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Dio, nazione, esercito, una semplice trinità


Ph. S.G.
Il nazionalismo ha funzioni simili a quelle della religione. La sua «magia sta nel trasformare il caso in destino (1)». Negli Stati uniti, il legame tra nazionalismo e religione si è manifestato da sempre nel carattere teologico del discorso politico americano, e in particolare nell'idea di un Destino provvidenziale. Oggi assistiamo a una fusione esplicita tra il discorso nazionalista e quello religioso.
In un articolo del 1999, che allora passò quasi inosservato, Samuel Huntington (noto per la sua tesi dello scontro tra civiltà) auspicava un «nazionalismo robusto, capace di unire la maggior parte dei conservatori, che si distingua chiaramente dalla politica estera dei liberal e parli al cuore delle grandi masse popolari americane (2)». Questo programma, concepito per lottare contro il rischio di disintegrazione interna, sembra articolarsi partendo da una misteriosa unione tra Dio, la nazione e l'esercito. È questa Trinità, alla base del credo conservatore, a conferirgli il suo significato. È l'antitesi del liberalismo e del cosmopolitismo, rappresentati anche dalle élite multinazionalizzate del mondo degli affari che rifiuta di accettare questa o quella delle sue componenti, se non tutte e tre. Dio: «Il conservatorismo, contrariamente al liberalismo, ha le sue radici nella religione (3). I liberal possono anche essere religiosi, ma il più delle volte sono laici, agnostici o atei. Può anche darsi che le stesse opinioni siano condivise anche da alcuni conservatori.
Tuttavia, se è vero che non sempre i conservatori sono praticanti o appartengono a una Chiesa, difficilmente un conservatore non è religioso; in genere crede in Dio. E dato che gli americani sono nella stragrande maggioranza cristiani, con una piccola ma importante minoranza di ebrei, il Dio del conservatorismo americano è quello del Nuovo e dell'Antico Testamento. Nell'America di oggi, l'impegno religioso e il conservatorismo vanno di pari passo nella battaglia contro i laicismo, il relativismo e il liberalismo».
La Nazione: «Tenuto contro della natura del mondo, i conservatori pongono la dedizione al proprio paese sullo stesso piano della devozione a Dio. Il patriottismo occupa un posto essenziale - forse il primo - tra le virtù conservatrici. I conservatori professano una grande fedeltà al il proprio paese, ai suoi valori, alla sua cultura e alle sue istituzioni. Per loro, contrariamente alla maggior parte dei liberal, le istituzioni internazionali sono buone non in se stesse, ma solo nella misura in cui contribuiscono a rafforzare il benessere della nazione americana. I non conservatori tendono ad avvilire l'identità americana, e a sostituirla con identità sia infranazionali che etniche, razziali, sessuali o altre, o anche con identità legate alle istituzioni o agli ideali sovra-nazionali [...]. I liberal tendono a mettere in discussione la legittimità dello stato-nazione [...] e sperano, con Strobe Talbott, che venga un giorno in cui"la nazione quale la conosciamo sarà superata, e [...] tutti i Paesi riconosceranno un'unica autorità mondiale". Nello stesso spirito, Richard Sennett denuncia il"flagello di un'identità nazionale condivisa"».
«I sentimenti anti-nazionali - afferma Samuel Huntington - non sono appannaggio degli intellettuali liberal, ma esistono anche nel mondo degli affari». E deplora poi che solo una grande compagnia abbia reagito favorevolmente alla lettera inviata da Ralph Nader ai manager delle imprese, ai quali ingiungeva di manifestare il loro sostegno «al Paese che li ha cresciuti, costituiti, sovvenzionati e difesi», recitando il Giuramento di fedeltà alle assemblee annuali degli azionisti.
La guerra: «Il conservatorismo considera i conflitti, anche violenti, come inerenti alla condizione umana. Tra i gruppi e le società esistono conflitti d'interessi reali. Conflitti che non nascono da malintesi, mancanza di comunicazione o miopia, ma sono radicati nella condizione umana, fatta di interessi personali e di lotte per la ricchezza, la sicurezza e il potere. Anche se la possibilità di vantaggi reciproci esiste, in ogni rapporto c'è chi perde e chi vince, o quanto meno chi guadagna o perde di più o di meno. [...] Ogni qualvolta un grande conflitto giunge al termine, i liberal tendono a credere che quella sia la fine di tutti i conflitti e si abbandonano all'euforia, come nel 1918, nel 1945 e nel 1989. Mentre i conservatori sanno che la fine di un conflitto crea le basi per farne esplodere uno nuovo.
E pensano con Robin Fox che «le guerre non sono una malattia da curare, ma fanno parte della normale condizione umana. Sono la conseguenza di ciò che siamo, e non di circostanze legate a quanto ci accade di fare di tanto in tanto. («la storia»). Le guerre, al pari della religione e della prostituzione, sono risposte fondamentali alle paure e alle speranze fondamentali dell'uomo» (verificare le virgolette in questa citazione, e cosa c'entra la storia? NdR. francese ) Ma perché Samuel Huntington ha avvertito quest'esigenza di una nuova comunione nazionale? «La ricchezza e la potenza americane hanno raggiunto il loro apogeo. Non così l'unità nazionale, l'equità economica e l'integrità culturale dell'America. In senso più lato, l'identità americana è minacciata da un multiculturalismo che la sovverte dal basso, e da un cosmopolitismo che la erode dall'alto. Il patriottismo è una nozione superata per gran parte delle élite americane. Può darsi che il futuro dell'America sia seriamente minacciato dall'esterno - dalla Cina, dalla Russia, dall'Islam o da una coalizione di paesi ostili. Ma al momento attuale la fonte delle principali minacce contro l'unità, la cultura e la potenza americana è assai più vicina. La reazione appropriata dei conservatori classici o dei neo-conservatori deve quindi essere quella di aggregare un robusto nazionalismo».
È quello che hanno fatto, con le ben note, disastrose conseguenze.
note:
(1) Benedict Anderson, L'Imaginaire national, La Découverte, Parigi, 1996.
(2) Samuel Huntington, «Robust Nationalism», The National Interest, New York, 1999
(3) In questo testo, il termine «liberalismo» e «liberale» inglobano i progressisti, i pacifisti, e una certa idea del libero-scambio universale.
(Traduzione di E. H.)