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sudafrica

Soweto rimprovera il presente


Geraldina Colotti

«Famiglie separate dai posti di blocco, donne che morivano di parto perché l'ambulanza non riusciva a raggiungere l'ospedale, ragazzini uccisi dalla polizia. Una violenza inenarrabile». Al Salone del libro di Torino, Sindiwe Magona, scrittrice sudafricana e attivista per i diritti umani, racconta al manifesto le rivolte di quel 1976 così determinante per la vita del suo popolo e per la sua: l'anno di Soweto, che incendia il Sudafrica dell'apartheid. Nei sobborghi di Joannesburg, gli studenti protestano contro la legge che preclude ogni sbocco ai neri nell'istruzione. Nei sobborghi di Città del Capo, dove Magona vive con tre figli piccoli, «i ragazzi girano per la township gridando "Liberi adesso, istruiti dopo! Un colonizzatore una pallottola!"» Nei bantustan, le masse popolari africane portano per intero il peso di una crisi economica a cui il capitalismo ha fatto fronte grazie alle sue importanti riserve. «La mia famiglia - racconta ora Sindiwe - avrebbe quasi avuto bisogno dell'assistenza pubblica, se ne fosse stata prevista una per gli africani. La carne compariva raramente sulla nostra tavola, ma c'era chi stava molto peggio: tanti bambini vivevano di carità. Eppure il governo aveva avuto il coraggio di chiamare quella desolata township Guguletu, cioè "il nostro orgoglio"».
Negli anni '40, l'attivista vive con la sua famiglia di etnia Xhosa a Retreat, nella regione del Transkei, ma poi il governo li manda via: «fu una rimozione forzata, di massa, frutto della campagna governativa per la soppressione delle aree depresse», scrive Magona nella sua autobiografia ( Ai figli dei miei figli, edita da Nutrimenti, 2006 16 euro). Nel '63, proprio il Transkei - dove la popolazione Xhosa ammonta a quasi due milioni e mezzo - , sarà il primo a sperimentare «l'indipendenza dei Bantustan»: una strategia iniziata con la legge sulle terre indigene del 1913 ma che, ufficialmente, prenderà avvio nel 1976: «per attraversare quei confini artificiali - ricorda Magona - si doveva avere un "pass" motivato dal lavoro. I giovani che si ribellavano ai controlli venivano massacrati». Per Sindiwe, che nonostante il diploma di maestra fa la domestica nelle case dei bianchi, il 1976 è un anno risolutivo. È chiamata a Bruxelles per far parte del Tribunale internazionale per i crimini contro le donne. Lavora alle Nazioni unite, e comincia a scrivere. Racconta l'estendersi della protesta e l'acuirsi della violenza contro gli africani e «degli africani contro loro stessi». Il volume Push push ed altre storie, (Gorée, 2006, 15 euro), descrive gli scontri nei ghetti e le vendette contro gli africani che, nell'82, accettano il lavoro dei bianchi nelle amministrazioni dei nuovi bantustan. Alla fine dell'apartheid, Magona torna nel suo paese. Ma constata che «i poveri vivono ancora nelle bidonvilles, l'aids aumenta, il Sudafrica ha il triste primato della violenza sulle donne. E nella stessa famiglia si contano tre generazioni di domestiche. Dov'è il progresso?», si chiede, e aggiunge: «La gente non ha combattuto contro l'apartheid per andare alle urne ogni cinque anni e poi non contare.
Il potere politico senza quello economico è nulla». Perciò ha fondato l'associazione «Africa 2033»: «non abbiamo soldi ma dei buoni progetti in agricoltura, nel campo della salute e in quello dell'istruzione femminile - afferma - e speriamo di raccogliere abbastanza soldi per realizzarli. Cerchiamo di far convergere bisogni e risorse. Gli aiuti esterni servono, ma per il resto dipende da noi. La salvezza dell'Africa è nelle mani delle donne»