regime a tagliare i ponti con l'estremismo islamista. In parallelo, la comunità internazionale amplifica il suo sostegno economico per evitare il crollo di un paese in cui coabitano armi nucleari, terrorismo e attivismo di un esercito che definisce da molto tempo la politica regionale e strategica. Per ora, il presidente Musharraf ha saputo gestire tanto bene i suoi generali quanto l'islamismo parlamentare. La partita rimane comunque incerta. La dicotomia tra l'esercito e le grandi forze politiche non facilita il consenso che vorrebbe grandi riforme, strutturali e strategiche, imposte da un nuovo modo di agire. Il generale Musharraf, augurandosi un islam moderato e moderno, non fa che rinnovare il sogno di un Pakistan forte di 150 milioni di abitanti, eretto a paese di riferimento per il mondo musulmano. La vecchia pratica del discorso ambiguo e l'immagine mediatica che dà il paese, scosso, sono lontane da un simile ideale. La questione è tuttavia decisiva a lungo termine, visto che il vicino indiano intende affermare la sua potenza emergente. note:
* Direttore di ricerca al Cnrs, Centro studi sull'India e sull'Asia meridionale, autore di La question identitaire en Asie du Sud, Editions de l'Ehess, 2002 e di Cachemir. Au péril de la guerre, Editions Autrement, 2002. (1) Con neo-taleban si intendono i gruppi che scuotono di nuovo l'Afghanistan orientale. Si ritiene che esse derivino dalle forze del vecchio regime che sono sfuggite all'intervento americano. (2) A Lahore, nel febbraio 1999, i primi ministri indiani e pakistani avevano posto le basi di una normalizzazione post-test nucleare. (3) Incontro, a margine della riunione a Islamabad, dell'Associazione per la cooperazione regionale in Asia del Sud (Saarc) che nel gennaio 2004, ha definito un calendario di costituzione, per tappe, di una zona regionale di libero scambio. (4) Non era successo durante il loro incontro ad Agra, nel luglio 2003, a causa dell'impegno sul terrorismo. (5) L'incontro previsto per mettere a punto il progetto altamente simbolico di apertura di una linea di corriere per collegare le capitali dei due Kashmir indiano e pakistano è stata rinviata due volte. (6) Sia il Pakistan sia l'India hanno deciso di non inviare truppe in Iraq senza il mandato dell'Onu. (Traduzione di P. B.) |