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DI FRONTE ALLA MODERNITà

Fallimento dell'islam politico?


Olivier Da Lage
Nel 1992, Olivier Roy ha pubblicato L'Echec de l'islam politique (1), suscitando uno scetticismo quasi generale. Allora, è vero, l'islam politico era all'apogeo, si radicalizzava in Egitto, in Algeria, in Bosnia e altrove. Otto anni sono passati e l'analisi di Olivier Roy, anche se è raramente citata sulla stampa, trova consensi. Ne è testimonianza la pubblicazione parallela dei libri di Gilles Kepel, Jihad (2), e di Antoine Basbous, L'islamisme, une révolution avortée?
(3). Come spiega Gilles Kepel nell'introduzione al suo saggio, oggi disponiamo della distanza necessaria per analizzare questo fallimento.
Gilles Kepel distingue tre fasi. La gestazione dell'idea islamista contemporanea, negli anni '60. I teorici erano Sayyid Qotb, l'ideologo dei Fratelli musulmani egiziani impiccato da Nasser nel 1966, Mawdoudi, il pakistano che ha esercitato un'influenza considerevole nell'Asia del sud, fino all'Afghanistan dei taleban e, certamente, l'ayatollah Khomeiny, il solo ad aver portato a buon termine il suo progetto.
La rivoluzione islamica iraniana simbolizza il secondo periodo, di cerniera tra gli anni '70 e gli anni '80. Ben al di là del mondo sciita, il suo «effetto propulsore» si propaga in tutto il mondo musulmano. La lotta contro i sovietici dei mujaheddin afghani, sostenuti finanziariamente e ideologicamente dai sauditi, costituisce il secondo polo dell'espansione islamista degli anni '80. Sopravvengono allora l'apogeo e il declino, che Gilles Kepel situa all'inizio degli anni '90, conseguenza ad un tempo dei contraccolpi dell'invasione irachena del Kuwait, della resistenza dei poteri in carica (molto più forte di quanto non abbiano creduto molti osservatori) e della rottura tra le diverse componenti del movimento islamista.
L'aspetto più forte del libro di Gilles Kepel è la messa in prospettiva dei successi e dei fallimenti dell'islam politico rispetto agli strati sociali che lo sostenevano: la borghesia religiosa, la gioventù urbana povera e l'intellighentsia militante. Solo Khomeiny, grazie alla sua abilità e alle sue ambiguità, è riuscito a saldare i tre gruppi, almeno per il tempo necessario a concludere con successo la rivoluzione e a consolidare il suo potere. Dappertutto altrove l'alleanza tra la gioventù urbana povera e la borghesia religiosa, quando c'è stata, si è disfatta, perché la prima rimproverava alla seconda la sua pusillanimità mentre quest'ultima indietreggiava di fronte alla deriva terrorista di gruppi con riferimenti teologici dubbi. La grande astuzia dei poteri in carica - dall'Algeria all'Egitto, passando per la Palestina o la Giordania - è consistita nel recuperare la borghesia religiosa emarginando i gruppi estremisti provenienti dalla gioventù povera.
Alla fine di questo affresco, restiamo un po' sorpresi - e un po' irritati - dal fatto che l'autore deduca da questo fallimento che i delusi dall'islamismo non hanno ora altra scelta che rivolgersi alla democrazia occidentale, solo vettore possibile di una modernità alla quale tutti aspirano. Come se anche il mondo musulmano fosse giunto alla «fine della storia». Condividiamo piuttosto gli interrogativi di Antoine Basbous. Alla fine di un saggio che passa in rivista paese per paese le esperienze islamiste, con numerosi testi d'appoggio tradotti a fianco, osserva che i popoli musulmani provano da sempre un malessere e un sentimento di umiliazione verso l'Occidente, di cui non riescono a fare a meno. Dopo il fallimento dell'islamismo violento degli anni '90 e di fronte all'incuria dei regimi, Antoine Basbous pronostica l'emergere di una nuova ondata islamista ancora sconosciuta, ma che «senza dubbio si collegherà all'ondata che si è appena abbattuta».
note:
(1) Olivier Roy, L'Echec de l'islam politique, Seuil, Parigi, 1992.
(2) Gilles Kepel, Jihad, expansion et déclin de l'islamisme, Gallimard, Parigi, 2000, pp. 452, 145 FF.
(3) Antoine Basbous, L'islamisme, une révolution avortée, Hachette, Parigi, 2000, pp. 273, 120FF.