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Una riflessione sulla «riforma radicale» e su come andò a finire l'URSS Glasnost e perestroika di Gorbaciov, vent'anni dopo «Un mondo senza blocchi militari, riconciliato e disarmato, la democrazia, l'autogestione, l'ecologia e il socialismo rinnovato.» Erano le promesse di Mikhail Gorbaciov, della sua politica della glasnost e della perestroika. Poi la dissoluzione dell'Urss e l'«implosione» del blocco dell'Est. Sono passati vent'anni: nella primavera del 1985, iniziava a Mosca un processo di sconvolgimento dell'ordine mondiale che non è ancora giunto a termine.
Jean - Marie Chauvier
«Tutto è marcio. Bisogna cambiare tutto.» Edouard Shevardnadze e Mikhaïl Gorbaciov, una sera d'inverno del 1984 a Pitsounda, sulla riviera abhazi in Georgia.
Da tempo la società troglodita scavava le sue gallerie sotto il cemento dell'illusorio monolite. Non esiste un «momento della verità» degli anni della glasnost che non sia maturato, affiorato già «il giorno prima» della grande svolta. Altra cosa rispetto al film dell'orrore messo in scena dai nostri media, l'Urss del dopo Stalin si era profondamente trasformata: potere, sistema, società, cultura, mentalità. I segni premonitori del cambiamento, invisibili se guardati attraverso i cliché di un cieco anticomunismo, si erano andati accumulando: ristrutturazioni ufficiali e informali, comportamenti demografici e sociali, riaffiorare di sentimenti nazionalistici e religiosi, effettivo pluralismo negli interessi e nelle opinioni della gente, in letteratura, nel cinema, nella musica, nei movimenti informali della gioventù (1). Nella primavera 1985, avviene «l'impensabile»: il Cremino cambia rotta. Dall'alto del «torrione» della fortezza rossa emerge l'uomo, Mikhaïl Gorbaciov, che cambierà la faccia della terra. Dal 1968, il regime di Bresnev sprofondava nel conservatorismo, nella corruzione, nell'avventurismo militare in Afghanistan, nella ... gerontocrazia. Già dal febbraio 1982, si colgono ai vertici i segnali della crisi (2). All'epoca, ricorda Nikolai Rijkov, futuro primo ministro di Gorbaciov, «nel paese l'atmosfera era irrespirabile, oltre, c'era la morte. (...) Nel 1982, per la prima volta dopo la guerra, i redditi reali della popolazione non aumentano. Tutto è bloccato: il livello di vita, la costruzione di case, negozi, asili, scuole (...). La cosa peggiore era il clima morale (3)». Nel novembre 1982, a Leonid Breznev succede Iuri Andropov, che viene dalla presidenza del Kgb. Ha una precisa consapevolezza del degrado e intraprende le prime riforme. La sua morte prematura obbliga ad un altro anno di attesa, sotto il regno del brezneviano Constantin Cernenko. La sera stessa della morte di quest'ultimo, l'11 marzo 1985, la segreteria generale del Partito comunista dell'Unione sovietica (Pcus) viene affidata a Mikhail Gorbaciov,(4). Suoi «complici» privilegiati nell'ufficio politico saranno Edouard Shevardnadze, nuovo ministro degli esteri, e l'ideologo Alessandro Iakovlev. Durante tutto l'anno precedente, Gorbaciov aveva limato la sua immagine di «rinnovatore» lanciando appelli per una «complessiva rifondazione della vita economica, sociale, culturale». A Londra, davanti a Margaret Thatcher, aveva pronunciato un «credo» inusuale per un dirigente sovietico: «L'Europa è la nostra casa comune. Casa e non teatro di operazioni militari». A Roma, aveva assistito, con grande turbamento, all'omaggio del popolo italiano al defunto dirigente eurocomunista, Enrico Berlinguer: un «altro comunismo» sarebbe allora «reale»? Il via libera alla «riforma radicale» sarà dato dal plenum del comitato centrale nell'aprile 1985, poi, nel febbraio-marzo 1986, dal XXVII congresso. In realtà, le alte sfere della «nomenklatura (5)» hanno fatto la scelta di un rinnovamento prudente. Le teste pensanti - i mejdunarodniki (internazionali) del comitato centrale e della diplomazia, gli economisti dei poli scientifici della Siberia e di Mosca - modellano con discrezione idee più audaci. Preparano qualcosa di più di una «riformina». Alla ribalta si accalcano scrittori, cineasti, poeti, cantanti, giornalisti. Aprono le chiuse delle «verità amare». Tabù e proibizioni vanno in frantumi, revisioni profonde si coniugano alla speranza di mondo più giusto. È in questo clima elettrizzato, dolente e romantico che dilaga la glasnost. Centinaia di dissidenti ancora detenuti vengono liberati. «Un popolo ritrova la dignità», dirà Gorbaciov. Questo è l'inizio, fino al 1988. Le iniziative sociali autonome cominciano a sbocciare - scompariranno dopo il 1991. Gli «anni della glasnost» veicolano valori «alternativi», socialisti, umanistici, ecologisti. Di questi «cento fiori» sopravvivranno solo quelli commerciabili. Alcuni li ricorderanno come l'ultima boccata di utopia prima della morte di tutte le illusioni, altri come l'avvento delle libertà. Questione di occhiali, o di portafoglio. Una visione retrospettiva «politicamente corretta» della perestroika ne fa una sala d'attesa popolata di poeti che divertono il pubblico, prima dell'imbarco verso il Mercato salvifico. Furto dei beni pubblici, lavoro nero Nel 1985-1987, gli autori della prosa del futuro avanzano mascherati. Sono i responsabili «commerciali» del Komsomol, delle imprese rese autonome, delle «cooperative» private, delle joint-ventures, delle reti mafiose. Il vivaio dei futuri oligarchi del capitale finanziario, che prenderanno presto posizione a Cipro, a Gibilterra, in Svizzera. Ci sono anche attori esterni. Il presidente americano Ronald Reagan lancia la sua Iniziativa di difesa strategica (Ids) contro l'«impero del Male». Ha giurato di «mettere in ginocchio» la potenza sovietica. Dipartimento di stato, Cia, Congresso americano, le radio Free Europe e Svoboda e molte fondazioni partecipano alla lotta contro il comunismo. Nel 1983, viene creata la Endowment for Democracy, uno degli organismi coordinatori delle recenti «rivoluzioni» in Georgia, Ucraina, Kirghizstan, ecc. Viene concesso un sostegno morale e finanziario ai dissidenti dell'Est, al movimento polacco Solidarnosc, alla resistenza afgana e alla sue reti «islamiste», secondo la strategia studiata da Zbigniew Brzezinski. Senza dimenticare il ruolo storico del papa, Giovanni Paolo II. L'assemblea mondiale contro il comunismo, la Lega delle nazioni «antibolsceviche» (dove sono particolarmente attivi gli immigrati nazionalisti baltici e ucraini), la setta Moon e altre frange della destra estrema sono anch'esse «sul fronte». Anche i media occidentali sono mobilitati nella guerra fredda, inasprita dalla battaglia degli euromissili. L'Urss è demonizzata: sistema «orwelliano», la «più grande potenza di tutti i tempi» pronta ad ingoiare il pianeta, una società e una cultura «totalitarie» dove nessun cambiamento è concepibile. Il mito del «riformista» Gorbaciov non può che essere un'invenzione degli agenti segreti del Kgb. Ma l'«illusione» criticata dai giornalisti affascina ben presto gli esperti di riforme liberiste: l'economista Anders Aslund (che sarà, con Jeffrey Sachs e il Fmi, uno degli inspiratori delle riforme dell'era Eltsin) è in Urss già dal 1984, il finanziere George Soros crea la sua prima fondazione a Mosca nel 1987. Mancano due anni alla caduta del Muro... Al di là delle idee e degli uomini in campo, sono le realtà materiali che rendono indispensabile il cambiamento. Prima di tutto, le materie prime si rivelano «esauribili». L'estrazione del petrolio ristagna e il suo corso diminuisce. I prezzi interni dell'Urss sono al 20% del livello mondiale. Anche le vendite ai paesi socialisti restano molto al di sotto dei corsi internazionali. Per chi detiene queste ricchezze (russi, soprattutto), è forte la tentazione di aumentare le esportazioni verso i paesi a divisa forte e ai prezzi del mercato mondiale. Diventano poi indispensabili gli investimenti per la modernizzazione. Ma sono ostacolati dall'embargo americano - in particolare dall'emendamento Jackson-Vannick che vincola i rapporti commerciali al diritto di emigrazione degli ebrei sovietici - e dal rifiuto dell'Urss di aprirsi ai capitali stranieri. La mano d'opera diventa sempre più rara. L'esodo rurale (93 milioni di persone tra il 1926 e il 1979) si è esaurito. La crescita demografica diminuisce nei paesi slavi, mentre aumenta in quelli musulmani, peggiorata da un fenomeno di sotto-impiego. Manca qualsiasi controllo sulla pianificazione familiare. Come, peraltro, sugli spostamenti della mano d'opera. Il sogno del Far East siberiano è bloccato, i grandi cantieri, come la nuova transiberiana Baikal-Amu (Bam), mancano di braccia. Da ovest ad est e ritorno, le migrazioni si annullano. È finita l'epoca dei pionieri romantici. E gli alti salari non motivano più a sufficienza. «L'economia nascosta», gli scambi senza controllo (commerciali o di baratto), il furto dei beni pubblici e il lavoro nero destabilizzano il sistema panificato. Questo mondo «informale» è nelle mani di clan e reti criminali, che hanno infestato lo stato sovietico prima di «colonizzare» la Russia di Boris Eltsin (6). Infine, la corsa agli armamenti capitanata dagli Stati uniti diventa finanziariamente insopportabile, tanto più che il progresso tecnologico americano, come testimonia l'Ids, è evidente. In breve, lo sviluppo estensivo si è esaurito. Il sistema non controlla i comportamenti sociali. Nella competizione la potenza ha perso fiato. Mosca non può più ostinarsi a sostenere Cuba, i movimento comunisti e antimperialisti. Eppure, nel 1985, l'Urss non è, come asseriscono i suoi detrattori, «lo Zaire con la bomba atomica». È un paese sviluppato in settori primari quali carbone, acciaio e idrocarburi, così come in campi più sofisticati: aerospaziale, nucleare, elettricità, ricerca fondamentale, brevetti per tecnologie industriali, formazione scolastica, acceso di massa all'istruzione e alla cultura. Aerei, missili, armi, macchine utensili e agricole, cereali, libri, film, poli scientifici e scuole di fama mondiale di matematica, fisica, agronomia, cinema, ecc., non sono affatto «fittizi». Un sistema di elettrificazione unificato copre i bisogni di 220 milioni di abitanti (su 280 milioni). Circa 800 città dispongono di riscaldamento centrale urbano. Negli anni '80, il 48% della popolazione attiva lavora nell'industria, contro il 30-35% degli anni '50, la maggioranza dei sovietici è ormai «urbanizzata (7)». I sovietici degli anni '80 si stanno inserendo in una società per lo più urbana, benché nelle piccole città persista un modello di vita contadino. La scuola secondaria è generalizzata. Il livello dei consumi, gli elettrodomestici, ma anche la vita familiare e il tempo libero si allontanano dal modello frugale del dopoguerra (8). Il miglioramento materiale, tuttavia, non sana un profondo malessere morale, testimoniato da scrittori, cineasti, cantanti e musicisti rock. Ai cittadini vengono garantiti una previdenza sociale di base, un'istruzione gratuita, un servizio sanitario minimale, prezzi bassi per trasporti, acqua, riscaldamento, elettricità. Negli anni '70 e '80, il mondo contadino emerge da decenni di sottosviluppo, sia materiale che sociale, e di sotto-cittadinanza (9). Un'alta mobilità sociale, la laicizzazione delle menti, la passione per la lettura, il gusto per le arti e la ricerca fanno anch'essi parte del bilancio della modernizzazione (10). Ma i progressi sociali e sanitari, peraltro giganteschi, ristagnano. La speranza di vita media - 34 anni nel 1923 - nel 1965 raggiunge i 64,6 anni per gli uomini e i 73,3 per le donne, il che avvicina l'Urss all'Europa occidentale. In seguito, questo indice si fermerà, diminuirà poi aumenterà di nuovo nel 1987 (65 e 74,6), prima di crollare negli anni '90 insieme a molti altri indicatori della sanità pubblica. Il calo della natalità e un brutale innalzamento della mortalità si coalizzano in questi anni provocando la diminuzione assoluta e continua della popolazione (11). D'altra parte, l'era Breznev ha «occidentalizzato» il modo di vivere: casa privata, corsa agli acquisti, logoramento delle tradizioni comunitarie contadine e del collettivismo. È nata una società consumista (frustrata), affascinata dai successi dell'Occidente. Ma il peso specifico delle industrie estrattive e pesanti, i ritardi nell'agro-industriale, nella chimica, nell'elettronica e nell'informatica costituiscono gli handicap di un'economia (mal) amministrata che, peraltro, degrada l'ambiente con totale irresponsabilità, proprio come era avvenuto nei bacini industriali occidentali degli anni '30-'50 (12). Altro indice di un ritardo che si accentua: nelle esportazioni è diminuita la quota relativa a macchine e attrezzature - dal 20% degli anni '60 al 15,5% del 1987 - mentre quella riguardante combustibili ed energia è passata dal 20 al 60% (13). La glasnost rende pubbliche le diagnosi degli economisti: crollo dei tassi di crescita del reddito nazionale e della produttività del lavoro, calo del rendimento dei capitali investiti, moltiplicazione dei cantieri non portati a termine, ritardo nella meccanizzazione complessa e nell'automazione, nell'informatizzazione - alcune decine di migliaia di computer nel 1985, contro i 17 milioni negli Stati uniti. Aumenta il numero delle attrezzature obsolete, ed è solo l'inizio (14). Ci sono poi i disastri ecologici: noti, come l'inquinamento del Volga e del Lago Baikal o il prosciugamento del mare d'Aral, oppure imprevisti e insospettati - Cernobyl, nell'aprile 1986. La crisi raggiunge il «cuore del sistema». Colpisce «un sistema economico che ha ormai quasi tutti i tratti di un'economia industriale avanzata. Premia la rimessa in discussione del sistema stalinista, già iniziata nel 1953, ma mai portata a termine (15)». Nell'inventario, si insisterà sulla «crisi del lavoro»: basso rendimento, assenteismo, «congedi per malattia», pause sigaretta, riunioni sindacali e attività varie, sportive o culturali, durante le ore di lavoro, instabilità della mano d'opera. Le motivazioni individuate: assenza di stimoli materiali, livellamento dei salari, eccesso di personale, garanzia del posto di lavoro. Su 131,5 milioni di attivi, 10 milioni sono giudicati «in sovrannumero», mentre altrove manca la mano d'opera - il 25% dei posti di lavoro non è occupato. L'organizzazione scientifica del lavoro (Ost), il taylorismo hanno fallito in Urss. E anche il fordismo: guadagnare di più non basta a motivare il lavoro, in mancanza di un'offerta sufficiente di prodotti di grande consumo. Il volume delle merci è raddoppiato dal 1971 al 1985, quello dei soldi è triplicato. In cerca del posto migliore, i lavoratori non chiedono solo un salario più alto, ma l'impresa che offra appartamento, asilo nido e giardino d'infanzia alle migliori condizioni. La metamorfosi della nomenclatura Un rapporto di forze sfavorevole ai datori di lavoro! Nel 1985, reclamano il diritto di licenziare e ottengono una riforma, concepita nel 1984, che «professionalizza» l'insegnamento secondario, dove è ancora preponderante un filone comune di formazione generale. A partire dalle riforme promosse dal primo ministro Alexis Kossygin nel 1965, vi sono élite tecnocratiche che rivendicano in sordina (e già cominciano a praticare) un «capitalismo» inconfessabile: profitto e redditività, salario svincolato dal livellamento imposto dall'alto, vero mercato del lavoro e disoccupazione dichiarata, «management» all'americana, introduzione del «padrone» proprietario, e ancora, diritto all'arricchimento personale, alla libera concorrenza e alla pubblicità commerciale, al lavoro di bambini e adolescenti, fine dell'assistentato sociale, apertura delle frontiere, ecc. La società è ancora composta da un'ampia maggioranza di salariati (16). Il blocco della crescita economica crea strettoie nell'ascesa sociale. L'accesso ai titoli di proprietà, alle possibilità di arricchimenti patrimoniali, sbloccherà la situazione. La massa operaia, ingannata dalle promesse di «autogestione» o di proprietà di gruppo, sarà di fatto esclusa dalla grande redistribuzione dei beni sociali. La «classe media» sovietica (insegnanti, ingegneri, medici, ricercatori), mal pagata, ma simbolicamente gratificata da un'ideologia socialista che premia il valore non economico della cultura, sarà una delle più penalizzate dal mercato. Il liberismo troverà la sua base sociale tra i nuovi commercianti, gli intellettuali mediatici e la nomenklatura modernista. Le riforme del 1986-1988 aprono le porte all'iniziativa privata nelle imprese e nelle cooperative. Offrono ai «circuiti nascosti» occasioni di riciclaggio e di nuovi apporti, «evasi» verso paradisi off shore grazie allo smantellamento del monopolio di stato sul commercio estero. L'intera Unione sovietica è preda del saccheggio delle materie prime e della disgregazione territoriale. Le tendenze separatiste, già presenti nei nazionalismi periferici, sono incoraggiate dallo staff di Eltsin, sostenitore della dissoluzione dell'Urss. È questa infatti la condizione indispensabile perché si realizzi, a beneficio delle élite russe, la rottura irreversibile: liberalizzazione dei prezzi, privatizzazioni massicce e... appropriazione della rendita petrolifera. Così, vengono eliminate le limitazioni del 1985: disuguaglianze stimolanti, corsa al denaro e lotta per la sopravvivenza, eliminazione dei «superflui» attraverso alti tassi di mortalità per incidenti sul lavoro e altro, comparsa di una generazione giovane «decisa a sfondare»... La «crisi del lavoro» si confronta con un nuovo rapporto di forze che vede la massa operaia socialmente declassata e costretta alla «flessibilità». Nel 2005, una pubblicità per il Business Journal di Mosca riassume la nuova dottrina del lavoro con una citazione di Henri Ford padre: «Ci sono due cose che fanno lavorare la gente: il piacere del salario e la paura di perderlo (17)». Il fattore chiave del cambiamento è la metamorfosi della nomenklatura che, insieme agli affaristi sostenuti dal potere, formerà la classe dei nuovi ricchi. Esisteva un'alternativa al crollo del sistema e alla dissoluzione dell'Urss? Victor Danilov, storico del mondo contadino, direttore di lavori di ricerca sulla collettivizzazione stalinista degli anni '30, contesta la tesi della fatalità: «almeno fino all'autunno 1988, non c'era fallimento dell'economia, né della società, nessun"crollo" dell'Urss. Il caos è stato indotto da gruppi portatori di interessi privati». Secondo alcuni critici che si potrebbero definire keynesiani, Gorbaciov avrebbe perso l'occasione di una transizione graduale, controllata dallo stato, che gli era stata proposta fino al 1988 da economisti quali Abel Aganbegian, Leonid Abalkin, Nikolai Petrakov. Si sarebbe trattato di un periodo lungo, da dieci a quindici anni. I meccanismi di mercato sarebbero stati introdotti nel rispetto dello stato e delle garanzie sociali sovietiche. «La perestroika aveva ancora un grande prestigio, la gente era ottimista, l'Urss esisteva. Le forze democratiche erano in vantaggio. Inoltre, Gorbaciov aveva la possibilità di allargare la sua base sociale creando un nuovo partito comunista riformatore (18)». La «terapia d'urto» di Egor Gaidar e dei suoi consiglieri Anders Aslund e Jeffrey Sachs decise altrimenti. Un'analisi storica della perestroika dovrebbe chiarire l'avvicendarsi di riforme e decisioni politiche che hanno fatto precipitare «la fine». Senza dimenticare le pressioni internazionali. Il debito estero è passato, dal 1985 al 1989, da 28,9 a 54 miliardi di dollari. Nel 1990-1991, il G7 e il Fmi hanno indicato la via da seguire, in particolare quella delle privatizzazioni, la cui legittimità è oggi ampiamente contestata. Il presidente Eltsin accettò i prestiti condizionati, e dunque la messa sotto tutela del governo russo. Solo allora cominciò davvero «la transizione verso la democrazia e il mercato». La redistribuzione delle ricchezze e del potere, la sua dinamica sperequata e conflittuale, combinata alla disgregazione dell'Unione e al suo aprirsi agli appetiti esterni, hanno generato quel nuovo tipo di crisi che vediamo radicalizzarsi vent'anni dopo il 1985. Le «rivoluzioni» in Ucraina, Transcaucasia e Asia centrale sembrano un po' l'«eco di ritorno » della perestroika: da un lato prolungamento della disgregazione, dall'altro prodotto di situazioni nuove, le cui tensioni sono abilmente sfruttate dai «predicatori della democrazia» occidentali. Ma chi avrebbe immaginato, nel 1985, che la direzione sovietica sarebbe stata «sovvertita» dal capitalismo? In una nota indirizzata a Gorbaciov, Iakovlev, il più importante ideologo del Pcus, raccomandava il ripristino dell'economia di mercato, «il proprietario come soggetto delle libertà», la gestione economica «in forme legate alle banche», un mercato di capitali e... la fine del monopolio del Partito, definito l'«Ordine dei portaspada»! (Ordine monastico tedesco del XIII secolo il cui simbolo erano 2 spade rosse incrociate sulla tunica bianca. Fecero terra bruciata fino al 1554, quando lo zar Ivan IV ne causò la disfatta.) La data è quella del 3 dicembre 1985 (19). Iakovlev è stato soprannominato l'«architetto della perestroika». note:
* Giornalista, Bruxelles. (1) Sui «trent'anni laboriosi» che dalla morte di Stalin, nel 1953, hanno cambiato l'Urss si legga: Urss: une société en mouvement, L'Aube, la Tour d'Aigues, 1988. (2) Sulla Pravda, il 14 febbraio 1982, a firma dell'economista riformista Abel Aganbegian. (3) Nikolaï Rijkov, Perestroïka: istoriia predatel'stv, Novosti, Mosca, 1992. (4) Su proposta del capo della diplomazia, Andrei Gromyko, ultimo «leader storico» ancora in vita, il che è sufficiente per far tacere i potenziali rivali. (5) Le «nomenklature» (liste) di quadri responsabili sono controllate dal partito-stato ai diversi livelli del potere. Spesso confuse con la «burocrazia», molto più estesa, non comprendono l'intelligenzia. (6) Cfr. Nadine Marie Schwarzenberg, La Russie du crime, Puf, Parigi, 1997. (7) Sono compresi, naturalmente, paesi semi-rurali e villaggi contadini. (8) Si legga Basile Kerblay La société soviétique contemporaine, Armand Colin, Parigi, 1980. (9) È allora che i kolkosiani ottengono il «passaporto interno», una sorta di carta d'identità che permette ai cittadini sovietici di viaggiare liberamente attraverso l'Unione. (10) Sulla modernizzazione dell'Urss, si legga Moshe Lewin, Le Siècle soviétique, Le Monde diplomatique-Fayard, Parigi, 2003. (11) Cfr. il bel libro di Claude Cabanne ed Elena Tchistiakova, La Russie. Perspectives économiques et sociales, Armand Colin, Parigi, 2002. (12) Cfr. «Du communisme fictif au capitalisme réel» in Les conflits verts, Grip, Bruxelles 1992. (13) Abel Aganbegian Soulever les montagnes. Pour une révolution de l'économie soviétique, Laffont, Parigi, 1989. ¤¤¤ (14) Vent'anni più tardi, la diagnosi si aggrava: attrezzature, infrastrutture, mezzi di trasporto pubblici, case, ecc., invecchiano inesorabilmente. (15) Jacques Sapir Les fluctuations économiques en Urss. 1941-1985, Ehess, Parigi, 1989. (16) In campagna, bisogna distinguere i salariati agricoli delle fattorie di stato (sovkhozes) dai semi-salariati membri delle cooperative (kolkhozes) che vivono dei prodotti della terra di proprietà, delle retribuzioni monetarie e in natura legate ai raccolti e di assegni sociali (pensioni). (17) Izvestia, Mosca, 28 dicembre 2004. (18) L. Ia. Kosals, R. V. Ryvkina nome? Sotsiologiia perekhoda k rynku v Rossii, Editoriale Urss, Mosca, 1998. (19) Alexandre Iakolev, Gorkaïa Tchacha, Verkhne-Volhloie Izdatelstvo, Iaroslav, 1994. (Traduzione di G. P.) |