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dibattito

È difficile raccontare bene la Shoah


In febbraio, la decisione del presidente Nicolas Sarkozy di «affidare la memoria» di un bambino ebreo morto in deportazione a ogni allievo di quinta elementare ha provocato una levata di scudi anche fra gli ebrei. Alcuni evocano la giovanissima età degli scolari in questione; altri chiamano in causa la priorità data all'emozione sulla riflessione. Ma il «come trasmettere?» è inseparabile dal «cosa trasmettere?». Specialista di storia europea, docente all'università di NewYork,Tony Judt ha il merito di andare al cuore del dibattito: unicità o universalità? Il genocidio nazista, lo ripetiamo, non ha precedenti perché - come scriveva lo storico Eberhard Jäckel - «mai prima d'ora uno stato aveva deciso e annunciato, per ordine del suo massimo responsabile, che un certo gruppo umano dovesse essere sterminato, se possibile nella sua totalità (...), decisione che quello stato ha, in seguito, applicato con tutti i mezzi a sua disposizione». Esso comunque s'inscrive nella catena dei genocidi che segnano la storia e di cui costituisce il paradigma. Questo approccio chiarisce il giudeocidio e porta, per esempio, a non distinguere l'antisemitismo degli hitleriani dal loro anticomunismo: entrambi gli aspetti si fusero nella «crociata contro il giudeo-bolscevismo». I nazisti intendevano sterminare gli ebrei fino all'ultimo, ma se la presero anche con altri: malati mentali, gitani, quadri polacchi, militari e civili sovietici... La colonizzazione da parte della Germania del suo «spazio vitale» in Europa dell'Est richiedeva lo sradicamento dei «sub-uomini». Principali vittime della Shoah, gli ebrei ne coltivano - logicamente - la propria memoria, ma il giudeocidio non riguarda soltanto loro: l'umanità intera, impadronendosene, trasformerà milioni di vittime dei nazisti in un baluardo contro la ripetizione dell'orrore.«Mai più questo», si ripete da allora, ma il pianeta resta insanguinato dai genocidi - Cambogia, Rwanda - e dai massacri - Bosnia,Cecenia, Palestina, Darfur... Trarre anche lezioni universali dal crimine hitleriano significa prima di tutto sforzarsi di capire meglio i fattori che hanno portato alla barbarie. L'onnipresenza della Shoah eretta a male unico alimenta inoltre la concorrenza delle vittime. All'opposto, l'analisi del giudeocidio al servizio della comprensione di tutti i processi genocidari incita alla loro convergenza. Quel che scrive, infine, Judt, dell'antisemitismo riguarda direttamente la Francia. All'inizio del 2000, questo paese ha conosciuto una fiammata razzista. Potere e media si sono indignati per le violenze antisemite e di meno per quelle che prendevano di mira gli arabi e i musulmani. Dunque fare una gerarchia dei razzismi significa farne il terreno fertile. Un simbolo: nel febbraio 2006, la Repubblica, fino al suo più alto livello, si è mobilitata per un adolescente ebreo,Ilan Halimi, torturato e assassinato; ma ha taciuto, tre settimane dopo, quando un ottantenne di origine algerina è caduto, a Oullins, sotto i colpi sparati da un razzista. E d'altronde, chi si ricorda il suo nome? Si chiamava Chaib Zehaf...


di Tony Judt*

Nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte degli europei, lungi dal riflettere sul problema del male, rivolgeva risolutamente il pensiero altrove. È una realtà difficile da comprendere oggi; ma sta di fatto che per moti anni la Shoah - il genocidio degli ebrei d'Europa - non ha rappresentato in alcun modo un problema fondamentale nella vita intellettuale del dopoguerra, in Europa come negli Stati uniti. La maggioranza degli intellettuali e della popolazione in genere ha fatto del proprio meglio per ignorarlo.
Come mai? Per quanto riguarda l'Europa dell'Est, le ragioni sono quattro.
In primo luogo, durante la guerra i peggiori crimini contro gli ebrei furono commessi proprio in quest'area: su ordine dei tedeschi, certo, ma non sono mancati gli esecutori volonterosi nelle nazioni occupate - Polonia, Ucraina, Lettonia, Croazia ecc. In molti di questi paesi c'è stato poi un forte bisogno di dimenticare, di stendere un velo su quell'orrore.
Secondo: nell'Europa dell'Est molti furono i non ebrei che subirono atrocità per mano dei tedeschi, dei russi o di altri; e ricordando la guerra non pensavano tanto alla sorte dei loro vicini ebrei quanto ai propri lutti e sofferenze. Terzo: dopo il 1948 la maggior parte dell'Europa centrale e orientale era passata sotto il controllo dell'Urss; ufficialmente i sovietici hanno sempre parlato di guerra antifascista, oppure, per uso interno, della «grande guerra patriottica». Per Mosca, Hitler era innanzitutto un fascista e un nazionalista; il suo razzismo passava in secondo piano. I milioni di ebrei provenienti dai territori dell'Urss figuravano, beninteso, tra le perdite sovietiche, ma nei libri di storia e in occasione delle commemorazioni ufficiali il fatto che fossero ebrei era minimizzato, se non addirittura ignorato (1). Infine, dopo qualche anno, il ricordo dell'occupazione tedesca cedette il posto a quello dell'oppressione sovietica. E lo sterminio degli ebrei si trovò ad essere ulteriormente rimosso. Nell'Europa occidentale, ancorché in circostanze del tutto diverse, si verificò un fenomeno analogo. In Francia, in Belgio, in Olanda, in Norvegia e dopo il 1943 in Italia, l'occupazione era stata vissuta come un'umiliazione; e i governi del dopoguerra preferirono dimenticare il collaborazionismo e altre infamie, per celebrare invece gli eroici movimenti di resistenza, le insurrezioni nazionali, la liberazione e i martiri. Quanto alla Germania del dopoguerra, in un primo tempo il clima nazionale fu di autocommiserazione per le sofferenze subite dalla popolazione tedesca. Con l'inizio della guerra fredda il nemico era cambiato, e a quel punto sembrava inopportuno insistere sui passati crimini degli attuali alleati.
Ecco perché - per citare un esempio celebre - quando nel 1946 Primo Levi portò al grande editore italiano Einaudi il suo libro su Auschwitz Se questo è un uomo, il manoscritto fu prontamente respinto. In quel momento e negli anni successivi, l'orrore del nazismo era incarnato più da Bergen-Belsen e da Dachau che da Auschwitz - dai deportati politici più che da quelli razziali. Il libro di Primo Levi ha finito per essere stampato in sole 2.500 copie da una piccola tipografia locale. Pochi i libri venduti. Gli altri, ammassati in un magazzino a Firenze, furono distrutti dall'alluvione del 1966.
Se il male incarnato dal genocidio nazista è unico, perché mai si sostiene che potrebbe ripetersi in qualsiasi momento? Le cose cambiarono dopo il decennio 1960, per varie ragioni: il tempo ormai trascorso, la curiosità manifestata da una nuova generazione, e fors'anche un allentamento delle tensioni internazionali (2). Negli anni '80 la storia dell'annientamento degli ebrei d'Europa, evocata dai libri, al cinema e alla tv, fu conosciuta da un pubblico sempre più ampio. A partire dagli anni '90 e con la fine della divisione dell'Europa, le manifestazioni ufficiali di pentimento, i siti di commemorazione, i memorial e i musei sono diventati sempre più frequenti.
Oggi la Shoah è un riferimento universale. Lo studio della storia della «soluzione finale» del nazismo e della seconda guerra mondiale è dovunque obbligatoria nei programmi delle scuole secondarie. Di fatto, in alcune scuole degli Stati uniti e anche del Regno unito è questo l'unico aspetto della storia europea moderna previsto dal programma di studio. Esistono ormai innumerevoli testimonianze, racconti e studi sullo sterminio degli ebrei d'Europa: monografie locali, saggi filosofici, inchieste sociologiche e psicologiche, memorie, romanzi, film, documenti d'archivio, interviste e altro materiale d'ogni tipo. Possiamo stare tranquilli, ora che abbiamo esaminato il passato in tutto il suo orrore e l'abbiamo chiamato per nome giurando che tutto questo non deve ripetersi mai più? Nulla di meno certo. Sul modo in cui si affronta nel nostro tempo la storia della Shoah, o quello che oggi tutti gli scolari hanno imparato a chiamare «Olocausto», si pongono cinque problemi. Il primo riguarda il dilemma delle memorie incompatibili. Oggi la preoccupazione con cui l'Europa occidentale ripensa alla «soluzione finale» è universale. Dopo la scomparsa dell'Unione sovietica, con la ritrovata libertà di dibattere sui crimini e sui guasti del comunismo, si dedica una maggiore attenzione alle sofferenze subite dalla parte orientale dell'Europa, sia per mano dei tedeschi che dei sovietici.
In questo contesto, l'insistenza dell'Europa occidentale e degli Usa sugli ebrei trucidati e sulle vittime di Auschwitz provoca talora una reazione irritata. Ad esempio, in Polonia e in Romania l'opinione pubblica più colta e cosmopolita si chiede come mai gli intellettuali occidentali siano più sensibili allo sterminio degli ebrei che alla sorte di altri milioni di vittime del nazismo e dello stalinismo, e si interroga sul perché questa singolarità della Shoah.
Il secondo problema riguarda la precisione storica e i rischi di ipercompensazione. Per lunghi anni, gli europei occidentali hanno preferito rimuovere il ricordo delle sofferenze subite dagli ebrei durante la guerra, mentre oggi siamo continuamente invitati a riflettere su questo tema. Così dev'essere, in termini morali, dato che «Auschwitz» è la questione etica centrale della seconda guerra mondiale. Ma ciò induce in errore gli storici. La triste verità è che mentre la guerra era in corso, la sorte degli ebrei era ignorata da molti; ma se anche l'avessero conosciuta non se ne sarebbero preoccupati più di tanto.
Soltanto per due categorie di persone - i nazisti e gli stessi ebrei - la seconda guerra mondiale è stata innanzitutto un progetto finalizzato a distruggere il popolo ebraico; mentre praticamente per tutti gli altri ha avuto i significati più diversi: ognuno aveva i propri guai.
Ci è difficile accettare il fatto che oggi nella nostra vita l'Olocausto abbia un ruolo più importante che durante la guerra nelle nazioni occupate, ma se vogliamo comprendere il vero senso del male, dobbiamo ricordare una cosa: quel che vi è di realmente orribile nell'annientamento degli ebrei non è che abbia avuto tanta importanza, ma che ne abbia avuta così poca.
Il terzo problema riguarda il concetto stesso di «male», che da tempo suscita disagio nella società secolare moderna. Siamo portati a preferire definizioni più razionali, più giuridiche di ciò che è buono o cattivo, giusto o ingiusto, del crimine e della punizione. Ma negli ultimi anni questo termine ha gradualmente ripreso piede nel discorso morale, e anche politico. Detto questo, ora che il concetto del «male» è reintegrato nel nostro linguaggio pubblico, non sappiamo che farcene.
Le nostre idee sono diventate confuse.
Da un lato, lo sterminio nazista degli ebrei è presentato come un crimine di tipo unico, un male che non trova riscontro né prima né dopo, un esempio e un avvertimento: «Nie wieder! Mai più!» Ma d'altra parte, oggi evochiamo questo stesso male («unico») in molti casi diversi e tutt'altro che unici. In questi ultimi anni, politici, storici e giornalisti hanno ripreso a parlare del «male» per designare crimini di massa e azioni genocide perpetrate dovunque nel mondo: dalla Cambogia al Ruanda, dalla Cecenia al Sudan. Spesso si evoca lo stesso Hitler per designare la natura e le intenzioni di dittatori moderni che identifichiamo col «male»: gli Hitler, ci dicono, esistono ovunque.
Ma se Hitler, Auschwitz e il genocidio degli ebrei incarnano un male unico, perché si insiste tanto sul pericolo che questi crimini possano verificarsi di nuovo in qualunque altro luogo, o che siano sul punto di essere reiterati? Ogni volta che una scritta antisemita imbratta i muri di una sinagoga in Francia, ci avvertono che questo «male unico» è di nuovo tra noi, che siamo tornati al 1938. E abbiamo perduto la capacità di distinguere tra i normali peccati e le inettitudini della specie umana - imbecillità, pregiudizi, opportunismo, demagogia, fanatismo - e il male autentico. Parliamo continuamente del «male», ma la conseguenza è la stessa: abbiamo diluito il senso di questa parola. Quarta preoccupazione: il rischio di investire tutta la nostra energia emotiva e morale in un solo problema, ancorché grave. Il costo di questa visione così incanalata in un tunnel appare tragicamente nell'ossessione della Casa bianca: quella del terrorismo, della «guerra globale contro il terrore». Non si tratta di chiedersi se il terrorismo esista, o se se sia giusto combatterlo: la risposta ovviamente è affermativa.
Ma dobbiamo chiederci quali altri mali stiamo trascurando, o forse suscitando, mentre ci concentriamo esclusivamente su un solo nemico, e ce ne serviamo magari per giustificare le centinaia di crimini minori che siamo noi stessi a commettere.
Lo stesso argomento vale per l'attuale tendenza a lasciarci affascinare dal problema dell'antisemitismo, insistendo sulla sua importanza unica. L'antisemitismo è un vecchio problema, come lo è il terrorismo.
Nell'uno come nell'altro caso, ogni manifestazione anche minima del fenomeno ci ricorda a quali gravi conseguenze si è andati incontro per averlo preso sottogamba in passato. Ma l'antisemitismo e il terrorismo non sono gli unici mali del mondo, e non devono servire da pretesto per ignorare altri crimini, altre sofferenze. Isolandoli dal loro contesto per porli su un piedistallo, rappresentandoli come le più gravi minacce contro la civiltà occidentale, o la democrazia, o il nostro «stile di vita», e facendo dei loro esecutori o mandanti i bersagli di una guerra indefinita corriamo un grave rischio: quello di ignorare le numerose altre sfide del nostro tempo. Nell'era della guerra fredda, il «totalitarismo» - come oggi il terrorismo e l'antisemitismo - minacciava di divenire una preoccupazione ossessiva per gli intellettuali e i politici occidentali, tanto da escludere ogni altra cosa. È contro questo pericolo che Hannah Arendt, consapevole com'era dei rischi che questo fenomeno rappresentava per le società aperte, lanciò un ammonimento tuttora d'attualità (3). Il pericolo maggiore di quest'ossessione che porta a vedere nel totalitarismo la maledizione del secolo è quello di renderci ciechi ai numerosi altri piccoli mali - ma a volte non tanto piccoli - che lastricano la via dell'inferno.
Il pericolo di omologare la critica verso Israele col risveglio dei demoni dell'antisemitismo Ultimo motivo di preoccupazione: il rapporto tra la memoria dell'Olocausto e lo stato di Israele. Fin dalla sua nascita, nel 1948, esiste un rapporto complesso tra lo stato di Israele e la Shoah. Da un lato, il progetto quasi riuscito di sterminare gli ebrei d'Europa giustificava la causa del sionismo. Gli ebrei non avrebbero potuto sopravvivere e prosperare senza un territorio proprio; la loro assimilazione e integrazione in altre culture europee era una tragica illusione.
Da qui la necessità di uno stato ebraico. D'altra parte ha giocato un ruolo l'idea, diffusa tra gli israeliani, secondo la quale - come qualcuno ha detto - gli ebrei d'Europa avrebbero in qualche modo contribuito al loro massacro, lasciandosi condurre «come agnelli al mattatoio». Di conseguenza l'identità di Israele doveva consistere in primis nel rifiutare il passato ebraico, vedendo la tragedia dei massacri subiti come una prova di debolezza. Il destino di Israele era di superarla, generando un nuovo tipo di ebreo (4).
Ma in questi ultimi anni l'ottica di Israele sull'Olocausto è cambiata.
Di fronte alle critiche internazionali per i maltrattamenti inflitti ai palestinesi e l'occupazione dei territori conquistati nel 1967, i difensori di Israele hanno scelto di mettere avanti la memoria della Shoah, avvertendoci che chiunque critichi Israele con troppa durezza rischia di risvegliare i demoni dell'antisemitismo - anzi, è probabilmente motivato da una mentalità antisemita, e rischia di aprire la strada al ripetersi dei fatti del 1938 - la «Kristallnacht» (notte dei cristalli) e quindi Treblinka e Auschwitz.
Comprendo le emozioni all'origine di affermazioni del genere - che sono però estremamente pericolose. A chi mi rimprovera le mie dure critiche a Israele, accusandomi di far risorgere lo spettro dei pregiudizi razziali, rispondo che questo ragionamento rovescia totalmente il problema: di fatto, è proprio con l'imposizione di questo tabù che si rischia di riattizzare l'antisemitismo. Da diversi anni tengo conferenze, nei college e nei licei degli Stati uniti e di altri paesi, sulla storia della Shoah e dell'Europa del dopoguerra; e insegno inoltre queste materie all'università, e posso quindi rendere conto di quanto ho constatato. Chi può sentirsi più tranquillo: un ebreo negli Stati uniti o un rumeno in Italia? Gli studenti non hanno bisogno di richiami alla memoria del genocidio degli ebrei, alla consapevolezza delle conseguenze storiche dell'antisemitismo o alla riflessione sul problema del male. Lo conoscono probabilmente meglio dei loro genitori. In particolare mi ha colpito, negli ultimi tempi, la frequenza con cui sento porre alcune nuove domande: «Perché ci si focalizza tanto sull'Olocausto?» «Perché alcuni paesi vietano il negazionismo con riferimento alla Shoah, ma non ad altri genocidi?» «Non è esagerato parlare della minaccia di un rigurgito dell'antisemitismo?».
E sempre più spesso di sente chiedere: «Non sarà che il genocidio nazista serva da pretesto a Israele?». Non ricordo di aver sentito in passato domande di questo tipo.
I miei timori sono due. Innanzitutto, l'insistenza nel sottolineare il carattere storicamente unico dell'Olocausto, e nell'evocarlo in relazione ai problemi attuali, può aver seminato la confusione nella mente dei giovani. E inoltre l'«allarme antisemitismo», lanciato ogni volta che qualcuno attacca Israele o difende i palestinesi, rischia di renderli cinici. In verità, oggi l'esistenza di Israele non è minacciata. E in Occidente, gli ebrei non corrono affatto il rischio di subire minacce o pregiudizi comparabili alle passate persecuzioni - e neppure a quelle che attualmente colpiscono altre minoranze.
Proviamo a formulare la seguente domanda: potremmo oggi sentirci tranquilli, accettati, benvenuti, se fossimo musulmani o immigrati clandestini negli Usa, «paki» nel Regno unito, marocchini in Olanda, «beur» in Francia, neri in Svizzera, «stranieri» in Danimarca, rumeni in Italia, o rom in qualunque paese europeo? Non è forse più facile sentirsi al sicuro, integrati, accettati, se si è ebrei? A mio parere, è difficile avere dubbi sulla risposta. In Olanda, in Francia, negli Stati uniti, e a maggior ragione in Germania, gli ebrei sono largamente rappresentati nel mondo degli affari, nei media e in campo artistico, e non rischiano in alcun modo di essere stigmatizzati, minacciati o esclusi.
Il pericolo di cui gli ebrei - come del resto tutti noi - dovrebbero preoccuparsi viene da un'altra parte. La memoria del genocidio è stata così strettamente legata alla difesa di un unico paese - Israele - che oggi corriamo il rischio di provincializzare il suo significato morale. Il problema del male - che si tratti di totalitarismo o di genocidio - è un problema universale. Se però il concetto è manipolato a vantaggio di un dato paese, la conseguenza è che chi si sente distante - per motivi anagrafici o geografici - dai crimini perpetrati in Europa, non riesce più a comprendere per quale motivo debba interessarsi a questi eventi del passato; e quando tentiamo una spiegazione smette di ascoltarci. L'ammonimento morale di Auschwitz, che vive nella memoria degli europei, è invisibile agli occhi degli asiatici o degli africani. E soprattutto, ciò che appare ovvio a chi fa parte della generazione direttamente coinvolta rischia di avere sempre meno senso per quelle dei loro figli e nipoti. Forse i nostri musei e memoriali, come le visite delle scolaresche, non dimostrano in realtà che coltiviamo la memoria di quei fatti, ma piuttosto che riteniamo di aver assolto al nostro obbligo di penitenza, per cui possiamo rilassarci e dimenticare, lasciando che siano le lapidi a coltivare il ricordo al posto nostro. Durante la mia ultima visita al Memorial dell'Olocausto a Berlino alcuni ragazzetti giocavano a nascondersi tra le stele per ingannare la noia. Di una cosa sono certo: se la storia deve fare il suo lavoro, che è quello di preservare a perpetua memoria le prove dei crimini passati e di tutto il resto, sarebbe meglio non agitare troppo le acque. Chi fruga nel passato con fini di strumentalizzazione politica, selezionando quanto può servire e chiedendo alla storia di fornire lezioni morali opportunistiche, finisce per ottenere una cattiva morale e una cattiva storia. Al di là di quella banalità tristemente celebre di cui parlava Hannah Arendt - il male inquietante, normale, vicino, presente nel quotidiano nell'essere umano - c'è un'altra banalità: quella dell'abuso. A forza di vedere, dire o pensare troppe volte la stessa cosa si ottiene un effetto di atrofia: si finisce per desensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti del male evocato con troppa insistenza. È da questa banalità - o «banalizzazione» - che dobbiamo difenderci oggi.
All'indomani del 1945, la generazione che ci ha preceduti ha in qualche modo rimosso il problema del male perché troppo gravido di significati.
Ma la generazione che verrà dopo di noi rischia di rimuoverlo per la ragione opposta. Come possiamo impedirlo?


note:
* Quest'articolo è tratto da una conferenza tenuta da Tony Judt il 30 novembre scorso, in Germania, dove è stato insignito del Premio Hannah Arendt. Il suo libro più recente è Après-Guerre, Armand Colin, Parigi.

(1) Ndr: Il fenomeno si è accentuato tra il 1948 e il 1953, quando Stalin, nei suoi ultimi anni di vita, scatenò una violenta repressione contro gli ebrei dell'Urss, culminata con la vicenda del cosiddetto «complotto dei camici bianchi»; ma quest'azione antisemita non gli impedì di sostenere politicamente e militarmente le forze ebraiche nella guerra del 1948 contro i palestinesi e il mondo arabo.

(2) Ndr: Il rapimento e il processo di Adolf Eichmann a Gerusalemme nel 1960-1961 hanno evidentemente contribuito a questa presa di coscienza.

(3) Hannah Arendt, Essays in Understanding, 1930-1954, Harcourt Brace, New York, 1994, p. 271-272.

(4) Idith Zertal, Israel's Holocaust and the Politics of Nationhood, tradotto in inglese da Chaya Galai, Cambridge University Press, New york, 2005, in particolare il capitolo1, «The sacrificed and the sanctified». (Traduzione di E. H.)