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Tensioni e resistenze alla svolta liberista

Offensiva contro lo stato sociale in Quebec


Mentre le comunità autoctone si mostrano decise a far valere i loro diritti ancestrali e a conquistarne di nuovi, il Canada ha eletto i suoi deputati federali il 28 giugno 2004. Per il Partito liberale del Quebec (Plq), che alle elezioni legislative provinciali d'aprile 2003, aveva battuto il Partito del Quebec (Pq) al potere da un decennio, la popolarità è durata poco. La brutale soppressione di numerose conquiste sociali, il liberismo e lo stile trionfalistico del nuovo ministro Jean Charest hanno risvegliato una società apparentemente letargica.
Gérard Duhaime
Nel corso dei sei mesi seguiti alla sua elezione nell'aprile 2003, il nuovo governo del Partito liberale del Quebec (Plq), diretto da Jean Charest, ha moltiplicato gli annunci di iniziative di liberalizzazione dei mercati: ricorso al settore privato per la fornitura di cure mediche, giustificato da una maggiore competitività; riduzione delle sovvenzioni alle biblioteche pubbliche, perché si leggerebbe di meno; aumento delle spese per le attività scolastiche; aumento del contributo personale per la concessione dei farmaci; calcolo individuale per il consumo dell'acqua e per la nettezza urbana; ricorso ad agenzie private per l'amministrazione dell'assistenza sociale, della gestione dell'assistenza sanitaria, della raccolta delle imposte e così via.
Inoltre si è lanciato in una caccia gli «abusi» che sarebbero stati compiuti dai beneficiari di programmi governativi miseramente finanziati.
Per il primo ministro queste misure sono giustificate dal fatto che lo «stato deve concentrarsi sulle sue vere missioni». Queste missioni non sarebbero quindi l'equa distribuzione dei costi di funzionamento dei servizi pubblici, la creazione di condizioni sociali, educative e sanitarie adeguate per tutti i cittadini o l'istituzionalizzazione della solidarietà sociale. Al contrario lo stato, con la scusa di incoraggiare la «libertà» dei mercati, finisce per sostenere gli interessi del settore farmaceutico - al quale si deve la crescita continua della spesa sanitaria (1) - o quelli delle transnazionali minerarie e della metallurgia già largamente sovvenzionate, e che continuano a chiedere aiuti finanziari alle comunità e ai governi locali con la minaccia di una possibile chiusura (2).
Intransigente ma inetto Ma il governo di Charest non è stato l'unico governo neoliberista del Quebec. Dopo che la questione dell'indipendenza (3) è stata rinviata alle calende greche con il referendum del 1995, vinto di misura dalle forze federaliste, la liberalizzazione dell'economia è diventata la preoccupazione principale dei vari governi del Pq che si sono succeduti da allora. Spinte dalle grandi città e poi dal governo federale, tutte le autorità provinciali hanno combattuto i deficit pubblici, nella convinzione che l'equilibrio di bilancio avrebbe garantito alle province, in particolare a quella del Quebec, un posto nella nuova economia mondiale.
Tagli profondi sono stati quindi fatti più o meno indistintamente in tutte le attività governative, anche se ufficialmente non veniva rimessa in discussione la missione dello stato, almeno nei discorsi ufficiali. In realtà queste iniziative hanno sensibilmente peggiorato le prestazioni pubbliche nei settori della sanità, dell'istruzione e dei servizi pubblici. La novità, dopo le elezioni dell'aprile 2003, è che questi tagli adesso si effettuano esplicitamente in nome di una ridefinizione della missione dello stato, in base alla quale la solidarietà sociale deve essere subordinata alla liberalizzazione dell'economia. Si tratta quindi di aprire i servizi pubblici alle forze del mercato e di ridurre gli oneri sociali delle imprese.
L'altra novità di rilievo riguarda lo stile trionfalistico del primo ministro, subito imitato dagli altri membri del governo. Charest si è comportato come se disponesse della più completa legittimità per imporre qualunque «riforma». Così, mentre il governo imponeva una legge che favoriva il ricorso alle imprese private per la prestazione di servizi pubblici e mentre i manifestanti, i volti congelati dal freddo, gridavano davanti all'Assemblea nazionale «Non ho votato per questo!», il primo ministro continuava a sostenere di essersi limitato ad applicare il mandato ricevuto dagli elettori.
Questa intransigenza, accompagnata da una pericolosa inettitudine, è diventata evidente durante la crisi scoppiata nel gennaio 2004 a Kanesatake, riserva mohawk vicina a Montreal, e che in breve tempo è diventata un grave problema di fiducia fra i democratici autoctoni e il governo del Quebec (si legga l'articolo di Mathilde Regnault).
Allo stesso modo, l'annuncio nel febbraio 2004 della costruzione di una centrale termica a gas è stato presentato come una buona notizia, ma si scontra con le resistenze di una provincia segnata da una persistente disoccupazione strutturale, frutto della delocalizzazione industriale prodotta dalla globalizzazione.
Quest'ultimo progetto, il Suroît, ha sollevato un mare di critiche fra gli ecologisti: comporterebbe la creazione di 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica, cioè una crescita del 5% delle emissioni di gas a effetto serra in Quebec, e confermerebbe la mancanza di volontà dei poteri pubblici di attenersi agli obiettivi del protocollo di Kyoto, che il Canada ha ratificato nel dicembre 2002. Così il ministro per le Risorse naturali Sam Harnad, in un primo momento favorevole al progetto, è dovuto tornare sui propri passi nel marzo 2004 e ritirare l'appoggio al progetto. La decisione finale sarà annunciata nel corso dell'estate.
La moltiplicazione degli errori ministeriali e degli annunci trionfalistici ha provocato una contestazione sempre più forte a partire dal dicembre 2003: nel corso dell'inverno erano gli studenti che sfilavano per protestare contro il sottofinanziamento dei programmi di assistenza sociale; il 14 aprile, anniversario della vittoria del Plq, e il 1° maggio, Quebec e Montreal hanno conosciuto le più importanti manifestazioni di piazza dagli anni Settanta a oggi. Nei sondaggi il sostegno al governo è crollato: in sei mesi gli insoddisfatti dalla politica del governo sono passati dal 53 al 70%. Ma ciò non ha impedito a Charest di far passare di forza, tra gli applausi del mondo imprenditoriale, delle misure fortemente contestate dai sindacati, come la legge che autorizza il subappalto nella fornitura dei servizi pubblici.
In ogni modo dopo i primi mesi governo, il primo ministro è stato costretto a ridimensionare i suoi piani. Forse ha capito che non può governare il Quebec come se dirigesse una formazione politica, sua principale attività tanto sul piano federale (dove è stato il capo del Partito progressista-conservatore) che provinciale, dove ha cambiato schieramento per guidare il Partito liberale.
Charest si è probabilmente reso conto che qualche semplice misura dilatoria, come l'aumento a 7,45 dollari canadesi (4) del salario minimo di base, cioè un aumento di 15 centesimi di dollaro, è così insignificante da irritare a malapena le organizzazioni imprenditoriali, senza peraltro essere in grado di conquistare l'appoggio dei cittadini.
Dall'inizio del 2004 il suo governo osserva una linea molto più discreta, in netto contrasto con la chiassosa sicurezza mostrata durante le elezioni. Tutto sembra indicare la volontà di cambiare atteggiamento, ma non di modificare le scelte di fondo.
Così, in primavera il governo ha annunciato lo svolgimento di una consultazione elettorale in tutte le regioni del Quebec per discutere di un progetto di «re-engineering» presentato come una «modernizzazione dello stato del Quebec». Da maggio a settembre alcuni cittadini scelti a caso (metodo presentato come una «democrazia-lotteria») e alcuni rappresentanti scelti dai rappresentanti locali sono invitati a diciannove forum regionali, a loro volta seguiti da due forum nazionali presieduti dal primo ministro. All'indomani del referendum del 1995, una strategia identica era stata adottata da Lucien Bouchard, primo ministro del Partito del Quebec dal 1996 al 2001, per ottenere l'appoggio della società civile alle misure governative di riduzione del deficit pubblico.
Questa manovra non intende modificare l'orientamento che il governo liberale vuole imprimere al Quebec. Charest ha ripetuto che si tratta prima di tutto di «spiegare» un progetto di cui un'errata interpretazione sarebbe alla base del malcontento della popolazione. I dirigenti sindacali hanno denunciato l'operazione, affermando di aver perfettamente capito in che cosa consiste questo «re-engineering» che non vogliono.
Alcune grandi organizzazioni sindacali (come la Confederazione dei sindacati nazionali, la Confederazione dei sindacati del Quebec, la Federazione dei lavoratori del Quebec, il Sindacato dei dipendenti governativi, la Federazione degli infermieri del Quebec, il Sindacato della funzione pubblica del Quebec) non parteciperanno a queste consultazioni.
Nel frattempo i «pesi massimi» del governo - il primo ministro, il ministro delle Finanze Yves Séguin e quello della Salute Philippe Couillard - hanno cominciato quasi subito a fare marcia indietro sulle loro promesse elettorali: riduzione dell'imposta sul reddito e miglioramento - subito dopo le elezioni - dei servizi sanitari.
Questi cambiamenti sarebbero giustificati dalla situazione delle finanze pubbliche, più grave di quello che si era creduto. Non potendo imporre direttamente i suoi obiettivi, il governo vuole creare un consenso di base, che può essere riassunto così: con le risorse di cui dispone, lo stato non può continuare a offrire gli stessi servizi del passato. Di conseguenza è necessario accettare di ridurre il numero dei servizi pubblici o privatizzarli.
A sua volta il progetto governativo attacca duramente il potere sindacale: le privatizzazioni provocherebbero infatti una riduzione del tasso di sindacalizzazione in un paese in cui i sindacati, anche se interessano solo una minoranza di lavoratori (il 40%), rimangono comunque abbastanza forti. Ma le questioni sollevate dalla politica del governo superano largamente i soli interessi delle organizzazioni professionali. Riducendo la fornitura di servizi pubblici, aumentando le tariffe, e aprendo così la strada alla loro privatizzazione, questo progetto rimette in discussione il ruolo stesso dello stato come strumento fondamentale della solidarietà sociale.
La situazione di una parte importante della popolazione è diventata sempre più difficile a causa della crescita dei costi dei servizi statali (le spese per gli asili nido e l'assicurazione per le spese mediche), dell'aumento dei controlli amministrativi e delle nuove spese che bisogna affrontare per sostituire dei servizi sempre meno efficienti.
L'indebitamento delle famiglie del Quebec (e più in generale di quelle canadesi) raggiunge dei livelli paragonabili a quelli della Grande depressione. Oggi l'indebitamento arriva al 115% del reddito disponibile rispetto al 70% di venti anni fa. La crescita annua dei crediti al consumo, dell'8% circa, rappresenta il doppio di quella del reddito.
Nel caso ad esempio delle carte di credito Visa e Mastercard, una carta su due presenta una spesa non pagata alla scadenza del credito.
Il previsto aumento dei tassi di interesse aggraverà i problemi finanziari di molte famiglie, che già adesso vivono ai limiti delle loro possibilità e ne porterebbe altre al fallimento (se ne contano attualmente 2,66 per mille abitanti, una percentuale da record).
Il governo vorrebbe cercare di risolvere queste situazioni con una politica di «assistenza familiare». Difficilmente però ci si potrà attendere molto da questa iniziativa, se non delle misure (aumenti dei posti negli asili nido, aiuto finanziario alle famiglie a basso reddito, il tutto in un contesto di aumento dei prezzi dei servizi pubblici) destinate a incoraggiare la capacità produttiva delle famiglie, cioè la loro disponibilità a lavorare sempre di più per far quadrare i conti alla fine del mese. Di fatto il governo si limita a mandare ai genitori il messaggio che avere dei figli, mantenerli in buona salute, educarli e aiutarli a crescere è difficile e costoso.
note:
* Sociologo all'Università Laval, Quebec; autore di La Vie à crédit.
Consommation et crise, Presse de l'Université Laval, Quebec, 2003.
(1) Richard Horton, «The Dawn of McScience», New York Review of Books, vol. 51, n. 4, marzo 2004
(2) Stéphane Tremblay, «Québec Cartier. Dix ans de plus pour le plan minier», Le soleil, 7 mars 2004.
(3) Si legga Bernard Cassen, «Pour les Québecois, un pays à portée de la main», Le Monde diplomatique, gennaio 1997.
(4) 1 dollaro canadese= 0,60 euro.
(Traduzione di A.D.R.)