Giochi senza frontiere

Parigi vale più di un'olimpiade


Il 6 luglio, a Singapore, il Comitato internazionale olimpico (Cio) ha assegnato l'organizzazione dei Giochi del 2012 a Londra. Parigi, sconfitta di misura, perde così di nuovo la competizione, fortemente sostenuta da un'imponente campagna d'opinione, finanziata in parte dai grandi gruppi industriali.
Jean-Marie Brohm, Marc Perelman e Patrick Vassort
La concorrenza per i giochi del 2012 è stata la perfetta rappresentazione dello slogan attuale della globalizzazione neo-liberista: il mondo è una merce e l'olimpismo, con i suoi cinque anelli, il suo logo commerciale. La città di Parigi si è lanciata nella corsa allestendo un'operazione di marketing politico senza precedenti. In attesa del voto, la candidatura francese ha così provocato numerose proteste, malgrado il martellamento pubblicitario promosso dal Comune di Parigi, dal governo e dal Comitato nazionale olimpico e sportivo francese (Cnosf) che non ha mancato di ricordare l'insistente propaganda di Stato a favore del Trattato costituzionale europeo.
«La Francia intera unita nei giochi», questo slogan della sacra unione firmato dai leader dei quattro grandi gruppi parlamentari - Unione per un Movimento Popolare (Ump), Partito socialista, Unione Democratica Federale (Udf) e Partito comunista - aveva dato il tono dell'ondata predisposta a mo' di campagna unanimista di mobilitazione patriottica.
Si è visto di tutto: illuminazioni dell'Assemblea nazionale, degli edifici pubblici, della Tour Eiffel e dei ponti con il logo «Parigi 2012», orifiamme pubblicitarie onnipresenti, affissioni massicce, spot tele-permanenti, trasporti in comune convertiti in veicoli di comunicazione olimpica, sportivi di fama in personalità dello show business, della politica e dei media e, bene inteso, costituzione di un consorzio di padrini ufficiali, il «Club delle imprese Parigi 2012» comprendente in particolare Lagardère, Bouygues, Carrefour, Suez, Accor: cioè degli «umanisti» adepti dei licenziamenti borsistici e sostenitori dei meriti dello «spirito sportivo», fratello gemello dello «spirito d'impresa».
Carrefour così gridava ai quattro venti: «Sforzo, rispetto, condivisione, spirito di squadra, solidarietà, questi valori dell'olimpismo ispirano anche l'operato del nostro gruppo ogni giorno». La catena alberghiera Accor, ben nota per il suo «rispetto» delle condizioni di lavoro - gestione dei subappalti, salari irrisori, interinato e massima flessibilità - non poteva far altro che rallegrarsi dell'inaspettato colpo di fortuna olimpica offertole su un piatto d'argento dall'assai «socialista» comune di Parigi: «Lo spirito di squadra e di gara fa parte dei nostri valori»...
All'arrivo della commissione di valutazione del Comitato olimpico internazionale (Cio), a metà marzo 2005, diverse voci sportive, politiche e anche sindacali - a destra ma anche a sinistra - si erano levate per deplorare l'«agitazione sociale» ed in particolare la giornata di mobilitazione sindacale del 10 marzo, che poteva «nuocere all'immagine della Francia» e minacciare «le nostre possibilità di successo».
In un periodo durante il quale le grandi imprese e il governo minacciavano di restringere il diritto di sciopero nei trasporti, tali appelli alla «responsabilità e alla moderazione» sindacali non potevano non suonare come un avvertimento: la «tregua olimpica» sarà anche una tregua sociale e la «pace olimpica» sarà fatta a prezzo del mantenimento - con le buone o con le cattive - della pace sociale.
François Chérèque, segretario generale della Cfdt, indubbiamente a nome del «sindacalismo di accompagnamento» caro ai fautori della collaborazione di classe, raccomandava preventivamente la sacra unione olimpica che consente di «garantire la pace sociale durante i Giochi» «lasciando i conflitti negli spogliatoi (1)». In un simile clima di requisitoria preventiva, l'«amore per i giochi» si è trasformato in un'ingiunzione normativa, quasi un ordine di mobilitazione generale, dato che, in nome dell'imperativo securitario «antiterroristico», abbiamo già previsto di mobilitare migliaia di poliziotti, militari ed altri agenti di sicurezza, come ad Atene, che ne aveva richiamati più di 50 000 per una spesa totale di 1,2, miliardi di euro (2).
Poiché i cittadini non sono mai stati seriamente consultati, è stato facile ottenere che più dell'80% dei francesi fosse favorevole alla candidatura di Parigi (secondo un sondaggio de L'Equipe...). L'obiettivo consisteva nel portare i parigini a sostenere «la propria candidatura», definita dal sindaco, Bertrand Delanoë, «fraterna per i giovani di tutto il mondo» ed a proclamare il proprio «amore per i giochi», definiti «popolari, solidali, ecologici ed etici (3)». Il seducente sindaco osava anche sostenere che l'«olimpismo può essere un mezzo per vivere la globalizzazione in modo intelligente [...]. Non sono un ingenuo, conosco il peso del denaro e la realtà del doping, ma organizzare i giochi nell'onore [sic] apre delle autentiche prospettive (4)». In un'orgia di promesse fallaci riguardo l'ambiente, la fiscalità, l'impiego, le ricadute economiche ed anche «l'etica» dei giochi, i promotori della candidatura hanno moltiplicato le proposte rosa confetto, dimenticando in un batter di ciglio alcune spiacevoli verità: per la sola pratica della candidatura sono già stati spesi 27 milioni di euro! Spesa che possiamo mettere sulla bilancia insieme ai gravi bisogni inevasi in ordine a case popolari, asili nido e attrezzature di prima necessità in città e in periferia, ma anche insieme alla precarietà sociale di tanti studenti evidentemente condannati ad improvvisarsi personale di sicurezza allo stadio o benevoli accompagnatori, tanto per dare credibilità alle promesse comunali circa le opportunità d'impiego! Questo problema dello spreco olimpico non è trascurabile se confrontiamo l'entusiastico ottimismo del sindaco di Parigi con la realtà delle cifre della disoccupazione, della precarietà e del depauperamento della «Francia popolare». In quanto ai «Giochi solidali», il Comitato Parigi 2012 ha probabilmente rimosso la campagna internazionale («Play Fair at the Olympics») di numerose Ong (fra cui, in Francia, il collettivo «L'Etica sull'etichetta») che denunciano le condizioni in cui vengono prodotti gli articoli sportivi, in particolare dai subappaltatori della Nike, dell'Adidas e della Puma in sette paesi (Bulgaria, Cambogia, Cina, Taiwan, Indonesia, Tailandia e Turchia): «Salari molto bassi, ore di straordinario non pagate, giornate di lavoro della durata anche di sedici ore [...], violazioni dei diritti dell'uomo, e soprattutto della donna dal momento che queste ultime sono maggioritarie nelle fabbriche [...]. Una petizione di 540.000 firme è stata consegnata al Cio, ma questo si è rifiutato di accettarla (5)».
Se da un lato i Giochi producono sempre più diritti televisivi - la sola Unione europea di radiodiffusione (Uer) che raggruppa i canali pubblici europei ha sborsato 443 milioni di dollari per i Giochi Olimpici di Pechino nel 2008 - e le entrate dello sponsor sono in rialzo, dal momento che le «imprese socie» (Coca-Cola, Samsung, McDonald's, Swatch, Kodak...) hanno investito circa 576 milioni di euro (6) nella macchina da soldi olimpica, inserzionisti, fornitori e capi sfruttano senza il minimo scrupolo una manodopera suscettibile di tagli e di comandate a discrezione. È proprio così che la carta olimpica intende illustrare il proprio «ideale etico»: «Lo scopo dell'olimpismo consiste nel mettere lo sport a servizio dello sviluppo armonico dell'uomo al fine di promuovere una società pacifica, attenta a preservare la dignità umana». «I principi etici» del Cio - che evidentemente spostano aria - costituiscono soprattutto un alibi perfetto per legittimare l'ordine iniquo del mondo con il quale il movimento olimpico è sempre sceso a patti.
Il mito dei «giochi puliti» che i dirigenti sportivi e politici ripropinano ad ogni olimpiade, ha già fatto cilecca, prova ne siano gli innumerevoli e sordidi scandali che costellano la cronaca sportiva. Il ciclismo, ma anche l'atletica, il sollevamento pesi, il nuoto, il judo, la scherma, la lotta, il calcio, il tennis, per parlare soltanto degli sport più importanti dei giochi estivi, fanno regolarmente la loro comparsa nelle faccende di doping che mettono a rischio la salute degli atleti ma anche la loro vita e rendono ridicole le patetiche pantomime della «lotta anti-doping» (7). «L'inflazione di competizioni sportive, il ricorso eccessivo ai farmaci da parte degli atleti, la pressione dello sport spettacolo attraverso i mezzi televisivi, l'Auditel, le ingenti somme di denaro in gioco, il"sempre meglio" spingono il campione al superlavoro, al doping, alla depressione (8)». D'altro canto, l'esperienza pregressa insegna che i Giochi lasciano spesso considerevoli stangate saldate dai contribuenti. Montreal 1976, per esempio, ha comportato un debito di oltre vent'anni. I Giochi di Atene 2004 sono costati all'incirca 10 miliardi di euro e lasciano un disavanzo pubblico importante. Per Parigi, la spesa degli eventuali giochi al momento è stata stimata ufficialmente «soltanto» 7 miliardi di euro (una bella cifra, non c'è che dire!).
Organizzare Parigi 2012 dovrebbe aggirarsi intorno ai 6,2 miliardi di euro (2,2 miliardi per l'organizzazione e 4 miliardi di investimenti per le strutture). Jean-François Lamour, ministro dello sport, ha considerato una spesa massima di 7 miliardi di euro. Lo Stato garantisce «l'organizzazione» e il «buon fine» dei Giochi per 2,5 miliardi.
La città di Parigi ha votato delle garanzie per 1,25 milairdi e l'ėle-de-France fino alla quota di un miliardo. Il resto? Come di norma, il privato.
Malgrado le rassicuranti promesse del comune di Parigi rispetto alla diminuzione della pressione fiscale, non c'è dubbio che vi sarebbe un incremento dei costi e della tassazione locale. Il Cio, gli sponsor e i mass-media intendono di fatti beneficiare il più possibile dell'industria olimpica divenuta un inaspettato colpo di fortuna per i gruppi industriali, finanziari e mediatici che promuovono questa «festa». Privatizzare i profitti, socializzare le perdite...
Lungi dal dare risposta ai bisogni sociali e culturali di un paese devastato dalla disoccupazione, dalla povertà e dal degrado, i Giochi al contrario sono un'indecente parata di promesse demagogiche, di pie intenzioni e di spese di lusso. Il passaggio della fiamma olimpica a Parigi avrebbe forse fatto dimenticare che i giochi di Pechino nel 2008 svolgeranno la funzione di legittimare uno stato autoritario, campione del mondo in fatto di esecuzioni capitali? Con il Collettivo Anti-Giochi Olimpici (Cajo), bisogna rammentare che la bandiera olimpica spesso - Berlino 1936, Messico 1968, Monaco 1972, Mosca 1980 - si è macchiata di sangue.
note:
* Rispettivamente professore di sociologia, università Montpellier-III; professore di estetica, università Parigi-X Nanterre; e professore incaricato di scienza e tecnica delle attività fisiche e sportive, università di Caen.
(1) Le Parisien, 9 marzo 2005.
(2) Si legga: «La Grèce, terrain de jeux sécuritaires!», Libération, 9 agosto 2004.
(3) Le Monde, 7 giugno 2005.
(4) Libération, 3 marzo 2005.
(5) Le Monde, 14 agosto 2004.
(6) Le Monde, 14 agosto 2004.
(7) Si veda l'opera del dottor Jean Pierre de Mondenard, Dictionnaire du dopage. Substances, procédés, conduites, dangers, Masson, Parigi, 2004.
(8) Si legga : «Sport, spectacle, dopage, l'alchimie infernale», Le Figaro, 18 febbraio 2004.
(Traduzione di A. Pr.)