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Rottura completa tra Parigi e l'Africa?


Con l'aiuto dell'esercito francese il presidente del Ciad Idriss Déby Itno ha sventato un colpo di stato alla fine di aprile 2006. La Francia nega che sia così, ma il sostegno al regime clanico di N'Djanema, appare come un'intromissione «all'antica»d'altronde denunciata dall'opposizione locale (si veda l'articolo di Philippe Leymaire in queste stesse pagine). In effetti, lo slogan «né ingerenza né indifferenza», adottato alla fine degli anni '90 non è servito a fare chiarezza. Parigi sembra agire colpo su colpo, preoccupandosi soprattutto dei propri interessi economici e del controllo sull'immigrazione, come si è visto in occasione della visita - localmente contestata - del ministro francese degli interni Nicolas Sarkozy in Mali e in Benin a metà maggio 2006. Delusi da una Francia che ha promesso diritti umani e sviluppo, senza promuoverli davvero, le popolazioni africane guardano sempre di più agli Stati uniti o alla Cina.


di Delphine Lecoutre e Admore Mupoki Kambudzi *

«Fine dell'impero francese in Africa (1)», «La Francia molla l'Africa (2)», «Parigi è superata (3)»... I titoli allarmisti dei giornali francesi ed esteri si moltiplicano. Dagli inizi degli anni '90, prolifera inoltre la letteratura critica della francofonia africana («Françafrique»), mentre il coinvolgimento di Parigi in alcuni drammi come quello del genocidio in Ruanda ha finito di oscurare la sua immagine (4). La crisi è profonda: «Se vogliamo preservare la credibilità e i nostri interessi - avverte così Pascal Chaigneau, direttore del Centro di studi diplomatici e strategici (Ceds) - Sarebbe ora di abbandonare la politica dei piccoli passi e dei passi falsi in favore di quella che il presidente Senghor definiva una visione di ciò che l'Africa dovrebbe essere per la Francia e di ciò che la Francia potrebbe fare per l'Africa (5)».
In effetti, dalla fine della guerra fredda, la Francia ha progressivamente perso il posto in prima fila sul continente. Le sue industrie soffrono la concorrenza dei marchi cinese e nordamericano (6) e la sua autorità politica nell'Africa francofona è contestata: in Costa d'Avorio, in particolare, il presidente Laurent Gbagbo si presenta come portaparola delle nuove élite che vorrebbero rimettere in forse il suoi «diktat (7»); in Togo o in Ciad, le opposizioni denunciano il sostegno dato da Parigi ai regimi autoritari vigenti (8) (si legga qui sotto l'articolo di Philippe Leymarie). Molti africani pensano che la Francia ha sacrificato i loro interessi a favore dei propri, chiusa in una retorica lontana dalla realtà.
Scrittori come il senegalese Boubacar Boris Diop o uomini politici come il centrafricano Jean-Paul N'Goupandé si alternano con forza nelle critiche (9). Le cause di questi giudizi spesso severi sono diverse. In primo luogo, le norme restrittive adottate dalla Francia in materia di immigrazione a partire dagli anni '90, che hanno profondamente scioccato il continente nero. Gli africani, costretti a file umilianti e interminabili davanti ai consolati, hanno l'impressione di essere trattati «come bestiame».
In modo particolare, si sono sentiti umiliati dalle leggi Pasqua, adottate nel 1993 e mai abrogate, che obbligano gli studenti a firmare un modulo in cui s'impegnano a lasciare il territorio francese immediatamente dopo aver ottenuto i loro diplomi. Le recenti misure previste dal ministro degli interni Nicolas Sarkozy aumentano ancor di più il risentimento. Inoltre, la Francia offre poche speranze di successo ai giovani africani.
Durante il loro soggiorno in quel paese, hanno l'impressione di essere dei paria, continuamente sospettati di essere illegali. Per contrasto, gli esempi di africani francofoni che hanno avuto successo negli Stati uniti e in Canada non mancano. È il caso dell'astrofisico di origine maliana Cheick Modibo Diarra. Laureato all'Università Pierre e Marie Curie (Parigi) e poi a quella di Howard (Washington), è diventato navigatore capo della Nasa. Gli studenti francofoni espatriano dunque in massa in Canada o negli Stati uniti. Così, 35% dei visti DV (diversity visa) americani riguardano africani, e il Senegal è il paese che, nell'Africa francofona, ottiene più borse di studio per gli Stati uniti. Man mano che diminuiscono le antiche affinità e l'influenza di Parigi, scompare progressivamente l'idea di un legame specifico con la Francia, tanto più che la generazione di africani legati alla Francia in modo speciale, imbevuta della sua cultura, sembra in via di estinzione (10). I giovani nati negli anni delle indipendenze o dopo non hanno lo stesso legame con l'antica metropoli e i nuovi quadri africani non si sentono a proprio agio nella globalizzazione.
Queste élite «emancipate» si ritengono libere nei propri legami, compreso nel preferire, per esempio, gli Stati uniti alla Francia.
I decisori e i quadri amministrativi sono sempre di più influenzati, nel loro modo d'agire e nei loro centri d'interesse dal mondo anglosassone.
Così, è sempre più frequente vedere giovani ministri francofoni, quali il ministro senegalese degli affari esteri Cheikh Tidiane Gadio, fare i discorsi in inglese e adottare posizioni filoamericane. In secondo luogo, la Francia ha la reputazione di grande sostenitrice di tutti i dittatori dello spazio francofono: Jean Bédel Bokassa (Centrafrique), Joseph Mobutu (Zaire) e Gnassingbé Eyadéma (Togo), per non citare che i defunti. Parigi s'oppose, segnatamente, alle sanzioni decise dall'Unione europea contro il Togo nel 1993. Le contraddizioni politiche dell'antica metropoli esplodono sempre più spesso apertamente.
Probabilmente in preda al complesso di colpa del colonizzatore, la Francia da un lato afferma di non volersi immischiare negli affari interni africani senza tuttavia restare indifferente; dall'altro, raccomanda la stabilità delle relazioni internazionali, ciò che la spinge a ignorare la natura dei regimi in campo. Inoltre, gli interessi economici delle sue grandi industrie la spingono a certe condiscendenze.
Il malessere deriva anche dall'incapacità della Francia di essere coerente con i suoi grandi discorsi sui diritti dell'uomo. Questa attitudine spiega in parte la relazione amore-odio che gli africani hanno a volte verso di lei. Di fronte a queste incoerenze, un numero sempre più grande di quadri africani integerrimi e competenti sono pronti a conquistare il potere fuori dalle modalità istituzionali pur di ottenere la democratizzazione del loro paese. Così, il colpo di stato del 3 agosto 2005 in Mauritania, organizzato dal colonnello Ely Ould Mohamed Vall per porre termine alla dittatura del presidente Maaouiya Ould Taya, costituisce un segnale rivolto alla Francia, come dire che la democratizzazione del continente si farà con lei o senza (11). «Siamo contenti, vogliamo che la Francia e il mondo moderno sappiano che i mauritani oggi sono liberi», affermò un manifestante di Nouakchot (12). Un tale scenario s'era già prodotto in Mali, nel 1991, con il generale Amadou Toumani Touré. Gli oppositori dell'Africa francofona vanno a cercare appoggio sempre di più negli Stati uniti. In terzo luogo, la Francia sembra diminuire il suo sostegno al continente nero: riduzione costante degli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps), del numero di cooperanti e di esperti, soprattutto del numero degli espatri. L'aiuto allo sviluppo ai paesi dell'Africa subsahariana è così calato dai 3,1 miliardi del 1990 a 1,4 miliardi nel 1999, ossia una diminuzione del 55%. A metà degli anni '80, oltre 200.000 espatriati vivevano sul continente. Vent'anni dopo, la cifra è stata dimezzata. Inoltre, la spesa per i centri culturali, che costituivano almeno, fino ad allora, una vetrina, è stata ampiamente tagliata.
In quarto luogo, le popolazioni locali sopportano sempre meno lo sfruttamento delle materie prime, abbondanti nello spazio francofono, - petrolio nel Gabon, in Congo, in Camerun e nel Ciad e legno nel Gabon e in Camerun) - senza che però ne risulti crescita economica.
Le popolazioni contestano i profitti realizzati nel corso di decenni dalle marche francesi senza che le loro condizioni di vita siano migliorate. Chiedono una relazione equilibrata con la Francia e una diversificazione dei partner economici (Cina, Stati uniti, Giappone, eccetera) «Chirac Go Home. Bush Welcome» (Chirac vattene, Benvenuto Bush), proclamavano le bandierine dei manifestanti a Abidjan, nell'autunno 2004. Conclusa la lotta per la libertà politica, quella che molti africani vogliono condurre è ormai una battaglia per l'emancipazione economica e per lo sviluppo del continente.
Un cinismo da mercante Un numero crescente di stati africani francofoni manifesta così la volontà di metter fine ai «patti coloniali» ed è pronto a firmare accordi privilegiati con altre potenze extracontinentali. Come esempio, lo scambio di materie prime (segnatamente il petrolio in Sudan) con la Cina in cambio della costruzione di infrastrutture stradali, e inoltre il flusso di prodotti cinesi a basso costo che tutti si disputano, e senza alcuna pretesa in materia di democrazia. E, quinto, la Francia non sembra più avere alcuna politica africana comprensibile. Come spiegare uno scarto così profondo tra un discorso eloquente del ministro degli affari esteri dell'epoca, Dominique de Villepin, sul conflitto in Iraq in nome del diritto internazionale e un approccio così titubante riguardo allo sviluppo del continente africano? Certo, il ministro elaborò, nel corso del 2002, una «road map» destinata a «un'africanizzazione della politica africana intesa come necessità di non sostituirsi ai governi africani ma al contrario di appoggiarsi su di essi per risolvere le sfide attuali a cui devono far fronte». Eppure, le autorità francesi si fermano a una retorica obsoleta e paternalistica. Così, Parigi sembra ignorare l'emergenza di vere e proprie potenze africane nel campo economico e diplomatico: il Sudafrica, l'Egitto, la Nigeria, l'Algeria, la Libia, il Senegal e l'Etiopia. I vertici Francia-Africa, grandi rituali d'altronde sempre più inutili, mostrano questa assenza di visione strategica. Inoltre, in materia di sviluppo economico, la Francia insiste a privilegiare un approccio elitario e istituzionale a scapito di una «dal basso». Ma intanto l'associazionismo africano (contadini, donne, artigiani, ecc.) rivendica a pieno titolo un ruolo nelle scelte politiche e sociali. L'istituzione, alla fine del marzo 2005, del Consiglio economico, sociale e culturale dell'Unione africana farà da cornice a un dialogo permanente tra il governo e tutte le componenti della «società civile» (13). In senso opposto agli errori e alle esitazioni della Francia, gli Stati uniti e il Regno unito propugnano, dal canto loro, una strategia concreta, basata su interessi chiari (per esempio, l'accordo di libero scambio African Growth and Opportunity Act (Agoa), la commissione Blair (14), ecc.).
Un atteggiamento che ha almeno il pregio della chiarezza propria del cinismo da mercante.
Sta alla Francia mostrare ai suoi partner africani che possono «uscire vincenti» da una relazione con lei, sta alla Francia ridefinire cosa vuol fare con e per il continente. Tra i due estremi, tenere tutto o mollare tutto, la Francia può forse trovare un punto intermedio più giusto, risistemando al contempo le sue relazioni con l'Africa.
I paesi del continente potrebbero allora abbonarle gli errori del passato e farne il loro portavoce privilegiato nel G8, e il mediatore insostituibile dell'Unione europea nelle relazioni Nord-Sud... Chiarire la propria politica sul continente nero permetterebbe alla Francia di valorizzare quel che già fa volta per volta. Al contrario degli Stati uniti, Parigi non sa «vendere» bene le proprie azioni.
La Francia resta il primo contribuente del Fondo europeo di sviluppo (Fes), e continua a incoraggiare l'aiuto di Bruxelles ai paesi del Sud, anche se la maggior parte degli stati membri dell'Unione europea sembrano accomodarsi in una visione strettamente commerciale dei rapporti Nord-Sud (15). Parigi è il primo contribuente del programma Facilité pour la paix dell'Unione europea (250 milioni di euro), destinati ad aiutare l'Unione africana nella gestione e nella mediazione dei conflitti. L'operazione d'interposizione europea «Artemis» nell'Ituri (Rdc), tra giugno e settembre 2003, fu diretta da Parigi. Inoltre, la Francia ha versato all'Unione africana una sovvenzione di 5 milioni di euro nel 2005.
L'emergere di nuove aspirazioni popolari, e l'aumentata potenza dell'Unione africana indicano una volontà di affermazione politica. Il politologo Jean-François Bayart lo ha sintetizzato molto bene: «Non partiamo dall'idea che la solidarietà o la vicinanza franco-africana sia naturale.
È stata costruita dalla colonizzazione e dai processi di decolonizzazione.
Potrebbe oggi essere ricostruita». In ogni modo, «l'identikit dell'Africa tra dieci anni non sarà né francese, né inglese, sarà africano» (16).


note:
* Delphine Lecoutre è dottoranda in Scienze politiche all'Università di Paris I Panthéon Sorbonne, addetta all'Istituto di studi etiopi dell'Università di Addis Abeba e al Centro francese degli studi etiopi (Addis Abeba). Admore Mupoki Kambudzi è analista politico alla Commissione dell'Unione africana (Addis Abeba) et professore incaricato all'Università dello Zimbabwe (Harare). Le loro opinioni qui espresse non impegnano le istituzioni a cui appartengono.
(1) «The Fall of The French Empire», The Wall Street Journal, 25 maggio 1997.
(2) Jeune Afrique, n°2098, Parigi, 27 marzo - 2 aprile 2001.
(3) «L'Afrique a mal à la France», Le Figaro, 28 aprile 2005.
(4) Si legga François-Xavier Verschave: La Françafrique: le plus long scandale de la République, Stock, Parigi, 1998.

(5) «La politique de la France en Afrique», Défense nationale, Parigi, gennaio 2005, n°1, pp. 119-128.
(6) Si legga Jean-Christophe Servant: «La Cina all'assalto del mercato africano», Le Monde diplomatique/ilmanifesto, maggio 2005.

(7) Si legga Judith Rueff, Côte d'Ivoire. Le feu au pré carré, Autrement/Frontières, Parigi, 2004.
(8) «N'Djaména accuse Khartoum, la rue critique la France», Le Monde, 16-17 aprile 2006.

(9) Si legga Jean-Paul Ngoupandé, L'Afrique sans la France, Parigi, Albin Michel, 2002.

(10) L'Afrique sans la France, op. cit., p. 33-40.
(11) Si legga Mohammad-Mahmoud Ould Mohamedou, «Mauritania, tutto il campionario dei colpi di stato», Le Monde diplomatique/ilmanifesto, novembre 2005.

(12) Radio France Internationale, 5 agosto 2005.

(13) Si legga Delphine Lecoutre, «L'Union africaine a avancé d'un pas en direction de la société civile avec la création d'un Conseil économique, social et culturel», Marchés Tropicaux, Parigi, 29 aprile 2005.

(14) Si legga Demba Moussa Dembélé, «La maschera africana di Anthony Blair», Le Monde diplomatique/ilmanifesto, novembre 2005.
(15) Si legga l'opera collettiva L'Accord de Cotonou, les habits neufs de la servitude, Colophon, coll. «essais», Bruxelles, 2002.

(16) Jean-Francois Bayart, «La politique africaine de la France est régressive», Le Figaro, 6 luglio 2005.
(Traduzione di E. G.)