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Francia, la rottura sociale in dieci capitoli


di Martine bulard

Salari «davvero scandalosi», «liquidazioni eccessive»... Queste denunce sul tenore di vita dei dirigenti d'impresa non provengono da estremisti di sinistra, né da minacciosi lavoratori licenziati, ma da Jean-Claude Juncker, il presidente dell'Eurogruppo (che riunisce i ministri delle Finanze della zona euro, il presidente della Banca centrale europea e un rappresentante della Commissione europea). Gli illustri membri della nomenclatura europea avevano accettato, se non incoraggiato, la defiscalizzazione di questo tipo di compensi dirigenziali; e adesso si preoccupano dell'effetto devastante prodotto dagli ostentati eccessi dell'alta finanza in un'epoca di austerità salariale.
In Francia, Nicolas Sarkozy non ha esitato a battere il pugno sul tavolo: ora i vantaggi fiscali legati a questo tipo di regalie, deducibili dal reddito imponibile, sono limitati a... un milione di euro. Ci vuol ben altro per far tremare Christian Streiff, presidente direttore generale della Peugeot, che si è elargito il «maggiore aumento di retribuzione (1)» tra le quaranta imprese quotate in borsa (Cac40) nel 2007 (+616%). Nella foga, lo stesso Streiff ha ricevuto le congratulazioni del ministro del lavoro Xavier Bertrand per aver liquidato le 35 ore in un'impresa del gruppo, imponendo ai dipendenti di lavorare di più senza aumentare i salari. Questa è l'idea di giustizia elaborata nei palazzi dorati dell'Eliseo.
Il fermento degli annunci governativi, il flusso delle dichiarazioni contraddittorie e il chiasso del disordine tendono a far dimenticare la realtà. Certo, non tutti gli intoppi sono volontari. Senza dubbio Sarkozy avrebbe volentieri fatto a meno della farsesca tessera familiare della Sncf [le ferrovie dello stato francesi, ndt] prima tolta e poi restituita. Talvolta, la confusione gli permette di provare gli effetti di un provvedimento, per poi ritirarlo quando la protesta sembra troppo forte. Ma l'effervescenza verbale serve anche a mascherare la dimensione dei provvedimenti presi in un anno (leggere le colonne a lato) e, soprattutto, la loro perfetta coerenza. Si potrebbe riassumerla in tre principi: aggredire gli ultimi pilastri dello stato sociale promuovendo la riduzione delle spese collettive e mutualistiche; favorire i detentori di capitale; colpevolizzare i poveri.
In questo settore, Sarkozy riesce meglio dei suoi predecessori. Perciò, spiega, se i lavoratori rinunciano alla riduzione dell'orario di lavoro, alle ferie pagate, al riposo domenicale e alla pensione a 60 anni - cioè, se rinunciano ai diritti garantiti loro dalla legge - vedranno crescere (un poco) il loro reddito. Se rifiutano, peggio per loro. Poi non vengano a lamentarsi per la diminuzione del potere d'acquisto.
Il ricatto è rivolto soprattutto ai lavoratori ai gradini inferiori della scala, quelli che già svolgono i lavori più usuranti. A 35 anni (secondo gli ordinari parametri statistici), gli operai hanno una speranza di vita inferiore di sei anni rispetto ai quadri. Se si considera la speranza di vita senza incapacità funzionali (difficoltà nel camminare, nell'udito, nell'utilizzo delle mani), la differenza raggiunge i dieci anni. Gli specialisti, a questo proposito, parlano di «doppia pena per gli operai (2)». Costringerli a lavorare di più accentuerà questo fossato umanamente inaccettabile ed economicamente aberrante sul piano sociale: le spese sanitarie saliranno ancor più rapidamente.
Il lavoro delle cento riforme I datori di lavoro, dal canto loro, possono continuare a mantenere bassi i salari. Con la riforma dell'indennità, i disoccupati dovranno accettare le condizioni salariali loro proposte. Con quella del codice del lavoro, i più anziani saranno collocati con contratti precari (contratti a tempo determinato [Cdd, contrat à durée determinée, ndt] senior) così come i giovani che iniziano la loro carriera passando da uno stage a un Cdd (con riduzione dei contributi padronali per i salari inferiori a 1,4 volte il salario minimo interprofessionale di crescita [smic]...). I più qualificati corrono lo stesso rischio grazie a una nuova invenzione: il Cdd di lunga durata, che intende scoraggiare ogni rivendicazione sui salari o sulle condizioni di lavoro... «L'immaginazione al potere» dicevano alcuni, nel 1968.
Con Sarkozy, ciò è divenuto realtà. Ma la «rottura» che il presidente continuava ad annunciare non arriva all'appuntamento.
Ci vuole una certa dose di cinismo, o bisogna aver contratto il morbo di Alzheimer, per sostenere che «i francesi rifiutano le riforme».
Limitandosi al solo esempio del lavoro, si può citare: la soppressione dell'autorizzazione amministrativa al licenziamento (1986); la generalizzazione del Cdd (1996,1998), grazie alla quale l'80% delle assunzioni avviene ora a tempo determinato; l'eliminazione del controllo del lavoro interinale (1995, 2004); l'incentivo al tempo parziale (1979, 1982, 1986, 2000), che riguarda ormai quasi un lavoratore su tre (17% nel 1978 e 31% nel 2005); l'annualizzazione dell'orario di lavoro e il congelamento dei salari che hanno accompagnato il passaggio alle 35 ore (1998 e 2000); l'innalzamento della quota di ore straordinarie (2002, 2007), il contratto di nuovo impiego (Cne) (2005), soppresso dopo la condanna del Ufficio internazionale del lavoro... e la lista non è completa. Le «riforme» si sono susseguite, condotte sia da governi di destra che dal potere socialista. E spesso il provvedimento assunto ha peggiorato la situazione precedente, qualunque fosse il colore politico dei decisori.
A parte la riduzione del tempo di lavoro, che ha introdotto qualche agevolazione di vita soprattutto per i quadri, lo smantellamento delle garanzie collettive in nome della «modernità» si è tradotto in un grave ritorno al passato nelle relazioni sociali, a spese della quasi totalità dei dipendenti. Se da un lato si rivela deleterio per il mercato del lavoro (la disoccupazione rimane elevata), esso avvantaggia i detentori di capitali. Tra il 1983 e il 2006, la parte dei salari nel prodotto interno lordo (Pil) è diminuita del 9,3% mentre quella dei profitti è cresciuta altrettanto. In altre parole, «tra i 120 e i 170 miliardi di euro sono slittati dal lavoro al capitale» come osserva l'economista Jacky Fayolle (3). Il denaro non è più nelle stesse tasche, ma esiste. E non serve a investire, contrariamente a quanto affermano i dirigenti di impresa; il 70% delle risorse a disposizione delle società francesi (non finanziarie) serve a pagare dividendi, interessi, investimenti finanziari. L'ultima moda, per i grandi gruppi, consiste nel riacquistare le loro stesse azioni; le imprese del Cac 40 l'anno scorso hanno destinato a tal fine 19 miliardi di euro (erano 12 miliardi nel 2000). È denaro sterilizzato.
Ciò non impedisce loro di richiederne sempre di più - o di allargare la fonte dei loro profitti, accaparrandosi le risorse che ieri erano mutualizzate.
Tutti sanno che il mantenimento del livello delle pensioni chiede maggiori fondi, per ragioni demografiche. In effetti, con la riforma, le pensioni si ridurranno, e solo i lavoratori più abbienti potranno compensare questa perdita. Ma, invece di versare in un fondo collettivo proporzionalmente ai loro redditi (come avviene attualmente), stipuleranno polizze vita e altri investimenti. A tutto vantaggio delle banche e dei gruppi finanziari. Lo stesso principio vale per la sanità, in cui l'eliminazione dei rimborsi sui farmaci incentiva la sottoscrizione di assicurazioni private o mutualistiche (la differenza non è sempre evidente...), mentre le pressioni contro gli ospedali favoriscono le cliniche private (4).
Si potrebbe prendere l'esempio del Libretto A, la cui raccolta selettiva da parte della Banca postale e della Cassa di risparmio finanziava parzialmente gli alloggi a canone minimo. Le banche - con l'appoggio della Commissione europea - recupereranno il bottino. Fine dell'alloggio sociale. Tale appropriazione di fondi mutualistici si stima in decine di miliardi di euro.
Per realizzare una rapina come questa, esistono strade ancor più dirette: le privatizzazioni. Una nuova parte del capitale pubblico di France Télécom è stata messa sul mercato nel giugno 2007. Il 29 novembre, Sarkozy annuncia la vendita del 3% del capitale di Electricité de France (Edf). Tre settimane più tardi, il 19 dicembre, viene pubblicato il decreto di privatizzazione di Gaz de France (Gdf), e la fusione di quest'ultimo con Suez - a condizioni scandalosamente favorevoli per il gruppo privato - sarà effettiva entro l'estate. È lontano il tempo in cui, di fronte all'Assemblea nazionale, un certo ministro delle finanze, di nome Sarkozy, giurava: «Edf e Gdf non saranno privatizzate - lo ripeto con forza». Il presidente ha dimenticato le promesse del ministro...
Ancora una volta, Sarkozy gioca la carta della continuità: le cessioni di imprese pubbliche che raggiungevano i 2,5 miliardi di euro nel 2003, toccano i 10 miliardi nel 2005, e i 17 nel 2006... La fonte si esaurirà in quanto i gioielli di famiglia non sono in numero illimitato.
Non solo tali vendite hanno conseguenze negative per gli utenti, ma esse privano lo stato di risorse. Ciò che la Corte dei conti riconosce nella sua ultima relazione, in termini diplomatici ma espliciti: «Le cessioni di beni hanno come contropartita la diminuzione per lo stato di una fonte di ricavi dinamica e regolare: le imprese che più contribuiscono in termini di dividendi sono anche quelle più suscettibili di essere oggetto di cessioni (5)» E avverte: «L'ulteriore contrazione del settore pubblico avrà inevitabilmente effetti a breve e a medio termine sui dividendi incassati dallo stato e un impatto significativo sui suoi ricavi complessivi». L'esempio più clamoroso è quello della società delle autostrade, lasciata ai privati nel 2007, mentre raccoglieva i frutti dei pedaggi per strade costruite e pagate dal contribuente. Ma, ci viene assicurato, tali vendite sono necessarie per risanare le casse dello stato, «vuote» (6) secondo Sarkozy. Svuotate, saremmo tentati di correggere: poco dopo l'avvio delle elargizioni del pacchetto fiscale, Fillon addirittura affermava: «Lo stato è al fallimento (7)». Già Dominique de Villepin e, prima di lui, Lionel Jospin, avevano ridotto le aliquote superiori dell'imposta sul reddito. Tra il 2000 e il 2007, la perdita per il bilancio viene valutata in 50 miliardi di euro (8).
Non vi è nulla di assurdo nelle preoccupazioni per il debito pubblico.
Ma se il potere ne fa uno spauracchio è una vera manipolazione. Il debito lordo equivale al 64% del Pil nel 2007, appena più che in Germania o negli Stati uniti (62,2%), molto più che in Inghilterra (44%) ma molto meno rispetto a Italia (104%) o Giappone (160%). Inoltre, se si tiene conto di ciò che la Francia detiene (in beni finanziari), il debito pubblico netto è due volte di meno (38% del Pil); esso è persino diminuito tra il 1997 e il 2006 (dal 42% al 38% del Pil) prima di risalire leggermente nel 2007 (9). La casa non va a fuoco, dunque, anche se occorre spendere meglio e altrimenti.
Il falso argomento del debito pubblico Del resto, funziona per lo stato come per un privato: tutto dipende dall'uso dei fondi. Indebitarsi per acquistare una casa non ha esattamente la stessa conseguenza che indebitarsi per divertirsi o comprare un vestito. Ebbene, una gran parte della spesa pubblica serve ad investire.
Pagare i dipendenti della pubblica istruzione significa garantire l'avvenire dei bambini e dei giovani, che costruiranno il paese di domani. Anche pagare i lavoratori della ricerca significa garantire lo slancio futuro della nazione...
Invece, ridurre le tasse ai più ricchi, che risparmieranno denaro, significa allargare il disavanzo, per compensarlo poi con il prestito pubblico... sottoscritto proprio dagli stessi ceti più abbienti, che dunque ci guadagnano due volte. Anche aumentare gli aiuti pubblici alle imprese, che si attestano già a 65 miliardi di euro nel 2006 (10) (più del deficit del bilancio), mentre una parte delle risorse se ne va in investimenti finanziari, costituisce un non-senso economico.
Lì si possono realizzare risparmi, accordando gli aiuti solo alle imprese innovatrici che producono posti di lavoro, e controllandone l'utilizzo.
Non è stata intrapresa questa strada. Tuttavia, non si deve credere che il governo e la dirigenza imprenditoriale siano liberi di muoversi.
Le reazioni sociali sono sempre più forti, e le loro azioni si moltiplicano, come a Carrefour e in altri centri commerciali, e alla Coca-Cola, in cui i dipendenti di Pennes-Mirabeau hanno ottenuto un aumento di 80 euro al mese e a persona dopo diversi giorni di sciopero. Quelli di Lille hanno ottenuto un aumento generalizzato del 3,2% e del 4,7% per i salari più bassi, meno di quanto richiesto dagli scioperanti (6%) ma ben più di quanto la direzione non fosse disposta a concedere (2%). Per non parlare degli scioperi selvaggi che si moltiplicano, anche se la televisione non ne parla.
Anche gli scioperi dei ferrovieri nell'autunno scorso non hanno impedito la fine dei regimi speciali di previdenza sociale - una vittoria ideologica per la destra, che compromette soprattutto l'avvenire dei giovani. Tuttavia, contrariamente alle previsioni, le pensioni dei ferrovieri saranno calcolate sugli ultimi sei mesi - e non su venticinque anni come altrove; un esempio tra gli altri di conservazione dei diritti. È significativo che la stampa sia rimasta assai discreta su questo tema. Per quanto limitate, queste sconfitte governative dimostrano la vitalità del movimento sociale.


note:

(1) Dominique Seux, «Les salaire des patrons», Les Echos, Parigi 23 aprile 2008
(2) Emmanuelle Cambois, Caroline Laborde e Jean-Marie Robine. «La "double peine" des ouvriers: plus d'années d'incapacité au sein d'une vie plus courte» Population & Sociétés n. 441, Parigi, gennaio 2008.

(3) Citato da François Ruffin, «La sconfitta dei salari in Francia», Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2008.

(4) André Grimaldi, Thomas Papo e Jean-Paul Vernant, «Traitemen de choc pour tuer l'hôpital public», Le Monde diplomatique, febbraio 2008.

(5) Cour des comptes, rapporto annuale 2008, Parigi, febbraio 2008.

(6) Conferenza stampa all'Eliseo, Parigi, 15 gennaio 2008.

(7) Discorso in Corsica, settembre 2007.

(8) Liêm Hoang-Ngoc, «In Francia si torna ai privilegi fiscali del l'Ancien Régime», in Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 2007.

(9) Cifre citate da Philippe Brossard, «La dette publique: où est le problème?» La Tribune, Parigi, 24 aprile 2008.

(10) «Rapporto sugli aiuti pubblici alle imprese», La Documentation française, Parigi, gennaio 2007.
(Traduzione di A. D.'A.)a